L’Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo

L’Inquisizione in Italia dal XII al XXI secolo

di Andrea Del Col

Milano, Mondadori, 2006.

L’apertura degli archivi centrali dell’Inquisizione e dell’Indice ha dato il via a una vera e propria frenesia tra la fine dello scorso millennio e i primi anni del nostro millennio. In particolare sono apparsi a getto continuo studi specifici su particolari aspetti o vicende legate alle vicende delle due congregazioni romane. Soltanto recentemente si è cominciato a fare ordine e alcune opere generali hanno cercato di sintetizzare le nostre conoscenze.
La discussione, ma anche il tentativo di sintesi, è stata aperta da Adriano Prosperi con tre libri fondamentali nei quali ha tirato le file di decenni di ricerca e riflessione: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (Torino, Einaudi, 1996), Il Concilio di Trento: un’introduzione storica (Torino, Einaudi, 2001) e L’inquisizione romana. Letture e ricerche (Roma, Storia e Letteratura, 2003). In queste opere il famoso docente della Normale di Pisa ha cercato di definire l’attività inquisitoriale e censoria come uno degli elementi dell’Italia controriformistica e l’ha illustrata mediante una paziente ricostruzione delle fonti, anche interne. La sua attenzione a non prevaricare il dato storico ha, però, portato alcuni studiosi a tacciarlo di eccessiva disponibilità verso le ragioni dell’Inquisizione. Inoltre, pur senza attaccarlo esplicitamente, importanti studi hanno asserito la responsabilità degli inquisitori nel deterioramento del clima e della situazione italiana: ricordiamo Gigliola Fragnito (La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Bologna, Il Mulino, 1997; Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2005), di Elena Brambilla (Alle origini del sant’Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale dal Medioevo al XVI secolo, Bologna, Il Mulino, 2002; La giustizia intollerante. Inquisizione e tribunali confessionali in Europa (secoli IV-XVIII), Roma, Carocci, 2006) e di Giovanni Romeo (Ricerche su confessione dei peccati e inquisizione nell’Italia del Cinquecento, Napoli, La Città del Sole, 1997; Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Firenze, Sansoni, 2003; L’Inquisizione nell’Italia moderna, Roma-Bari, Laterza, 2006, terza edizione).
Il fulcro di questo scontro storiografico ruota attorno all’importanza degli uffici romani del S. Uffizio: Secondo Prosperi, le direttive di questi ultimi non si sono mai completamente imposte al di fuori degli Stati della Chiesa; gli altri studiosi credono invece in una loro netta egemonia per periodi più o meno lunghi. Di conseguenza, per il primo la centralizzazione romana è un’aspirazione, mai concretizzatasi; per i secondi è una realtà. Il dibattito verte inoltre sulla possibilità di scrivere la storia di un’istituzione utilizzando la sua documentazione: secondo alcuni critici le “simpatie” di Prosperi sono infatti il frutto di un lavoro troppo ravvicinato negli archivi del S. Uffizio. L’accusa non è del tutto infondata, ma non si vede come uno storico possa fare altrimenti. Se non ci si cala nei meccanismi e nei documenti di un’istituzione, è difficile capirne il funzionamento. Ma se si indaga da vicino la vita dell’Inquisizione, diventa difficile ridurre il proprio lavoro al conteggio delle condanne a morte o alla valutazione dell’attività inquisitoria come prefigurazione del totalitarismo novecentesco. Si finisce invece per cercare se vi fosse una razionalità dietro all’azione degli inquisitori e se essa si basasse su un sistema di regole che potevano proteggere l’inquisito. Una volta appurati questi due punti, non è più possibile dichiarare, come l’eroe eponimo nel XVII capitolo del Robinson Crusoe di Daniel Defoe, che essere divorato vivo dai “selvaggi” è preferibile al cadere nelle grinfie degli inquisitori romani.
Defoe era un grande giornalista ed esemplificava con la sua frase il sentimento dell’Inghilterra anglicana e antiromana, inoltre non aveva a disposizione alcuna documentazione. Al contrario il dibattito degli storici è oggi obbligato a confrontarsi con la disponibilità degli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede. Quest’ultima è stata istituita da Paolo VI nel 1965, ma è l’erede della Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione creata da Paolo III nel 1542, ribattezzata da Pio X Sacra Congregazione del Sant’Uffizio nel 1908 e arricchita da Benedetto XV nel 1917 delle competenze della Congregazione per la Riforma dell’Indice dei Libri Proibiti, a sua volta fondata nel 1571 (sulla storia di questa seconda congregazione vedi Vittorio Frajese, Nascita dell’Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento alla Controriforma, Brescia, Morcelliana, 2006). Nel 1966 sempre Paolo VI ha abolito l’Indice, ma i suoi fondi archivistici sono rimasti alla Congregazione per la Dottrina della Fede. L’archivio storico di quest’ultima riunisce di conseguenza due grandi serie: quelle delle due antiche Congregazioni dell’Indice e S. Uffizio. A queste si aggiungono infine i materiali del Tribunale inquisitoriale di Siena, formando una stratificazione archivistica di tutto rispetto, ottimamente descritta negli interventi al seminario Gli archivi dell’Inquisizione in Italia: problemi storiografici e descrittivi, pubblicato a cura di Andrea Del Col in Cromohs, 11, 2006 e disponibile online. I tre archivi riuniti sono talvolta disomogenei, anche perché nel corso del tempo è andato distrutto il 90% del loro materiale, ma rispondono a esigenze analoghe, inoltre il personale delle due congregazioni era di sovente lo stesso e i libri messi all’Indice erano valutati anche dal S. Uffizio.
Sugli incroci tra le due congregazioni sono recentemente apparsi molti lavori. Hubert Wolf (Storia dell’Indice, Roma, Donzelli, 2006, ma vedi anche il precedente Prosopographie von Römischer Inquisition und Indexkongregation 1814-1917, Paderborn, Ferdinand Schöningh Verlag, 2005) schizza rapidamente e abbastanza maldestramente, almeno nel volume tradotto in italiano, la storia dell’Indice dalle origini al dissolvimento nel S. Uffizio e vi appone la ricostruzione dei casi di alcuni autori e di alcuni libri tedeschi, nonché un interessante capitolo sul giudizio relativo alla Capanna dello zio Tom (1852) di Harriet Beecher Stowe. Guido Verucci (Idealisti all’indice. Croce, Gentile e la condanna del Sant’Uffizio, Roma-Bari, Laterza, 2006) segue l’evoluzione dei dossier che portarono all’indice l’opera di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Le due opere mettono a fuoco discussioni otto-novecentesche (gli esempi di Wolf datano a quei due secoli) e mostrano la complessità della macchina inquisitoriale. Una denuncia, di cui in genere è difficile risalire all’autore, porta un autore o un’opera all’attenzione dell’Indice e/o dell’Inquisizione. Un gruppo di specialisti è incaricato di redigere un parere e sulla base di questo inizia una discussione, che può divenire assai lunga e talvolta persino cambiare di segno. L’opinione di singoli può rovesciare il primo responso, oppure guadagnare tempo per l’autore. In genere è un ambiente abbastanza duttile, specie se si giudica di realtà lontane da Roma. In tal caso i funzionari sono infatti obbligati a ricorrere a esperti molto diversi fra loro. Talvolta capita di trovare personaggi, come l’Augustin Theiner studiato da Wolf, che passano dal ruolo di giudicati a quello di giudicanti o viceversa. Inoltre, gli scarti improvvisi della politica ecclesiastica, specie in occasione del succedersi dei papi, portano al variare delle linee programmatiche e quindi a repentini capovolgimenti di fronte.
Le vicende ricostruite da Wolf e Verucci evidenziano l’azione di accaniti persecutori di quanto è ritenuto dannosamente “moderno”: è il caso, ad esempio, del francescano Agostino Gemelli e del suo strenuo impegno per far condannare i filosofi idealisti nel vano tentativo di riportare la filosofia italiana al suo alveo “medievale”. Vi sono, però, pure dei mediatori tra la Chiesa e la società civile, come il gesuita Tacchi Venturi nella vicenda Gentile, e papi, che si disinteressano di quanto deciso dal S. Uffizio e mantengono contatti diplomatici persino con i condannati all’Indice. Non sempre vincono i persecutori dunque, ma è comunque meno scontata la vittoria dei mediatori. Tuttavia bisognerebbe affinare la ricerca e soprattutto comprendere meglio le motivazioni di questi ruoli, in particolare nell’ambito della Curia romana e delle curie generalizie dei principali ordini religiosi. Seguendo le indicazioni di Wolf, si potrebbe concludere che il mediatore ha più importanza, quando presenta alla Congregazione settori lontani dalla sua esperienza o dalle sue conoscenze linguistiche. Gustavo Costa (Malebranche e Roma. Documenti dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, Firenze, Olschki, 2003; Thomas Burnet e la censura pontificia, Firenze, Olschki, 2006) ha notato come alla fin fine Indice e S. Uffizio marchino stretto la produzione in latino, in italiano o in francese, ma di fatto ignorino quella tedesca o inglese, se non in traduzione, perché i funzionari e i consultori non conoscono quelle lingue.
Nel caso di Croce e Gentile tale problema ovviamente non esiste, ma la loro condanna mette in gioco opzioni politiche delle quali la Chiesa non è sicura. In questa circostanza i mediatori servono dunque a saggiare i rischi che si potrebbero correre e forse a smussare i contrasti interni alla stessa gerarchia cattolica. La condanna dei due filosofi ha infatti significati politico-culturali che non tutti i cattolici condividono; inoltre porta a scoprire quanto poco contasse l’essere messi all’indice e quanto poco gli spazi disponibili per la Chiesa nella vita delle elite fossero ampliabili. Non soltanto la borghesia italiana, pur cattolica, proseguì a leggere quei filosofi, ma non fu possibile sfruttare la condanna di Gentile per ottenere maggiori margini di manovra nella scuola superiore da lui riformata.
Come si vede, i materiali da affrontare sono tanti e altri appaiono in volumi sin qui non citati. Basti ricordare ancora gli atti dei due convegni su L’apertura degli archivi del Sant’Uffizio romano e L’ inquisizione e gli storici. Un cantiere aperto (entrambi Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2000), oppure quelli del simposio internazionale su L’inquisizione, a cura di Agostino Borromeo (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2003). Senza poi scordare le analisi più specifiche di Saverio Ricci (Il sommo inquisitore. Giulio Antonio Santori tra autobiografia e storia (1532-1602), Roma, Salerno, 2002) e John Tedeschi (Il giudice e l’eretico. Studi sull’inquisizione romana, Milano, Vita e Pensiero, 2003), oppure le sintesi di Jean-Pierre Dedieu (L’Inquisizione, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2003) e Joseph Pérez (Breve storia dell’Inquisizione spagnola, Milano, Corbaccio, 2006). Si tenga conto che, data questa immane produzione, ormai vi sono saggi di storiografia specializzata per tener dietro all’apparizione a getto continuo di studi: si vedano ad esempio Jean-Pierre Dedieu e René Millar Carvacho, “Entre histoire et mémoire. L’Inquisition à l’époque moderne: dix ans d’historiographie”, Annales HSS, 57 (2002), pp. 349-372, e Andrea Del Col, “Osservazioni preliminari sulla storiografia dell’Inquisizione romana”, in Identità italiana e cattolicesimo. Una prospettiva storica, a cura di Cesare Mozzarelli, Roma, Carocci, 2003, pp. 75-137.
Il Centro di ricerca sull’Inquisizione dell’Università di Trieste ha dato un contributo notevole a questo proliferare di studi di grande qualità. A due studiosi di tale ateneo spetta il merito di aver curato negli ultimi venti anni interessantissimi volumi generali: L’Inquisizione romana in Italia nell’età moderna, a cura di Andrea Del Col e Giovanna Paolin, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, 1991; L’Inquisizione romana: metodologia delle fonti e storia istituzionale, a cura di Idd., Trieste – Montereale Valcellina, Edizioni Università di Trieste – Circolo Culturale Menocchio, 2000; Inquisizioni: percorsi di ricerca, a cura di Giovanna Paolin, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2001. In essi gli approcci suggeriti da Carlo Ginzburg negli anni Sessanta e Settanta (I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966; Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Torino, Einaudi, 1976) sono stati verificati alla luce della documentazione oggi disponibile. Così si è tornati sulle carte relative ai personaggi e ai gruppi studiati da Ginzburg (Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell’Inquisizione, a cura di Andrea Del Col, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1990; Franco Nardon, Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento, Trieste – Montereale Valcellina, 1999, Edizioni Università di Trieste – Centro Studi Storici Menocchio, 1999; Uno storico, un mugnaio, un libro. Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, 1976-2002, a cura di Aldo Colonnello e Andrea Del Col, Trieste, Edizioni Università di Trieste, 2003) e si è cercato di andare comunque avanti attraverso altre acquisizioni archivistiche.
Proprio uno dei promotori queste iniziative, Andrea Del Col, ha infine operato un coraggioso e riuscito tentativo di spiegare al grande pubblico cosa sia l’Inquisizione e di cosa dibattano gli studiosi. L’Inquisizione in Italia di Del Col è in effetti un libro non soltanto unico, ma eccezionale. Da un lato, infatti, ricostruisce tutta la parabola inquisitoriale, iniziando con la genesi e le attività delle inquisizioni medievali, passando per la fondazione della congregazioni romane dell’Inquisizione e dell’Indice, terminando con lo scioglimento di quest’ultimo e la trasformazione della prima nella congregazione per la Dottrina della Fede. Dall’altro, si applica coscienziosamente a evitare il gergo e il birignao degli accademici e a scrivere in modo piano e comprensibile per tutti. Il risultato è un Oscar Mondadori di stazza notevolissima, pieno di informazioni, corredato di note dettagliate, bibliografia, indice dei nomi, ma che si legge quasi come un romanzo. Un libro che richiede cioè tempo per essere ultimato, ma che non pesa sul lettore e che lo invoglia a continuare la lettura giorno dopo giorno.
Ora già questo, considerata la noiosità media dei libri degli storici italiani, sarebbe un grandissimo risultato. Del Col va, però, oltre: non soltanto racconta la storia delle inquisizioni e più in genere della repressione di ogni forma di dissenso nell’ecumene prima cristiano e poi cattolico, ma vi riflette sopra e affronta con coraggio tutti i punti controversi. A ogni parte di presentazione storica corrisponde un capitolo di approfondimento storiografico. In esso discute il giudizio e lo scontro fra gli storici sull’effettivo ruolo dell’Inquisizione nell’arretratezza italiana e in quella dei paesi cattolici più in generale. Compara quanto è accaduto nel mondo cattolico e in quello protestante, mostrando l’analoga tendenza a perseguitare forme di credenze popolari (le streghe, la magia nera e bianca, ecc.) e forme di opposizione (le esecuzioni nella Ginevra di Calvino), addirittura ricordando sulla scia di Adriano Prosperi (L’eresia del libro grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano, Feltrinelli, 2001) come cattolici e protestanti siano d’accordo nel contrastare ogni ipotesi che tenda a fare a meno delle chiese strutturate. Valuta infine il peso concreto delle attività inquisitoriali e mostra come ad un tempo convenga: 1) non dar retta alla leggenda nera e non fare dell’Inquisione una sorta di attività diabolica che ha tenuto nelle tenebre l’Europa cattolica; 2) non dimenticare, però, il peso oppressivo delle congregazioni romane e il loro progressivo limitare la libertà intellettuale.
Rispetto ad altri studiosi Del Col rivela una profonda conoscenza dei meccanismi e delle mentalità delle istituzioni ecclesiastiche, soprattutto in Italia. Se ne serve dunque con meditata abilità per farci comprendere che cosa volessero le inquisizioni e i singoli inquisitori, che cosa fossero disposti a tollerare e che cosa tentassero realmente di cancellare. Inoltre, una notevolissima preparazione relativa alla storia italiana ed europea gli permette di incrociare questi dati con quello che stava avvenendo negli stessi secoli. Riesce così a far vedere come Inquisizione e Indice reagissero ai mutamenti dell’età moderna e di quella contemporanea. Come cercassero di bloccare la dinamica culturale, come in fondo non fossero così rilevanti i grandi ed eccezionali processi, ma pesasse molto di più l’attività quotidiana e come questa si rafforzasse proprio quando finirono i grandi drammi. L’attività inquisitoriale diventa più capillare, quando si normalizza e ha a che fare con la repressione dei piccoli scarti quotidiani e la supervisione del matrimonio o delle confessioni.
Andrea Del Col non ha firmato, né voluto firmare, l’opera definitiva sul suo soggetto di studio. Però, con la sua sintesi, ci ha offerto una base comune sulla quale fare progredire l’analisi e la riflessione.

26 marzo 2007