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	<description>Testi Letterature Linguaggi</description>
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		<title>Specchi di guerra</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 17:12:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Priscilla Maugeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le guerre di oggi]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giornalista è colui che si pone tra l’evento e il lettore. Il mediatore specializzato nella raccolta, nell’analisi, nell’elaborazione e nella trasmissione dei dati sotto forma di reportage, di testimonianza diretta, di intervista sul campo. Nel suo lavoro risultano fondamentali la ricerca e la veridicità delle informazioni raccolte, nell’interesse di coloro a cui queste sono destinate. Il lettore si aspetta, infatti, più che una mera descrizione degli avvenimenti, un’interpretazione e una spiegazione degli stessi. Risulta quindi di estrema importanza la fonte della notizia in quanto tale, nonché la sua autenticità.</p>
<p>Tra le varie forme di giornalismo spicca quella del corrispondente di guerra, una professione difficile e piena di rischi, volta a fornire in tempo reale uno spaccato sull’evolversi dei conflitti direttamente dalle zone coinvolte. Nel suo saggio, <em>Specchi di Guerra</em>, Oliviero Bergamini, giornalista inviato per la RAI in diversi scenari di guerra (tra gli altri in Afganistan, Cecenia, Iraq, Libano, Birmania e Yemen), autore e docente di storia del giornalismo presso le Università di Bergamo e di Torino, affronta il tema del war reporting da Napoleone ai giorni nostri, definendolo “… uno dei generi fondamentali del giornalismo, probabilmente quello che in ogni epoca ha più appassionato e coinvolto il pubblico” (p. 4).</p>
<p>L’argomento, come risulta subito chiaro, è vasto e di difficile analisi ma Bergamini riesce a tratteggiarlo in maniera semplice e lineare, rendendone la lettura interessante e, nonostante la drammaticità degli argomenti analizzati, appassionante. Il saggio si apre con una breve introduzione che ripercorre velocemente i primissimi esempi di giornalismo di guerra: dai più classici riferimenti a Erodoto e Tucidide, storici greci i cui resoconti, in termini di modernità, possono essere considerati come le primigenie testimonianze di analisi degli eventi storici, a quello che potremmo definire come il primo reporter su un campo di battaglia, vale a dire il pittore olandese Willem Van De Velde che, nel 1653, fu testimone di una battaglia navale tra olandesi e inglesi dalla quale trasse numerosi schizzi che integrò con un ampio resoconto su richiesta del suo governo. A onor del vero, il primo vero inviato di una testata giornalistica fu, però, William Russell, definito dal giornalista David Randall “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra” e che, in occasione della guerra di Crimea, svoltasi tra il 1853 e il 1856, venne inviato dal suo giornale, il “Times”, al seguito delle truppe inglesi e francesi per raccontare dal fronte l’andamento del conflitto, trasmettendo via telegrafo i suoi articoli. Lo si potrebbe quasi definire un giornalista embedded, termine che si usa oggi per indicare quei giornalisti che, sempre più spesso, partono insieme alle truppe coinvolte in guerra e vivono un’esperienza analoga a quella dei soldati, sotto uno stretto controllo militare e, a discapito della propria indipendenza e di un giudizio critico personale, vincolati in tutto e per tutto nello svolgimento del loro mestiere. In realtà, William Russell non ebbe vita facile e fu costantemente osteggiato dai militari, che lo consideravano un intruso; tuttavia, fedele alle sue convinzioni e all’integrità intellettuale che lo contraddistingueva, non si fece condizionare e fornì, forse per la prima volta, una visione chiara e imparziale della guerra agli ignari cittadini che lessero con entusiasmo i suoi reportage dal fronte.</p>
<p>Quando si parla di giornalismo nel suo significato più ampio, ci si riferisce a un giornalismo obiettivo, onesto, imparziale. Un mezzo di esplorazione dei fatti che dovrebbe permettere al lettore di capire, per poi giudicare soggettivamente.  Non per niente è stato definito “quarto potere”, per sottolineare l’importanza che riveste all’interno della società per i forti interessi che coinvolge. Compito dell’inviato dovrebbe essere quello di riportare gli avvenimenti così come essi avvengono, svincolandosi da eventuali condizionamenti esterni, nell’interesse di un’informazione libera e al servizio del cittadino. Un reporter dovrebbe quindi essere in grado di riferire le notizie bilanciando il suo giudizio con equilibrio e cercando di non privilegiare una fazione a discapito dell’altra.</p>
<p>Oliviero Bergamini, nella sua ampia carrellata che parte dalla famosa carica dei Seicento a Balaclava, in Crimea, durante la guerra tra la Russia zarista e l’Impero Ottomano, fino ad arrivare all’attualità dei recentissimi conflitti in Afganistan e in Iraq, ci illustra l’evoluzione del <em>war reporting</em> e di come il giornalismo di guerra si sia sviluppato nell’arco dei secoli assumendo, con il passare del tempo, sfaccettature diverse e sempre più condizionate da strategie di controllo e manipolazione da parte dei governi e dei poteri economici, atti ad indirizzare il flusso dell’informazione su binari a loro favorevoli. In questo specifico caso si parla di <em>news management</em>, una tecnica di comunicazione volta a pilotare la libera stampa e gestita sempre più spesso dagli stessi organi militari intenzionati a non divulgare notizie scomode e a fornire, di contro, informazioni distorte o, cosa ancor più grave, preconfezionate ad arte. Infatti, a differenza che in passato, il consenso dell’opinione pubblica è diventato strumento essenziale e imprescindibile in qualsiasi operazione bellica. I governi cercano l’approvazione popolare attraverso la stampa e le televisioni, condizionando fortemente il lavoro dei giornalisti e cercando il più possibile di svolgere un’azione di controllo indiretto.<br />
Naturalmente, la stessa figura del reporter di guerra è mutata nel corso dei secoli. Inizialmente, il war reporting aveva assunto una posizione di primissimo piano, visto che le notizie riguardanti la guerra facevano vendere un numero crescente di giornali aumentandone la tiratura. Con il passare del tempo, e con l’avvento della rivoluzione industriale, le cose sono cambiate velocemente.         Le guerre, ormai, non venivano combattute come in passato e non erano più circoscritte o controllabili. Gli eserciti erano formati da milioni di soldati e il fronte delle battaglie si estendeva per migliaia di chilometri, coinvolgendo interi stati e rendendo il compito dell’inviato di guerra sempre più complicato. Tuttavia, fino alla Prima guerra mondiale, i giornalisti ebbero la tendenza a concentrarsi su quello che, per definizione, poteva essere considerato il momento cruciale del conflitto, vale a dire la battaglia conclusiva, mettendo in secondo piano la visione d’insieme e le motivazioni primarie che avevano determinato l’originarsi della guerra.</p>
<p>Nel corso della sua analisi, Bergamini approfondisce con dovizia di particolari i cambiamenti che hanno interessato il lavoro degli inviati e il diverso modo di interpretare, capire e profilare gli avvenimenti di volta in volta descritti. Non mancano, inoltre, stralci di articoli dei più famosi reporter di guerra (dallo stesso Napoleone a Luigi Barzini, da William Russell a Ernest Hemingway passando per George Orwell, Ryszard Kapuscinski fino ad arrivare alla nostra Oriana Fallaci), che ci danno l’idea di come sia mutato il modo di scrivere e di fare giornalismo nel corso del tempo: dai primi articoli caratterizzati da pagine e pagine di prosa, sviluppata quasi come si trattasse di un racconto vero e proprio, all’essenzialità dei più moderni reportage, apparentemente asettici nella loro sinteticità e al passo con le moderne esigenze del giornalismo attuale, in costante concorrenza con la spettacolarizzazione della notizia che la televisione (e in misura decisamente minore, la radio) ha inesorabilmente introdotto nella vita di tutti i giorni, rendendo le notizie fruibili in tempo quasi reale e imponendosi come mezzo di comunicazione principale e dominante. Basti pensare ai canali tematici che trasmettono aggiornamenti e telegiornali ventiquattr’ore su ventiquattro e che stanno soppiantando in larga misura il lavoro dell’inviato di guerra. Va comunque sottolineato che la televisione può divenire motivo di disinformazione se usata in maniera inappropriata: basta infatti un taglio delle immagini fatto ad arte o un’inquadratura diversa per dare una lettura degli avvenimenti a volte contrastante con la realtà.</p>
<p>Oltre che un’analisi dei conflitti succedutisi nel corso dei secoli, quello di Bergamini è un approfondimento sui cambiamenti che hanno interessato la nostra società e che hanno influenzato il modo stesso di interpretare la guerra come strumento risolutivo dei problemi. Una linea di confine, come accennato precedentemente, è stata tracciata proprio dalla Seconda guerra mondiale che, con le immani devastazioni provocate, lo spaventoso numero di morti rimasti sul campo, lo sterminio di massa degli ebrei e lo spettro dell’uso dell’atomica in un ipotetico conflitto su scala mondiale, ha modificato inesorabilmente la scala dei valori dei combattimenti armati. Da allora in avanti la guerra non si è più potuta considerare un mezzo per la risoluzione primaria dei problemi ma soluzione ultima, dolorosa e inevitabile. In ragione di ciò è cambiato anche il modo di pensare dei giornalisti che, fino ad allora, avevano descritto le guerre senza prenderne le distanze e omettendo di esprimere qualsiasi critica. </p>
<p>Inoltre, l’avvento delle immagini televisive ha posto all’attenzione degli spettatori gli orrori della guerra, che fino a quel momento erano rimasti sulla carta e, al massimo, erano stati immortalati dall’occhio fotografico (il fotogiornalismo arrivò all’apice della sua popolarità durante la guerra del Vietnam provocando, anch’esso, reazioni di sdegno e forte choc), innescando decise contestazioni e aspre critiche all’operato dei governi. L’immagine televisiva possedeva una forza dirompente, con la cui intensità la parola scritta non si poteva nemmeno misurare; non dimentichiamoci, peraltro, che i telespettatori di allora erano decisamente meno assuefatti a scenari di morte e violenza rispetto a oggi.</p>
<p>Da questa analisi si evince che la figura dell’inviato di guerra è sensibilmente cambiata nell’arco dei decenni, influenzata dai vari mutamenti tecnologici che hanno ridisegnato la sua professione, migliorandola per certi versi ma vincolandola fortemente per altri. A Bergamini va il merito di aver denunciato, senza mezzi termini, i metodi di controllo e la manipolazione delle informazioni attuati dal potere politico e militare, che mettono a rischio la libertà di stampa e il diritto di cronaca, valori primi e insostituibili, che dovrebbero essere garantiti da qualsiasi governo senza alcuna remora. Allo stesso tempo, l’autore ha posto l’attenzione sui rischi che i giornalisti corrono svolgendo il loro lavoro, sulle difficoltà che incontrano, sull’ostracismo e l’omertà che spesso rendono quasi insostenibile il loro mestiere. </p>
<p>Molti sono i reporter caduti mentre svolgevano con coscienza e spirito critico la loro professione, una su tutti Maria Grazia Cutuli, per citare una nostra connazionale. Ad Arlington, in Virginia, si trova quello che è stato definito “il muro dei giornalisti caduti”, un muro trasparente a cui ogni anno, purtroppo, si aggiungono nuovi pannelli: ogni pannello ha un nome, un luogo e una data e ci ricorda solo alcuni tra i moltissimi reporter che perdono la vita in ogni parte del mondo per difendere quella libertà d’informazione che la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, ribadisce con forza all’Articolo 19: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.</p>
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		<title>Discorsi dell’altro mondo. Nascita e metamorfosi del colloquio fantastico postumo</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 13:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Bellomi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[Recensione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Donatella Boni, già autrice di <em>Geografia del desiderio: Italia immaginata ed immagini italiane nelle opere di Frederick Rolfe, Vernon Lee, Norman Douglas</em> (Capri, La Conchiglia 2003), è una comparatista della letteratura; il dato biografico non è ininfluente: la sua <em>forma mentis </em>le permette un approccio sempre aperto e curioso alla materia letteraria, una curiosità che non è ovviamente voyerismo ma volontà di indagine in ogni direzione, geografica e temporale. Il più recente frutto della sua continua ricerca è appunto <em>Discorsi dell’altro mondo</em>, che ha per sottotitolo <em>Nascita e metamorfosi del colloquio fantastico postumo</em>. Boni si propone un compito arduo: teorizzare e fornire prova dell’esistenza di un genere letterario, da lei definito “colloquio fantastico postumo”, partendo da una tradizione critica esigua e spesso datata. L’autrice definisce il soggetto del genere come “dialoghi in prosa con pretesa giocoso-mimetica (ma in realtà di carattere fantastico) nei quali si costituisce uno scambio di battute tra o con protagonisti celebri non più in vita al momento della scrittura” (p. 17). </p>
<p>L’originalità dell’analisi è il risultato di un’accurata scelta del <em>corpus</em>, avvenuta secondo dei parametri volti a identificare un canone specifico, non confondibile con produzioni letterarie simili in quanto a contenuto ma dissimili nella forma; nel testo vengono prese in considerazione solamente quelle espressioni che corrispondono alla descrizione ivi esposta, brani che costituiscono da soli un’opera a sé stante. In tal modo, Boni riesce a dimostrare l’esistenza di un ideale filo rosso che lega opere distanti nel tempo e nello spazio, che vanno dai <em>Dialoghi dei morti </em>(II sec. d.C.) di Luciano di Samosata ai televisivi <em>Meeting of Minds </em>(1981) dello statunitense Steve Allen, dal <em>Ficino</em> (1592-1593) di Torquato Tasso ai <em>Procès-verbaux des séances des tables parlantes à Jersey </em>(1853) di Victor Hugo. L’autrice non si limita a definire, attraverso le opere prese in esame, le costanti del genere qui teorizzato; all’interno del genere stesso rintraccia delle peculiarità che, pur rimanendo all’interno del canone, permettono di distinguere quattro diversi sottogeneri, così denominati: conversazioni immaginarie, dialoghi dei morti, apparizioni e sedute spiritiche e, infine, interviste impossibili.</p>
<p>L’utile prospettiva diacronica che apre il testo aiuta il lettore a tracciare lo sviluppo del genere nella storia della letteratura; l’esposizione cronologica non è una scelta banale, anzi rivela la sorprendente presenza del colloquio fantastico postumo come categoria a sé stante dall’antichità e, fatto forse ancor più singolare, nell’attualità. La disamina, poi, dei singoli sottogeneri svela l’adattamento di questa tipologia dialogica alle modalità stilistiche e comunicative dell’epoca in cui si producono, riflettendo in tal modo anche l’evoluzione del gusto del pubblico che, da Luciano a Calvino, sembra trovare nei colloqui fantastici postumi una risposta a dei quesiti che non appartengono solo agli oramai defunti interlocutori dei dialoghi, ma che interessano anche e soprattutto i lettori delle opere stesse. Dallo studio di Donatella Boni si scoprono così delle costanti che accomunano i <em>Dialoghi</em> di Luciano alla <em>Convensation de Lucien, Érasme et Rabelais </em>di Voltaire alla <em>Imaginary Interview </em>di Orwell e che si possono riassumere nell’anelito di libertà e di verità che, in ogni epoca e a ogni latitudine, l’uomo ha sentito di dover difendere o reclamare a gran voce. </p>
<p>L’attualità delle opere prese in esame pone l’accento sulla necessità presente di tornare a guardarsi indietro, di ricordare, di confrontarsi con la tradizione; le grida nei dibattiti pubblici, in televisione e sui giornali, hanno annullato il dialogo. In tale prospettiva, è ancor più evidente l’urgenza del recupero di un confronto democratico, in cui le violenti e vuote invettive vengano sostituite da parole pacate e, soprattutto, ragionate. Afferma Boni: “I colloqui fantastici postumi si collocano nell’ampio spazio del dubbio” (p. 19); una posizione, questa, che oggi si dovrebbe sperimentare con maggior frequenza poiché il dubbio rivela la capacità di interrogarsi, continuamente, sulla realtà che ci circonda. Leggendo le riflessioni della studiosa è impossibile non stabilire un naturale parallelismo con la triste attualità italiana, come quando, riprendendo la tesi sostenuta da Platone nel <em>Gorgia</em>, sottolinea il ruolo decisivo avuto dall’uso improprio della retorica, “cioè dell’arte di costruire discorsi persuasivi, ampiamente sfruttata sia in campo giudiziario che in politica” (p. 86) nella crisi di Atene: quanti discorsi dei nostri politici abbiamo ascoltato in televisione, quante interviste abbiamo letto sui giornali negli ultimi mesi in cui si cercava, di volta in volta, di creare panico morale o tranquillizzare sull’andamento della crisi economica che, dal crack finanziario di Wall Street del 2007, ha occupato decine e decine di pagine e spazi informativi. Ovviamente in questo Donatella Boni non scopre nulla di nuovo; il suo merito sta però nell’averci restituito dei testi dimenticati, di scarsa circolazione o magari noti solo per alcuni aspetti, offrendone una nuova chiave interpretativa.</p>
<p>Il tono ironico, che a volte riesce a sfuggire alle maglie del rigore critico che caratterizza il testo, svela il piacere dell’autrice per la scrittura e la lettura; l’analisi del rapporto tra scrittore e creazione diventa anche lo spunto per una riflessione sulla relazione tra critico letterario e opera esaminata. In un perpetuo gioco di rimandi, Boni dialoga con coloro che consideriamo ormai i nostri maestri (come Calvino e Leopardi), che a loro volta hanno utilizzato il colloquio fantastico postumo per riallacciare un dialogo con i loro maestri (Tasso e Petrarca, per fare solo due nomi) e questi, ancor prima, con le <em>auctoritas</em> dell’antichità (Cicerone e Luciano <em>in primis</em>). Lo sguardo sull’autore è un aspetto importante dell’analisi di Donatella Boni poiché rivela un particolare interessante del processo creativo: la peculiarità del colloquio postumo è la presenza in qualità di personaggio letterario di personalità famose realmente esistite, che vengono evocate da uno scrittore per dare maggiore validità alle tesi che, in fin dei conti, altro non sono se non un’interpretazione dell’autore stesso del dialogo, che decide se rimanere più o meno fedele al pensiero originale del personaggio storico citato. </p>
<p>Dal punto di vista del contratto con il lettore, il colloquio fantastico postumo riesce più di altri generi nella mimesi visto che, proprio per la natura dialogica del testo, nell’atto di lettura si tende a dimenticare la finzione letteraria messa in atto dall’autore e avviene una quasi totale identificazione tra locuzione e interlocutore, accettando come sue le idee espresse dal personaggio, quando in realtà in molti casi si tratta di un vero e proprio collage di contenuti eterogenei operato dall’autore per avallare le proprie tesi, il che non significa che ci sia una mistificazione del pensiero del personaggio storico interpellato, ma sì una strumentalizzazione; molto correttamente Boni parla infatti di un “autore-accrescitore” (p. 40) per quanto riguarda i creatori dei dialoghi postumi che, appropriandosi di un <em>alter ego </em>famoso, esprimono in maniera quasi mimetica le proprie opinioni sul passato e, di riflesso, sul presente. </p>
<p>Fra i quattro sottogeneri studiati, solo in una occorrenza i ruoli tra personaggio e autore si scambiano, diventando quest’ultimo uno strumento al servizio del primo: si tratta del caso delle trascrizioni delle sedute spiritiche. Nell’esempio citato dalla studiosa troviamo un inedito Victor Hugo che, vittima forse ingenua dello spirito del suo tempo, riproduce per iscritto i verbali di un incontro con il soprannaturale avvenuto durante una seduta spiritica a Jersey giovedì 8 dicembre 1853. Questa particolare tipologia di dialogo con i morti è interessante dal punto di vista critico perché mette l’autore nel ruolo non più di creatore o “accrescitore”, ma di semplice intermediario tra lo spirito di un personaggio famoso e gli spettatori/lettori della seduta. Altro aspetto notevole di questo sottogenere è l’intervento di strumentazioni pseudo-scientifiche che dovrebbero dare prova tangibile della veridicità del dialogo e, quindi, del contatto con il defunto, una caratteristica questa che dall’Ottocento è andata alimentandosi, protraendosi fino ai nostri giorni, passando dalle semplici trascrizioni dei verbali delle sedute alle registrazioni prima con strumenti audio e, in epoche più recenti, con strumenti video; Boni riporta il caso delle videoregistrazioni, disponibili ora anche su Youtube, degli esperimenti di Klaus Schreiber, riesumati e sostenuti anche nella puntata dell’8 gennaio 2010 del programma <em>Mistero</em> condotto da Enrico Ruggeri su Italia 1, segno del perdurare dell’interesse equivoco per questo genere, al limite tra la cultura pseudo-scientifica e la credulità popolare. </p>
<p>In fin dei conti, è la stessa autrice in apertura del tuo testo a definire la lettura come “un atto di negromanzia, ma non solo” (p. 11), sempre pronta quindi a sorprenderci con i suoi inaspettati e insospettabili mutamenti. Fortunatamente, la vivacità dello sguardo critico di Donatella Boni mette in salvo la studiosa dal rischio paventato da Sartre di trasformarsi, come tanti critici della letteratura, in una guardiana del cimitero; la linea di ricerca sviluppata da Boni è viva e il dialogo intavolato con il “ti estì” di Platone è solo alle prime battute.</p>
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		<title>La Lozana di Delicado e le altre.</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 13:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paola Bellomi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>El plazer no comunicado no es placer</em><br />
(La Celestina)</p>
<p>Silvia Monti torna a occuparsi del <em>Retrato de la Lozana andaluza</em>, romanzo dialogato del chierico Francisco Delicado, la cui trama si sviluppa attorno alla figura di una giovane donna, intelligente e astuta, che di professione fa la prostituta in una Roma scandalosa, traboccante di eccessi, popolata da alti prelati e imperatori, nobili e imprenditori, servi e padroni, tutti propensi alla corruzione, morale e giuridica. Chi non conosce l’opera del chierico cordobese potrebbe confondere la storia di Lozana con uno spaccato attuale di cronaca italiana; rimarrebbe quindi sorpreso nell’apprendere che il romanzo risale invece alla prima metà del XVI secolo. Con tali premesse, la pubblicazione della raccolta di saggi intitolata <em>La Lozana di Delicado e le altre </em>assume un grande interesse perché induce nuovamente il lettore a riflettere su alcuni temi – come la corruzione, il libero arbitrio, l’etica – frequenti nella tradizione letteraria e ancor oggi così tragicamente attuali.</p>
<p>El Retrato rispecchia la definizione che il Vasari, contemporaneo di Delicado, aveva dato del Manierismo, il nuovo stile, che nelle parole dello storico aretino doveva riflettere “la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza de’ colori, la università de’ casamenti, e la lontananza e varietà ne’ paesi”<sup>1</sup>. “Varietà” e “vaghezza” sono caratteristiche che ben si addicono a Lozana, la prostituta-eroina di Delicado, per mezzo della quale il chierico cordobese descrive la complessità dell’incipiente società barocca. Alla stregua di Raffaello – nelle cui tele, sempre nel giudizio di Vasari, “la natura restò vinta dai suoi colori […] oltra il dono della grazia delle teste, giovani, vecchi e femmine, riservando alle modeste la modestia, alle lascive la lascivia et ai putti ora i vizii negli occhi et ora i giuochi nella attitudini”<sup>2</sup> – Delicado riesce a vincere, attraverso le sue parole, la natura, riproducendo nel suo scrivere la vivacità della brulicante realtà storica che egli descrive.<br />
Il realismo letterario di cui è intriso <em>El Retrato</em> appare a prima vista al lettore come un aspetto ‘ovvio’, ‘scontato’, funzionale alla narrazione; di qui la poca attenzione di cui ha goduto anche tra gli studiosi della Lozana. Un errore che Silvia Monti riesce a emendare nei primi due capitoli del suo testo (“Giudei, <em>conversos </em>e prostitute nella Roma della Lozana” e “Alimentazione e metafore del <em>Retrato de la Lozana Andaluza</em>”), dedicati rispettivamente all’analisi della formicolante società che vive nell’opera di Delicado e alla massiccia presenza di dettagli culinari nei dialoghi e nelle scene descritte dall’autore. Il legame tra pittura e scrittura delicadiana – palese già nel titolo: <em>retrato</em> – si rafforza nel ripetuto gioco di luci e ombre su cui tanto l’una come l’altra arte si fondano. Nel caso della Lozana, l’attenzione riservata da Delicado ai dettagli così visceralmente umani che conducono alla corruzione del corpo e dell’anima (in particolare, la lussuria e la gola) viene studiata con originalità da Silvia Monti quando identifica nel cibo una chiave di lettura fino ad ora lasciata, per così dire, “nel piatto”. A uno sguardo attento, i dettagli culinari, tanto abbondanti quanto apparentemente banali, svelano il significato di episodi che apparirebbero altrimenti quasi dei <em>nonsense</em> all’occhio contemporaneo. Il sottocodice alimentare che la studiosa riesce a mettere in luce ricopre diverse funzioni: non solo è un importantissimo documento enogastronomico dell’epoca, ma soprattutto rivela l’appartenenza etnico-religiosa dei personaggi in un ambiente sociale basato su un’ipocrita difesa della ‘purezza’ (dello spirito e dei costumi). Il cibo diventa metafora della corruzione o, meno moralisticamente, della varietà dei comportamenti umani; anche l’analisi dei termini linguistici legati alla sfera alimentare di cui Delicado si serve (proverbi, frasi fatte ecc.) restituisce da una parte l’estrema vivacità della lingua della Lozana e dall’altra la duplicità interpretativa a cui il linguaggio si sottopone (il parallelo più ricorrente è, ovviamente, quello erotico-alimentare). Attraverso la metafora culinaria Delicado riesce a mettere allo scoperto e a infrangere una serie di tabù sociali, altrimenti irrapresentabili; come in un film neorealista, lo sguardo del lettore entra nel mondo rappresentato dalla porta di servizio, dalle cucine dei grandi palazzi nobiliari al retrobottega dei commercianti, e ascolta il linguaggio impuro della quotidianità, una contaminazione verbale che restituisce la brulicante varietà umana che popola la Roma tardo-rinascimentale. </p>
<p>Silvia Monti identifica nel processo di risemantizzazione dei codici linguistici usati da Delicado un corpus terminologico ricchissimo che ricorre a diversi campi semantici (lessico culinario, corporale, militare, animale, musicale, etc.) tanto da far parlare per la Lozana di un’opera ‘de lenguaje’ più che ‘de argumento’. L’ambiguità che la parola maschera in ogni sintagma delicadiano viene analizzata nel capitolo intitolato significativamente “Le bugie della Lozana”, in cui la studiosa continua la sua indagine sulla polisemia del linguaggio di questa gustosa <em>ratatouille</em> letteraria. La questione della ‘sincerità’ del personaggio non può non far pensare alla ‘sincerità’ dell’autore. Nel caso di Lozana, la ragazza, pur non credendo nella superstizione e nell’efficacia dei riti magici, è un’esperta in materia tanto che la sua fama la rende un punto di riferimento per i malati (o presunti tali) dell’intera capitale; la maestria della giovane donna non risiede in reali qualità taumaturgiche, bensì nella sua capacità oratoria che le permette di manipolare il linguaggio – e il messaggio – a suo piacimento, adattandolo all’interlocutore di turno. La parola, quindi, come strumento di condizionamento, tanto nelle labbra del personaggio come in quelle dell’autore, che dell’ambiguità semantica e formale ha fatto la sua cifra stilistica. Come mette in evidenza Silvia Monti, le strategie di Delicado usate per rafforzare il patto narrativo con il lettore sono molte, ma spesso la presunta veridicità dei fatti raccontati nascondono delle menzogne che, se scoperte, rompono l’accordo implicito del silenzio-assenso. L’inganno può essere più o meno palese, a seconda della finalità che ha indotto l’autore a farne uso; i livelli di ambiguità cambiano a seconda della volontà di condivisione che Delicado vuole instaurare con il lettore: a volte è il personaggio a essere burlato, a volte è chi legge che diventa, suo malgrado, protagonista della burla che è la finzione letteraria.<br />
La mistificazione della realtà che caratterizza il <em>Retrato </em>ha avuto un seguito originale nell’opera di Jerónimo López Mozo, <em>Comedia de la olla romana en que cuece su arte la Lozana </em>o <em>Retablo de la Lozana Andaluza </em>o <em>Roma Putana</em>, del 1977. Il dramma, il cui testo inedito viene pubblicato proprio a conclusione del saggio di Silvia Monti, si ispira alla narrazione di Delicado ed è forse l’adattamento più riuscito tra quelli tratti dall’opera del cordobese. Il testo di López Mozo viene preceduto, nell’ultimo capitolo intitolato “La Lozana va in scena”, dalla ricostruzione della storia delle riscritture teatrali e cinematografiche del romanzo di Delicado che, avendo subito le conseguenze della censura ecclesiastica, dovrà aspettare la seconda metà dell’Ottocento per poter essere riscoperto dalla critica, subendo però nuove condanne durante la moralista dittatura franchista. Silvia Monti mette a confronto la celebre versione di Rafael Alberti con quella meno nota di López Mozo che, pur non aderendo strettamente all’originale, ma anzi mescolando materiali eterogenei della tradizione alternativa spagnola, riesce a restituire un testo più funzionale e coerente dal punto di vista drammatico rispetto all’adattamento di Alberti.</p>
<p>Il piacere è senza alcun dubbio un termine chiave quando si parla della <em>Lozana Andaluza</em>: un piacere carnale per i personaggi che, tra le delizie del sesso e le prelibatezze culinarie, vivono sempre al limite vitale dell’eccesso; e un piacere metafisico per l’autore e per il lettore, che condividono il desiderio, appagato, che la creazione letteraria sa stuzzicare nelle nostre menti. Silvia Monti ha la capacità di restituirci, attraverso la figura di Lozana, il ritratto di una società che, per molti aspetti, ci ricorda così da vicino quella odierna. Scriveva María Zambrano che Roma, la città in cui si muove la Lozana, è un luogo allo stesso tempo ermetico e segreto, insieme aperto e labirintico, ma è anche una Venere nutrice e, soprattutto, è amore, “ma un amore che difficilmente può arrivare alla mistica, che difficilmente arriva all’amore intellettuale, che facilmente si espande e si nasconde anche: un amore che, paradossalmente, si può nascondere”<sup>3</sup>. Lozana, ancora oggi, nella sua pluralità interpretativa, si rivela essere la guida che sa condurci, tra vicoli e viali, piazze e cortili, nel labirinto che è la vita.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_172" class="footnote">G. Vasari, <em>Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti</em>, Roma, Newton Compton, 1991, p. 554.</li><li id="footnote_1_172" class="footnote">Ibid., p. 555.</li><li id="footnote_2_172" class="footnote">M. ZAMBRANO, <em>Roma, città aperta e segreta</em>, in Id., <em>Le parole del ritorno</em>, a cura di E. Laurenzi, Roma, Città Aperta Edizioni, 2003, p. 108.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Cultura Tedesca. Rivista semestrale</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 09:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Avogaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riviste]]></category>
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		<description><![CDATA[La raccolta di saggi pubblicata dal dipartimento di Germanistica dell’Università di Verona e dall’Istituto italiano per gli Studi Filosofici di Napoli dedicata ai romanzi di Franz Kafka si presenta come il risultato di un’analisi rigorosa e originale che non teme pertanto di svanire  nell’oceano bibliografico rivolto all’autore de Il Processo. La miscellanea si pone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La raccolta di saggi pubblicata dal dipartimento di Germanistica dell’Università di Verona e dall’Istituto italiano per gli Studi Filosofici di Napoli dedicata ai romanzi di Franz Kafka si presenta come il risultato di un’analisi rigorosa e originale che non teme pertanto di svanire  nell’oceano bibliografico rivolto all’autore de <em>Il Processo</em>. La miscellanea si pone come uno studio approfondito, avvalendosi dei recenti criteri metodologici relativi agli sviluppi del plurilinguismo e della transculturalità. Gli approcci aderenti al testo e quelli prettamente filosofici presentati dagli autori mettono al vaglio l’opera del poliedrico scrittore praghese, inserendolo in una prospettiva contemporanea e decisamente dinamica.</p>
<p>	I contributi di P. Kofler e E. Locher dedicano ampio spazio alle traduzioni e alla loro ricezione.  “La traduzione (dell’)intraducibile. Versioni italiane del <em>Castello</em>” di P. Kofler sottolinea il carattere ibrido dell’orizzonte kafkiano, i diversi poli di scorrimento delle traduzioni italiane, tra fluidità e intraducibilità. “Il processo e le sue traduzioni” di E. Locher  presenta le traduzioni italiane de <em>Il Processo </em>basate sulla versione di Max Brod. L’analisi si ripromette di cogliere alcune trasposizioni linguistiche sostanziali come l’idea di spazio e tempo, di fisicità e del termine <em>spielen</em>, nella sua doppia accezione di “giocare” e “recitare”.</p>
<p>L’articolo “Verso il romanzo”di Clemens-Carl Härle si interroga invece sull’equivocità linguistica e strutturale di Kafka, il suo muoversi su una materia filologica incerta e frammentaria e la sua rinuncia alla verità senza per questo abbandonare la trascrivibilità. </p>
<p>Lo studio dell’orizzonte kafkiano e della sua fortuna è il tema del saggio di Arturo Larcati, il quale si concentra sulla passione di Ingeborg Bachman per Franz Kafka senza che questa diventi  un esercizio di stile o forma di erudizione; l’attrazione è pura affabulazione magica. In “Kafka è kafkiano” M. Salgaro affronta il mito kafkiano, la sua interiorizzazione  popolare e quella elitaria, un bagaglio mitologico intramontabile su tutti i fronti che non cessa mai di essere fonte di analisi e di ricerca.</p>
<p>La teatralità dell’opera di Kafka viene inquadrata sia nel lavoro di G. Schiavoni, “In che teatro ci siamo smarriti? Considerazioni su teatralità e recitabilità nella trilogia romanzesca kafkiana”, sia nel contributo di M. Massalongo. Con il suo articolo, “Kafka’s American Dream”, si evidenzia la spinta alla trasposizione teatrale dei romanzi, il “linguaggio in via di estinzione” (secondo le parole di T. Adorno),  così come la forte autonomia di alcuni di alcuni capitoli (per esempio <em>Davanti alla legge</em>) che si prestano a diventare racconti. </p>
<p>Alla gestazione degli incipit de <em>Il Castello </em>W. Busch dedica un saggio, “Come arrivare al Castello? Note sui due incipit del romanzo”, in cui emergono le differenti vie di percezione e di conoscenza della scrittura kafkiana, la potenza (forse) non solo astorica della sua scrittura. Lo studio delle ispirazioni kafkiane è il tema del saggio “Erotismo e letteratura. Le illustrazioni delle <em>Memorie</em> di Casanova e <em>Il Processo</em> di Kakfa” di G. Massimo, che indaga le dinamiche erotiche del romanzo alla luce della vita di Giacomo Casanova. </p>
<p>Il motivo della colpa è presente in “L’identità modale nei personaggi di Kafka” di G. Bottiroli, in cui viene sondata la nozione di identità che emerge dall’opera di Kafka, il suo snodarsi tra legge e caos, il suo non essere una somma di proprietà, bensì un elemento in continuo divenire. Il rapporto legge-colpa nel <em>Processo </em>è inoltre il fulcro del contributo di I. Schiffermüller la quale,  in “La fine prescritta. Procedere nel <em>Processo</em> di Franz Kafka”, insiste sulla necessità  di una legge percepita dallo scrittore,  in cui “il singolo [è] coinvolto nell’esigenza di un giudizio” (p. 67).</p>
<p>	L’edizione della preziosa rivista diretta da Marino Freschi, e supportata da un comitato scientifico prestigioso, è corredata da una bibliografia scelta dedicata all’autore, una selezione di recensioni  e arricchita da  illustrazioni delle <em>Memorie</em> di Casanova.</p>
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		<title>Le frontiere del west</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2009 15:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Bordin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Scaffali]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le frontiere del Far West: forme di rappresentazione del grande mito americano</em>, una collettanea il cui titolo richiama luoghi lontani nello spazio e nel tempo, esce alla fine del 2008 per la collana “I libri di Ácoma”, pubblicata dalla Shake Edizioni di Milano. Come annuncia il titolo, il libro riporta a noi terre e rappresentazioni lontane (<em>far</em>), ma che sono tornate a popolare per una giornata l’Università di Bergamo, che ha ospitato il 17 Dicembre 2007 il convegno “Le frontiere del Far West,” da cui procede il volume.<br />
In copertina, una foto color seppia di una prateria e alcuni tepee mette in primo piano due dei tre elementi cardine che costituiscono il grande mito americano, ovvero l’espansione verso Ovest della frontiera, e preannuncia i saggi che troveremo all’interno sul ruolo che la natura e i Native Americans hanno giocato nella creazione dell’uomo nuovo americano. Visto che il volume si propone di parlare di rappresentazioni “del grande mito americano”, non poteva mancare nell’immagine di copertina un richiamo al terzo elemento chiave nella costruzione del mito del Far West, ovvero la presenza dell’uomo bianco: i caratteri tipografici della parola “West” del titolo sembrano riprodotti con la tecnica dello stencil, che li rende imperfetti a livello grafico, quasi fossero fatti a mano su un asse di legno e ormai sbiaditi nel lungo percorso temporale e spaziale che ha portato la mitologia del lontano West fino a noi.<br />
Mi sembrava doveroso entrare nel libro lentamente, fornendo una descrizione dell’ambiente grafico del volume, a richiamo di molte aperture filmiche che hanno reso il genere western immortale. Perché, quando si parla di western, bastano pochi dettagli visivi per far capire di che genere si tratta, tanto è stato usato, proposto e visto, sia nella versione letteraria che in quella cinematografica, di sicuro la più conosciuta al di fuori degli Stati Uniti e in Italia. E nonostante il western si veda ormai come qualcosa di appartenente al passato e non più in voga, Rosso sottolinea quanto sia ancora presente nelle nostre vite, nelle forme di rappresentazione e di retorica alle quali veniamo sottoposti tuttora nel XXI secolo. Nato all’inizio nel XIX secolo, confermatosi nella seconda metà dell’Ottocento, il western è stato capace di trasformarsi, adattarsi e parlare a ogni momento storico della realtà americana, varcando poi i confini nazionali e giungendo a essere materia di studio e di interesse anche in altri paesi, tra cui l’Italia, che al genere ha dato anche il suo personale contributo grazie a Sergio Leone. Sebbene il momento d’oro del western (soprattutto cinematografico) si sia concluso con l’inizio degli anni Settanta, è pur vero che espressioni temporalmente più vicine a noi ci spingono a continuare a riflettere su questo genere, come <em>Le frontiere del Far West</em> ben ci dimostra.<br />
Fatta eccezione per l’introduzione del curatore, il volume si compone di dieci contributi di studiosi italiani che analizzano con approcci diversi il tema del western e della frontiera, ognuno privilegiando varie posizioni critiche, dall’analisi culturale dei testi letterali alla <em>New Western History </em>o all’analisi filmica. Richiamando i tre elementi citati sopra come centrali nella mitologia western (l’uomo bianco, l’indiano, il paesaggio), molti fra gli studiosi hanno privilegiato l’analisi del setting che fa da sfondo alle avventure western. Bruno Cartosio analizza da storico come è venuta a crearsi la frontiera e la sua mitologizzazione alla fine dell’Ottocento; Marcella Schmidt di Friedberg si concentra sull’idea di parco nazionale, e sapientemente osserva come il concetto di <em>wilderness </em>cambi nel corso dell’Ottocento e diventi da terra vuota a disposizione dell’uomo bianco per forgiare il nuovo paese a elemento da preservare e proteggere. Nuccio Lodato analizza il rapporto città/spazio aperto, coppia di opposizioni che nel genere western pende indubbiamente dalla parte dell’a-urbanità, senza per questo diventare rurale. Anche Sergio Arecco si occupa di paesaggio, mettendo in relazione la scuola pittorica dell’Hudson River con i paesaggi filmici di pietre miliari del genere, come la pentalogia di Anthony Mann, e andando a recuperare perfino il cortometraggio <em>The Redman’s View </em>di Griffith del 1909. Giorgio Mariani dà invece spazio alla voce indiana, poiché ricerca la presenza del genere western nel romanzo <em>Indian killer</em> (1996) di Sherman Alexie, scrittore indiano-americano, e lo compara con il film di John Ford <em>Sentieri selvaggi </em>(1956), prendendo come elemento di comparazione il tema della vendetta e della violenza, mentre Stefano Ghislotti analizza le “scazzottate” dei protagonisti bianchi come elemento che vuole suscitare empatia e risposta fra il pubblico.<br />
I saggi si potrebbero anche organizzare suddividendoli lungo una linea cronologica invece che tematica. Prendendo la fine degli anni Sessanta come spartiacque fra genere western classico e post-western, due autori si concentrano su quanto, anche nel mondo post-moderno, le retoriche del western siano centrali anche se rivisitate. Stefano Rosso, nel suo saggio “Post-western esemplari: <em>Lonesome Dove </em>di Larry McMurty e <em>Blood Meridian</em> di Cormac McCarthy,” analizza due esempi di western in letteratura successivi agli anni Sessanta, ed evidenzia come nel genere post-western trovino spazio quelle voci che nel western classico erano state rese afone dalla rigida dicotomia cowboy-indiani; Elena dell’Agnese (“Sempre in sella. Costruzioni e ricostruzioni del mito del cowboy tra geopolitica popolare e relazioni internazionali”) rintraccia le dinamiche del cowboy-sulla-frontiera in tre film contemporanei come <em>Toy Story</em>, cartoon della Pixar del 1995, <em>Three Kings</em>, film di guerra del 1999, e <em>Hidalgo. Oceano di fuoco </em> del 2004; anche Barbara Crespi, pur occupandosi del paesaggio, segnala la fine della visione paesaggistica alla John Ford mentre rintraccia nella presenza della figura del <em>tumbleweed</em> (il cespuglio rotolante) l’era crepuscolare del genere.<br />
Unica voce fuori da una possibile catalogazione sia per i temi classici natura-cowboy-indiano sia in senso cronologico sembra quella di Erminio Corti, il cui approccio muove da una prospettiva diversa. Stimolante è la sua analisi nei <em>corridos </em>dell’eroe contro-western, ovvero del ribelle e del fuorilegge messicano che quasi sempre costituisce l’antagonista nella visione anglo-americana, e che spesso viene dimenticato a causa dell’opposizione cowboy-indiano che ha predominato nella storiografia statunitense fino agli anni Sessanta del secolo scorso e che invece sta reclamando, a ragione, visibilità negli studi più recenti.<br />
Di sicuro, il volume va a colmare un buco nella produzione critica in italiano, che  sembra non occuparsi di western recentemente, come dimostra la bibliografia dell’introduzione, con solo tre titoli in italiano<sup>1</sup>. Il volume si presenta come un contributo notevole nel panorama italiano, soprattutto per la sua natura multidisciplinare, dimostrata dalla provenienza accademica degli autori, che spazia da letterati, a studiosi di cinema, storici, ispanisti e geografi. Un approccio interdisciplinare agli studi, oltre a essere ormai un’esigenza nelle accademie, è anche in grado di rendere omaggio all’ampiezza di un genere spesso relegato alla serie B delle produzioni culturali e che, invece, continua a dimostrare la sua creatività e capacità di rigenerarsi. Il volume si propone come contributo originale, dando spazio a letture del momento classico del western ma anche a produzioni recenti, senza dimenticare voci minoritarie nella mitologia del genere, mettendo in relazione passato e presente. Una pratica, quindi, che non pretende di fissare una scienza esatta del western ma che sottolinea come il genere nella sua totalità si possa cogliere solo nel dialogo dei vari elementi che nel corso degli anni hanno dato vita a questi prodotti culturali. L’apertura della coppia classica cowboy-indiano fa quindi presagire che molto lavoro è ancora da fare e che questo, si spera, non sarà un volume destinato a restare solo.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_156" class="footnote">Tutti i titoli nella bibliografia dell’ introduzione sono in inglese, o nella loro traduzione italiana. Gli unici testi di autori italiani sono <em>Contadini e operai in rivolta. Le gorras blancas in New Mexico </em>di Bruno Cartosio (2003), <em>La penna e il tamburo. Gli indiani d’ America e la letteratura degli Stati Uniti </em>di Giorgio Mariani  (2002) e <em>Un fascino osceno. Guerra e violenza nella letteratura e nel cinema</em> di Stefano Rosso (2006).</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Storie personali: Intervista a Theodore Zeldin</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 08:37:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Masturah Alatas</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[[lang_it]<em>Lo storico britannico Theodore Zeldin è professore emerito presso il  St Antony’s College della Oxford University. Tra le sue opere</em> An Intimate History of Humanity <em>(1994; tr. it. di Bianca Lazzaro, Storia Intima dell’umanità, Donzelli 1999),</em>  The French <em>(1982) e </em>Conversation: How Talk Can Change Your Life <em>(1998; tr. it di Roberto Cagliero, </em>La conversazione: di come i discorsi possano cambiarci la vita<em>, Sellerio 2002)</em>. <em>La  Oxford Muse (<a href="http://www.oxfordmuse.com">www.oxfordmuse.com</a>), della quale è fondatore e presidente, è una fondazione che si propone di mettere in pratica le idee di quest’ultimo libro.</em>[/lang_it]
[lang_en]British historian Theodore Zeldin is  emeritus fellow of St Antony’s college, Oxford University. Among his works are An Intimate History of Humanity (1994),  The French (1982) and Conversation: How talk can change your life (1998). The Oxford Muse (www.oxfordmuse.com), of which he is the founder and president, is a foundation committed  to putting the ideas of this latter book into practice.[/lang_en]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando gli scrittori disegnano ritratti delle nazioni, come hanno fatto Theodore Zeldin con la Francia e Luigi Barzini ed Enzo Biagi, tra gli altri, con l’Italia, nel domandarsi “Chi sei tu, questo paese del quale mi accingo a scrivere?”, assumono una certa distanza dal loro soggetto, come fa un pittore con una bella donna sul divano. Ma il pittore e la sua musa probabilmente scoprono più cose l’uno dell’altro nel tempo che occorre per realizzare il ritratto di quanto chi guarda il ritratto finito mai scoprirà sull’artista e il suo modello. È questo ciò che rende essenzialmente differente i ritratti scritti da quelli visuali. Quando i ritratti delle nazioni sono una collezione di storie personali, uno conosce in egual misura tanto lo storico quanto gli individui che narrano le loro storie. In primis, questi ultimi ti dicono quello in cui lo storico è interessato; che era sufficientemente interessato a noi da scrivere su di noi.   </p>
<p>Essere curioso di qualcosa o qualcuno è un umile riconoscimento del fatto che non sappiamo tutto, o che non siamo soddisfatti di quello che sappiamo. Zeldin dice che gli occidentali non hanno assorbito le esperienze e le lezioni di altre civiltà. Ma lo stesso si può dire di molti non occidentali. Come scrivono la storia culturale gli storici non occidentali? </p>
<p>Zeldin c’invita a pensare agli interessi personali non più entro i confini della propria nazione, classe, etnia, professione, religione, genere ed età. Nelle sue conversazioni con gli individui Zeldin scopre il senzatetto che si reca nella biblioteca pubblica per leggere i classici, e facchini immigrati e cameriere d’albergo che erano ragionieri e infermiere nei loro paesi d’origine. Le loro storie ci dicono che essere istruiti e acculturati è ancora un’aspirazione fondamentale, anche se magari non è fonte di guadagno. Sapere che le persone aspirano a migliorare se stesse crea affinità, rispetto, rompe con gli stereotipi e muta le nostre aspettative sulle persone. </p>
<p>Questo è il motivo per cui Zeldin propone di prestare maggiore attenzione alla conversazione nella sfera sociale, in attesa che le cose cambino in quella politica, cosa che può richiedere molto tempo. Zeldin menziona la Western-Eastern Divan Orchestra, nata nel 1999, e la cosa interessante è che la sua esistenza si deve a Edward Said, l’intellettuale palestinese recentemente scomparso, e al Daniel Barenboim, direttore d’orchestra e pianista israeliano, che, incontratisi per caso nella sala di un hotel londinese, iniziarono a conversare e divennero grandi amici. Le orchestre però non sono Stati, e talvolta gli individui rappresentano se stessi e non le loro nazioni. Tuttavia, sapere che un’orchestra di spicco che produce musica meravigliosa è il risultato di un’amicizia privata, della condivisione di due storie personali, e non di negoziati pubblici e colloqui di pace – che pure sono necessari ma non sufficienti – è motivo di ottimismo.</p>
<p><strong>Cito dal suo libro <em>Storia intima dell’umanità</em>: “Socrate era eccezionalmente brutto, quasi grottesco nella sembianza, ma ci ha dimostrato come due individui possano diventare belli l’un per l’altro per il modo in cui parlano”.</strong></p>
<p>È una cosa molto preziosa che le persone possano parlare nonostante le loro diversità. Abbiamo cercato di scoprire chi siamo, ma la vera domanda è “chi è l’altro?” È impossibile rispondere alla domanda “chi sono io?” E’ molto più utile chiedersi “chi sei tu?” </p>
<p><strong>“Ogni uomo porta l’intera forma della condizione umana”, disse Montaigne. Molti critici hanno fatto notare come nel suo libro <em>Storia intima dell’umanità </em>lei abbia fatto parlare soprattutto i francesi. È solo un tributo alla grande tradizione microstorica della scuola francese de <em>Les Annales</em> o c’è nello spirito di questa nazione la capacità di guardare dentro l’umanità che l’ha sempre contraddistinta?</strong></p>
<p>No, i francesi non sono gli unici interessati a tutto ciò che è umano. Tanti storici si occupano di grandi movimenti. A me interessa combinare prospettive microscopiche con una telescopica. Purtroppo non è vero quello che dice Montaigne. Gli occidentali non hanno ancora assimilato le esperienze e le lezioni delle altre civiltà, quella cinese, azteca, indiana, araba e tante altre. Mi sento un prigioniero, stando dentro un solo villaggio, un solo paese, un solo tempo. Voglio dare l’opportunità alle persone di assaporare tutto ciò di cui gli umani sono stati e sono capaci di fare. Voglio dare un menu alle persone. Le persone non saranno libere di scegliere finché non verrà dato loro un menù che mostra i successi e le aspirazioni dell’umanità. </p>
<p><strong>Tante persone nei suoi libri, dai più celebri ai più comuni, comunicano la sensazione liberatoria che la storia deve essere vissuta con leggerezza e disincanto, senza sensi di colpa, senza processi, senza giudizi. Cosa risponde all’affermazione di Brecht che “bisogna vigilare sulla storia perché il ventre della bestia è ancora gravido”?</strong></p>
<p>Che significa? Significa che tante cose possono succedere, o vuol dire che la bestia è una bestia?</p>
<p><strong>Credo che Brecht voglia intendere che tante cose brutte possono potenzialmente accadere. </strong></p>
<p>Sì, lo penso anch’io. Beh, Brecht è uno che vede il mondo grigio se non nero. Sono d’accordo: il mondo è terribile, ovunque accadono cose intollerabili, ma a me in questa grande oscurità interessa trovare dei piccoli spiragli attraverso i quali cogliere un po’ di gioia, un po’ di speranza per rendere le nostre vite più leggere. Può fare poca differenza e la gente continuerà a combattere e uccidersi, ma ogni essere umano deve cercare di raggiungere qualcosa nella vita e preferisco che cerchi qualcosa di bello piuttosto che uccidere il prossimo.</p>
<p><strong>Lei auspica una nuova storia che parta proprio dall’incontro di due persone. Ritiene che questa sia possibile senza l’apporto delle masse, degli eserciti e dei partiti?</strong></p>
<p>Sì, credo davvero che sia possibile. Secondo me, l’opinione che le masse, gli eserciti e i partiti sono cose che cambiano il mondo è erronea. Il cambiamento accade quando c’è un incontro fra due persone e l’uno cambia la mentalità dell’altro.</p>
<p><strong>Potremmo dirlo agli israeliani e ai palestinesi.</strong></p>
<p>Hanno ambedue dimostrato che la forza militare non serve. L’esercito israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti, non è stato in grado di sconfiggere i palestinesi. Ma Barenboim è riuscito, con la sua <em>East-West Symphony Orchestra</em>, a mettere insieme musicisti che provengono da nazioni ostili per fare musica insieme con gioia. Quello che voglio dire è che se prendiamo due persone da tutte e due le parti e le imprigioniamo nella stessa stanza per tre anni, alla fine capiranno che sono tutte e due esseri umani e devono per forza imparare a vivere insieme. Persone rapite e tenute sotto sorveglianza dalle guardie finiscono per fare amicizia con loro. Certamente questo è un caso estremo. Anche se le passioni delle masse sono sempre state potenti, in ogni epoca ci sono stati individui che hanno trovato il modo di resistere a tali forze. Si sono resi conto che hanno il potere di essere differenti. Da sola, una persona può sentirsi inutile, ma due individui insieme possono farsi coraggio. La coppia, due persone insieme che si impegnano a capirsi, è all’origine del cambiamento nella vita privata, e forse anche nella vita pubblica. Lei piuttosto, che viene dalla Malesia, ha studiato in America e Gran Bretagna e vive in Italia, mi sembra essere una specie di nomade.</p>
<p><strong>Sì, può definirmi così. Ma non lo dica forte, perché quelli che tengono a me vogliono che io rimanga ferma nello stesso posto per un bel po’.</strong></p>
<p>Lei appartiene a una… non direi nazione, ma a un’affinità di persone di tutto il mondo che si spostano e si sentono a proprio agio in tanti luoghi diversi. Credo che ci siano milioni di persone come lei. L’unico problema è che non avete lo stesso passaporto. Credo che con Internet scopriremo che siamo un gruppo di persone con un potere particolare.</p>
<p><strong>Lei parla di storie insolite come la storia dell’ospitalità, della paura, dei progressi nella cucina e nel sesso&#8230; Quali sono le altre storie da raccontare, quella del grattarsi, del ridere e del piangere? Come conoscere quel terreno inesplorato lungo il quale l’avventura umana deve ancora cominciare?</strong></p>
<p>Sì, ci sono storici che si occupano di questi argomenti apparentemente frivoli. Sono molto grato a loro perché mettono a disposizione informazioni ricchissime. Ma non è tanto l’argomento che conta quanto l’approccio. Io uso la storia per illuminare le aspirazioni delle persone, per aiutarle a capire ciò che è, o che è stato, possibile o impossibile. </p>
<p><em>Intervista rilasciata il 31 gennaio 2009.</em></p>
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		<title>Il western americano nella critica</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Feb 2009 15:05:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Rosso</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

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		<description><![CDATA[Il western, nelle sue varie forme (letteratura, cinema, pittura, fumetti, serie televisive, ecc.), ha avuto dagli inizi del Novecento agli anni Settanta una fortuna straordinaria. Tuttavia la critica, in particolare quella letteraria, ha esitato a considerare il western come un oggetto degno di analisi. Questo saggio passa in rassegna le opere critiche principali sull’argomento e indica alcuni percorsi per future ricerche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fenomeno della diffusione planetaria del western è ineguagliabile. Non esiste al mondo nessun genere a più alta “riconoscibilità”. È sufficiente prendere uno o più tratti distintivi del western (due pistoleri che si affrontano nella via centrale di una piccola città, una mandria che attraversa un corso d’acqua scortata da vaccari urlanti con cappelli tipici e fazzoletti al collo, un assalto alla diligenza in una carrareccia nel deserto, silhouette di indiani su un crinale, ecc.) e chiunque, quasi in qualsiasi parte della terra, riconoscerà il genere, comprenderà la situazione, metterà in azione un preciso orizzonte d’attesa.<br />
Il western nasce come prodotto culturale esclusivamente statunitense ed è il frutto di condizioni storiche, politiche, sociali e culturali decisamente uniche. Al tempo stesso, come gli storici americanisti ci hanno insegnato, è caratterizzato da una costruzione mitica che è andata crescendo con il passare del tempo, raggiungendo il suo apice di “creatività” ideologica negli anni Novanta dell’Ottocento. Tale decennio è infatti segnato, non solo simbolicamente, da due pubblicazioni molto significative sull’argomento: il voluminoso <em>The Winning of the West</em> (1889-1896) di Theodore Roosevelt e il conciso “The Significance of the Frontier” del giovane storico Frederick Jackson Turner (1894), il saggio che sarebbe diventato il più citato in assoluto nella storiografia statunitense<sup>1</sup><br />
Più di un secolo è passato dalla celebrazione mitica della conquista dei territori del Sud-Ovest e del Nord-Ovest degli Stati Uniti da parte di Roosevelt, Turner e dei loro seguaci, celebrazione che aveva messo in secondo piano, quando non totalmente rimosso, lo sterminio della maggior parte dei nativi americani, la politica imperialistica nei confronti del Messico, lo sfruttamento di grandi masse di uomini e donne che si erano diretti verso ovest allettati dalla speranza di una rapida fortuna che arrise in realtà a pochissimi, la presenza molto consistente di afro-americani liberi, di asiatici, ecc. Gli studi degli ultimi trent’anni, in particolare quelli dei cosiddetti New Western Historians (D. Worster, P.N. Limerick, W. Cronon, J.M. Faragher, R. White, D.J. Weber, ecc.) hanno radicalmente modificato questo settore di ricerca. Ma il ritardo con cui gli studi storici hanno modificato lo stato del sapere è ancora maggiore quando si passa a verificare i risultati della critica letteraria.<br />
La critica letteraria, infatti, ha faticato ad affrontare il fenomeno western perché troppo a lungo si è  rifiutata di considerare i generi popolari come degni di analisi. Questo emergeva in modo evidente nel fondamentale <em>Virgin Land: The American West as Symbol and Myth</em> (1950) di Henry Nash Smith, forse il primo studio che affrontò seriamente il West (letterario) e lo definì un “mito” fondativo della cultura americana<sup>2</sup>. Smith sosteneva che la “cultura” del West aveva avuto un ruolo cruciale nella costruzione della letteratura statunitense fin dall’inizio dell’Ottocento. Il suo eroe principale, l’uomo della frontiera, aveva un atteggiamento ambivalente se non decisamente ostile alla “civiltà” della costa Est; l’altro personaggio centrale, lo “yeoman” (l’agricoltore), non pareva adatto a raggiungere lo status di figura eroica nel nascente “immaginario” dell’Ovest e infatti non divenne mai centrale né nel romanzo né nel cinema. Entrambi però manifestavano una sorta di nostalgia per un passato agrario-pastorale che sicuramente avrebbe alimentato la fortuna del western. Smith si serviva di testi di vario tipo (articoli di giornale, documenti legali, diari), ma quando faceva riferimento alla letteratura tendeva a dimenticare quella popolare.<br />
Anche nel fondamentale <em>The Machine in the Garden: Technology and the Pastoral Ideal in America </em>(1964) di Leo Marx, in cui veniva affrontato l’incontro tra l’ideale naturalistico e il progresso tecnologico, l’indagine tendeva ancora a prediligere la letteratura “alta”. Marx rintracciava l’immagine di un giardino dell’Eden nella letteratura americana del Settecento e vedeva nel corso del secolo successivo uno scontro tra la nuova società urbana legata al progresso tecnologico e i miti rurali sostenuti dai jeffersoniani. Questo scontro avrebbe dato vita, secondo Marx, a tre forme di “pastorale” che avrebbero caratterizzato l’epoca: quella trascendentalista proposta da Thoureau e da Emerson, quella tragica, caratteristica di Hawthorne e Melville, quella vernacolare di Mark Twain. Come emerge chiaramente dai nomi degli autori considerati da Marx si tratta ancora di letteratura “alta”.<br />
La situazione si modifica lentamente negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso per due motivi principali. Il primo è l’uso spregiudicato di teorie sociologiche e psicanalitiche come quelle proposte da critici controcorrente, radicalmente ostili al New Criticism, primo fra tutti Leslie Fiedler. Nel suo <em>Amore e morte nel romanzo americano</em> (1960), egli sostiene, tra l’altro, che la narrativa degli Stati Uniti dal 1780 al 1950 si distingue da quella europea per l’incapacità di rappresentare il rapporto amoroso fra uomo e donna, e lo sostituisce con ossessioni di morte, di incesto e di omosessualità (latenti). Tesi provocatoria che apre gli studi a generi “maschili” come il western e a due secoli di cultura popolare di cui Fiedler dimostra di essere uno straordinario conoscitore. Nel frattempo compaiono saggi che cominciano a dimostrare una ricerca approfondita del mondo letterario (come quello di Edwin Fussell). Il secondo motivo dipende dal progressivo recupero del western hollywoodiano avviato dalla critica cinematografica francese negli anni Cinquanta, in particolare dai <em>Cahiers du cinema </em>e dalla diffusione della cosiddetta “politique des auteurs”, sostenuta da André Bazin e da François Truffaut, che portò alla rivalutazione di registi come John Ford e Howard Hawks<sup>3</sup>.<br />
Dopo i fermenti culturali degli anni Sessanta, i generi di massa (poliziesco, spionistico, fantascientifico, horror, rosa, ecc.) furono sempre più frequentemente accettati tra i materiali degni di studio e anche il western fu finalmente preso in considerazione, in un primo momento solo da parte di sociologi e storici, e più tardi anche da parte di critici letterari di varie tendenze che si erano aperti all’interdisciplinarità<sup>4</sup>.<br />
Fiedler era ritornato sull’argomento con <em>The Return of the Vanishing American </em>(1968), concentrandosi sul mito dell’Indiano e mettendo soprattutto in evidenza la grande capacità dell’uomo bianco di costruire miti durevoli e innovativi, ancorché ideologicamente controversi, proprio a partire dal ruolo simbolico di una popolazione che era riuscito a sterminare. Fu a quell’epoca che uscì, a opera di John Cawelti, <em>The Six-Gun Mystique </em>(1970), il primo studio che tematizzava con precisione e completezza l’argomento, per quanto fosse troppo dipendente da uno strutturalismo ancora acerbo, come emerge dalla separazione troppo netta tra gli aspetti testuali e le dinamiche sociali soggiacenti al genere, difetto peraltro frequente all’epoca. Sulla scia di Cawelti, che è ritornato sull’argomento con una eccellente versione radicalmente modificata del suo saggio nel 1999, e che rimane uno dei testi migliori sull’argomento<sup>5</sup>, il sociologo Will Wright propose una interessante tassonomia delle varianti western che aveva lo scopo e l’ambizione di spiegare il mito del West e della Frontiera sulla base dei grandi cambiamenti della società americana degli ultimi due secoli (<em>Sixguns &#038; Society</em>, 1975)<sup>6</sup>.<br />
Ma l’opera che più di tutte rivoluzionò gli studi sul western si deve, in quegli stessi anni, allo storico Richard Slotkin; in <em>Regeneration through Violence: The Mythology of the American Frontier, 1600-1860 </em>(1973) egli infatti ricercava la chiave per leggere le peculiarità del “carattere americano” nella mitologia che il paese si era dato fin dagli inizi della colonizzazione inglese del Nuovo Mondo. Secondo Slotkin i coloni puritani avevano visto nei territori di oltremare un luogo ideale, una sorta di nuovo Eden in cui &#8220;rinascere a nuova vita&#8221; sotto molteplici aspetti: spirituale, economico e politico (cioè orientato verso la costruzione di un&#8217;identità nazionale indipendente dall&#8217;oppressione e dall&#8217;influenza britannica). In questa prospettiva la violenza (contro i nativi, contro la natura, contro la madrepatria, contro gli altri colonizzatori e contro i dissidenti religiosi) aveva avuto un ruolo cruciale. Anzi, con il passare del tempo – come Slotkin cercava di dimostrare attraverso una lunga e sorprendente analisi che dai primi racconti delle guerre indiane (Indian War Narratives) arriva fino a Daniel Boone e al ciclo di Leatherstocking (Calzadicuoio) di Cooper – la violenza era diventata la metafora &#8220;strutturante&#8221; (“structuring”) della colonizzazione anglosassone dell&#8217;America che la cultura statunitense, senza mai indagarla, si limitava a vedere come realizzazione positiva e inevitabile del Manifest Destiny<sup>7</sup>.<br />
Slotkin avrebbe completato il suo quadro storico in due volumi successivi altrettanto ponderosi, <em>The Fatal Environment </em>(1985) e <em>Gunfighter Nation </em>(1992), che arrivano rispettivamente fino agli anni Novanta dell’Ottocento e al periodo post-Vietnam. Nonostante alcune oscillazioni di accento, nella formidabile trilogia la violenza ha una centralità assoluta e per certi aspetti sembra quasi costituire lo strumento per distinguere la cultura americana dalle culture europee.<br />
Non sono mancate le critiche, come quelle espresse dalla nota americanista Myra Jehlen: Slotkin, e certi aspetti degli American Studies successivi alla Guerra del Vietnam, potrebbero essere accusati di avere indebolito i termini del discorso storico introducendo categorie psicologistiche che inducono a spiegare il passato soprattutto in termini di patologia<sup>8</sup>. Che lo studioso statunitense abbia fondato con rigore storico la sua analisi o abbia talvolta assolutizzato i termini del suo discorso trasformandolo in una visione totalizzante di tipo junghiano non è questione che può essere affrontata in questo breve saggio. Certo è che Slotkin ha più di chiunque altro il merito di aver messo in evidenza il ruolo pervasivo della violenza nella letteratura e nella cultura dell&#8217;America coloniale britannica e successivamente degli Stati Uniti, e per la prima volta ha sottolineato con vigore che tale violenza è stata spesso accompagnata da una mitologia della rinascita, cruciale anche nel western.<br />
Dopo e anche grazie a Slotkin gli studi sul western sono cresciuti dando vita ad analisi che hanno messo l’accento sull’incontro/scontro tra culture che ebbe luogo nel corso dell’Ottocento nei territori del West. Tali studi, fortemente indebitati con la “New Western History” di cui si è detto prima, mettono seriamente in dubbio la visione proposta da Frederick Jackson Turner nel suo intervento del 1893 e cioè che la vita avventurosa nei territori di frontiera sia stato un motore essenziale per la democrazia americana e per l’individualismo peculiare che la caratterizza<sup>9</sup>. Come si è scritto sopra, alcuni storici che si sono mossi in questa direzione con risolutezza hanno fornito ai letterati il terreno per una rilettura di <em>tutta </em>la storia della conquista del West che metta in luce il punto di vista di coloro che avevano pagato duramente l’espansione verso ovest: anzitutto le popolazioni indiane, ma anche quelle messicane e messiconordamericane, le afroamericane e asiaticoamericane, e quei lavoratori bianchi sfruttati (cowboy, braccianti, minatori, lavoratori delle ferrovie ecc.) il cui nemico erano stati i loro rispettivi padroni più degli indiani: grandi allevatori, proprietari e speculatori terrieri, compagnie ferroviarie e minerarie. Inoltre comincia a essere finalmente indagato il ruolo, a lungo misconosciuto, delle donne che parteciparono alla “conquista del West”. Raccontare la “vera” storia di quel periodo dà anche l’avvio a quel processo di profonda revisione – secondo alcuni critici più moderati non privo di eccessi e di forzature – di tutta la produzione culturale (letteraria, cinematografica, storica) che aveva generato e alimentato la diffusione del mito della “frontiera” e del “Far West” nel corso del Novecento, non solo nella cultura popolare ma persino nei modelli del comportamento sociale e nell’uso del linguaggio, come emerge nella retorica western che spesso caratterizza profondamente i discorsi dei politici e degli stessi presidenti americani, da Kennedy a Johnson, da Reagan a Bush. Tale compito “revisionista” non è stato svolto solo da studiosi bianchi: anche se con notevole ritardo le voci dei nativi – romanzieri, poeti, storici, studiosi di letteratura – hanno introdotto prospettive inedite (si pensi per esempio all’accento posto sull’oralità delle narrazioni indiane nel racconto scritto)<sup>10</sup>.<br />
Anche i <em>gender studies </em>si sono rivolti al western con ritardo: forse il motivo va ricercato nel luogo comune che il western è un genere (in realtà è molto più di un genere, è una “visione” ampia, quasi una <em>Weltanschaung</em>) così inequivocabilmente basato su un punto di vista patriarcale e maschilista che non varrebbe neppure la pena affrontarlo criticamente. In realtà la subalternità femminile del western non è poi così diversa da quella che si può rinvenire in altri generi popolari come il poliziesco <em>hard-boiled</em>, il gangster, il noir o il romanzo rosa e in ogni caso è molto riduttivo leggere il western come semplice “genere maschilista”.<br />
Nell’ambito delle preoccupazioni di <em>gender</em> vanno segnalati almeno due studi, a loro modo eccentrici, che costituiscono un buon punto di partenza per uno studio che dovrà essere ulteriormente articolato.<br />
Il primo è <em>West of Everything: The Inner Life of Westerns </em>(1992) di Jane P. Tompkins, una studiosa statunitense che si era già segnalata per l’altrettanto provocatorio <em>Sensational Designs: The Cultural Work of American Fiction </em>(1985). In quel primo studio aveva sostenuto che la letteratura “sensazionalista” dell’Ottocento, nella quale includeva la pentalogia dei “Leatherstocking Tales” di James Fenimore Cooper, non può essere letta dalla prospettiva delle teorie neocritiche che sostengono il primato della “eccellenza estetica” caratteristico del “Rinascimento americano” proposto da Francis Otto Matthiessen (ambiguità, densità, complessità, ecc.) ma piuttosto in un’ottica interna ai codici apparentemente semplici del melodramma e dello spettacolare, codici dominanti presso un pubblico interessato ai temi dell’avventura e del romanzo sentimentale legato al culto della domesticità del secondo Ottocento. In <em>West of Everything </em>Tompkins prosegue nel suo lavoro di provocazione degli American Studies proponendo varie tesi, la più evidente delle quali è che la grande esplosione del western classico in letteratura all’inizio del Novecento – innanzitutto con le opere di Owen Wister e Zane Grey, e poi quelle dei vari Ernest Haycox (1899-1950), A.B. Guthrie (1901-1991), Max Brand (1892-1944), Frederick Manfred (1912-1994), Conrad Richter (1890-1968), Luke Short (Frederick Glidden, 1908-1975), Walter Van Tilburg Clark (1907-1971), Elmore Leonard (1925) fino a Louis L’Amour (1908-1988) – sarebbe stata una risposta al culto della domesticità affermatosi nei decenni precedenti.<br />
Da un lato non si può non riconoscere che i valori del western sembrano effettivamente antagonisti rispetto a quelli della domesticità: venerazione di un eroe solitario o comunque portato a preferire legami solo maschili (<em>male bonding</em>), primato dell’azione (maschile) sulla parola, il pensiero e il compromesso (concepiti come femminili), visioni della vita e della morte apparentemente anti-cristiane e quindi contrarie al ruolo cruciale della cultura religiosa nel romanzo femminile dell’epoca, e, soprattutto, primato della violenza come mezzo per la soluzione dei conflitti in opposizione alla politica della negoziazione e di un percorso etico edificante e sostenibile. Al tempo stesso, però, la tesi di Jane Tompkins viene espressa in termini estremamente assertivi, tralasciando di prendere in considerazione aspetti che hanno sicuramente favorito l’affermazione del western. Innanzitutto la diffusione, forse per la prima volta nella storia della cultura americana, di un ideale marziale. Negli anni che precedettero la guerra imperialista contro la Spagna (1898), come è attestato da vari studi di storici, si diffusero negli Stati Uniti idee marziali-nazionalistiche, e la figura del soldato, sebbene in modo ambiguo come nel noto <em>The Red Badge of Courage </em>di Stephen Crane, divenne un modello di eroismo inedito nel mondo americano<sup>11</sup>. In questi stessi anni la crisi di identità che aveva afflitto il maschio americano per buona parte del secolo principalmente a causa dei grandi sovvolgimenti nel mercato del lavoro (nel passaggio, cioè, da una cultura agrario-pastorale a una industriale a forte urbanizzazione) sembrava avere trovato una valvola di sfogo nella diffusione degli ideali del mondo dello sport, anche in questo caso in modo decisamente inedito<sup>12</sup>.<br />
Tompkins non sembra tanto interessata a ricostruire il background storico-culturale nel quale collocare il successo del western, già anticipato dalla fama raggiunta dalle opere di James Fenimore Cooper nell’Ottocento, dalla grandissima diffusione dei cosiddetti <em>dime-novels </em>nella seconda metà del secolo e da opere di tipo storico-divulgativo come il già citato <em>The Winning of the West </em>di Theodore Roosevelt; la centralità che attribuisce all’opposizione “western vs. culto della domesticità” può pertanto essere accusata di determinismo semplificativo e di tendenza alla totalizzazione.<br />
Tuttavia va riconosciuto che una serie di domande poste da Tompkins possono diventare produttive per studi futuri. Per esempio Tompkins si chiede quale tipo di fuga viene proposta dal western: è una fuga dalle responsabilità sociali, come quella che in parte già traspare in <em>The Adventures of Huckleberry Finn </em>(1884) di Mark Twain, oppure è una fuga dalla routine di un mondo del lavoro diventato ripetitivo e alienante, o entrambe le cose? E come si spiega che un ampio settore del pubblico femminile abbia amato il western (letterario e soprattutto cinematografico) per buona parte del Novecento, accettando una visione dei rapporti di <em>gender</em> chiaramente favorevole al maschile? Quali sono le forze che spingono le donne a guardare alla vita delle donne in una prospettiva contraria ai loro interessi di genere? E ancora, come è possibile che la centralità assoluta del “peccato” e della redenzione nella letteratura femminile del secondo Ottocento lasci il campo a una celebrazione della morte materiale, in una visione apparentemente atea, quasi materialista? Si tratta davvero di un tentativo di liberarsi del peso del cristianesimo nella cultura americana?<br />
Il volume di Tompkins ha il merito di porre questi e altri quesiti su cui bisognerà riflettere, ma il carattere di pamphlet del suo saggio non le permette di articolare a sufficienza le sue provocazioni e le risposte che fornisce sono più che altro suggestioni. Inoltre, e in questo bisogna convenire con alcuni recensori severi, la campionatura proposta da Tompkins per quel che riguarda testi letterari e filmici è decisamente troppo limitata (come emerge nella scarna bibliografia e filmografia, pp. 235-38) per diventare la base di una tesi di tale portata: la cultura popolare ha bisogno di campionature più ampie.<br />
Meno provocatorio e anche per questo meno esposto a critiche dall’establishment accademico è <em>Westerns: Making the Man in Fiction and Film </em>di Lee Clark Mitchell (1996), maturo studioso e docente a Princeton. Mitchell si trova d’accordo con Tompkins sulla centralità da attribuire alle questioni di <em>gender </em>nell’analisi del western, ma sceglie un percorso quasi sempre articolato e ben argomentato. In particolare Mitchell si distingue da Tompkins per una visione molto più complessa del fenomeno western che lo porta a sostenere la tesi, a mio parere molto condivisibile, che il western è molto meno “formulaico” di quanto non si creda e può indurre lettori e critici a interpretazioni molteplici e contrastanti. Mitchell sostiene che il western non può essere ridotto a una analisi puramente ideologica: in realtà sono proprio le sue caratteristiche formali (e artistiche) a decretarne il successo. Il western, infatti, è un genere che nella maggior parte dei casi non ha saputo (o non ha voluto) dare una risposta univoca ai problemi urgenti della cultura americana, ma si è limitato a descriverli, a metterli in scena. Per esempio, per quanto abbia provato a dare una risposta alle ripetute crisi di identità del maschio americano (crisi di fronte al culto della domesticità, alle richieste di parità delle suffragiste, al voto concesso alle donne dopo la Prima guerra mondiale, agli sconvolgimenti della moda femminile degli Anni ruggenti e così via, fino all’avvento della “donna emancipata” del secondo dopoguerra), tale risposta è stata quasi sempre ambigua, spesso duplice e a volte molteplice. Niente a che vedere con la visione stereotipata di un western che “racconta sempre la stessa storia”. O forse sì, <em>sembra </em>la stessa storia (e spesso è anche interpretata dallo stesso attore) ma le piccole varianti la trasformano in qualcosa di radicalmente diverso.<br />
Scegliamo un solo esempio, ma molto significativo. Gran parte della critica che si è occupata di western è d’accordo nel sostenere che i “testi-spartiacque” del genere siano innanzitutto <em>The Virginian </em>(1902) di Owen Wister e in una certa misura <em>Riders of the Purple Sage </em>(1912) di Zane Grey. In essi verrebbero stabiliti una volta per tutti i rapporti di sudditanza del femminile rispetto al maschile, in particolare grazie alla resa della maestrina Molly al volere del “Virginiano”, rapporti che poi verrebbero replicati negli innumerevoli romanzi degli autori citati sopra, nei film western muti, nei “B movies” degli anni Trenta, nei classici del secondo dopoguerra, fino alla “crisi” di fine anni Sessanta. In realtà, come Mitchell osserva, sia Wister sia Grey crearono una “rete ideologica flessibile”, in cui, come ha opportunamente scritto John Cawelti, “l’opposizione tra l’individualismo maschile [del Virginiano] e la preoccupazione femminile per la comunità e per l’impegno [di Molly], vengono trascesi”<sup>13</sup>. In altre parole non è vero che scrittori ideologicamente conservatori come Wister furono in grado di fornire una risposta conservatrice definitiva ai problemi dell’epoca, come è tra l’altro attestato dai forti dubbi della propria madre che lo stesso Wister sembra condividere: “Tu dici che [<em>The Virginian</em>] è 1) frammentario. 2) L’ultimo capitolo è superfluo. 3) L’eroina è un personaggio mal riuscito. 4) È un’opera di dubbia moralità, sia per la giustificazione del linciaggio, sia per il comportamento dell’eroe”<sup>14</sup>. In questo esempio, come in tanti altri che compaiono nei nove capitoli del saggio, Mitchell non si ferma di fronte ai luoghi comuni della critica, ma propone una rilettura, sia dei testi originali sia dei saggi critici, che aprono nuove vie all’interpretazione (da segnalare soprattutto l’analisi incrociata del successo e della caduta in disgrazia del pittore Albert Bierstadt e del narratore Bret Harte, pp. 57-93).<br />
È da studi come quello di Mitchell che deve prendere le mosse una critica approfondita del western. Una critica che parta dalla consapevolezza che il western è costituito da una straordinaria molteplicità di sfaccettature, che dietro ad alcuni tratti comuni facilmente riconoscibili (abbigliamento, armamento, cavalcatura, semplicità dell’intreccio, binarismo etico, spiccata prevalenza del maschile), cela inaspettate sorprese. Come ho scritto altrove, è proprio negli <em>interstizi</em> delle narrazioni, e non solo sulle strutture, sui tratti e sui simboli ricorrenti, che è necessario indagare negli anni a venire. A questo va aggiunta un’osservazione importante. Il western è diventato nel corso del Novecento un fenomeno planetario, non semplicemente un aspetto fondativo della cultura degli Stati Uniti. Come tale esso va studiato ponendolo in una prospettiva comparativa transnazionale in cui le origini del fenomeno (in America) si devono costantemente intrecciare con la sua straordinaria diffusione nel mondo e in particolare in Europa, dove il western è diventato parte di un immaginario condiviso e fonte di ispirazione per innumerevoli cineasti, per romanzieri, pittori, scrittori di fumetti, ecc. Al tempo stesso è necessario considerare sempre il western in relazione con altri generi limitrofi con cui ha stabilito prestiti, incroci e compiuto o subito furti, primo fra tutti il poliziesco della tradizione <em>hard-boiled </em>e <em>post-hard-boiled </em>((Su questo argomento, su cui mi riprometto di ritornare a breve termine, segnalo i volumi di Cynthia Hamilton e di Marcus Klein nella bibliografia che segue.)).</p>
<p><strong>Bibliografia selettiva sul western</strong><br />
Nota: la bibliografia che segue contiene i testi principali da cui iniziare uno studio del western. Pochi sono i saggi disponibili in italiano.</p>
<p>BAYM N., <em>Old West, New West, Postwest, Real West</em>, “American Literary History”, 18 (4), Winter 2006, pp. 814-828.<br />
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<p>(Approvato il 30 novembre 2008)</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_153" class="footnote">Cfr. B. CARTOSIO, “La tesi della frontiera tra mito e storia”, in S. ROSSO (a cura di), <em>Le frontiere del Far West. Forme di rappresentazione del grande mito americano</em>, Milano, Shake, 2008, pp. 21-40.</li><li id="footnote_1_153" class="footnote">Da qui in avanti, per non appesantire il testo con troppe note, si farà riferimento a autori e volumi indicandoli nel testo seguiti dall’anno di pubblicazione; i dati completi si trovano nella bibliografia selettiva alla fine del saggio, bibliografia che ha anche lo scopo di suggerire altre letture oltre a quelle citate.</li><li id="footnote_2_153" class="footnote">Tra i saggi che influenzarono la ripresa di interesse per il western si veda quello di André Bazin, <em>Évolution du western</em>, apparso sui “Cahiers du cinema” nel 1955 (trad. it. oggi disponibile in ID., Che cos’è il cinema, Milano, Garzanti, 1999, pp. 261-271). Va aggiunto che ovviamente i critici cinematografici ebbero buon gioco a essere precoci rispetto ai colleghi di letteratura poiché la produzione di cui si occupavano era di qualità ampiamente superiore a quella letteraria. La situazione si è modificata con i “post-western” degli ultimi due-tre decenni. Sulla “Politique des auteurs” si veda André Bazin, <em>La politique des auteurs: entretiens avec Jean Renoir, Roberto Rossellini &#8230; </em>, Paris : Editions de l&#8217;Etoile (Cahiers du cinéma), 1984, ed. orig. 1957.</li><li id="footnote_3_153" class="footnote">Non vi è qui lo spazio per una carrellata esaustiva della critica sull’argomento. Mi limiterò a alcuni testi imprescindibili. Su questo, peraltro, John Cawelti ha scritto pagine di grande interesse nel suo ineguagliato <em>The Six-Gun Mystique Sequel </em>(1999). Si veda in particolare il capitolo <em>Analyzing the Western</em>, ivi, pp. 127-66, e la bibliografia con parti ragionate, pp. 167-215.</li><li id="footnote_4_153" class="footnote">La nuova versione, <em>The Six-Gun Mystique Sequel</em>, segue una seconda edizione con modifiche limitate già apparsa nel 1984. La versione del 1999 non è semplicemente modificata, ma ampiamente riscritta a allungata di circa 70 pagine.</li><li id="footnote_5_153" class="footnote"> Di Wright si veda anche il recente <em>The Wild West: The Mythical Cowboy &#038; Social Theory</em>, London, Sage, 2001, di interesse soprattutto per lo studioso di sociologia.</li><li id="footnote_6_153" class="footnote">R. SLOTKIN, <em>Regeneration through Violence: The Mythology of the American Frontier, 1600-1860</em>, Middletown (CT), Wesleyan University Press, 1973, p. 5.</li><li id="footnote_7_153" class="footnote">Si veda M. JEHLEN, <em>I futuri possibili degli studi americani: ripartire dal passato</em>, “Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani”, VIII (22), 2002, soprattutto le pp. 108-112.</li><li id="footnote_8_153" class="footnote">F.J. TURNER, “The Significance of the Frontier in American History” (1893) in ID., <em>The Frontier in American History</em>, The University of Arizona Press, Tucson, 1986. Su Turner si veda il saggio di Bruno Cartosio citato nella bibliografia.</li><li id="footnote_9_153" class="footnote">Su questo si veda G. MARIANI, <em>La penna e il tamburo. Gli indiani d&#8217;America e la letteratura degli Stati Uniti</em>, Verona, ombre corte, 2003.</li><li id="footnote_10_153" class="footnote">Cfr. su questo punto il lucidissimo studio di G. MARIANI, <em>Spectacular Narratives: Representations of Class and War in Stephen Crane and the American 1890’s</em>, New York, Peter Lang, 1992.</li><li id="footnote_11_153" class="footnote">Sull’Ottocento come secolo di crisi di identità del maschio americano si veda M. KIMMELL, <em>Manhood in America: A Cultural History</em>, New York, Free Press, 1996.</li><li id="footnote_12_153" class="footnote">J.C. CAWELTI, <em>The Six-Gun Mystique Sequel</em>, Bowling Green (OH), Bowling Green University Popular Press, 1999, p. 157.</li><li id="footnote_13_153" class="footnote">Lettera di Wister alla madre del 5 luglio 1902, cit. in L.C. MITCHELL, <em>Westerns</em>, cit., p. 94.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Tit-Bits&#8221;. James Joyce, un&#8217;epoca e i suoi media</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2009 11:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Neval Berber</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sensazionalismo, la febbre della notizia e dell’informazione in tempo reale, l’equiparazione pubblicità/progresso e molto altro che oggi associamo al concetto di “cultura di massa” nasce all’epoca della regina Vittoria. Eppure, non solo nell’Inghilterra ottocentesca prendeva vita questa “mediamorfosi” (A. King e J. Plunkett), bensì anche in Irlanda, la più controversa e ambigua colonia inglese, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sensazionalismo, la febbre della notizia e dell’informazione in tempo reale, l’equiparazione pubblicità/progresso e molto altro che oggi associamo al concetto di “cultura di massa” nasce all’epoca della regina Vittoria. Eppure, non solo nell’Inghilterra ottocentesca prendeva vita questa “mediamorfosi” (A. King e J. Plunkett), bensì anche in Irlanda, la più controversa e ambigua colonia inglese, che nel tardo periodo vittoriano si era andata plasmando in una forza politica che pretendeva la liberazione da uno status di totale dipendenza politica dal Regno Unito, rivendicando il diritto al <em>Home Rule</em>. E in questo fu aiutata proprio dall’evoluzione dei “media vittoriani”, in modo particolare dalla stampa, che a Dublino ebbe una diffusione simile e svolse senz’altro lo stesso importante e incisivo ruolo politico, sociale e culturale della stampa (e dei <em>media</em> più in generale) londinesi.<br />
Da questi dati storici si sviluppa il libro di Elisabetta d’Erme, <em>“Tit-Bits”. James Joyce, un’epoca e i suoi media</em>, che guarda al ruolo della stampa e della pubblicità nell’opera di James Joyce, che a Dublino il 22 gennaio del 1901 compiva diciotto anni, mentre a Londra moriva la regina Vittoria. Il libro si propone quale approfondimento di un aspetto già noto ai cultori di Joyce, ma che meritava di essere messo meglio a punto, vale a dire il legame tra l’opera dello scrittore irlandese e la cultura di massa, e rappresenta in questo senso un significativo contributo alla “Piccola Biblioteca Joyciana” diretta da Franca Ruggeri, collana che nasce come sezione separata nella “Collana di Studi Joyciani” per accogliere testi monografici brevi sull’opera di James Joyce. Quello di d’Erme è il quinto della serie.<br />
Elisabetta d’Erme situa i quotidiani irlandesi (“The United Irishman” etc.) e inglesi (“Times” ecc.), riviste illustrate (“Illustrated London News” ecc.) e femminili (“The English Woman’s Domestic Magazine” ecc.), nonché giornali comici (“Punch”), nel contesto inglese e in quello irlandese. Considera la loro importanza per la vita di Joyce e ricerca le loro esistenze parallele nella sua opera. Si sofferma in modo particolare sul noto settimanale “Tit-Bits”, rilevando l’importanza del giornale sia per la vita di Joyce che per i contenuti di <em>Ulisse</em>. Come ricorda l’autrice, si trattava  di un giornale che, seppure concepito per le masse, attirava l’interesse  degli intellettuali, tra cui anche Joyce. Pensato per emancipare ed educare i propri lettori, “Tit-Bits” ospitava rubriche dedicate alla letteratura e offriva premi in denaro per i contributi letterari più originali. Lo stesso Joyce presentò un racconto: <em>Matcham’s Masterstroke</em>, il quale fu però rifiutato, cosa d’altronde già successa a contemporanei non meno noti come Virgina Woolf e Joseph Conrad. Fu soprattutto da questo giornale, di cui, come ricorda d’Erme, si trova riferimento in molti episodi cruciali di <em>Ulisse</em>, a essere attratta la fantasia di Joyce che nella “molteplicità di notizie prive di qualsivoglia collegamento” trovò una fonte di ispirazione per la “ricerca di uno stile narrativo che riproducesse in qualche modo il sincronismo del reale, la simultaneità e diversità dei processi mentali e dell’agire” (p. 81).<br />
Non meno interessanti sono le osservazioni dell&#8217;autrice circa il ruolo della pubblicità nei testi joyciani. In un’epoca in cui la pubblicità iniziava ad associare la merce a un ‘messaggio’ e “la réclame trasformava l’atto dell’acquisto in un’esperienza eccitante che tramutava l’acquirente in ‘consumatore’” (p. 96), Leopold Bloom, il protagonista dell&#8217;<em>Ulisse</em>, trascorre una buona parte del proprio tempo riflettendo sui messaggi pubblicitari. Anche perché era un <em>canvasser</em>, piazzista pubblicitario per il “Freeman’s Journal”.<br />
Elisabetta d’Erme ottiene così dalle sue analisi risultati originali, alcuni dei quali appena ricordati e che sono dovuti alla importante, anche se non così comune, capacità dell’autrice di osservare l’opera di Joyce in un contesto politico-culturale-sociale che non necessariamente la delimita al periodo nel quale lo scrittore opera, bensì fa anche riferimento all’epoca vittoriana, quell’epoca che Joyce ha spesso denigrato, ma che inevitabilmente è entrata nei suoi testi e della quale, come ha mostrato d’Erme, è assolutamente necessario tenere conto quando si studiano certi aspetti della sua opera, come per esempio l’impatto dei <em>media</em> sulla struttura narrativa di <em>Ulisse</em>. Servendosi degli studi che contestualizzano la stampa e la pubblicità nel tardo Ottocento, d’Erme esce dal testo joyciano per poi rientrarvi e guardarlo da un’altra angolatura visiva. Con questo approccio euristico l’autrice mostra anche come, per certi tipi di indagini letterarie, sia assolutamente necessario tenere conto del contesto storico in cui l’opera nasce. Simili movimenti circolari permettono allo studioso di letteratura di avvicinarsi al testo letterario con una consapevolezza storico-culturale diversa, senza però mai perdere di vista il focus della propria indagine. Proprio ciò che D’Erme dimostra di saper fare, grazie anche alla sua conoscenza dettagliata dell’opera joyciana, quando osserva come alle formule pubblicitarie banali vengono attribuiti da Joyce molteplici significati simbolici o quando rileva il disprezzo di Bloom per gli uomini-sandwich, simboli della pubblicità vittoriana immortalati da Charles Dickens, riportando così il complesso quadro dei fenomeni mediatici tardo-vittoriani direttamente tra le pagine dei testi di Joyce.<br />
Uno sguardo ampio quindi sulla vita culturale e politica tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento ha permesso all’autrice di affrontare il tema dell’importante ruolo dei fenomeni <em>mediatici</em> nell’opera joyciana con grande acume. D’Erme ha potuto così rilevare come James Joyce, nonostante abbia vissuto nel clima culturale d’inizio Novecento, è in fondo anche un nostro contemporaneo essendo il suo lavoro indissolubilmente legato ai fenomeni mediatici che tanto ci riguardano oggi e che però nascono ai tempi della regina Vittoria. E così anche le illuminanti intuizioni di Joyce rispetto alla complessità della vita umana nell’epoca moderna, incarnate in particolare dal personaggio di Bloom, trovano infine la loro origine in un&#8217;epoca complessa come il Vittorianesimo.</p>
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		<title>Lo sguardo di Giano. Saggi su Carl Schmitt</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 17:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Rapa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scaffali]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione a Carlo Galli, Lo sguardo di Giano. Saggi su Carl Schmitt]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In <em>Genealogia della politica </em>(Il Mulino, 1996), la sua imponente opera sul pensiero di Schmitt, Galli aveva documentato l’abilità di questo protagonista discusso e controverso della cultura filosofica del Novecento nell&#8217;attingere alla struttura profonda della modernità. Ripercorrendo le diverse fasi dell&#8217;opera schmittiana vi aveva individuato un tratto unificante, costituito dalla riflessione sull&#8217;origine contraddittoria della politica moderna, nel momento della sua crisi più profonda.<br />
Con <em>Lo sguardo di Giano</em> Galli prende nuovamente la parola sull’argomento. A cosa si deve la scelta di questo titolo? All’idea che vi sia una relazione analogica tra il doppio sguardo mitico di Giano – che grazie alle sue due teste è capace di scrutare contemporaneamente l’interno e l’esterno delle cose, il passato e il futuro, il principio e la Fine – e quello politico di Schmitt, che possiede la stessa capacità ambivalente di vedere da due lati il ‘politico’, ossia di “cogliere il passaggio tra informe e forma, tra Caos e ordine, tra guerra e pace, e la loro fatale reversibilità, cioè di nuovo il passaggio tra forma e crisi” (p. 7). E di Giano – secondo Galli – Schmitt ha avuto non solo lo sguardo bifronte ma anche la natura, poiché è stato egli stesso duplice, oscillando “tra prevedibilità e colpo d&#8217;ala, tra banalità e impennata geniale, tra ideologia e genealogia, tra sistema e aforisma” (p. 7); allo stesso tempo, la sua teoria è sempre sospesa fra costruzione e decostruzione, fra spregiudicatezza e tradizione.<br />
Leggere adeguatamente Schmitt non è un’impresa facile, e Galli suggerisce due accorgimenti metodologici: 1) bisogna interpretarlo per differenza, non per analogia né per assonanza – si deve insomma evidenziare non tanto ciò che lo accomuna ma ciò che lo distingue dagli altri pensatori. Nonostante la sua chiarezza espositiva, infatti, Schmitt è davvero difficile da decifrare, dal momento che l’unico modo per comprenderlo davvero è 2) tenere distinti la sua dottrina dal suo pensiero, il suo lato ideologico dall&#8217;efficacia teoretica della sua analisi. Quest’ultimo suggerimento è fondamentale, ad esempio, per dare il giusto peso alla sciagurata fase nazista di Schmitt. Le forti posizioni razziali e totalitarie sono elementi pesanti della sua esperienza umana, politica e intellettuale; e anche se va detto che intorno al 1938 il suo “aperto atto di sottomissione al nazismo” (p. 119) era senza dubbio una mossa calcolata e opportunistica per dissipare i dubbi che dalla fine del 1936 serpeggiavano sul suo conto tra le alte sfere del governo, ciò non toglie che il suo tradizionale antisemitismo culturale di matrice cattolica in quegli anni si fosse realmente trasformato in un&#8217;arma di fondazione razziale della politica e di esclusione e persecuzione dell&#8217;estraneo (o presunto tale), e che avesse deciso di votarsi a quel regime, iniziando solo nel 1944 a prenderne cautamente le distanze. Tuttavia – precisa Galli – sarebbe un errore fatale assumere tale adesione come unica chiave di lettura per comprendere il suo pensiero, antecedente e seguente la fase nazista: </p>
<blockquote><p>Il pensiero di Schmitt in questi anni è certamente soffocato dal razzismo […] ed è reinterpretato e stravolto in chiave nazista; ma prima e dopo conservava e conserva – accanto, certo, all&#8217;antisemitismo, ma ancor più all&#8217;autoritarismo e all&#8217;antiliberalismo a volte fazioso – importanti spunti euristici, da estrarsi con grande cautela da testi che vanno interpretati, ma che l&#8217;ideologia o gli elementi polemici in essi contenuti non rendono di per sé &#8220;assassini&#8221; (p. 120).</p></blockquote>
<p>Nei cinque saggi che compongono questo testo, Galli focalizza l’attenzione su alcuni punti nevralgici del suo vasto universo intellettuale: i primi due capitoli sono due interpretazioni complessive del pensiero di Schmitt che ineriscono alla forma politica moderna (lo Stato) e il suo orizzonte costitutivo (la teologia politica come particolare lettura della secolarizzazione).<br />
Tra le intuizioni che hanno determinato la fortuna postuma di Schmitt c&#8217;è innanzitutto l&#8217;idea che la forma dello Stato sia una compattazione della comunità politica relativamente recente, avvenuta solo in età moderna. In tal senso, Schmitt ha dato un contributo essenziale alla relativizzazione storico-concettuale della nozione di Stato, alla ricostruzione della sua nascita e all&#8217;analisi della sua attuale crisi di legittimità, con la conseguente critica del parlamentarismo e dei limiti della rappresentanza tradizionale. Strettamente legata a ciò è l&#8217;ipotesi della ‘teologia politica’, che Schmitt ha riportato in auge e ha sfruttato come chiave ermeneutica per spiegare la genesi dei concetti portanti della scienza politica moderna, che scaturiscono dalla secolarizzazione di altrettante categorie teologiche. Un&#8217;ipotesi, questa, che consente di capire anche la ragione per cui lo Stato liberale moderno viva di presupposti che esso stesso non è in grado di garantire.<br />
Il terzo e il quarto capitolo sono dedicati rispettivamente al complesso rapporto di Schmitt con Machiavelli e all&#8217;intreccio interpretativo che collega Schmitt e Strauss a Spinoza. Sul primo tema, la stringente analisi di Galli mostra come Schmitt pensi Machiavelli in modo estemporaneo ed esterno, e come la lettura che ne fa sia convenzionale – anche se poi si azzarda a utilizzarlo in riferimento a contesti e problematiche tutti novecenteschi. Tra i due autori vi è di fatto una grande distanza:</p>
<blockquote><p>che Schmitt tenti molte strade per interagire con la sostanza del pensiero di Machiavelli, che lo fraintenda, che se ne serva strumentalmente, che gli rimanga estraneo anche quando il suo significato gli si palesa, è un&#8217;ulteriore prova dell&#8217;impossibile identificazione fra la politica dell&#8217;uno e il &#8220;politico&#8221; dell&#8217;altro, ovvero una manifestazione della alterità e della libertà di Machiavelli rispetto a quella modernità razionalistica delle cui aporie Schmitt è invece tanto disvelatore e critico quanto prigioniero (p. 106). </p></blockquote>
<p>Affrontando il secondo tema, l’autore evidenzia come il rapporto di Strauss e Schmitt con Spinoza sia determinato e mediato da quello che entrambi intrattengono con Hobbes, dunque è da qui che si deve partire. Nell’interpretazione di Galli, Schmitt vede Hobbes come “l’epitome della politica moderna” (p. 46), perché è stato l’unico pensatore capace di intendere lo Stato come unità politica concreta, di mostrare l&#8217;origine non razionale della ragione politica e la possibilità (precaria) della coesistenza all’interno dello Stato di ordine e disordine attraverso la decisione; anche se è stato allo stesso tempo l&#8217;iniziatore di quella tecnicizzazione, di quella formalizzazione e di quella neutralizzazione della politica che nel XX secolo hanno condotto a morte lo Stato. Schmitt intravede in Hobbes – e nella sua concretezza – la possibilità di una teologia politica (“uno stare insieme […] di ragione e fede, secolarizzata ma non perduta”, p. 107) attiva, capace di neutralizzare la crisi della cristianità (delle guerre civili di religione), che per lui è l’origine di tutto ciò che vi è di concreto e di astratto nello Stato moderno. Per meglio comprendere questo passaggio, è utile chiarire lo sfondo concettuale sul quale si innesta tale visione. Col termine <em>katechon</em> – ricorda Galli – Schmitt denota “la capacità di costruire forme politiche relativamente stabili, che fu prima della Chiesa e quindi, alle sue origini, dello Stato moderno” (p. 75). Di questo, nel 1965 Schmitt – che ormai ha modificato la sua interpretazione di Hobbes, adesso meno decisionistica di quella che ne aveva dato nel 1938 – afferma di non poter esibire alcun fondamento sostanziale, data la sua ‘moderna’ origine di crisi; tuttavia quello di Hobbes è ancora uno ‘Stato cristiano’. Inoltre,</p>
<blockquote><p>secondo Schmitt, la stessa crisi da cui nasce lo Stato può essere ‘freno’ alle moderne derive automatiche se la forma politica, che la crisi rende necessaria, si apre alla trascendenza, se cioè rinuncia alla ideologica pretesa di completezza razionalistica, allo sforzo di autofondazione che lo caratterizza dopo Hobbes, già a partire dal liberalismo, e che culmina nella tecnica” (p. 76). </p></blockquote>
<p>Dunque ‘teologia politica’ continua sì a significare la relazione imprescindibile tra la politica e la sfera teologica, a essere una teoria della secolarizzazione e a indicare l’assenza di fondamento teologico tradizionale come la caratteristica centrale della modernità, ma Schmitt non interpreta più la decisione per l’ordine come un gesto vuoto e formale, e si convince che per neutralizzare i conflitti concreti sia necessaria una risposta altrettanto concreta. Dunque sembra indispensabile, per Schmitt, che la civiltà moderna faccia costantemente riferimento al quadro cristiano nel quale è inserita; così – conclude il ragionamento Galli:</p>
<blockquote><p>Hobbes è ora visto come colui che porta a termine la Riforma, nel doppio senso che egli ne fa proprio l&#8217;attacco al ruolo politico indiretto della Chiesa, e che cerca di concludere, di terminare, di frenare, appunto, gli effetti destabilizzanti dell&#8217;opera dei riformatori (p. 77).</p></blockquote>
<p>Strauss, invece, vede in Hobbes una teologia passiva, finalizzata esclusivamente a evitare il conflitto, e impotente perché ancorata a un’originaria vocazione alla catastrofe. In linea con queste convinzioni, continua Galli, per Schmitt Spinoza è in forte discontinuità rispetto a Hobbes (e questa discontinuità per Schmitt è di segno negativo), dal momento che Spinoza “si insinua in una debolezza del dispositivo filosofico-politico di questi per distruggerne la concretezza e per fare sviluppare lo Stato moderno verso il liberalismo individualistico e le sue perniciose astrazioni” (p. 109); la posizione di Strauss è di segno opposto: quest’ultimo vede infatti una continuità tra i due autori quanto all’aderenza all’ateismo moderno, e ritiene che Spinoza si smarchi da Hobbes (in positivo) “per una sorta di inquietudine che il suo razionalismo esibisce davanti alla Legge e alla Rivelazione” (p. 109). Con pagine molto intense, Galli mette in luce quanto sia grande il debito che Schmitt e Strauss hanno con Spinoza, perché è anche tramite lui che “mettono in gioco lo statuto della filosofia politica moderna; ed è sulla teologia politica che si spalanca la distanza – via Spinoza &#8211; fra Schmitt e Strauss” (p. 126).<br />
Infine, il quinto capitolo ospita una discussione sull’utilizzabilità di Schmitt nella lettura della nostra epoca: in base all’interpretazione di Galli della globalizzazione e della postmodernità, la proposta schmittiana &#8211; propriamente moderna &#8211; appare inadatta alla comprensione dell’età globale, che anzi costringe a pensare il politico a partire da là “dove finisce il pensiero di Schmitt” (p. 172).<br />
Nella sua ultima grande opera, <em>Il nomos della terra</em>, con la diagnosi della crisi (e del tramonto) dello <em>jus publicum Europeum </em>Schmitt sollevava un lungimirante interrogativo: dopo la fine dell&#8217;ordinamento politico-giuridico continentale della vecchia Europa e l&#8217;entrata in scena degli Stati Uniti d&#8217;America, com’è possibile un nuovo <em>nomos</em> su cui basare il governo del mondo? Per quanto attuale possa sembrare un simile interrogativo, il pensiero di Schmitt – afferma Galli – si adatta solo all’apparenza all’età globale che pure, com’è evidente, è dominata dalla corsa alla sicurezza e da conflitti religiosi e identitari. Se applicata a uno spazio e a un tempo diversi rispetto a quelli compresi tra le coordinate del Moderno, la concretezza di Schmitt si perde, si rivela debole e generica, e resta dottrina – trasformandosi in una sequenza di ovvie considerazioni sulla necessità del nemico e dell&#8217;ordine, nonché del nesso fra identità e ostilità: “nell&#8217;età globale il sapere di Schmitt ci dice solo che il conflitto è divenuto insensato, e che l&#8217;ordine è ormai solo un auspicio, un appello, conservativo e restaurativo, a un ‘dover essere’” (p. 12). Ecco allora che le mutate logiche politiche dell&#8217;età globale consegnano Schmitt all’inattualità. Ai nostri giorni, ciò che eccede il suo pensiero è più di quel che esso contiene. Del resto, ammonisce Galli, neppure lo sguardo di Giano può spingersi oltre la Fine.</p>
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		<title>L&#8217;Italia e il confine orientale</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 13:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Avogaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’opera della storica Marina Cattaruzza, edita nel 2007 presso il Mulino e qui letta nell’edizione Paperbacks del 2008, si occupa dello spazio geografico nord-orientale dell’Italia e del suo percorso di integrazione a quest’ultima. Il tema, che ha spesso polarizzato l’opinione pubblica, viene periodizzato in modo chiaro, aiutando il lettore non esperto a fare luce su un percorso storico e storiografico tortuoso e offrendo al fruitore competente un utile strumento di lavoro.<br />
L’area in questione, da sempre fulcro delle passioni risorgimentali, viene raccontata sin dal sorgere dei primi sentimenti nazionalistici fino all’entrata in Europa della Slovenia. In mezzo corre una parte decisiva della storia italiana, che la Cattaruzza sintetizza senza trascurare le innumerevoli sfaccettature della “questione orientale”, una sorta di ricerca identitaria spesso intricata e lunga cent’anni.<br />
L’area nord-orientale dell’Italia prende forma nelle menti dei cittadini italiani dal 1866 in poi e, assieme al Tirolo Italiano (Trentino), diventa presto l’obiettivo del nascente nazionalismo italiano mistificando le spinte autonomistiche che proprio in questi luoghi  avevano una lunga e proficua tradizione. Trieste è il fiore all’occhiello del nazionalismo e molti triestini, seppur con toni diversi (come quelli di Slataper e Stuparich nel corso della loro collaborazione con la rivista “La Voce”<sup>1</sup>, oppure quelli di Vivante<sup>2</sup> e di Timeus<sup>3</sup>) sono al centro del dibattito nazionalista in tutta la penisola.<br />
La Prima guerra mondiale è al contempo la quarta guerra risorgimentale, nonché la via voluta dal fronte interventista italiano per ottenere quelle terre, sullo sfondo di un nazionalismo dalle venature imperialiste (p. 69). L’Italia si getta nel conflitto forte del patto di Londra (che promette Tirolo Italiano,  parte del litorale dalmata, oltre ad altri territori come il Dodecaneso), documento che sarà disatteso durante le conferenze di pace successive alla conclusione della guerra.<br />
Nel dopoguerra Trieste diventa il laboratorio del fascismo (p.168) e anche il luogo d’incubazione della “vittoria mutilata” che porta all’impresa dannunziana di Fiume e al Trattato di Rapallo del 1922 (p. 159).	 Il fascismo è analizzato nel suo sforzo di omologazione nazionale e nella sua vessazione nei confronti dei gruppi non italiani; a questo proposito, nell’opera si sente forse la mancanza di una disamina più esauriente della composizione  nazionale degli Slavi del Sud.<br />
La parabola della Seconda guerra mondiale parte con una politica di italianizzazione non invasiva della Slovenia e della Dalmazia (se confrontata con i metodi di assimilazione nazionale dell’alleato) fino all’eclissi dell’Italia come entità governativa e alla relativa sottomissione all’autorità tedesca. I nuovi amministratori cercano di fornire un nuovo assetto territoriale all’area creando il distretto dell’<em>Adriatisches Küstenland</em> (<em>Litorale Adriatico</em>). Ancora una volta, l’identità di questa zona viene rimodellata. La regione scivola quindi in una sorta di “guerra di successione” (p. 257), come la definisce la Cattaruzza, in cui le rivendicazioni  nazionalistiche si saldano con quelle politiche, rendendo il territorio giuliano un fronte di guerra particolarmente caldo. A questo punto la storica offre degli spunti storiografici interessanti (e non sempre approfonditi a sufficienza dagli storici)  quando ci ricorda che,  in un primo momento, il litorale era stato preso in considerazione per uno sbarco alleato, anche se poi l’idea fu abbandonata proprio a causa delle dispute nazionalistiche e territoriali, sempre più subordinate alla direzione dei gruppi comunisti guidati dal maresciallo Tito, pregiudicando così un avvicinamento di Trieste e del suo retroterra alla sfera di influenza italiana.<br />
La fine della guerra a Trieste e nei dintorni è opera delle truppe titine, le quali entrano nel  capolouogo giuliano il primo maggio 1945  per rimanervi quaranta giorni. È  l’inizio di una disputa lunghissima che porterà al trattato di Londra, in cui il blocco comunista e inter-nazionale si scontrerà con le pretese della neonata Repubblica italiana. Se il mondo si divideva in sfere d’influenza, questa zona diveniva una cartina tornaconto.<br />
La divisione del 1947 tra zona A (da S. Giovanni Muino fino a Muggia),  amministrata da un Governo Militare Alleato, e zona B (la parte nord-occidentale dell’Istria), amministrata dall&#8217;esercito iugoslavo, fu allo stesso tempo una piccola guerra fredda e terreno della resurrezione diplomatica dell’Italia repubblicana. L’impatto di queste tensioni internazionali, che ebbero un’eco fortissima in Italia, è ripercorsa attentamente dalla storica, la quale inquadra le trattative che riportarono l’area sotto la sovranità italiana (il memorandum di Londra del 1954 e il Trattato di Osimo del 1975), come la via italiana all’<em>Ostpolitik</em> (p.327).<br />
Gli anni che seguono sono segnati da una progettualità industriale di basso profilo e soltanto l’entrata della Slovenia nella Comunità Europea riporta l’area al centro delle cronache e della programmazione economica.<br />
L’opera nel suo insieme è ben documentata e nel progetto della storica sembra esserci l’obiettivo di sottolineare la debolezza strutturale dello stato italiano soprattutto quando quest’ultimo si trova a fare i conti con la gestione di zone di frontiera nelle diverse epoche storiche.  Si potrebbe muovere una critica all’organizzazione della panoramica storica, che avrebbe reso necessario un maggiore confronto con le fonti non italiane. Tuttavia Cattaruzza, esperta di nazionalismi asburgici e di totalitarismi<sup>4</sup>, ci aveva avvisato nella sua introduzione: “L’ottica da cui è stata condotta tale ricostruzione è quella dello Stato italiano…&#8221; (p. 13).</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_150" class="footnote">G. MARCHETTI, <em>La Voce. Ambiente, opere, protagonisti</em>, Firenze, Vallecchi, 1994.</li><li id="footnote_1_150" class="footnote">A. VIVANTE, <em>Irredentismo adriatico</em>, Trieste, Dedolibri, 1984.</li><li id="footnote_2_150" class="footnote">D. REDIVO, <em>Ruggero Timeus, la Via imperialista dell&#8217;Irredentismo triestino</em>, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1996.</li><li id="footnote_3_150" class="footnote">Per una biografia, si veda il sito della <a href="http://www.sissco.it/index.php?id=1231&#038;tx_wfqbe_pi1%5Bidsocio%5D=59 - 46k">Sissco</a></li></ol>]]></content:encoded>
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