Linguaggio collaterale. Retoriche della

Linguaggio collaterale. Retoriche della "guerra al terrorismo"

Verona, Ombre Corte, 2006.

Che cos’è il linguaggio? La quasi totalità dei manuali di linguistica dedica il primo capitolo a rispondere a questa domanda: il linguaggio è un codice, uno strumento di comunicazione, un sistema articolato di suoni e di significati… “Il linguaggio è un’organizzazione terroristica”. Così esordiscono John Collins e Ross Glover, nell’Introduzione di Linguaggio Collaterale, pubblicato recentemente in edizione italiana a cura di Roberto Cagliero.

Una tale affermazione suscita un sorriso scettico in chiunque abbia una qualche familiarità con la linguistica: si deve trattare senz’altro di una metafora propagandistica. Eppure, il linguaggio impiegato dai leader politici e militari, soprattutto in tempi di guerra, è un’organizzazione terroristica perché “prende di mira i cittadini e produce paura con l’obiettivo di realizzare un cambiamento politico”. E se “danni collaterali” è l’eufemismo dietro cui nascondere le vittime civili, effetto inevitabile di ogni guerra, Linguaggio collaterale è il titolo dietro cui si celano i reali effetti che il linguaggio produce in tempo di guerra, sia in termini di nuovi significati, che si affiancano a quelli consolidati (per cui “arabo” guadagna ad esempio la connotazione di “terrorista”), sia in termini di consenso dell’opinione pubblica a campagne militari, a bombardamenti, a uccisioni e violenze, in nome di una “guerra giusta”, della “lotta del bene contro il male”.

Linguaggio collaterale raccoglie quattordici saggi, scritti da accademici statunitensi di varie discipline, che indagano le origini, i significati e l’uso di altrettanti termini coniati ex novo o impiegati in modo inedito dall’amministrazione Bush e dai media statunitensi all’indomani dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 e durante la conseguente guerra in Afghanistan. Si tratta di una sorta di lemmario, in ordine alfabetico (infatti, per esigenze di traduzione, l’ordine originale dei saggi è variato nell’edizione italiana), del linguaggio della cosiddetta “guerra al terrorismo”.

I termini analizzati - “Antrace”, “Civiltà contro barbarie”, “Contraccolpo”, “Fondamentalismo”, “Giustizia”, “Interessi vitali”, “Jihad”, “La guerra a…”, “Libertà”, “Male”, “Obiettivi”, “Terrorismo”, “Unità”, “Viltà” - offrono ciascuno l’occasione di ragionare su quanto il linguaggio, nel mondo della globalizzazione e della comunicazione di massa, agisca sulla nostra percezione della realtà e su come, da strumento di comunicazione, diventi strumento di fabbricazione del consenso, strumento di giustificazione di azioni militari, strumento di morte. Già Foucault aveva indicato, forse per primo, il “discorso” come chiave interpretativa della realtà. Da un diverso punto di vista, Chomsky continua con forza a sostenerlo in molteplici occasioni, come in questa sua intervista nel 2003 intitolata anch’essa, non a caso, Collateral language:

il linguaggio è il modo in cui noi interagiamo e comunichiamo, e naturalmente tale mezzo di comunicazione e, cosa più importante, il suo retroterra concettuale, sono usati per forgiare gli atteggiamenti e le opinioni, e per indurre conformità e subordinazione. Non è una sorpresa che questo sistema sia stato creato dalle società più democratiche1.

Fuor di metafora, il linguaggio è oggi una delle più potenti armi di distruzione di massa, non fosse altro perché, come osserva Cagliero nella prefazione, è l’arma per eccellenza di “distrazione” di massa. È la sovrastruttura che nel post-moderno si fa struttura, direbbe qualcuno.

A questo punto il sorriso scettico del linguista diventa risata sdegnata e di scherno.

Eppure, se pensiamo ad alcuni dei termini analizzati nell’opera in questione - per esempio “libertà”, “giustizia”, “unità”, “civiltà” da un lato, “male”, “barbarie” e “terrorismo” dall’altro - ci accorgiamo che la reazione di consenso o di avversione che provocano è proporzionale alla loro vaghezza e alla loro ambiguità semantica. L’analisi dei discorsi da cui questi termini vengono citati (tutti pronunciati dall’amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre) mette in luce quanto l’efficacia dell’impiego retorico di certe parole-chiave poggi proprio sulla loro indeterminatezza semantica. Anzi, il successo di un termine sta nel mettere a tacere ogni richiesta di una definizione. Chi potrebbe mai mettere in dubbio la necessità di difendere la libertà, di perseguire la giustizia e di combattere il terrorismo? Il potere evocativo di queste parole è tanto forte da rendere assai difficile prendere le distanze da chi le pronuncia e dal contesto in cui vengono pronunciate. In questo senso, costituiscono un’efficacissima arma contro il dissenso.

Come documentano gli autori, in nome della libertà e della giustizia, dopo l’attacco alle Torri Gemelle gli Stati Uniti (e i suoi alleati) hanno limitato le libertà personali dei propri cittadini, hanno praticato arresti di massa, hanno bombardato e ucciso civili, hanno violato trattati internazionali. Qual è il significato di libertà che si vuole difendere? Che tipo di giustizia si intende ricercare? Che cosa identifica un terrorista?

All’epoca in cui questo libro è stato scritto, le poche e deboli voci che tentavano di sollevare queste legittime domande venivano zittite o tacciate di “antipatriottismo”, di “antiamericanismo”, di “stare coi terroristi”. Non a caso l’uscita di Linguaggio collaterale negli Stati Uniti (all’indomani della guerra in Afghanistan) è passata in sordina, assordata dal coro unanime che giustificava i bombardamenti.

Le parole forgiano il consenso, ostacolano il dissenso, preparano il terreno; alle parole seguono i fatti. Così, sulla scia delle espressioni già collaudate a livello mediatico, come “guerra alla povertà”, “alla droga” e “al crimine” (si veda a questo proposito il saggio intitolato La guerra a…), la neoeletta amministrazione Bush dichiara la “guerra al terrorismo” e bombarda l’Afghanistan.

La parola stessa “terrorismo”, ci spiega Collins, è priva di una definizione esplicita; il suo impiego nei discorsi dell’establishment statunitense è volutamente ambiguo e vago. Ogni tentativo di fornire una definizione ufficiale si riduce a una tautologia: in sostanza, terrorista è chi fa terrorismo e viceversa. Il fatto è che, dati storici alla mano, qualunque definizione vigente di “terrorismo” potrebbe essere attribuita ad azioni compiute dagli Stati Uniti nella loro storia passata e recente di politica estera, in America Latina o in Medio Oriente. Quindi, dal momento che una parola agisce sull’immaginario collettivo con molta più efficacia quando non se ne conoscono le origini storiche, conviene farla sembrare eterna e immutabile, una verità innata e assoluta. La tautologia è in tal senso un dispositivo potente. E la paura che genera una parola come “terrorismo” zittisce ogni possibile domanda in merito.

Eppure, nonostante il silenzio che l’ha accolto, Linguaggio collaterale è un’opera di grande significato. A un livello più specifico, oltre a scattare istantanee illuminanti sulla storia della comunicazione politica americana, offre informazioni su molti fatti storici riguardanti la politica estera e interna della maggiore superpotenza mondiale, svelando prove alla mano i retroscena della guerra al terrorismo (anticipando i contenuti di Farenheit 9/11 di Michael Moore). A un livello più generale, l’insieme dell’opera offre un’analisi del discorso politico contemporaneo e di come il linguaggio venga strumentalizzato dal potere per fini specifici.

Stilisticamente efficace, l’Introduzione fornisce al lettore, in termini non specialistici ma senza mai cadere nella semplificazione, la cornice concettuale in cui s’inquadra ogni singolo saggio: il ruolo del linguaggio nel dar forma alla realtà, nel fabbricare il consenso, nel permettere la violenza, ma anche la natura storica e sociale della costruzione del significato e le possibilità che ne possono scaturire.

Nella prefazione all’edizione italiana, Roberto Cagliero (curatore della collana Americane di cui fa parte l’opera in questione) ricontestualizza il testo originale offrendo spunti interpretativi stimolanti per il lettore europeo, allo scopo di colmare il duplice gap spaziale e temporale che distanzia il testo d’origine (USA, 2002, guerra in Afghanistan) da quello d’arrivo (Europa, 2006, guerra in Iraq). In effetti, all’elenco di ‘lemmi’ che compongono questo dizionario critico della “tirannia della retorica politica a cui si fa ricorso per giustificare la ‘nuova guerra dell’America’” (p. 21), se ne potrebbero aggiungere altri alla luce dei nuovi avvenimenti: “armi di distruzione di massa”, “Stati canaglia”, “asse del male”, “esportare la democrazia”, benché quest’ultima goda al momento di minor successo dopo gli scomodi risultati delle elezioni democratiche nei territori palestinesi, che hanno portato al governo Hamas, un’organizzazione “terroristica”. Inoltre, il lettore italiano attento non può fare a meno di andare con la mente al nostrano “missione umanitaria”, coniato anzitempo dal governo di centro-sinistra per giustificare l’intervento militare in Kosovo e reimpiegato a più riprese per motivare l’invio e la permanenza del “contingente” italiano in Afghanistan e in Iraq.

Infine, i quattordici saggi della raccolta, tutti corredati da utili indicazioni bibliografiche per eventuali approfondimenti, offrono al lettore europeo l’occasione di ascoltare voci americane fuori dal coro, di rimodellare il proprio immaginario dell’American way of life (and of thinking), nutrito a suon di blockbuster hollywoodiani. E anche se oggi in Europa i fatti e i misfatti dell’imperialismo americano sono più noti, come forse più noto è anche quel movimento pacifista statunitense che talvolta trapela dai notiziari, questo libro si rivela quanto mai utile per riflettere in particolare sul discorso politico e in generale sulla natura storica e sociale del linguaggio, il quale per definizione non è mai “naturale”, “neutro” e “oggettivo”. Infatti, con approcci diversi e differente abilità argomentativa, attraverso ricostruzioni di passaggi storici, analisi sociologiche ed etimologiche, riflessioni di tipo filosofico e narrazioni autobiografiche, con una circolarità di temi e una ricorrenza di fatti citati difficilmente evitabili, i saggi che compongono Linguaggio collaterale collocano sempre la parola indagata nel suo contesto.

Contestualizzare una parola (ma anche un fatto, un’idea, un sentimento) significa considerare parte integrante del suo significato chi la pronuncia, gli intenti per i quali viene impiegata, a chi è diretta, gli effetti che provoca in chi l’ascolta, in quali discorsi compare, in quale momento e in quale situazione viene usata. Significa ridimensionare l’importanza di un presunto significato ‘naturale’ dando maggior valore al significato particolare. Significa fare entrare la realtà nella lingua e la lingua nella realtà. In un momento in cui c’è chi innesca “conflitti di civiltà” in nome di una difesa del “bene contro il male”, quest’approccio metodologico al linguaggio pare quanto mai utile.

È quasi inevitabile: la lettura di Linguaggio collaterale lascia dietro di sé un senso di annichilimento di fronte all’onnipotenza del linguaggio mainstream, dell’espressione del pensiero dominante, della manipolazione mediatica. Se una manciata di parole, per quanto suggestive, utilizzate ad arte basta a forgiare le menti e indurle ad appoggiare tali e tanti misfatti (è spontaneo il parallelo con 1984 di Orwell, a più riprese citato dagli autori), quali speranze ci sono di trovare un significato nuovo e una nuova dignità all’esistenza umana? Di recuperare una comunicazione trasparente e cooperativa che, riaprendosi alla complessità del reale, sfugga alla manipolazione come forma post-moderna di organizzazione coercitiva dell’umanità?

Insomma, ci resta soltanto il silenzio? Soltanto questo è “pulito”?

È proprio qui che il linguista può forse finalmente abbandonare sdegno e scherno e ricominciare a sorridere di soddisfazione: le parole sono ciò che noi siamo, per come, quanto, dove, perché e quando (non) le usiamo. Come suggerisce Linguaggio collaterale, la capacità delle parole di interpretare e modellare la realtà contiene enormi potenzialità: il linguaggio è di tutti, ed è gratis; è uno strumento altamente democratico che si afferma nell’uso dei molti; è storicamente determinato e socialmente determinabile.

Essere consapevoli di questo significa molte cose. Usare il linguaggio, innanzitutto. Riappropriarsene. E farne buon uso. Praticarlo consapevolmente per avanzare ipotesi, incidere, criticare, dubitare. Per impedirne il controllo e disegnare la sintassi di futuri possibili.

  1. Tratto da Collateral Language, intervista del 25 luglio 2003 di Noam Chomsky a David Barsamian. Disponibile online il documento originale con la traduzione italiana a cura di Monica Bellavia e Bruno Bontempi, all’indirizzo: http://www.zmag.org/Italy/chomsky-collaterallanguage.htm.[]

7 Settembre 2006