Valentina De Rossi *

“PUT YOUR BODIES ON THE GEARS”: MARIO SAVIO E IL FREE SPEECH MOVEMENT

 

Arriva il momento in cui il funzionamento della macchina diventa così detestabile, vi fa stare così male che non riuscite più a partecipare! Nemmeno passivamente accettate di partecipare! Dovete mettere i vostri corpi sugli ingranaggi e sulle pulegge, sulle leve e sull’impianto intero fino a fermarlo! Dovete far capire a coloro che la azionano e a coloro che ne sono proprietari che, se non siete liberi, questa macchina la fermerete del tutto![1] – Mario Savio, Sproul Hall Steps, UC Berkeley, December 2, 1964 (Cohen 327)

Con queste parole  Mario Savio, studente di Berkeley, apriva il movimento per la libertà di parola e con esso una decade di proteste rivoluzionarie destinate a cambiare la storia. Nel corso degli anni Sessanta, Berkeley venne scossa da scontri sull’azione politica degli studenti, diritti civili e Guerra del Vietnam. Quasi cinquant’anni più tardi, la comunità utopica sognata da quel gruppo di studenti reazionari non si è ancora realizzata. Anzi, l’università a livello nazionale e non, sembra essere diventata la “knowledge factory” promossa dal rettore Kerr e contestata dai membri del Free Speech Movement.

Ma che cos’era il Free Speech Movement e quali erano i suoi obiettivi? E soprattutto, quali sono gli spunti di riflessione per gli attuali movimenti di protesta, in particolare per Occupy Wall Street, la reazione del popolo alla crisi della democrazia? Esiste un filo conduttore tra questi movimenti e quelli degli anni Sessanta?

Per rispondere a queste domande è necessario ricostruire la storia di quei giorni rivoluzionari. Il Free Speech Movement (FSM) di Berkeley è stata la più importante rivolta studentesca americana. Ebbe luogo nel 1964, gli anni di Martin Luther King e del movimento per i diritti civili. Nonostante  perseguissero obiettivi differenti, i movimenti avevano in comune una serie di idee che appartenevano alla New Left[2], condividevano uguali principi e simili sistemi organizzativi. Inoltre, sebbene assumesse forme diverse, si battevano contro un unico nemico: la burocrazia (Bloom 90).

L’amministrazione di Berkeley era sempre stata molto chiusa rispetto a quelle che venivano chiamate questioni “off-campus”. Solamente due tipologie di espressione politica erano accettate: quelle che proponevano la continuazione dello status quo o quelle che al contrario presentavano cambiamenti così radicali da risultare irrilevanti (Bloom 1995, 91). Alcuni studenti, tra cui i futuri protagonisti del FSM, avevano preso parte a manifestazioni anti-razziali in Mississippi e portarono la stessa protesta in California, chiedendo parità di diritti e di accesso al lavoro tra neri e bianchi. Spaventati dai successi ottenuti dagli studenti, come nel caso della protesta al Sheldon Palace Hotel, che permise a persone di colore di trovare lavoro nelle strutture alberghiere, gli imprenditori californiani chiesero e ottennero che venisse limitata l’attività di gruppi politici nei campus (Berkeley in the Sixties). Avevano però sottovalutato un punto di forza della protesta: la continua violazione del Primo Emendamento unì per la prima volta coalizioni e partiti sotto la stessa causa, creando un’inedita sinergia.

Gli studenti si trovarono uniti per rivendicare un diritto violato dall’amministrazione della propria università: la libertà di parola. Per la prima volta un gruppo di giovani bianchi e privilegiati si resero conto della loro posizione di oppressi (Berkeley in the Sixties). Gli attivisti erano considerati una minaccia da chi aveva il potere e per questo motivo l’università fu spinta a controllare il contenuto di ciò che dicevano per limitare il loro coinvolgimento politico. Inizialmente l’attività politica venne spostata fuori dal campus, all’angolo tra Bancroft Way e Telegraph Avenue, ma in seguito il rettore Kerr vietò di sostare in quel luogo in quanto proprietà dello Stato (Draper 44). Nacque così il Free Speech Movement che, se inizialmente fu creato per lottare contro le restrizioni poste dall’amministrazione, diventò uno strumento per dar luce all’insoddisfazione dei giovani verso la vita all’interno del campus: l’università non era più sede del sapere ma una “knowledge factory”, un’impresa dove ricerche e corsi erano modellati a seconda delle esigenze del complesso militare e industriale per produrre studenti omologati. Lo stesso concetto è racchiuso nel famoso discorso di Sproul Hall:

Vi prego di riflettere su questo: se l’università è un’azienda e se il senato accademico è il consiglio di amministrazione e se il rettore Kerr è in effetti il direttore generale, beh lasciate che vi dica una cosa: il corpo docente non è altro che un mucchio di impiegati e siamo le materie prime! Ma siamo un mucchio di materie prime che non intendono lasciarsi trasformare in alcun prodotto! Non intendiamo essere comprati da un qualche cliente dell’università, che si tratti di governo, industria, sindacati o di chiunque altro! Siamo esseri umani! (Cohen  327)

Queste parole scossero profondamente l’opinione pubblica e diedero la spinta al movimento di Berkeley nella lotta contro le istituzioni. A pronunciarle, il leader del NSSC (Non-Violent Student Speech Commitee) Mario Savio.

Savio, figlio di emigrati siciliani, fu un personaggio centrale all’interno del movimento e riuscì a portarlo alla vittoria soprattutto grazie alle sue abilità oratorie e al suo carisma. Aveva già partecipato alle proteste per i diritti civili a San Francisco e alla Freedom Summer, una campagna non-violenta per la giustizia razziale in Mississippi (Fagiani 246). Tornato a Berkeley, divenne leader de facto del FSM in seguito al famoso “police car accident”.

Il primo ottobre 1964, Jack Weinberg, uno degli attivisti, venne arrestato per aver distribuito  volantini sui diritti civili nel campus. Gli studenti risposero con l’occupazione della Sproul Hall Plaza: un sit in di due giorni al termine del quale l’università fu costretta a ritirare ogni accusa e a rilasciare lo studente.

Fin da questo primo episodio, fu chiara la modalità della protesta, che venne portata avanti attraverso atti di civil disobedience. Gli studenti infatti esprimevano le proprie idee in modo pacifico, limitandosi a occupare lo spazio intorno al mezzo impedendogli di uscire. Venne installato un microfono sul tetto della macchina e chiunque poteva salire per esprimere la propria opinione (Weinberg). Savio si contraddistinse da subito per il rispetto per la legge e l’autorità, togliendosi le scarpe prima di salire sul cofano dell’auto. Gli altri studenti seguirono il suo esempio, prendendo parte a un’occupazione senza precedenti.

Nelle parole di Savio:

"Ciò non significa che dobbiate distruggere qualcosa. Mille persone riunite in uno stesso posto, che non lasciano passare nessuno impedendo ogni attività, possono fermare qualunque macchina, inclusa questa! E si fermerà!" (Cohen 328)

Anche se l’università ritirò ogni accusa verso Weinberg, il quale venne immediatamente rilasciato, Berkeley continuò a vietare ogni attività politica nel campus. La negazione di un diritto costituzionale, quale la libertà di espressione, e la violenza con cui l’amministrazione cercava di reprimere manifestazioni pacifiche resero chiara una volta per tutte l’ingiustizia propria non solamente dell’università, ma della società stessa. Come afferma il sociologo C. Wright Mills, scuole e college erano diventati “campi di addestramento per le grandi burocrazie del governo e della storia” (Mills  266), il cui scopo era la creazione di un “good citizen”, l’uomo di successo in una società di specialisti. Parole riprese anche da Savio nel suo saggio “An end to history”: il fine ultimo dell’università è quello di produrre cittadini modello e sopprimere ogni elemento di creatività nei propri studenti (Bloom 92).

Il FSM, nato come costola del più ampio Civil Rights Movement e volto a ottenere l’accesso a una zona del campus in cui promuoverne la causa, era diventato un movimento contro le limitazioni dell’università e della società in generale, in contrasto con i valori della società dominante (Draper 14). Se il primo crede nei valori della solidarietà, di creazione della comunità, nell’anticapitalismo, la società americana è basata sull’individualità, la competizione e l’efficienza, oltre ovviamente al capitalismo (Cohen and Zelnik 5).  Il Free Speech Movement, quindi, fin dalle premesse, è destinato a realizzare obiettivi più ambiziosi di quelli prefissati. Questo non sarebbe mai successo se la polizia non avesse arrestato Jack Weinberg. Come si è visto in tempi più recenti con il movimento Occupy Wall Street, la repressione da parte delle forze dell’ordine incoraggia ancora di più i manifestanti, facendo crescere la protesta.

Verso la fine del novembre 1964, dopo sei settimane di negoziazioni, l’università prese dei provvedimenti disciplinari nei confronti di Savio, Jack Turner e Brian Turner (Cohen and Zelnik 405). In risposta a ciò, gli studenti organizzarono un nuovo sit in a Sproul Hall, che sfociò nella vittoria definitiva del movimento il 2 dicembre. Vennero infatti inviati 600 ufficiali della polizia per cacciare gli studenti: oltre 800 gli arresti. Un uso della forza senza precedenti, cui  seguì uno sciopero generale di studenti e corpo docente. Il giorno successivo il senato accademico ristabilì la libertà di espressione nel campus di Berkeley (Cohen and Zelnik  413). Questa decisione segnò la vittoria del FSM, di Mario Savio e di un’intera generazione.

Il discorso di Savio del 2 dicembre 1964 riassume l’intera storia del movimento, tanto da esserne considerato il simbolo. Lo spunto venne da una frase del rettore Kerr, il quale, in risposta alle richieste degli studenti, aveva detto: “Vi immaginereste il dirigente di un’azienda che rilascia una dichiarazione in aperto contrasto con il consiglio di amministrazione?” (Cohen 329). In queste parole troviamo gli stessi concetti affrontati dal moderno movimento Occupy e gli stessi problemi che affliggono oggi la nostra società. I dirigenti di Berkeley erano infatti disposti a privare gli studenti della libertà di espressione piuttosto che perdere i finanziamenti delle industrie o il denaro dei genitori più conservatori. Qui però non si tratta solamente di una questione di denaro ma di controllo. L’università non deve essere gestita come un’impresa, una fabbrica il cui scopo ultimo è il profitto e i diritti costituzionali sono soggetti alle decisioni di un consiglio di amministrazione.

L’eloquenza di Savio viene consegnata alla storia come espressione poetica del potere della protesta e della disobbedienza civile. Erano disposti a mettere i loro corpi in prima linea, sulla strada e sugli ingranaggi pur di fermare la macchina che stava distruggendo il loro diritto al sapere. Inoltre, quando Savio parlava di fermare il funzionamento della macchina, si stava allegoricamente riferendo a questioni più grandi, quali la guerra in Vietnam, i diritti civili e la giustizia sociale.

Come fa notare lo stesso Savio nell’introduzione a “Berkeley: The New Student Revolt” (Draper 8), il movimento, che inizialmente era nato per dare sostegno alla causa dei diritti civili (alcuni studenti avevano partecipato alle marce di Martin Luther King in Mississippi), finì per concentrarsi sui problemi dell’università, e per riflesso della società. La violenza con cui ci si opponeva alla libertà di parola nel campus, infatti, portò  alla luce tutti i limiti della “Multiversity” o “knowledge industry” del rettore Kerr.

L’università della California era come un microcosmo dove erano riflessi tutti i problemi della società dell’epoca: i fallimenti dell’amministrazione erano sintomo di più ampi problemi che avevano colpito la società americana (Weinberg). A questo proposito, è particolarmente significativo il commento di John Gage, uno dei protagonisti di quei giorni rivoluzionari, contenuto nel documentario “Berkeley in the Sixties” (1990): “ogni organizzazione è disposta a mentire o ad alterare la percezione della realtà pur di mantenere il potere”.

I fatti di Berkeley resero evidente questo meccanismo nell’università e come conseguenza gli studenti iniziarono a vederlo ovunque. Il movimento per la libertà di parola, perciò, lungi dal rappresentare una protesta circoscritta e indirizzata all’ottenimento di uno spazio di protesta all’interno del campus, individuò gli stessi meccanismi che cercava di alterare in ogni aspetto della società. Fu un autentico risveglio politico. Dopo il celebre discorso dai gradini di Sproul Hall (ora chiamati “Mario Savio steps”), i giovani americani non poterono più tornare a vivere il sogno americano da cui erano stati bruscamente risvegliati. Era l’alba di un nuovo inizio.

Cinquant’anni dopo il discorso di Sproul Hall, cosa rimane della protesta del FSM? I recenti movimenti Occupy Wall Street e Occupy Cal (dal soprannome del campus di Berkeley), nati a seguito della crisi finanziaria, hanno alcuni elementi in comune con i loro predecessori degli anni Sessanta. Ciò che rimane dello spirito di quegli anni è l’enfasi sul rispetto e l’inclusività (Della Porta 83), oltre a un consenso su larga scala che trascende qualsiasi divisione politica. Oggi come allora, gli spazi di occupazione si trasformano in comunità alternative dove coltivare sentimenti di forte solidarietà (Della Porta 84).

Dal punto di vista concettuale, però, i movimenti Occupy si differenziano dal Civil Rights e dal Free Speech Movement: mentre questi erano volti alla protezione di diritti negativi (chiedendo quindi l’inazione e la fine di un comportamento negativo, come la violazione di una libertà o proprietà), Occupy intende rivendicare diritti positivi, quali il diritto all’assicurazione sanitaria, a una casa, all’istruzione e al lavoro (Della Porta 37).

Oggi, a causa dell’aumento esponenziale delle rette universitarie, gli studenti sono passati da essere “materie prime” a veri e propri stakeholders. Per questo motivo, hanno ancor più diritto a un’educazione meno standardizzata e più in linea con le loro esigenze. Il modello dell’istruzione usa e getta, indirizzata esclusivamente al mondo del lavoro, non funziona più. È necessario iniziare ad ascoltare gli studenti, quell’1% disposto a “mettere sé stessi sugli ingranaggi” e a chiedere una società in cui “il fine ultimo della produzione non sia la produzione di beni, ma la produzione di esseri umani reciprocamente associati in condizioni di uguaglianza” (Chomsky 38).

Bibliografia

Bloom, Alexander and Wini Breines. "Takin' it to the Streets". New York: Oxford UP, 1995.

Chomsky, Noam. Chomsky on Miseducation. Lanham: Rowman & Littlefield, 2000.

Cohen, Robert. Freedom's Orator. Oxford: Oxford UP, 2009.

Cohen, Robert and Reginald E Zelnik.The Free Speech Movement. Berkeley: U of California P, 2002.

Della Porta, Donatella. Can Democracy Be Saved?. Oxford: Polity P, 2013.

Downs, Donald Alexander. Restoring Free Speech and Liberty on Campus. Oakland: Independent Institute, 2005.

Draper, Hal. Berkeley. New York: Grove P, 1965.

Fagiani, Gil. “Mario Savio: Resurrecting an Italian American Radical.” The Lost World of Italian American Radicalism. A cura di Philip Cannistraro, Gerald Meyer and Paul Avrich. Westport: Praeger, 2003.

Mills, C. Wright. White Collar. New York: Oxford UP, 1951.

Weinberg, Jack. The Free Speech Movement and Civil Rights, 1965, visitato il 01/09/2013.

Berkeley in the Sixties. Mark Kitchell. 1990.

"Will Occupy find its voice?". Crosscut.com, visitato il 01/09/2013.

Free Speech Movement Archivevisitato il 01/09/2013.



[1] Traduzioni a cura dell’autore.

[2] Movimento della sinistra radicale nato nel 1960 da una lettera aperta del sociologo C. Wright Mills. Si differenzia dalla Old Left in quanto richiede una democrazia più partecipata, focalizzando l’attivismo politico verso il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.


* Valentina De Rossi (valentina.derossi [AT] univr.it) è laureata in Lingue e Letterature Straniere all'Università di Verona. I suoi principali interessi sono: Sociolinguistica, Lingua e Cultura Americana e Storia degli Stati Uniti.

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