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Intervista a Richard Ford

Juana Libedinski

RICHARD FORD, A COLPI DI PUGNI E DI TALENTO

http://www.lanacion.com.ar/1554451-richard-ford-a-golpe-de-puno-y-de-talento

Vincitore del premio Pulitzer e considerato una delle voci più importanti della narrativa statunitense, l’autore de Il giorno dell’Indipendenza parla dei suoi ultimi due libri e dell’importanza che la boxe e le diverse forme di violenza hanno avuto nella sua storia personale.

A Richard Ford piace nuotare nudo. Nel mare, tra le onde della costa del Maine, senza curarsi del freddo del New England. Lo confessa dopo che gli dico di averlo visto in un club universitario dove la piscina coperta è solo maschile e nessuno indossa il costume da bagno. “È difficile nuotare svestiti quando salgono le onde e il vento gelato ti colpisce nel corpo, non nell’acqua tiepida e tranquilla di una piscina coperta. Io vado al club per giocare a squash”, spiega. Avrei dovuto immaginarlo. Ford è incredibilmente rude e virile sotto ogni aspetto. Nel corso dell’intervista parla dei colpi che ha dato e ricevuto, di auto rubate e di ragazze che lo hanno schiaffeggiato per un commento inopportuno. Questi sono alcuni dei temi che tratta nei suoi nuovi libri: il romanzo Canada, ancora inedito in Spagna [in Italia è uscito per Feltrinelli, NdT] (il cui incipit è “Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi”) e la raccolta di saggi Flores en las grietas, uscito in Argentina l’anno scorso, dove in uno dei testi più potenti, En la cara, riflette sui pugni che ha subitoE non soltanto su quello.

Ford non gioca a fare l’anti-intellettuale; alla fine dice con orgoglio di avere avuto “genitori di classe operaia che hanno lavorato come schiavi per fare in modo che potesse avere una vita migliore della loro” e che la sua carriera in ambito letterario è un giusto “tributo al loro successo”. Però non intende dimenticare da dove proviene. “Come molti”, aggiunge.

“A eccezione di personaggi come John Updike e Martin Amis, che hanno avuto un’educazione eccellente, molti altri scrittori e io ci siamo dovuti inventare da soli, farci da soli. Ciò che abbiamo scritto deriva da quello che abbiamo imparato”.

Ford nacque a Jackson, Mississippi, nel 1944, figlio unico di un venditore che viaggiava per tutto il paese. Quando aveva otto anni, il padre ebbe un attacco di cuore e il figlio iniziò a trascorrere il tempo libero tra la casa natale e quella del nonno, ex campione di lotta libera e di boxe che viveva in Arkansas.

Nel 1960 il padre morì a seguito di un secondo attacco cardiaco, nello stesso anno in cui Ford iniziò l’università. Non fu mai un alunno modello e aveva problemi di dislessia; nonostante questo, da adulto iniziò a interessarsi alla letteratura. Dopo essersi laureato alla Michigan State University, dove conobbe Kristina, la futura moglie (“Se uno non riesce a rimanere sposato a lungo con una donna come Kristina, non può essere sposato con nessuna” dice quando gli sia chi gli chiede il segreto di uno dei matrimoni più duraturi nel circolo intellettuale statunitense), provò a iscriversi a Giurisprudenza.

Fu un fallimento, e così si iscrisse a un corso di scrittura creativa all’Università della California di Irvine, dove si laureò nel 1970. “All’inizio mi manteneva mia moglie, che ha un dottorato in Urbanistica e che sempre lavora all’università, cosa per me non facile”, ammette. Pochi anni più tardi diventò, insieme ad autori quali Raymond Carver, Tobias Wolff, Ann Beattie, Frederick Berthelme e Jayne Anne Phillips, una delle maggiori voci di quello che sarà chiamato il realismo sporco nord-americano. Per un periodo lavorò come giornalista sportivo (ancora oggi ogni argomento legato a qualsiasi sport risveglia in lui un’evidente passione), da cui prese spunto per il romanzo Sportswriter (1992, Feltrinelli).

Di lì nacque una delle trilogie più premiate della letteratura statunitense, il cui protagonista è Frank Bascombe, un uomo qualsiasi che vive in New Jersey,. Con il secondo libro della serie, Il giorno dell’indipendenza (1999, Feltrinelli), Ford vinse nel 1995 il Pulitzer e il PEN/Faulkner; era la prima opera a vincere entrambi i premi. Ritirò il Pulitzer presso la Columbia University dove oggi, a 68 anni, in veste di professore di Lettere e Scrittura Creativa. Lì Kristina insegna Urbanistica.

JUANA LIBEDINSKI: Per quale motivo il libro Flores en las grietas è stato pubblicato solamente in spagnolo?

RICHARD FORD: Scrivo molte opere che gli statunitensi definiscono non-fiction. Dato che stava passando troppo tempo tra la pubblicazione di un romanzo e l’altro il mio editor presso Anagrama, ritenendo che i lettori “avessero bisogno di qualcosa dalla penna di Ford” mi chiese di pubblicare un libro di saggi. A quell’idea stavo lavorando per il mercato tedesco, con testi che avrei in seguito avrei rimesso a posto. Non trovai il tempo di farlo ma Jorge Herralde mi disse di avere parlato con persone che li consideravano pronti così com’erano. Quindi gli dissi: “Avanti”, e sono molto contento del risultato. Non so se mi sarei azzardato a pubblicare lo stesso libro in inglese. Ho uno standard molto alto per le mie pubblicazioni negli Stati Uniti.

JL: Quindi questi saggi potevano andare bene per il pubblico spagnolo ma non per quello americano?

RF: Posso riassumere il mio standard per le pubblicazioni negli Stati Uniti in due parole: John Updike. È il mio modello e cerco di non fare niente che lui non avrebbe fatto. Credo che questi saggi abbiano un valore diverso se pubblicati all’estero piuttosto che in inglese, nel mio paese. Mi riferisco a un valore di tipo culturale. Si tratta di saggi che possono essere visti come una istantanea degli Stati Uniti di oggi. Per qualcuno che vive negli Stati Uniti l’interesse è minore. D’altra parte, trattandosi di saggi già pubblicati negli Stati Uniti come articoli, prefazioni a libri o altro, non hanno nemmeno il valore aggiunto della novità.

JL: Tutti sono concordi nel lodare la potenza dell’inizio di Canada ma la confessione contenuta in uno dei saggi di Flores en las grietas, sui colpi che ha dato nel corso della sua vita, ha un impatto più forte.

RF: “Ho colpito molta gente nel corso della mia vita. Troppi, ne sono certo”. Non c’è dubbio. Cominciai a pensarci su quando una mia amica mi chiese un saggio introduttivo per un suo libro fotografico sulla boxe. Le dissi che ero stato un pessimo pugile non professionista da giovane, e che la mia carriera con i guantoni non era stata particolarmente interessante. D’altro canto, mi ero trovato coinvolto in diverse risse di strada nelle quali le avevo prese di santa ragione. Raccontando di mio nonno, un ex pugile professionista che mi aveva avvicinato allo sport perché imparassi a difendermi meglio, decisi di esplorare che cosa c’è dietro l’impulso di colpire.

JL: E che cosa ha scoperto?

RF: Non posso parlare in nome della cultura in generale ma la cosa certa è che ogni qual volta mi scontravo con qualcosa che sembrava incredibilmente ingiusto o immeritato, lo risolvevo colpendo in testa il responsabile. Ancora oggi, sebbene non faccia più certe cose, venire alle mani è sempre una delle opzioni. Stranamente, l’idea di colpire non è altrettanto forte quando vado a un incontro di boxe. Apparentemente la boxe significa molto di più che dare pugni e forse è questa la ragione per cui Liebling (NdT: storico cronista di boxe del New Yorker) scrive non tanto di boxe ma di pugili.

JL: Lo hanno picchiato anche delle donne?

RF: Sì ma è una cosa diversa, non fa troppo male.

JL: Se andrà in Argentina a presentare il libro, deve conoscere la Tigresa Acuña.

RF: Si tratta di una professionista. Mi piacerebbe incontrarla, anche se sono pronto ad ammettere la sconfitta prima di salire sul ring. Di incontri di boxe con donne ne ho già avuti. Odiosi. Quando vivevo a New Orleans con mia moglie, molti anni fa, divenni socio del club sportivo più vecchio della città. C’era un gruppo di boxe e mi iscrissi. Subito mi fecero scontrare con delle donne. Portavano protezioni su testa, petto e parti intime, e non appena salivi sul ring correvano verso di te e ti riempivano di colpi, uno dietro l’altro, senza fermarsi. Niente poteva fermarle. Mi venivano in mente mille metafore affascinanti in merito a questa situazione ma la verità è che mi divertivo molto. Ora cerco di evitarlo. La maggior parte delle donne che mi ha picchiato lo ha fatto con il palmo aperto e le unghie lunghe.

JL: Mi può dire perché?

RF: No, ma posso dirle che era perché avevo fatto qualcosa che le aveva fatte arrabbiare, o che avevano trovato offensivo. Non mi da fastidio, riconosco che molte volte me ne sono pentito. E preferisco questo atteggiamento a un rancore covato a lungo.

JL: Ha anche confessato che spesso vorrebbe fare a pugni con chi recensisce i suoi libri. E che scrivere una cattiva recensione equivale a tamponare con l’automobile chi ti ha mostrato il dito. Quanta violenza.

RF: È possibile che tutto dentro di me sia pura violenza e che abbia bisogno di un terapista. Forse dovrei sottopormi a qualche terapia o cominciare da capo la mia vita invertendo la rotta. O forse, semplicemente, come diceva Auden (poeta inglese, NdT), “nessuno di noi è qualcosa di grande”. Però il pensiero di picchiare qualcuno, anche se riconosco che è un’azione orribile e ormai non la faccio più, è un indicatore importante per misurare quali sono per me le cose serie. Fa parte della mia drammaturgia interna, del mio teatro interiore nei confronti del senso di giustizia. Sono convinto che per me sia meglio, anziché ignorare tutto ciò, esserne cosciente e prendere precauzioni per controllarmi, per forzare l’empatia.

JL: E come la mettiamo con le recensioni?

RF: Molto semplice: non le leggo. Quelle positive non mi lasciano sufficientemente soddisfatto e di fronte a quelle negative ci resto veramente male. Sì, mi passa per la testa di picchiare l’autore. Kristina invece si diverte a leggerle e ogni tanto mi riferisce qualche paragrafo se pensa che possa piacermi. Non è mai abbastanza. Nemmeno le recensioni positive mi lasciano lontanamente felice. Per quanto riguarda scrivere recensioni, me lo hanno chiesto molte volte ma ho sempre rifiutato. Non ritengo di avere un giudizio sano. Inoltre, la maggior parte dei libri già non sono buoni e per di più uno può essere di cattivo umore nel giorno in cui legge un determinato libro, scrivere una recensione per stroncarlo e pentirsene in seguito. In effetti ritengo che un nuovo libro sia come un giovane che fa l’autostop lungo la strada. Se non puoi dargli una mano facendolo salire a bordo, non lo investire con una recensione negativa; fa’ finta di nulla e prosegui il tuo viaggio.

JL: Quindi non è stato mai così colpito da un’opera al punto da pensare di fare un’eccezione?

RF: No. Ho letto molti libri che mi sarebbe piaciuto commentare e l’ho fatto, ma non in occasione della prima edizione.

JL: Lei è cresciuto in un ambiente duro, nel quale veniva giudicato male chi parlava di se stesso. Scrivere saggi di argomento personale non è forse contrario alla sua educazione?

RF: No, perché ritengo di usare me stesso come strumento per un bene superiore: la storia. Nei saggi, anche se sono in prima persona, sono sempre vincolato all’esperienza che intendo creare o ai sentimenti che voglio suscitare nel lettore. Fintanto che non richiamo l’attenzione su me stesso per me stesso non mi sento a disagio. Nel saggio El hotel, ad esempio, parlo di come sono cresciuto in un hotel gestito da mio nonno. Non è stato poi così male. Salivo e scendevo con gli ascensori, davo da mangiare ai pesci, camminavo baldanzoso e vedevo come accendevano le luci della centralina. Mi apprezzavano tutti perché ero alto e perché mio padre era malato e io restavo lì, coraggiosamente, a tempo indeterminato. In inglese si intitola Accomodations e infatti tratta di come tutti noi, pur di sopravvivere, ci adattiamo a situazioni strane.

JL: In Canada (2013, Feltrinelli), primo romanzo dopo la conclusione della trilogia di Bascombe, Ford porta all’estremo il tema dell’adattamento a situazioni strane. Il nuovo narratore, Dell Parsons, riflette sulla sua vita da ragazzo quattordicenne quando i suoi genitori scuotono la routine di una piccola città di provincia decidendo di rapinare una banca. I libri su Bascombe in genere narrano episodi della durata di qualche giorno. In Canada, invece, la narrazione si estende per decine di anni e rispetto ai precedenti romanzi di Ford vi è molta più azione. L’elemento centrale e costante è il tema della fragilità della felicità umana, con la differenza che stavolta il luogo geografico sembra agire in un certo senso come panacea.

Per quale motivo Canada diventa la Terra Promessa? Non si dice di solito che il Canada è come gli Stati Uniti, soltanto più noioso?

RF: Questo secondo la saggezza popolare, o meglio, la popolare mancanza di saggezza. Il Canada non è noioso, è tollerante. Per me è un paese riparatore. Quando mi trovo in Canada mi sento bene; non posso dire lo stesso di altri posti. Sono appena stato in Inghilterra. Non provo niente in Inghilterra. Sono stato in Danimarca. Bellissima, ma non provo nulla neppure lì. Per il mio protagonista, il Canada rappresenta il luogo dove lasciare alle spalle le disgrazie della gioventù, un luogo fisico e spirituale dove possono succedere cose buone. Anche negli Stati Uniti, se uno vuole. Però quel bisogno feroce che ti annienta, una volta raggiunto l’altro lato della frontiera si indebolisce. Parliamo di colpi; bè, posso dirle che sono gli Stati Uniti a picchiarti forte tutto il tempo. Continuano a martellarti con il senso di patriottismo, che molte volte appartiene agli altri. In Canada riesci a evadere da questo clamore, ed è un vero sollievo.

JL: In tutte le elezioni ci sono sempre intellettuali di sinistra che si dichiarano pronti a trasferirsi in Canada in caso di vittoria repubblicana. Che cosa ne pensa?

RF: Che sono uno di loro. Ma attenzione: io vado a votare. Sono stato volontario della Marina. Lo farei come atto di protesta civile, non per mancanza di lealtà verso il mio paese.

JL: In Canada ha scritto un libro su una grande rapina. Ha una qualche esperienza personale di furti, come ne aveva nella boxe prima di scriverci un libro?

RF: Sì, da giovane ho rubato automobili e svaligiato case.

JL: Sul serio? Di solito, quando gli intellettuali fanno queste dichiarazioni, in seguito spiegano di essersi ritrovati con alcune monete del resto uniche dovevano dare alla nonna quando erano bambini…

RF: No, io ho derubato dei concittadini. Ho portato via le loro automobili, sono entrato nelle loro case e ho sottratto degli oggetti. Quando ero adolescente, nel Mississippi, farlo era d’obbligo. Non ne avevamo bisogno di farlo, lo facevamo e basta. Però in questo libro non c’è niente che io abbia mai fatto. Non ho mai derubato una banca né ucciso qualcuno, anche se ho sempre associato un elemento fortemente drammatico a coloro che vivono al limite. Rapinare una banca per me è un qualcosa di per sé interessante, che abbia provato l’esperienza oppure no. Quando raccontavo gli eventi ho provato una sensazione piacevole, come se vi stessi assistendo con i miei occhi. Mi sono divertito molto a scriverlo, mi sono sentito libero.

JL: In Canada e nelle sue opere in generale, esplora non tanto i grandi avvenimenti della vita quanto le loro conseguenze. Per quale motivo?

RF: Perché è allora che risultano più evidenti i temi morali. A seconda di come ci adattiamo ai grandi avvenimenti risulta più evidente il bene e il male delle persone. Ne è un esempio l’11 settembre. Mi sono reso conto che si è trattato di una tragedia così grande che non vivremo mai abbastanza per comprenderla, però possiamo scrivere romanzi sulle sue conseguenze. Su quelle conseguenze che il giornalismo non può raccontare e che rimangono nascoste. A volte ci vuole qualcuno con un’immaginazione molto attiva per renderle visibili ai lettori. Quando a metà del XIX secolo Emerson scrisse che “alla natura non piace essere osservata”, stava semplicemente riconoscendo che l’immaginazione può veicolare informazioni sulla nostra natura che gli altri organi di conoscenza non possono offrire e nemmeno ci provano, e che ciò che racconta la letteratura è vitale per la nostra sopravvivenza. Sicuramente nessuno può affermare che in questo ambiente politico, saturo di notizie e di malvagità, non vi sia bisogno di grandi racconti.

JL: Ad esempio?

RF: Un racconto brillante scritto recentemente da Barry Hannah, Julie Orringer o Matt Klam regge perfettamente il confronto con uno scritto di 50 anni fa da John Cheever o da Eudora Welty.

JL: Ho incontrato Ford nel suo studio al secondo piano, con vista sulle grandi scalinate esterne che appaiono in tutti i film ambientati alla Columbia University. Conoscendo la personalità di Ford ci si poteva aspettare un arredamento spartano ma non c’è davvero nulla, fatta eccezione per una foto di quindici anni fa, dopo la consegna del Premio Pulitzer, nella quale sta scendendo quelle stesse scale insieme a Kristina, abbracciati e sorridenti.

“Cerco di trascorrere in ufficio meno tempo possibile, non voglio che sia confortevole. Non so nemmeno come si accenda questo computer” dice indicando l’unico oggetto presente sulla scrivania.

JL: Perché?

RF: Perché voglio trascorrere tutto il tempo a parlare con alunni e colleghi. È per questo che sono qui, non per scrivere. L’ultima fase della vita di uno scrittore è poco piacevole. Consiste in un lavoro di revisione e nel rendere tutto il più perfetto possibile. Quando termino un libro devo lasciare trascorrere un paio di anni prima di tornare a scrivere, così da dimenticarmi di questo orrore.

JL: Ha paura di correggere un testo nei dettagli perché è stato dislessico?

RF: No, perché a quel punto sono stanco del libro ma consapevole del fatto che vi siano imperfezioni e che non posso pubblicarlo finché non le abbia corrette. Sono abbastanza lento ad accorgermi delle cose e impiego dai sei agli otto mesi a ripulirlo. Sono molto infelice, in quei sei o otto mesi. Ho bisogno di due anni per dimenticare e per tornare a scrivere narrativa. Non muoio affatto dalla voglia di tornare a scrivere. D’altra parte, non mi sono mai ritenuto un uomo destinato a scrivere. Scelgo semplicemente,di farlo, in genere quando non ho niente di meglio da fare, come quando finisce il campionato di baseball in televisione. O quando non devo tenere lezione. Credo che per qualsiasi scrittore sia importante passare del tempo tra opere di grande respiro. Tutti sono il più osservante nei confronti di questa regola, in quanto per me si tratta di un postulato estetico e quasi morale. L’obiettivo è mettere la vita in primo piano. V.S. Pritchett diceva che uno scrittore è colui che osserva la vita dall’altro lato della frontiera. La scrittura deve rincorrere la vita. E la vita può essere abbastanza rinvigorente e utile per riempire il “pozzo di attività cerebrale incosciente” che, secondo Henry James, contribuisce alla capacità degli scrittori di collegare felicità e disgrazia.

JL: Cosa consiglia ai giovani scrittori che non possono venirla ad ascoltare alla Columbia University?

RF: Fate qualunque altra cosa o, se scrivete, non fatelo pensando alla sensazione sgradevole che si prova finendo un romanzo.

JL: E se dovessero insistere?

RF: Cercate di convincervi di fare qualsiasi altra cosa, dico davvero, perché una vita come la mia deve moltissimo alla fortuna. Ho lavorato duramente, questo è certo, e credo di essere bravo in ciò che faccio, ma questo non è sufficiente. Uno scrittore è destinato a vivere sotto pressione, e le occasioni di insuccesso sono terribili. Per ogni scrittore che vince un Pulitzer, ce ne sono quattro o cinque ugualmente bravi che rimangono a mani vuote. Inoltre, per essere scrittore, bisogna trascorrere molto tempo in solitudine, cosa che non fa bene a nessuno. Non vorrei mai addossarmi la colpa di avere incoraggiato dei giovani verso una carriera che ritengono forse confortante quando è più probabile che non lo sia.

JL: E se insistono ancora?

RF: In tal caso, non lasciate che nulla si metta sul vostro cammino. Non fate figli. Evitate di avere problemi con l’alcool. Sposate qualcuno convinto che ciò che fate sia una buona idea. Conducete un’esistenza il più possibile pacifica e normale in modo che il lavoro venga sempre al primo posto. Non preoccupatevi per il pubblico. Preoccupatevi solo di scrivere ciò che sapete.

JL: E “trasferitevi in Canada”?

RF: Ottimo consiglio ma non indispensabile se i vostri genitori non hanno commesso una rapina…

(traduzione di Valentina De Rossi)

Recensione al romanzo Canada, di Valentina De Rossi

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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