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Numeri - Issues

Anna Belladelli*

 

INTRODUZIONE

 

Negli ultimi quattro anni si è assistito a un crescendo di movimenti rivoluzionari e riformisti in tutto il mondo. Dalla Primavera Araba agli 15-M spagnoli (erroneamente definiti indignados), dalla protesta contro l’austerità selvaggia in Grecia a quella anti-Erdogan in Turchia, fino ai recentissimi risvolti drammatici delle manifestazioni pro-europeiste in Ucraina, le popolazioni in rivolta hanno catalizzato i media ufficiali e hanno anche pervaso i nuovi media grazie ai social network e al citizen journalism, che hanno consentito ai manifestanti non soltanto di rendersi più visibili, offrendo la propria versione degli eventi, ma anche di restare in contatto con movimenti affini in giro per il mondo. Ciò ha permesso un fenomeno nuovo e interessante sia dal punto di vista storico-politico e sociale, sia linguistico: si sono verificate migrazioni di slogan, contaminazioni linguistiche e consonanze di istanze e modalità di resistenza mai osservate nei decenni precedenti.

C’è poi un movimento che, per così dire, “ha più a cuore il processo che il risultato” (Gitlin 2011, traduzione mia) e per cui ha sempre meno senso individuare una serie di richieste specifiche e circostanziate se prima non avviene un mutamento profondo del sistema democratico tradizionale. È questo il caso del movimento di matrice statunitense che, dopo quello no-global di quindici anni fa, ha avuto maggiore risonanza mediatica, ovvero Occupy Wall Street. È ormai consuetudine datare l’origine del movimento Occupy facendola corrispondere alla prima occupazione dello Zuccotti Park, vicino ai palazzi di Wall Street, il 17 settembre 2011. In realtà, non si trattò che del primo gesto visibile di un fermento già presente negli Stati Uniti e in altri stati del mondo, le cui principali caratteristiche sono la ricerca di forme di democrazia diretta e il ripensamento del concetto di spazio pubblico.

Questa sezione monografica non ha l’obiettivo di fare il punto della situazione ma piuttosto quello di presentare alcuni possibili approcci di ricerca ai più recenti fenomeni di protesta popolare. Il fenomeno Occupy sembra avere generato infatti un nuovo filone accademico: tra gli esperimenti più riusciti citiamo il Journal of Occupied Studies, ideato dalla New School for Social Research di New York, e la sezione speciale su Occupy curata dal Berkeley Journal of Sociology, che raccoglie contributi di accademici di tutto il mondo, nonché di nomi illustri nel campo delle humanities come George Lakoff e Slavoj Žižek. Inoltre, si sono cimentati nella descrizione e nel commento di Occupy alcune delle voci più significative degli anni Sessanta e Settanta, come il linguista e attivista Noam Chomsky e Todd Gitlin, storico fondatore dell’associazione Students for a Democratic Society, autore del libro The Sixties. Years of Hope, Days of Rage.

Gli autori dei contributi presenti in questa sezione provengono da ambiti di ricerca diversi tra loro, dalla linguistica alla pedagogia, dalla critica letteraria alla storia contemporanea. Il saggio di Elisabetta Adami e Francesco Fabbro, che apre la sezione speciale, fornisce un’analisi dettagliata di come il prestito linguistico occupy sia entrato nello scenario socio-politico italiano e di quali valori semantici (nonché usi pragmatici) abbia assunto, soprattutto in relazione al verbo italiano occupare, a cui storicamente spetta la paternità del termine.

Panayota Gounari descrive come il movimento Occupy si sia dimostrato essere una fucina di nuove relazioni sociali, come si sia rivelato interessante dal punto di vista pedagogico e come abbia influenzato il dibattito sociale a livello globale. Inoltre, si interroga sulla possibilità di integrare le lezioni pedagogiche apprese grazie a Occupy nel sistema dell’istruzione, modificando il modo di concepire i programmi scolastici e le modalità educative classiche.

Jonathan Greenberg rilegge invece un classico della letteratura statunitense, Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il cui motto “I would prefer not to” è stato utilizzato in molte occasioni dagli attivisti di Occupy come slogan di resistenza efficace e non-violenta. Lo scrivano, sostiene Greenberg, non è soltanto un esempio di come la non-azione possa mettere in crisi un intero sistema: in quanto vittima della burocrazia, che lo costringe a una vita di scrittura non-scrittura, è anche emblema della crisi dell’istruzione, in cui i professori restano sempre più impigliati nelle reti delle modulistiche e degli standard oggettivi e sempre meno concentrati a sviluppare la creatività e l’elevazione intellettuale proprie e dei propri studenti.

Il saggio di Claudio Mancuso ricostruisce l’occupazione cinese del Tibet e la lotta di liberazione condotta dalla resistenza tibetana. Si concentra soprattutto sulla nascita di nuove forme di opposizione negli ultimi decenni, sganciate per alcuni versi dalla figura del Dalai Lama, e portatrici anche di nuove modalità di lotta. Emblematiche sono le drammatiche forme di protesta del periodo olimpico (Pechino 2008): l’auto-immolazione, estrema forma di protesta politica che occupa una posizione scomoda nella tradizione buddista, ha visto negli ultimi anni una concentrazione allarmante in alcune aree della regione tibetana, oltre ad avere interessato fasce d’età e gruppi sociali finora estranei a questo tipo di pratiche.

La sezione monografica si chiude con un’intervista che si propone di offrire al lettore una prospettiva duplice sul fenomeno delle proteste attuali in America e in Europa. Dario Azzellini e Marina Sitrin, autori del pamphlet Occupying Language (2012), sono sia accademici sia attivisti di Occupy e di altre forme di protesta caratterizzate da strutture organizzative orizzontali. Nell’intervista a loro rivolta si interrogano sugli slogan più efficaci e sulla copertura mediatica delle proteste attuali.

In questo numero 3 di Iperstoria, tanto nella sezione monografica quanto in quella generale, si consolida la pratica già utilizzata nella nostra rivista di alternare contributi in italiano e in inglese, sia per assicurare l’accesso ai nostri lavori a un bacino di lettori più vasto, sia per consentire a studiosi non italofoni di partecipare attivamente alle nostre pubblicazioni.

Un ringraziamento particolare va al collega Tommaso Baris (Università di Palermo) e a Valentina De Rossi (addetta al nostro ufficio stampa) per il prezioso contributo nella preparazione di questa sezione monografica.

 

Opere Citate

Chomsky, Noam. Occupy. Brooklyn: Zuccotti Park, 2012.

Gitlin, Todd. “The Left Declares Its Independence.” New York Times 8 ottobre 2011: SR4.

---. Occupy Nation. New York: Harper Collins, 2012.


Anna Belladelli (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è ricercatrice di Lingua Inglese presso l’Università di Palermo. Ha conseguito un dottorato in Anglofonia; i suoi interessi di ricerca comprendono le varietà dell’inglese americano, la traduzione audiovisiva e l’inglese politico. Tra le pubblicazioni più recenti: American English(es): Linguistic and Socio-cultural Perspectives (Newcastle upon Tyne: Cambridge Scholars Publ., 2013, curato con Roberto Cagliero), Slangxploitation (Verona: ombre corte, 2011), e English for Educators (Padova: CEDAM, 2010, scritto con Roberta Facchinetti).

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

Elisabetta Adami* e Francesco Fabbro**

 

I SENSI DI OCCUPY. UNA LETTURA SINCRONICO-LINGUISTICA E STORICO-SOCIALE DI OCCUPY E OCCUPAZIONE IN ITALIA

 

1. Introduzione: OWS e l’Italia, tra occupy e pratiche di occupazione

Nell’autunno del 2011, con l’arrivo sulla scena mediatica internazionale del movimento Occupy Wall Street (OWS), la parola occupy è rimbalzata dalle pagine dei giornali e dalle schermate dei social network (Conover, Ferrara, Menczer e Flammini; DeLuca, Lawson e Sun 483-509; Thorson, Driscoll e Ekdale 421-51; Tremayne 1-17; Wang, Wang e Zhu 679-85) alle piazze di tutto il mondo, con il diffondersi a livello internazionale di analoghe esperienze e iniziative #Occupy che si richiamavano esplicitamente a OWS (Haeringer 159; Manilov 206; Theocharis, Lowe, Deth e Albacete 11-16). Ciò nondimeno, molte aree del mondo, Italia inclusa, hanno sviluppato storicamente differenti pratiche di (e contro l’)occupazione ben prima del cosiddetto movimento #Occupy.

Il saggio intende prendere in esame la recente entrata del prestito occupy nello scenario socio-politico italiano, al fine di delinearne lo spazio semantico in relazione agli usi dell’equivalente occupare, come socialmente definitosi nella storia delle pratiche dei movimenti sociali italiani.

Per far questo, si opera una prima identificazione dei discorsi e dei tratti semantici rintracciabili nelle rappresentazioni del movimento OWS da parte dei media italiani, mediante un’analisi linguistica dei testi pubblicati sui siti dei due principali quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, durante l’anno successivo all’inizio del movimento. In seguito, un’esamina storico-discorsiva individua le diverse ideologie e i discorsi soggiacenti alle pratiche di occupazione e contro l’occupazione in Italia dal 1880 ai giorni nostri, e la conseguente saturazione semantica del termine occupazione, abitato da significati multipli e conflittuali. Infine, si esamina l’uso del prestito occupy, mediante un’analisi delle collocazioni in cui occorre nei siti in lingua italiana, evidenziandone gli spostamenti semantici e le traslazioni di campo.

Le investigazioni condotte sul piano storico-sociale e su quello sincronico-linguistico sono volte a individuare i tratti semantici che concorrono al potere simbolico di occupy, alla luce di (a) la genealogia del suo equivalente italiano occupare, e (b) le particolari rappresentazioni mediatiche del movimento OWS in circolazione in Italia, che rendono occupy particolarmente adatto non solo alla traslazione in campi non politici, ma anche all’appropriazione da parte di attori politici non affini (o del tutto avversi) alla pratica dell’occupazione. Le riflessioni conclusive offrono spunti sulle dinamiche dell’appropriazione del linguaggio e sui rischi e le possibilità che questo apre per le politiche di rappresentazione dei movimenti sociali.

2. Occupy Wall Street nelle rappresentazioni dei media italiani

Insieme alla primavera araba e agli indignados spagnoli, cioè ai due movimenti di protesta iniziati qualche mese prima di OWS e spesso associati a questo (Critchley 36; Greene e Kuswa 271-88; Guzman-Concha 408; Haeringer 159; Hugill e Thornburn 210; Skinner 169; Theocharis, Lowe, Deth e Albacete 11), il movimento di occupazione di Zuccotti Park ha riscosso un generale favore nelle rappresentazioni dei media italiani.

Per analizzare i discorsi soggiacenti alle rappresentazioni del movimento OWS sulla stampa italiana, abbiamo condotto una ricerca negli archivi online dei due principali quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, mediante la stringa di ricerca Occupy Wall Street, considerando gli articoli in cui questa occorre pubblicati lungo l’arco di un anno, nel periodo dal 18 settembre 2011 (all’indomani dell’inizio dell’occupazione statunitense) al 18 settembre 2012. Una volta esclusi gli articoli in cui il movimento statunitense compare in maniera marginale o circostanziale rispetto al tema principale della notizia, la ricerca ha prodotto un totale di 69 articoli pubblicati sul sito di Repubblica e 34 sul Corriere della Sera (riportati in Appendice rispettivamente nella Tabella 1 e nella Tabella 2).

Repubblica dedica ampio spazio a OWS, non solo tramite articoli ma anche per mezzo di testi multimediali. Sul sito del quotidiano è infatti presente una galleria dal titolo Lo Speciale: Occupy Wall Street, contenente 98 video e 10 gallerie fotografiche interamente dedicate a OWS (titoli, link e n. di foto per ciascuna galleria sono riportati in Appendice nella Tabella 3).

Come si può osservare già scorrendo i titoli riportati nelle tre tabelle in Appendice, la presentazione del movimento OWS è complessivamente positiva. Tre titoli di Repubblica, La diseguaglianza insopportabile (13/10/2011), Il movimento del 99 per cento può cambiare il mondo (01/11/2011) e Finalmente si torna in piazza e io sto dalla parte di Occupy (12/01/2012), possono considerarsi emblematici della linea rappresentativa più generale, ovvero: (a) condivisione dei motivi della protesta per il primo; (b) forza e grandiosità della portata del fenomeno per il secondo; (c) identificazione con il movimento per il terzo.

Nel dettaglio, dopo un’iniziale assimilazione agli indignati spagnoli (05/10/2011 e 07/10/2011), Repubblica definisce i partecipanti al movimento come giovani senza futuro (03/10/2011), esasperati (06/10/2011), di cui ne sottolinea l’ordinarietà, in quanto ragazzi (08/10/2011 e 19/11/2011). Emerge anche la composizione differenziata del movimento (Il prof, il broker, la disoccupata – 03/10/2011), così variegata e moltitudinaria da essere un popolo (15/10/2011); l’identificazione con questo da parte dei lettori è stimolata anche dal fatto che OWS è composto da consumatori che ritrovano l’orgoglio (07/11/2011) e persone (30/11/2011) che danno voce alla frustrazione dell’America (07/10/2011).

L’antagonista delle proteste è connotato negativamente; si tratta del potere (04/10/2011) che licenzia (13/11/2011), dei ricchi (04/10/2011) che sono sempre più ricchi (06/11/2011), qualificati come isterici che minacciano i valori americani (11/10/2011); sono oligarchie (08/11/2011 e 02/04/2012) e i padroni del mondo (02/04/2012), in una polarizzazione che vede avvocati che sbeffeggiano gli sfrattati (02/11/2011) e che, di nuovo, invita all’identificazione con la parte più debole (nonché comune) della diade.

La protesta è globale (09/11/2011), dilaga negli USA (05/10/2011) e in tutto il mondo (15/10/2011). Per le sue pratiche, si arriva persino ad affermare Il diritto di occupare i luoghi inutilizzati (27/06/2012), in un articolo che riflette ed estende la pratica anche alle esperienze italiane, che in genere non godono invece di rappresentazioni favorevoli da parte dello stesso quotidiano (cfr. Sezione 4).

Una serie di titoli s’incentra sull’appoggio dato a OWS da parte di persone autorevoli e celebrità, come G. A. Romero (22/11/2011), A. Moore (08/12/2011), K. Spacey (09/12/2011), A. DiFranco (12/01/2012), B. Springsteen (17/02/2012), M. Moore e P. Smith (24/04/2012) e D. Cronenberg (25/05/2012 e 26/05/2012). A intensificare l’immaginario cinematografico a supporto del movimento, un’intera galleria fotografica (Hollywood contro la crisi le star scendono in piazza) mostra una decina di celebrità scese a Zuccotti Park per unirsi alla protesta, mentre un’altra è interamente dedicata alla presenza in piazza di A. Hathaway. Infine, grande risalto viene dato anche all’endorsement dell’italiano R. Saviano (19/11/2011 e 20/11/2011), personalità che nel tempo ha contribuito a consolidare, con i suoi interventi sulle lotte sociali contro la criminalità organizzata in Italia, il discorso sulla “protesta giusta purché legale.”

In merito al conflitto/scontro fisico, i titoli sottolineano la repressione da parte delle forze dell’ordine, nel caric[are] (16/11/2011, 17/11/2011), sgomber[are] (16/11/2011 e 30/11/2011), arrest[are] (02/10/2011, 06/10/2011, 27/10/2011, 17/11/2011, 18/03/2011) e feri[re] (18/03/2011). Nello stesso giorno in cui si attestano scontri e violenze (06/10/2011), un altro articolo riporta la dichiarazione di Obama in cui definisce i manifestanti degli esasperati (06/10/2011), dandone quindi implicita giustificazione. Se una galleria fotografica parla di devastazioni a Oackland, i responsabili delle stesse vengono definiti black block, distinti dai “ragazzi” occupy (questo poco più di dieci giorni dopo la manifestazione Occupy di Roma, nei cui resoconti compaiono altrettanti black block, cfr. Sezione 4). Inoltre, l’articolo collegato, definisce gli scontri di Oackland degli incidenti (27/10/2011), mitigandoli in questo modo e senza esplicitarne l’agente.

Le pratiche di conflitto fisico sono inoltre circostanziate dalla situazione contro cui si protesta, definita un Far West (30/04/2012), caratterizzato da una diseguaglianza insopportabile (13/10/2011), dove domina il potere dei soldi (02/04/2012), e una finanza che perde la bussola (07/11/2011), in una scena politica a cui serve democrazia (06/07/2012), mentre la politica riformista ha bisogno di un tagliando (04/11/2011). Di fronte a ciò, il movimento può cambiare il mondo (01/11/2011) e segna il ritorno dell’utopia (06/06/2012). In questo quadro e in considerazione dell’accento posto sulla repressione delle proteste, le pratiche di conflitto fisico passano sullo sfondo, contestualizzate come “eccedenti,” o “eccezioni” comprensibili, se non giustificate dall’obiettivo, come quando, grazie alla guerriglia, gli indignati si riprendono la piazza (18/11/2011), dopo essere stati sgomberati.

Sebbene con toni meno entusiastici, i titoli del Corriere corrispondono sostanzialmente nei discorsi a quelli di Repubblica. Anche qui vi è il parallelo con gli indignados (01, 03, 11 e 21/10/2011; 09, 16 e 19/11/2011) e i manifestanti sono definiti ragazzi (15/10/2011 e 09/11/2011) e studenti (27/10/2011); la descrizione della composizione di OWS assume toni a tratti più sarcastici e distanzianti (attivisti depressi e strizzacervelli, 06/10/2011) ma la sua ampiezza viene comunque riconosciuta (anche lavoratori rimasti al palo, 06/10/2011). La giustezza della protesta è implicita nel suo essere contro una politica corrotta (16/10/2011), così come nelle sue richieste, diverse ma condivisibili nelle varie declinazioni internazionali del movimento (“No privatizzazioni, tassare i patrimoni e le rendite finanziarie” 16/10/2011), con le Banche d’affari che fanno male alla concorrenza (18/12/2011). Del tutto assente nei titoli del Corriere è il riferimento a scontri o al ricorso a pratiche violente da parte del movimento, che anzi ha anche un’anima bucolica (16/03/2012), mentre è ancora una volta sottolineata la repressione cui è soggetto, che spazia da trappole e arresti (manette come risultato di una trappola, 03/10/2011), caric[he] a cavallo e ferm[i] (11/10/2011), e sgombero (16/11/2011). Il quotidiano, a differenza di Repubblica, si focalizza anche sulle difficoltà del movimento (protesta a senso unico 14/10/2011; idee opposte e confusione 16/11/2011), che rischia la fine (16/11/2011). Tuttavia, anche Il Corriere non manca di enfatizzare il supporto a OWS da parte di personalità e celebrità (14/11/2011, 16/11/2011, 19/11/2011, 20/11/2011, 13/05/2012), ivi inclusi esponenti religiosi (19/12/2011); infine, nelle recensioni dell’ultimo film di Batman (22/08/2012), inquadra lo sviluppo del personaggio come influenzato dalle contraddizioni del sistema finanziario fatte emergere dal movimento OWS.

Anche solo dalla scorsa ai titoli dei due quotidiani, ma ancor più dall’analisi dei testi (che fanno spesso appello all’immaginario cinematografico statunitense delle lotte degli anni Sessanta) e dall’esamina delle immagini (sia nelle gallerie multimediali sia in accompagnamento agli articoli, che spesso tendono a personalizzare, a dare un “volto” alla protesta, di cui il titolo di una galleria), ne deriva una rappresentazione che invita all’identificazione con i partecipanti al movimento e che sottolinea la giustezza e la condivisibilità delle ragioni della protesta.

In questa narrazione della protesta, emerge in maniera piuttosto evidente la sostanziale assenza dei frame violenza/non-violenza e legalità/illegalità, con cui i due quotidiani inquadrano solitamente le lotte sociali del contesto italiano (Zamponi 420). Nello specifico, la pratica dell’occupazione, che ha dato il nome al movimento, passa in secondo piano ed è priva di qualsiasi riferimento alla sua natura illegale (in Repubblica è addirittura condivisa nel titolo del 27/06/2012).

Occupy Wall Street è rappresentato dai due media italiani come un movimento di protesta (pacifico e lecito), più che di occupazione (radicale e illegale); ciò si scosta non solo dalle analisi di monitoraggio dell’ordine pubblico statunitense (Noakes, Edwards e Gillham 15-22), nonché dal numero di arresti verificatisi nelle tante città americane, ma anche dalle narrazioni degli stessi attivisti OWS (per la metafora della guerra come una delle più sentite ed espresse dai partecipanti al movimento, Catalano e Creswell 664-73), che nell’occupazione vedevano una delle pratiche prefiguranti e/o simbolizzanti un cambiamento (Bousquet 1-5; Gautney 597-607; Pickerill e Krinsky 279-87; Rohgalf 151-67).

La discrepanza tra la “narrazione pacificata” di OWS offerta dai media mainstream italiani e quella che potremmo definire conflittuale costruita dai protagonisti di OWS ed esemplificata dai dispositivi repressivi adottati dal governo statunitense rivela l’elasticità semantica all’opera in ogni politica della rappresentazione, a maggior ragione se si considera la generale tendenza dei media mainstream italiani a rappresentare positivamente le proteste che hanno luogo al di fuori dei confini nazionali (come le recenti insurrezioni conflittuali e radicali in Grecia e Turchia) e negativamente quelle che hanno luogo in Italia (come nel caso del movimento NoTav, che utilizza pratiche altrettanto conflittuali e radicali contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa). Secondo Bourdieu (20) è proprio in questa elasticità semantica che si gioca la lotta simbolica e politica sul potere di produrre e imporre il principio di visione e divisione del mondo. Per mostrare il potere simbolico all’opera, sottolinea Bourdieu, è però necessario contestualizzarne la formazione in relazione alla posizione degli agenti della rappresentazione nello spazio sociale e, riprendendo Foucault, entro la sua genealogia storica (o storia delle rappresentazioni). Da questa prospettiva il potere simbolico è sempre simultaneamente costitutivo di e costituito entro le relazioni di potere economico e culturale caratterizzanti ogni società, inclusa la relazione tra sapere e potere. Nella sezione che segue, questi presupposti teorici orientano una mappatura della genealogia delle occupazioni in Italia in specifiche congiunture storiche. In altri termini, si andrà a riflettere sulla dimensione semiotico-discorsiva di alcune pratiche di occupazione definite tali in determinati periodi storici.

3. Genealogia dell’occupazione

L’occupazione vista come pratica radicale di conflitto sociale in Italia può essere rintracciata già nei primi anni della costituzione del Regno d’Italia. Soprattutto a partire dalla crisi agraria del decennio 1880 fino al cosiddetto biennio rosso (1919-1920) le occupazioni delle terre, seguite e accompagnate da quelle delle fabbriche, divennero una delle espressioni materiali e simboliche di lotta della classe lavoratrice (operai, contadini, braccianti precari). Le numerose occupazioni succedutesi nell’arco di 40 anni di liberismo post-risorgimentale vennero percepite e rappresentate in modi diversi e spesso contrastanti, talvolta anche tra coloro che occupavano il medesimo spazio sociale. Da una parte emerge chiaramente nella politica della rappresentazione dell’occupazione il conflitto ideologico (o di classe) tra gli occupanti, che vedevano nell’occupazione una forma di resistenza al loro sistematico e virulento sfruttamento, e la classe dirigente dell’epoca, che guardava alle occupazioni come minaccia alla propria egemonia sociale fondata appunto sul controllo dei rapporti di produzione e sulla proprietà privata. Le occupazioni venivano legittimate attraverso una serie di rappresentazioni che mettevano radicalmente in questione la “messa al lavoro” della popolazione così come andava a definirsi all’epoca. Questo discorso assunse nel tempo, sebbene non sempre in maniera mutualmente esclusiva, i tratti del socialismo rivoluzionario, del comunismo, dell’anarchismo e/o del repubblicanesimo (Evangelisti e Zucchini; Fedele). La delegittimazione, o meglio la criminalizzazione delle occupazioni da parte della borghesia si articolava invece attorno a una rete di rappresentazioni funzionali alla difesa e alla naturalizzazione dello status quo. Da questa prospettiva le occupazioni erano rappresentate anzitutto come un grave reato da punire con qualsiasi mezzo, dal ricorso a leggi specifiche all’impiego dell’esercito, che in più occasioni sparò su contadini e operai. Le occupazioni venivano però rappresentate dalla borghesia anche come controproducenti per lo stesso proletariato che, opponendosi alle trasformazioni della produzione caldeggiate da proprietari terrieri e industriali, impediva il progresso del Paese. Come vedremo di seguito, questa associazione tra il benessere del Paese con quello dell’intera popolazione nonostante le evidenti disuguaglianze sociali troverà la sua più piena espressione nella retorica fascista.

Il biennio rosso (1919-20) rappresentò l’ultima fase di questa lunga stagione di occupazioni della classe lavoratrice e si manifestò in un crescente numero di rivolte, occupazioni di terre e soprattutto di fabbriche dove gli operai si erano autorganizzati in organismi rivoluzionari, ad esempio i Consigli di Fabbrica. Con il prevalere della linea riformista adottata dalla dirigenza del Partito Socialista, le occupazioni cessarono e, come noto, in Italia non ci fu nessuna rivoluzione del proletariato. Al contrario, il biennio rosso fece da spartiacque tra il fallimento di una rivoluzione e l’ascesa della reazione borghese/fascista.

Negli anni della dittatura fascista la repressione politica segnò il tramonto delle occupazioni così come si erano succedute in passato in Italia, in particolare a partire dalla promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime (1925-26) che, ad esempio, rendevano impraticabile qualsiasi forma di organizzazione dei lavoratori al di fuori del sindacato fascista. Il trait d’union tra i primi governi al potere in Italia e la dittatura fascista può essere rintracciato non solo nella partecipazione diretta dei fasci da combattimento alla violenta repressione delle lotte dei lavoratori già durante il biennio rosso e quindi nel Fascismo come “arma bianca della borghesia” ma anche nell’invenzione della Nazione. Come osservava Gramsci (25-26) all’epoca, la retorica fascista non fece altro che sostituire la classe con la nazione nella rappresentazione del conflitto sociale, decretando così l’affermazione definitiva della classe borghese che rappresentava e di cui difendeva gli interessi. In quegli anni, la politica colonialista italiana continuata e intensificata dal regime di Mussolini verso est (Albania) e verso sud (Abissinia, Eritrea, Etiopia, Libia, Somalia) trasformò l’occupazione da strumento di liberazione a pratica di sfruttamento, repressione e sterminio di altre popolazioni oltreconfine. Ovviamente l’occupazione coloniale non venne definita e rappresentata come tale tanto dagli occupanti che preferivano riferirsi ad essa con il termine “italianizzazione”, quanto piuttosto dai colonizzati e da alcuni storici del colonialismo italiano e delle diverse lotte di liberazione e forme di resistenza al colonialismo (Del Boca; Mockler). Adottando una prospettiva non italocentrica e postcoloniale (Mellino; Mezzadra) è quindi possibile guardare alle guerre coloniali come a vere e proprie occupazioni che il Fascismo legittimò e naturalizzò attraverso una serie di retoriche imperialiste, nazionaliste e razziste (Poidimani; Sinopoli) che nell’insieme contribuivano a rappresentare l’occupazione coloniale come processo di civilizzazione e materializzazione della forza e della superiorità di un Impero/Nazione e del suo popolo su altre nazioni e altri popoli.

Riassumendo, l’occupazione delle fabbriche e delle terre prima e delle colonie in seguito simbolizzarono (o rappresentarono) rispettivamente uno strumento di liberazione (o di lotta) della classe lavoratrice e, al di là e proprio in virtù della retorica fascista e nazionalista, un sistema di oppressione contro il quale lottare. Dopo la capitolazione di Mussolini nel 1943 entrambe le rappresentazioni di occupazione, o perlomeno alcuni loro tratti, lasciarono il posto a una terza diversa rappresentazione dell’occupazione: un regime contro cui resistere, opporsi e di cui liberarsi con una lotta armata ma stavolta entro uno scenario bellico in cui a essere occupata militarmente era l’Italia.

A ben vedere, anche in questa breve fase (1943-45), la rappresentazione dell’occupazione è stata ambivalente perché i repubblichini la associavano all’occupazione delle truppe anglo-americani mentre i partigiani e la gran parte della popolazione stremata da vent’anni di Fascismo e guerre la vedeva nelle truppe nazi-fasciste. Con la sconfitta dei soldati nazisti e fascisti da parte delle Forze Alleate e dei Partigiani, la Resistenza antifascista passò definitivamente alla storia come lotta di liberazione nazionale dal nazi-fascismo e sul denominatore comune dell’antifascismo venne fondata la Repubblica Italiana. Per qualche anno, quindi, la rappresentazione dell’occupazione si caratterizzò fortemente come oppressione di una dittatura politica e militare dalla quale ci si era liberati.

Già all’indomani della nascita della Repubblica le occupazioni in Italia tornarono a essere e a rappresentare uno strumento di lotta della classe lavoratrice e un “problema di ordine pubblico.” La strage di contadini e braccianti che manifestavano contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte a Porta della Ginestra nel 1947 segnò un nuovo inizio delle lotte per l’occupazione delle terre, degli scioperi e delle occupazioni delle fabbriche in tutta la Penisola. A partire dagli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, a queste occupazioni si affiancò un’altra serie di pratiche di occupazione – delle università, delle case e delle cosiddette “istituzioni totali” come carceri e manicomi – che, pur rientrando in un discorso di lotta anticapitalista reminiscente delle lotte di inizio secolo, andarono a espandere e a moltiplicare i significati dell’occupazione. Le stesse pratiche di occupazione da parte dei lavoratori vennero ri-rappresentate entro il mutato contesto economico e politico del Paese. Anzitutto le lotte dei lavoratori tendevano a coincidere sempre più con quelle degli operai nelle città, come testimoniava già all’epoca l’enorme lavoro d’inchiesta operaria (o conricerca) attivato a partire dai primi anni Sessanta da alcuni intellettuali come Alquati, Panzieri Montaldi, Negri e Tronti (AA.VV. 1; Alquati; Merli; Montaldi; Panzieri).

Le occupazioni delle fabbriche così come i picchetti, gli scioperi, i sabotaggi ma anche l’autorganizzazione dei quadri operai e tutte le pratiche di lotta del nuovo soggetto operaio rimasero altamente conflittuali, come dimostrarono i regolari licenziamenti degli scioperanti e le sistematiche repressioni violente di scioperi e manifestazioni da parte dello Stato. Ma la radicalità delle lotte non era segnalata solo dalla repressione e dalla criminalizzazione che subivano spesso a opera (o con la connivenza) dello stesso Partito Comunista Italiano ma anche da una risemantizzazione (post)operaista delle pratiche di lotta in cui anche l’occupazione non era più funzionale al “mero” miglioramento delle condizioni lavorative ma rappresentava invece una più ampia e radicale resistenza all’occupazione totalizzante della propria vita a opera del lavoro in fabbrica entro il mutato contesto produttivo capitalista. Quello che nel pensiero della composizione di classe veniva teorizzato come “rifiuto operaio del lavoro” coincideva con il rifiuto di prestare tempo all’attività espropriata e comandata dal capitale (Tronti; Negri). La rivoluzione culturale di quegli anni fu proprio mettere in dubbio la necessità storica del lavoro e la sua utilità nella storia della civilizzazione bianca occidentale (Balestrini e Moroni 340).

È nel contesto di questa mutata rappresentazione della lotta della classe lavoratrice che s’innestano anche le altre pratiche di occupazione da parte di soggettività diverse e composite (studenti-proletari, collettivi autonomi e femministi) costituitesi in seno a questa fase storica (Balestrini e Moroni). I protagonisti di queste altre tipologie di occupazione le rappresentarono generalmente come a) forme di rifiuto di relazioni gerarchiche e oppressive operanti non solo in fabbrica ma anche a scuola, nell’università e nella famiglia e b) pratiche di vita e di organizzazione politica alternative o, per utilizzare due termini in uso all’epoca tra alcuni collettivi, “dissidenti e desideranti” (Collettivo A/traverso).

Soprattutto dal 1969 in poi, l’insieme di queste diverse pratiche di occupazione, che culminarono nel 1977 con gli sgomberi forzati delle università occupate a Roma e Bologna, fu generalmente rappresentata negativamente ma, a seconda delle circostanze specifiche, in maniera differenziata nei media italiani e dalla classe politica. La differenziazione riguardava da una parte i gruppi oggetto della rappresentazione (gli operai, gli studenti, i gruppi extraparlamentari ecc.), dall’altra, in modo ancora più significativo, chi occupava o manifestava con metodi pacifici (leggi “i cittadini che avevano diritto di protestare”) e chi invece lo faceva con metodi violenti (leggi “gli estremisti/facinorosi che andavano fermati dallo Stato”).

Quest’ultima particolare chiave interpretativa (violenti vs non-violenti, metodi legali di protesta vs metodi illegali) era parte essenziale nella cosiddetta “strategia della tensione” e divenne egemone nella rappresentazione delle lotte in Italia. Il riflusso e la definitiva repressione del composito movimento che aveva preso forma tra gli anni Sessanta e Settanta segnò l’inizio di un’ulteriore risemantizzazione dell’occupazione.

Se si considerano le occupazioni che si susseguirono da allora fino ai nostri giorni in altre forme e in altri luoghi, in particolare nei “centri sociali occupati e autogestiti” (CSOA) delle metropoli italiane (AA.VV.2 1996), si nota una certa continuità ideologica con le lotte della fase precedente ma anche una discontinuità in termini di partecipazione di massa dei lavoratori e di scopi delle occupazioni stesse. Quest’altra fase delle occupazioni avviene nel contesto di quella che Virno (639-57) definisce una “controrivoluzione”, ovvero “un’innovazione impetuosa dei modi di produrre, delle forme di vita, delle relazioni sociali che, però, rassoda e rilancia il comando capitalistico”. Da questa prospettiva i CSOA moltiplicatisi in tutto il Paese fin dai primi anni Ottanta hanno dato corpo a una scelta di secessione: “secessione dalle forme di vita dominanti, dai miti e dai riti dei vincitori, dal frastuono mediatico e questa secessione si è espressa come marginalità volontaria, ghetto, mondo a parte” (Virno 652). Se da un lato le occupazioni dei centri sociali hanno rappresentato una ghettizzazione e una marginalizzazione dell’occupazione in quanto pratica di conflitto sociale, dall’altra hanno consentito, sul piano discorsivo, di ancorare l’occupazione all’immaginario e ai significati della protesta sociale degli anni Settanta così come della Resistenza Partigiana. Sebbene i CSOA siano per certi versi diventati tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta una sorta di sinonimo delle pratiche conflittuali di occupazione in Italia, non andarono a rimpiazzare altre pratiche di occupazione che potevano essere supportate nelle azioni sul territorio da parte dei militanti stessi. Ad esempio, le precedenti forme di occupazione delle fabbriche o delle università non scomparvero del tutto e ancora oggi sono praticate da studenti e lavoratori, mentre le occupazioni delle case – già praticate perlomeno dagli anni Settanta – sono tornate a rappresentare negli ultimi anni una pratica sempre più condivisa e mobilitante del proletariato contemporaneo. Una rappresentazione dell’occupazione diversa ma in qualche modo interconnessa con quella dei CSOA e della Resistenza è emersa ultimamente in seno ad alcune lotte territoriali come la NO TAV e il movimenti NO DAL MOLIN e NO MUOS, che hanno nuovamente risignificato l’occupazione come forma di oppressione a cui resistere.

4. Occupy in Italia

All’indomani delle notizie sull’occupazione newyorkese, le avanguardie dei movimenti sociali italiani hanno adottato occupy come prestito per la promozione delle proprie pratiche di lotta, culminate nella manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma, in occasione della giornata internazionale di lotta lanciata in contemporanea da diverse realtà occupy e indignados nel mondo. La giornata internazionale di mobilitazione occupy del 15 ottobre 2011 ha avuto a Roma la partecipazione più numerosa tra tutte le manifestazioni occupy svoltesi nel mondo, nonché la più radicale, con episodi di guerriglia urbana duramente attaccati dai media italiani. In seguito, come analizza Zamponi (420), non solo la portata del movimento italiano è venuta scemando, con divisioni profonde tra diversi settori degli organizzatori e partecipanti, imbrigliati nel discorso violenza/non-violenza, ma si è anche assistito nelle rappresentazioni dei media italiani a un abbandono del termine occupy per i movimenti anti-austerity italiani, in favore di una coppia di etichette polarizzate, con indignati a individuare i manifestanti pacifici da una parte e, dall’altra, con il rispolvero per quelli violenti della vecchia denominazione black block, entrata entrata in auge nei media italiani più di un decennio prima in occasione delle manifestazioni ai summit G8.

Se il 15 ottobre e l’aperto conflitto (delle rappresentazioni) delle sue pratiche con i valori positivi (di protesta pacifica e lecita/legittima) assunti da OWS in Italia hanno segnato uno spartiacque altamente critico per l’ondata di proteste che si rifaceva esplicitamente all’internazionalizzazione dell’esperienza OWS, tanto da segnarne il declino (e l’abbandono dell’etichetta occupy), il prestito occupy ha tuttavia continuato a trovare uso nel contesto italiano, come dimostra l’analisi seguente.

4.1 Il prestito occupy e le sue collocazioni oggi

A oltre due anni da Occupy e dalla sua entrata in Italia, abbiamo condotto una ricerca sulle collocazioni del prestito occupy nelle pagine web in lingua italiana, cercando su Google risultati in lingua italiana con la chiave di ricerca occupy. Dai primi 250 risultati abbiamo escluso tutte le pagine in cui occupy si riferiva al movimento americano, considerando invece solo le collocazioni costituite dalla stringa occupy + [parola] in contesti italiani.

Ne sono risultate 64 diverse collocazioni, riportate in Appendice nella Tabella 4. Nella quasi totalità dei contesti di occorrenza la connotazione è positiva, non solo nel caso in cui la fonte è lo stesso gruppo proponente dell’iniziativa occupy in questione, ma anche quando si tratta di notizia riportata dai media. Persino nell’unico titolo che riporta di scontri (Occupy Pantheon - Gli Scontri Di Ieri a Roma), il testo e le immagini sembrano mettere maggiormente in risalto le cariche da parte delle forze dell’ordine sui manifestanti.

Inoltre, tra i primi 250 risultati italiani di Google non si riscontra alcuna occorrenza di occupy in pagine che riportano gli scontri che hanno avuto luogo nella manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011, ai cui resoconti i media italiani hanno per giorni dedicato le prime pagine dei quotidiani (e notiziari TV), condannando le azioni di supposti black block infiltrati tra i pacifici indignati. A titolo di verifica, una ricerca sempre su Google con la stringa 15 ottobre 2011 roma evidenzia, accanto a immagini di incendi e scontri, la completa assenza del prestito occupy e l’altrettanto frequente presenza della coppia black block – indignati/indignados. Sembra quindi che a causa della sua tradizione rappresentativa nei media italiani in collocazione Occupy Wall Street, l’anglicismo occupy non si presti a essere utilizzato con connotazione negativa nemmeno quando riferito al contesto delle proteste italiane; anzi, detta tradizione rappresentativa sembra investire il prestito dei tratti semantici attribuiti dai media a OWS, nella fattispecie, con connotazione positiva (cfr. Sezione 2) e “pacifico/non-violento+lecito”. Pertanto, quando una pratica sociale non corrisponde ai tratti conferiti al prestito, la sua associazione a quest’ultimo viene esclusa dai media, benché gli attori stessi della pratica lo utilizzino per autodefinirsi. In altri termini, l’immaginario mediatico di OWS investe il prestito in maniera così distintiva da non consentirne l’appropriazione egemonica da parte dei movimenti sociali italiani che storicamente praticano l’occupazione.

4.3 La semantica di occupy collegata ai movimenti praticanti l’occupazione

Fermo restando quanto appena osservato, il quadro complessivo delle collocazioni nella Tabella 4 registra tuttavia alcuni usi di occupy che escludono il tratto “pacifico/non-violento+lecito” e riconducono il prestito alla pratica dell’occupazione. Una serie di collocazioni riportate in Tabella 4 si riferisce a iniziative promosse, dall’ottobre 2011 a oggi, da CSOA e settori dei movimenti sociali italiani della sinistra radicale, o a essi riconducibili, che storicamente hanno praticato l’occupazione. L’uso del prestito in questi casi è ricollegabile sia all’esperienza di OWS sia alla pratica dell’occupazione in sé. È il caso, ad esempio di Occupy Acea (riferita all’occupazione di uno stabile Acea occupato a fini abitativi), dell’analogo Occupy Atac, e Occupy Italia o Occupy Roma [1] (sempre a fini abitativi, cfr. Quando gli italiani perdono la casa per il primo e Speciale sull’emergenza abitativa per il secondo), Occupy MAFLOW (fabbrica chiusa e occupata dai lavoratori licenziati) o ancora Occupy Estate (collocazione [1], in difesa degli spazi occupati e autogestiti dell’hinterland milanese) e Occupy Everything. Il riferimento alla pratica dell’occupazione permane anche quando questa assume la forma di un’incursione temporanea (come per l’irruzione nella base militare statunitense di Niscemi con Occupy Muos, o per l’analoga Occupy Piazza Affari), o di un’acampada alla maniera degli indignados (per Occupy Porta Pia), o ancora quando è solo l’anticipazione di un’incursione che poi nei fatti non ha luogo (come nel caso di Occupy Ariston a opera degli attivisti del Teatro Valle Occupato, in occasione del Festival di Sanremo 2012).

La preferenza del prestito sull’equivalente italiano è sicuramente da collegarsi alla rinnovata semantica che la radice “occupa-” ha acquisito grazie al movimento statunitense (e al relativo favore mediatico). In questi casi, nelle pratiche come nei testi in cui occupy compare, non solo è frequente il riferimento esplicito a OWS, ma permangono tutti i valori di illegalità e radicalità (nonché di conflitto che non esclude lo scontro fisico) esistenti nella pratica dell’occupazione e nello stesso movimento OWS. Si tratta dei casi in cui il prestito trova un minore scarto semantico sull’originale inglese, benché ovviamente, come in tutti i casi di prestito, subisca delle trasformazioni inevitabili, riassumibili con i tratti “+OWS” e “+occupazione”. Da un lato infatti, come spesso accade per i prestiti di lusso, occupy in italiano si carica, in senso barthesiano (Barthes 15-31, 32-51) della connotazione dovuta al valore culturale attribuito all’origine del prestito dalla cultura di arrivo (il valore dato dai proponenti italiani a OWS statunitense); dall’altro si carica del significato storico che la pratica dell’occupazione ha nelle esperienze sociali degli stessi promotori. Pertanto cambia il potere simbolico del prestito occupy in italiano sull’originale inglese.

4.4 Occupy everything senza occupare niente

Nelle occorrenze che esulano dalle iniziative ora discusse, si può notare ovunque uno spostamento semantico su più livelli. Innanzitutto cambia e si amplia a dismisura il settore o “campo” (field, in Halliday 29, 38) d’azione di occupy, che passa dall’originario (contro) l’alta finanza, ai più svariati campi della vita pubblica e privata, sino all’uncinetto e ai bed & breakfast. Si sposta poi il significato di occupy da letterale (la pratica di occupazione) ad astratto, che passa per un iperonimo “protesta” fino ad assumere un generico valore di “prendere posizione (contro);” ne è un esempio Occupy Mcdonald’s, campagna informativa di piazza contro le multinazionali, o di Occupy Facebook e del semi-serio Occupy Flash, contro l’uso del software Flash Player.

In questo doppio spostamento semantico, di traslazione di campo e di astrazione selettiva, il prestito mantiene dall’originale il solo valore di “atto radicale”, spesso in quanto “protesta”, talvolta associato a un senso di “riappropriazione di spazi,” come in Occupy Albaro, in cui un comitato di cittadini si prende cura del proprio quartiere, o in Occupy Corso Vittorio in cui librai e commercianti ottengono dalle autorità la chiusura al traffico della via per una giornata. In tutti questi casi, occupy indica tipi di proteste lecite, legali (spesso autorizzate dalle autorità competenti) e non-violente, mentre – in linea con le rappresentazioni mediatiche discusse nella Sezione 2 – perde il carattere d’illegalità che la pratica dell’occupazione comporta inevitabilmente, anche nel contesto di OWS.

In alcuni casi il senso della pratica è mantenuto, anche se comunque sempre privato del tratto “illegalità,” nonché di quello di “protesta,” come in Occupy Deejay, una trasmissione radiofonica in cui personaggi del mondo dello spettacolo si raccontano, “occupando” così il tempo della diretta radiofonica. Il significato abbandona così la pratica social-politica e torna al senso originario e comune del verbo occupare e del riflessivo occuparsi. In questo caso, come anche in Occupy Routine (a opera di Lonely Planet Italia a fini turistico-promozionali), l’uso del prestito, in virtù del richiamo alla sua origine, dota il referente di una connotazione anticonvenzionale e trasgressiva e di una cifra di “cambiamento” (come anche in Occupy uncinetto).

Infine, nel campo politico istituzionale, l’abbandono di tratti di “illegalità” o di “conflitto (fisico)” si riscontra in collocazioni quali occupy PD, riferite a iniziative di protesta lanciate da settori giovanili del Partito Democratico, in seguito alle vicende vissute dal partito di centro-sinistra in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica del 2013, quando un numero cospicuo di franchi tiratori ha impedito l’elezione del candidato designato dal segretario, sancendo il culmine, secondo i promotori, della crisi di rappresentanza e trasparenza nel partito. L’uso dell’equivalente italiano, con la sua genealogia collegabile ai centri sociali e ai valori di “illegalità” e “conflitto fisico,” sarebbe stato evidentemente impossibile in questo caso. Lo stesso vale a maggior ragione per il caso delle collocazioni occupy Santoro e occupy Fazio, lanciate dal parlamentare del PdL (centro-destra) R. Brunetta, contro due trasmissioni televisive identificate qui dai cognomi dei conduttori (Servizio Pubblico per il primo, Che Tempo Che Fa per il secondo) in segno di protesta contro la loro faziosità nei confronti della sua parte politica. Acceso oppositore dei movimenti sociali della sinistra radicale e dei centri sociali italiani (si leggano ad esempio le dichiarazioni rilasciate in Cazzullo), l’ex ministro non avrebbe avuto modo, in mancanza del prestito statunitense, di utilizzare l’equivalente italiano agli stessi scopi.

5. Conclusioni

L’esamina sin qui condotta sia sul piano linguistico che storico-sociale ha delineato un quadro complesso di relazioni e spostamenti semantici dell’area contraddistinta dalla radice occupa-. Il particolare complesso di valori attribuiti a OWS dalle rappresentazioni mediatiche in Italia discusso nella Sezione 1 configura la semantica con cui il prestito occupy è introdotto e usato nel contesto italiano. Con questo insieme di connotazioni e componenti, il prestito viene a “occupare” uno spazio semantico distintivo, anche alla luce della molteplice stratificazione e saturazione di significati acquisita storicamente dal termine equivalente occupazione: dall’emancipazione della classe lavoratrice alla violenza del colonialismo italiano (spesso rimossa nella memoria pubblica italiana insieme alle sue resistenze), dalla lotta di liberazione dal nazi-fascismo al rifiuto del lavoro e alla liberazione da modelli borghesi. A questi significati si aggiunge la più recente evoluzione della semantica di occupazione caratterizzata al contempo da (a) una specializzazione del termine, confinata a soggetti “ai margini” (centri sociali e fasce più basse del moderno proletariato, in particolare poveri e migranti che occupano le case per abitarci) e a pratiche radicali e illegali, e da (b) una contraddittorietà della sua connotazione a seconda della direzionalità con cui il termine è utilizzato, positiva per le pratiche di occupazione dal basso rivendicate, negativa per occupazioni territoriali dall’alto contro cui i comitati di lotta organizzano pratiche resistenti (richiamando così il quadro di riferimento della Resistenza Partigiana contro l’occupazione nazi-fascista).

Questo complesso panorama semantico ha prodotto due usi divergenti del prestito:

1. un uso più fedele all’originale ma più marginale rispetto alla rappresentazione mediatica italiana, da parte dei gruppi e movimenti sociali rifacentisi a OWS e più in generale alle pratiche di occupazione, in contraddizione con le valenze “pacifico/lecito” delle rappresentazioni mediatiche, e in analogia invece con il valore di “occupazione” (da cui i tratti di radicalità e illegalità);

2. un uso maggiormente mutato rispetto all’originale, per processo di astrazione selettiva e traslazione di campo, da parte di altri soggetti, politici e non, con valore generico di protesta, di trasgressione e cambiamento, in linea con le connotazioni mediatiche, del tutto privo del senso della pratica dell’occupazione e delle relative valenze di conflittualità/illegalità insite sia nel termine occupazione che nelle pratiche dell’originario OWS.

In questo quadro complesso e contraddittorio, occupy è venuto a “occupare” uno spazio semantico differente e distinto dall’equivalente occupare/occupazione in uso tra i movimenti sociali che hanno da tempo fatto dell’occupazione una pratica di “resistenza politica.” La cifra più significativa sembra essere proprio la perdita, nel prestito italiano occupy (rispetto all’originario inglese e alla radice comune) del riferimento alle pratiche conflittuali ed emancipatorie di occupazione e alle loro rappresentazioni, se non entro il circuito ristretto (se paragonato ai media mainstream) dei media di movimento. Tale perdita rappresenta per certi versi una sconfitta sul terreno della guerriglia semiologica da parte dei movimenti che si sono riappropriati di occupy tentando di egemonizzarlo nel contesto italiano senza però riuscirci. Nel 1967 Eco (422) definiva la guerriglia semiologica come “un’azione per spingere l’udienza a controllare il messaggio e le sue molteplici possibilità di interpretazione.” Da questa prospettiva il potere simbolico si esercita sul piano della ricezione e della decodifica prima ancora che sulla codifica del messaggio sovversivo. Sempre riprendendo Eco (428):

Bisogna occupare, in ogni luogo del mondo, la prima sedia davanti ad ogni apparecchio televisivo (e naturalmente: la sedia del leader di gruppo davanti ad ogni schermo cinematografico, ad ogni transistor,ad ogni pagina di quotidiano). Se volete una formulazione meno paradossale, dirò: la battaglia per la sopravvivenza dell’uomo come essere responsabile nell’Era della Comunicazione non la si vince là dove la comunicazione parte, ma là dove arriva.

Queste constatazioni venivano fatte negli anni Sessanta in uno scenario mediatico in cui l’accesso alla produzione mediale era privilegio di pochi mentre la sua fruizione andava massificandosi, tuttavia ci sembra valido anche oggi ai tempi di Internet e della proliferazione di user-generated content. Il potere d’altronde continua a essere esercitato non solo in forma coercitiva ma anche ideologicamente attraverso una rete di letture consensuali che partono dal basso. Lo scenario mediatico contemporaneo può quindi sì offrire nuove occasioni di produzione mediale e di discorso, che potenzialmente possono diventare egemoniche e possono scardinare le relazioni di potere simbolico esistenti, tuttavia, nella moltiplicazione delle voci, i nuovi media possono anche fungere da mero amplificatore delle ideologie dominanti, se manca la consapevolezza del ruolo cruciale del potere simbolico nelle dinamiche sociali e per il cambiamento sociale. Ancora una volta è nel processo ermeneutico che i rapporti di forza si trasformano con successo in rapporti simbolici, in “senso comune” e in ideologia. Da questa prospettiva la guerriglia semiologica si presenta come sfida politica ma anche pedagogica, una sorta di (auto- e co-)educazione alla lettura critica e sovversiva. In questo senso, la strategia per l’egemonia gramsciana rimane una tattica valida ed essenziale nella lotta politica che però non può certo limitarsi a garantire la mera “sopravvivenza dell’uomo responsabile nell’Era della Comunicazione” ma, ancora una volta, nel cercare di riportare al centro del processo comunicativo (nonché educativo e di apprendimento) quello che Benjamin (113) definiva il soggetto della conoscenza storica - la classe oppressa che lotta - e far sì che diventi agente di cambiamento anche a livello simbolico, perché possa aver luogo un reale cambiamento sociale.

 

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Appendice

Tabella 1. Articoli OWS – La Repubblica (ordinati per data di pubblicazione)

Data

Titolo Articolo

02/10/2011

New York, centinaia di arresti tra i dimostranti anti-Wall Street

03/10/2011

I ragazzi rivoluzionari dal Cairo a Wall Street / Come a piazza Tahrir questa è la rivoluzione dei giovani senza futuro

03/10/2011

Il prof, il broker, la disoccupata ecco i ribelli anti-Wall Street E adesso Obama deve sentirci

04/10/2011

Gli indignati di Wall Street puntano al G20

04/10/2011

Milioni in piazza contro il potere vogliamo una tassa sui ricchi

05/10/2011

Indignados alla conquista degli Usa Dilaga la protesta anti-Wall Street

06/10/2011

Marcia su Wall Street, scontri e violenze Arrestati almeno 18 manifestanti

06/10/2011

Obama: “Wall Street, protesta degli esasperati L’Europa è il maggior ostacolo per gli Usa ”

06/10/2011

Wall Street, 12mila in piazza sfilano sindacati e politici

07/10/2011

Obama: “Gli indignados danno voce alla frustrazione dell’America”

08/10/2011

I RAGAZZI INDIGNADOS

11/10/2011

Il ritorno di Karl Marx nel cuore di Wall Street / Quei ricchi isterici che minacciano i valori americani

11/10/2011

Marx a Wall Street / E gli usa rinnegano il mito del capitale

13/10/2011

La diseguaglianza insopportabile

15/10/2011

E il popolo anti-Wall Street ripulisce il parco Bloomberg costretto a rinviare lo sgombero -

15/10/2011

Indignati in piazza in tutto il mondo A Londra fermato Julian Assange

16/10/2011

Gli indignados Usa occupano Times Square

16/10/2011

Se Obama punta sul movimento

25/10/2011

Da Londra a Wall Street le tende nelle city

25/10/2011

La tenda nel cuore della city - New York Un reality show sulla piazza l’ America sogna Zuccotti park

27/10/2011

La protesta degli Indignati a Oakland incidenti con la polizia, oltre cento arresti

01/11/2011

Il movimento del 99 per cento può cambiare il mondo

02/11/2011

E gli avvocati di Wall Street sbeffeggiano gli sfrattati

04/11/2011

La lunga marcia di Occupy Oakland così l’ America riscopre lo sciopero

04/11/2011

La politica riformista e il tagliando che serve

06/11/2011

Chi sono i ricchi e perché sono sempre più ricchi

07/11/2011

L’IMPENNATA D’ORGOGLIO DEI CONSUMATORI AMERICANI

07/11/2011

Ma il Comandante in capo lo sceglierà l’ economia

07/11/2011

MF Global la finanza che perde la bussola

08/11/2011

LA CRISI, I RICCHI E LE OLIGARCHIE

09/11/2011

LA PROTESTA GLOBALE

13/11/2011

Tornano gli scatoloni a Wall Street Mf Global licenzia 1.000 dipendenti

16/11/2011

LA SFIDA DELLA PIAZZA FA PAURA ALL’AMERICA

16/11/2011

New York, la polizia carica Occupy Wall Street

16/11/2011

New York, la polizia sgombera Zuccotti Park

16/11/2011

OWS torna a Zuccotti Park: “Niente coperte” Appello a Obama: “Unisciti a noi”

17/11/2011

OWS, da New York all’America Oltre 170 arresti, cariche e blocchi

18/11/2011

Un giorno di guerriglia a Wall Street gli indignati si riprendono la piazza

19/11/2011

Cambiare il mondo a Zuccotti Park / “Io, tra gli indignati i ragazzi di Wall Street più forti del potere”

19/11/2011

Saviano a Zuccotti Park “L’Italia vi riguarda”

20/11/2011

Saviano strega Occupy Wall Street Porterò la vostra protesta in Italia

21/11/2011

Il capolavoro di marketing di Occupy Wall Street

22/11/2011

Il papà degli Zombie “I morti viventi oggi sono a Wall Street”

23/11/2011

Si è fermato il sogno americano Stati Uniti I pionieri non partono più

30/11/2011

La polizia sgombera Occupy Los Angeles arrestate 200 persone, ma nessun incidente

08/12/2011

I re del fumetto litigano sugli indignados

08/12/2011

Regole ai ricchi e diritti ai gay la svolta a sinistra di Obama

09/12/2011

Il nuovo Spacey è un cinico broker “Serve un thriller per parlare di finanza”

15/12/2011

L’anno di Occupy Wall Street “E ora diventiamo un partito”

22/12/2011

“Rimetti a noi i nostri debiti” Gli indignados sono un film - Il trailer

06/01/2012

Il grande silenzio del rock “Questa volta è finita davvero”

12/01/2012

Finalmente si torna in piazza e io sto dalla parte di Occupy

17/02/2012

Parola di Boss: “Per poter ricostruire la mia America oggi si deve distruggere”

10/03/2012

CHI HA INVENTATO OCCUPY WALL STREET

18/03/2012

Torna Occupy Wall Street Arresti e feriti a Manhattan

02/04/2012

Il potere dei soldi ecco i padroni del mondo

02/04/2012

L’ oligarchia che governa il mondo

24/04/2012

Con Moore e Patti Smith così canta Zuccotti Park

30/04/2012

FAR WEST

09/05/2012

Twitter protegge i tweet della protesta La Corte non avrà i messaggi di Ows

11/05/2012

Occupy, da New York a Chicago gli Indignati americani rialzano la testa

25/05/2012

L’inferno gelido del miliardario Pattinson “Cosmopolis” tra capitalismo e apocalisse

26/05/2012

La crisi in limousine

06/06/2012

IL RITORNO dell’ UTOPIA

27/06/2012

Il diritto di occupare i luoghi inutilizzati

06/07/2012

KEYNES FOREVER dalle piazze alla politica serve democrazia

10/07/2012

Obama: sgravi fiscali, ma non ai ricchi

04/08/2012

DALLO SPIRITO ANARCHICO AI COMUNARDI PARIGINI ECCO LE RADICI DI OCCUPY

14/08/2012

Anti-Flag, i più amati da Occupy Wall Street

 

Tabella 2. Articoli OWS – Il Corriere della Sera (ordinati per data di pubblicazione)

Data

Titolo Articolo

01/10/2011

Indignados a New York Occupata Wall Street

03/10/2011

Le manette per gli Indignati «Ci hanno teso una trappola»

06/10/2011

«Attivisti depressi e strizzacervelli ma anche lavoratori rimasti al palo»

11/10/2011

Indignati conquistano Times Square La polizia carica a cavallo, 88 fermati

13/10/2011

New York Il movimento Occupy Wall Street

14/10/2011

“Occupy Wall Street”: proteste a senso unico

15/10/2011

Vittoria dei ragazzi con la ramazza

16/10/2011

«il Bersaglio non è il Mercato ma una Politica Corrotta»

16/10/2011

«No privatizzazioni, tassare i patrimoni e le rendite finanziarie»

18/10/2011

Occupy Wall Street compie un mese

21/10/2011

«Sono sexy» E le Indignate di Wall Street si arrabbiano

21/10/2011

Wall Street, Indignate e pure Carine e Subito scatta l’ Effetto reality

27/10/2011

Judith Malina, la pasionaria «Oggi Antigone andrebbe a protestare a Wall Street»

27/10/2011

Obama corteggia gli studenti «Prestiti meno cari per voi»

01/11/2011

Beffati sul brand: «Occupy Wall St» a un italoamericano

09/11/2011

Indignati Usa e Bio-Amplificazione i Ragazzi della Rete inventano la Voce

14/11/2011

Moby Dick nuota a Zuccotti Park Melville, papà di Occupy Wall Street

16/11/2011

«Via le tende da Wall Street» Il sindaco sgombra gli indignati

16/11/2011

due Idee Opposte dentro Zuccotti Park la Confusione peggio dello Sgombero

16/11/2011

La Wolf: «Senza un leader il movimento rischia la fine»

18/11/2011

Zuccotti Park, video di Saviano «Domani sarò in mezzo a voi»

19/11/2011

La Hathaway si unisce agli Indignati

20/11/2011

Saviano a Wall Street spiega la mafia agli indignati d’ America

09/12/2011

I ribelli di Wall Street dalle tende alle case

18/12/2011

Quelle Profezie delle Banche d’ Affari che Fanno Male alla Concorrenza

19/12/2011

Sulle barricate in tonaca «Gesù contro Wall Street».

16/03/2012

L’ anima bucolica di «Occupy Wall Street»

06/05/2012

Se ritorna la mano dello Stato

13/05/2012

«I miei concerti, la politica, l’ Italia» Le verità di Bruce Springsteen

13/06/2012

L’ anti-leader di «Occupy»

04/07/2012

Se un tweet diventa la prova per una condanna

14/07/2012

se il Cinguettio di Twitter va in Tribunale la Responsabilità non è del Social Network

22/08/2012

Il supereroe che conosce la paura

22/08/2012

Il supereroe conosce la paura Batman rinasce dalle sue ceneri

 

Tabella 3. Gallerie Fotografiche OWS – La Repubblica

N. Foto

Titolo Galleria

12

Hollywood contro la crisi le star scendono in piazza

6

Lo sgombero, dentro Zuccotti Park: le foto di una lettrice

14

New York, lo sgombero di Occupy

24

Occupy London, la polizia sgombera i manifestanti

23

Occupy Wall St: volti e slogan della protesta

7

Occupy Wall Street: Anne Hathaway in piazza

12

Occupy Wall Street: la protesta anche a Teheran

15

OWS torna a Zuccotti Park

20

Rivolta Occupy: i black bloc devastano Oakland

11

Usa, seduti sul wc: protesta contro Bloomberg

26

Zuccotti Park, i ritratti degli indignati

 

Tabella 4. Gli usi di occupy nelle pagine web italiane, in ordine alfabetico per tipo di stringa occupy + [parola].

Cliccando sul titolo si accede alla fonte della prima occorrenza trovata per la stringa - per ciascuna collocazione non si riporta il dato relativo alla frequenza, cioè al numero di fonti trovate riportanti la stringa in questione, in quanto dato non indicativo visto il carattere idiosincratico delle ricerche su Google.

Collocazione

Contesto

Occupy Acea

Occupy Acea, Festa Popolare Il Primo Novembre a Tor De Schiavi

Occupy Albaro

‘OCCUPY ALBARO’, AL LAVORO PER PULIRE I TORRENTI

Occupy Ariston

Occupy Ariston

Occupy ATAC

#OCCUPY ATAC, #OCCUPYEVERYTHING!

Occupy B&B

Il Blog Di Occupy B&B - Come Promuovere Un B&B Online

Occupy Barabba

Barabba: [Occupy Barabba] Marcia, Compra, Roma

Occupy BCE

Politica Monetaria Della BCE e Dinamiche Finanziarie: è Possibile Un ‘occupy BCE?’

Occupy Biennale

#Occupy Biennale

Occupy Bione

#4D Occupy Bione#: USB Pubblico Impiego Coordinamento Nazionale Vigili Del Fuoco

Occupy Botox

Occupy Botox

Occupy Carta Di Credito

Occupy Carta Di Credito

Occupy Caserma Sani

//www.flickr.com/photos/32165283@N03/9060631680/">‘Occupy Caserma Sani’. Il Corteo Di Asia Usb

Occupy Casta

‘Occupy-casta’ a Torino, Fumogeni Contro Il MIUR

Occupy Corso Vittorio

Lettori Da Marciapiede, Occupy Corso Vittorio!

Occupy Deejay

Occupy Deejay

Occupy Egomnia

Occupy Egomnia Così il cattivo giornalismo danneggia le startup (con una proposta per ribellarsi)

Occupy Estate (1)

#OCCUPY ESTATE | Officina Dei Beni Comuni

Occupy Estate (2)

[SPORT]#Occupy Estate

Occupy Everything

11 Novembre, Occupy Everything. Ora tocca a noi, be everywhere, occupy everything!

Occupy Facebook

Occupy Facebook: Una Lezione Per La Socialità dell’Informazione

Occupy Fazio

Attacco Del Pdl: «Occupy Santoro, Occupy Fazio»

Occupy Flash

Occupy Flash - Il Movimento Per Liberare Il Mondo Da Flash Player

Occupy Fori Street

Occupy Fori Street: Pedonalizzazione Autogestita Dei Fori Imperiali

Occupy Fumetto

Ed è Occupy Fumetto

Occupy GreenHill

Occupy GreenHill

Occupy Italia

Occupy Italia - Quando Gli Italiani Perdono La Casa

Occupy Italy

Occupyitaly

Occupy Labicana

Roma. Fori Imperiali: e Contro Il Piano Di Marino Nasce ‘occupy Labicana’

Occupy MAFLOW

Occupy-MAFLOW – RiMAFLOW Fabbrica recuperata

Occupy Mcdonald’s

Occupy Mcdonald’s

Occupy Mensa

«Occupy Mensa», Cua in Rettorato E Giovedì Caffè «sociale»

Occupy MoMA

Occupy MoMA: Acquisiti 31 Poster Di Occupy Wall Street

Occupy Money Cooperative

Occupy Money Cooperative: Insieme Per Costruire Un’altra Finanza

Occupy Mordor

#OCCUPY MORDOR: Il Murale Di Blu Raccontato Da Wu Ming

Occupy Muos

Occupy Muos!

Occupy Natale

#Occupy Natale - Carmilla on Line

Occupy Pantheon

Occupy Pantheon - Gli Scontri Di Ieri a Roma

Occupy Parlamento

Occupy Parlamento. I parlamentari M5S occupano Camera e Senato al grido di #commissioni subito

Occupy Passerella

#occupy Passerella L’evento di moda più disatteso dell’anno al Festival NoDalMolin

Occupy PD

Pillole Di Partecipazione, L’esperienza Di OCCUPY PD

Occupy Piazza Affari

Occupy Piazza Affari – Gli Antagonisti Invadono La Sede Della Borsa

Occupy Pisa

Lo Sgombero Di ‘Occupy Pisa’

Occupy Piste

Occupy Piste

Occupy Pomposa

Occupy Pomposa - Le ‘carte’ Dei Nuovi Modenesi Per Il Risveglio Della Città

Occupy Porta Pia

‘Occupy Porta Pia’: i Movimenti in Presidio Fino a Martedì

Occupy PrimoPiano

Occupy PrimoPiano #1 Roxy in the Box

Occupy Ravenna

Occupy Ravenna. A Suon Di Fumetti

Occupy Rimini

#Occupyrimini - E’ Passato Un Anno...

Occupy Roma

Occupy Roma - Lo Speciale Sull’emergenza Abitativa

Occupy Rome

Occupy Rome. Un presidio intende restare fino al 15, il sabato della mobilitazione in tutta Europa

Occupy Routine

Occupy Routine: Fuga dalla quotidianità, per un giorno, per un mese, per sempre.

Occupy Sanremo

Rai: Fico, Occupy Sanremo? Andrei

Occupy Santoro

Brunetta Lancia Occupy Santoro, Per Il Diritto Di Rettifica

Occupy Scampia

Occupy Scampia Contro La Camorra

Occupy Skatepark

OSTIA: 7 SETTEMBRE CORTEO ‘OCCUPY SKATEPARK’

Occupy the Future

Occupy the Future, 30 Ottobre, Milano

Occupy the Life

Barravento: OCCUPY THE LIFE

Occupy the Network

Occupy the Network, Il Movimento e La Rete

Occupy Torre Galfa

OCCUPY TORRE GALFA

Occupy TV

La Settimana Della Comunicazione - OCCUPY TV

Occupy Uncinetto

#mammacheblog Creativo: Occupy Uncinetto! | Là in Mezzo Al Mar...

Occupy Vigorelli

Sabato 5 Ottobre, ‘Occupy Vigorelli’. Per Il Rugby e Non Solo

Occupy Your Reality

Occupy Your Reality – Nasce Il Laboratorio Bios

Occupy Yourself

Occupy Yourself

 


*Elisabetta Adami (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è ricercatore di Lingua e Traduzione Inglese presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell'Università G. D'Annunzio di Chieti-Pescara. Le sue ricerche e pubblicazioni recenti vertono sulle forme testuali multimodali e sulla comunicazione in lingua inglese in ambienti digitali.

 

**Francesco Fabbro (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) é assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell'Università degli Studi di Firenze. I suoi principali interessi di ricerca sono la Media Education, la comunicazione politica e le ideologie e le pedagogie delle pratiche di cittadinanza offerte ai giovani dalla scuola e dai media.

 

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

 Panayota Gounari*

“THE POLIS IS ONESELF:” THE “OCCUPY” MOVEMENT AS A SITE OF PUBLIC PEDAGOGY

 

We have come to Wall Street as refugees from this native dreamland, seeking asylum in the actual. That is what we seek to occupy. We seek to rediscover and reclaim the world (…) What do we want from Wall Street? Nothing, because it has nothing to offer us. We wouldn’t be here if Wall Street fed off itself; we are here because it is feeding off everyone. It is sustaining the phantoms and ghosts we have always known and whose significance we now understand. We have come here to vanish those ghosts; to assert our real selves and lives; to build genuine relationships with each other and the world; and to remind ourselves that another path is possible. If the phantoms of Wall Street are confused by our presence in their dream, so much the better. It is time that the unreal be exposed for what it is. (Communiqué 1)

On September 2011, amidst the heat generated in the Middle East with the Arab Spring in Tunisia, followed by Egypt and other countries in the area, and protests across many European countries against the neoliberal assail, the “Tahrir-moment” seemed to have arrived for Americans. According to the now urban legend Adbusters, a Canadian non-profit activist magazine, gave the starting signal with hashtag #OCCUPYWALLSTREET on Twitter and asked whether America was ready for an “anti-globalization” movement. However, long before New York’s “Tahrir moment” a group of artists, including local organizers, writers, students and activists from New York, as well as from Egypt, Spain, Japan and Greece who had taken part in other uprisings, had started gathering on the fourth floor of 16 Beaver Street, near Wall Street to discuss whether another world was possible (Kroll).

2011 witnessed massive layoffs at all government levels, revenues were reduced and there were local and government concessions in terms of labor rights and wages while military budget accounted for 40% of the national government spending; a year “of slash and burn” all around (Aronowitz 57). When some five thousand people stormed Liberty Square in Manhattan’s Financial District and after being repelled by NYPD, they set up a camp in Zuccotti Park that morning of September 17th, “something ha[d] been opened up, a kind of space nobody knew existed (…) Something just got kind of unclogged” (Gitlin 14) and Occupy Wall Street would be etched in the imaginary of American people. As a movement, it spread to over one hundred cities across the United States usually with encampments in city squares.

The “99% percent” slogan entered public debate to represent claims on simply a better life, accountability for big corporations, protest against joblessness; it was directed as much at government as at big banks and big investors. The movement had an anti-capitalist nature, it was leaderless, with a horizontal organization, held open public general assemblies and attracted people from all walks of life, age range, race, gender, and ethnicity. OWS managed to “change the parameters of the public debate and revolutionized our political vocabulary” (Roos) in many ways. In this article I want to explore the ways in which OWS opened a new public sphere that served as a site of public pedagogy. What I am interested in are the Occupy movement’s pedagogical characteristics as they have shaped the public discourse, as well as the ways lessons from Occupy can serve as pedagogies and be reinvented in school curricula. In other words, I am attempting to make the political pedagogical and the pedagogical political.

1. Occupy as public space & revitalizing the political

“Wall Street” as a financial site represents a material and symbolic space where money moves around. Hyped up by Hollywood, it resonates with images of wealth, greed and gluttony, lack of moral rules, and a distorted notion of success. It is interesting to note that the site where OWS protesters initially demonstrated was soon closed down and fenced at the request of the private company that owned the space. The occupation of such a highly “charged” place for corporate America certainly marked the first symbolic victory of the movement in reclaiming a central NYC space as a public sphere. The “geography” of OWS palpably illustrates the tension between the private and the public. On the one hand the conservative, corporate, individualistic sphere with a focus on success, self-interest, individual responsibility, wealth and power through exclusion; and on the other, the active, collective action focusing on the common interest and social responsibility, and making claims to the right to work, the right to public health and education. The concept of public sphere is very important here; Giroux argues that lack of public spheres “reveals the degree to which culture has become a commodity to be consumed and produced as part of the logic of reification rather than in the interest of enlightenment and self-determination” (Giroux 1997, 236).

The Occupy movement came at a time when politics appeared to be somewhat removed from our civic lives and the practices of human societies, or it had become so vilified in the public discourse, that it seemed almost heretic for anyone to try to advocate its importance—not to mention its revitalization—and to reclaim a terrain for its existence and evolvement. In market societies, like the United States, we have been witnessing the emergence of what Carl Boggs calls “antipolitics,” a retreat from civic engagement, a deepening feeling of powerlessness, the embrace of a culture of cynicism that builds a wall of apathy and indifference to the “koina,” that is, the affairs of the “polis,” the city in ancient Greek. Similarly, David Croteau observes that “the reigning political mood in America is a combination of disenchantment, cynicism, and alienation” (Boggs 12). How have people who were involved in Occupy moved from a position of inertia, apathy and disenchantment to a subjectivity position, where they intervened in important and meaningful ways in the public sphere? How did they manage to connect their private troubles with public issues? In other words, what marks the passage to a subjectivity position in a context like the one taking shape in OWS?

When politics breaks out from its narrow party line definition and becomes redefined as the “ongoing critique of reality” (Bauman 2002, 56), one needs to look into the reality in question to find answers to the question above. In the context of this paper I will not venture into exploring the reasons behind Occupy, but I will rather ask the critical questions behind it. In the case of Occupy, clearly those involved engaged to one degree or another in questioning their reality, its discourses and its practices and this is the first step towards re-politicizing politics and assuming a sense of agency. Politics here should be understood as a project in the making, unfinished and open, a “mechanism of change, not of preservation or conservation.” Politics is an “explicit and lucid activity that concerns the instauration of desirable institutions and democracy as the regime of explicit and lucid self-institution as far as is possible, of the social institutions that depend on explicit collective activity” (Bauman 2002, 84). Politics constitutes a unique public sphere, a type of agora in which people come together, interact, make decisions, forge citizen bonds, carry out the imperatives of social change, and ultimately search for the good society insofar as “justice belongs to the polis” (Boggs 7). The colorful river of people who have participated in the multiple Occupy movements in New York City and elsewhere were in fact engaging in “doing politics.” Encampments served as contemporary agoras where people shared the microphone, debated, shared space and ideas and became involved in the affairs of the polis. On the other side of the fence, corporate America and conservatives thrived on the depoliticization of politics promoting a conservative agenda that made participation in collective decisionmaking irrelevant, shrinking the public sphere, reinforcing individuality over the collective, and creating an illusion of participation in affairs that have already been decided by others. From this discussion, it becomes clear that public spheres are highly political and should aim at human self-governance and at freeing people from the logic of the market. Occupy movements as public spheres were a major blow to depoliticization to the degree that they have challenged anti-democratic, authoritarian and conservative narratives, that included a frontal assault on labor rights, social services and welfare provisions, and produced a people-generated counter theory that will be discussed in the last section of this paper.

Public spheres always beg the question of human agency, since they are par excellence sites for its exercise. In this context the question of ethical responsibility emerges to the degree that individuals concerned with public affairs move to a subject position where they become actors in the construction of their own realities. Occupy has served as a public space inhabited by politics and where various types of agency produced and/or suppressed.

2. Occupy as Public Pedagogy

The most exciting aspect of the Occupy movement is the construction of the linkages that are taking place all over. If they can be sustained and expanded, Occupy can lead to dedicated efforts to set society on a more humane course. (Chomsky 47)

The Occupy movement can be understood and analyzed as a site of public pedagogy to the degree that it engulfed struggles over meaning and knowledge, the creation of new meanings/significations, the contestation and challenge of representations, and the confrontation with a particular set of corporate, conservative knowledges; it pushed people to make the linkages Noam Chomsky is talking about in the above quote, to bridge their private lives with public issues. These linkages were deeply pedagogical in that they have possibly shaped new types of collective consciousness and ways to intervene in the world. In the same way that “the dominant cultural apparatuses represent a powerful form of public pedagogy that normalizes existing relations of power, infantilizes its viewers, substitutes entertainment and spectacle over critical investigative reporting, and invests in spectacles of violence as its primary mode of entertainment in order to attract advertising revenue” (Giroux 2013, 8), Occupy disrupts this normalization, questions the dominant cultural apparatuses, enables participants to assume agency and makes bare the power relations.Henry Giroux (2012) has made a valid point on the pedagogical role of the movement as “a force for critical reason, social responsibility and civic education.” He stresses that protesters “need to become border crossers, willing to embrace a language of critique and possibility that makes visible the urgency of talking about politics and agency not in the idiom set by gated communities and anti-public intellectuals, but through the discourse of civic courage and social responsibility.” Occupy as public pedagogy can play a important role in reinventing pedagogical practices that would keep critical thought alive as well as serve as an example of what it takes to engage protesters/learners involved in a project that addresses their real life conditions and ultimately aims at making their lives better, as was one of the simple “claims” of occupiers. Giroux is worth quoting at length here:

Such a notion of democratic public life is engaged in both questioning itself and preventing that questioning from ever stalling or being declared finished. It provides the formative culture that enables young people to break the continuity of common sense; come to terms with their own power as critical agents; be critical of the authority that speaks to them; translate private considerations into public issues; and assume the responsibility of what it means not only to be governed, but learning how to govern. (Giroux 2012)

Occupy as public pedagogy reveals “the regulatory and emancipatory relationship among culture, power, and politics” (Giroux 2013, 64). In this section I am identifying three “themes” that connect Occupy with notions of pedagogy: agency/collective action, autonomy, and a new theory of political literacy.

1.1 Agency

Earlier in this paper, I made the case that questioning ideologies, institutions, and discursive practices is a first step towards reinventing politics, revealing subjective positions that would enable people to assume ethical responsibility and to act upon it. Occupiers did just that. They inhabited new subjectivity positions through a process of direct democracy, inclusion, open dialogue and debate, and horizontal structures of organization. In my discussion on agency I will use political philosopher Cornelius Castoriadis’s intense and lively metaphor of the labyrinth to describe how one engages with a project (in his case philosophical) from the starting point of questioning. Castoriadis pictures the human being at the entrance of a Labyrinth (or possibly its center?), where all one can see are dark intertwining galleries. This is the point where one is confronted with the dilemmas to follow that gallery or the other, to pick different paths and it may well be that one may find him/herself wandering the same trail again and again without knowing where this or that gallery leads. To think, Castoriadis claims, does not mean to get out of the labyrinth, neither does it mean to replace the uncertainty of shadows with the clearly defined outlines of things, the dimming candlelight with the shiny sunlight. Rather, it means to decide to enter the labyrinth, or better, to make this “construct” look like a labyrinth; It means to get lost in the labyrinth’s paths that exist only because we are digging them up, as we circle around at the end of an impasse only to realize at some point that this whirling has started cracking the internal walls. Such is the work of an engaged human being, an active citizen, to whirl around issues exhaustively in discursive and material ways until the walls of our solid, monolithic, palpable worlds start to crack, to fracture. The Occupy movement was an instance of such a fissure, a moment when people decided to enter and explored the Labyrinth while at the same time giving shape to its trails and galleries. There was no blueprint, since politics is a process and not a finished product. One’s insertion into the labyrinth is intimately tied to one’s ontological vocation to be curious – a curiosity that requires according to Freire, an

educational praxis [that] while avoiding the trap of puritanical moralism [bought priesthood], cannot avoid the task of becoming clear witness to decency and purity. (…) As men and women inserted in and formed by socio-historical context of relations, we become capable of comparing, evaluating, intervening, deciding, taking new directions, and thereby constituting ourselves as ethical beings. It is in our becoming that we constitute our being so. (38-9).

Occupy was a people-powered, leaderless movement (without this implying that there were no leading figures, but they were always in the plural and in no position of absolute authority). Discussions were conducted in a dialogical way, resonating with a Freirean dialogue; a dialogue that presupposes that all participants enter the discussion on equal terms and not as experts, that there is mutual trust and that participants are willing to question their own assumptions. To participate in these open discussions or general assemblies would mean that people would cease to be observers, they became part of the situation they observed and that situation was not simply the here and now of the Occupation but also, and most importantly, the people’s lived realities, experiences of oppression despair, frustration and quest for a vision. The kind of agency I am talking about is not Pollyannaish but rather an organic construct, grounded on the dialectics between the social and the individual, the material conditions and the social aspirations, it is a blend of knowledge and participation. In this sense it is deeply pedagogical.

1.2 Autonomy

In delineating the boundaries of a political project around the Occupy movement, there is an inherent pedagogical dimension that has broken out of the walls of formal education to challenge public knowledges and assumptions in a different space. It was an example of citizen education that gave valuable, substantive content to the “public space. This paideia, according to Castoriadis, “is not primarily a matter of books and academic credits. First and foremost, it involves becoming conscious that the polis is also oneself and that its fate also depends upon one’s mind, behavior and decisions; in other words, it is participation in political life” (Castoriadis 1991, 113). People are the polis, they are an integral part and constitutive material, they shape the affairs of the polis and this cannot come without “putting into place these spaces, spheres, and modes of education that enable people to realize that in a real democracy power has to be responsive to the needs, hopes, and desires of its citizens and other inhabitants around the globe” (Giroux 2009).

In this context, Occupy exemplifies an instance of autonomy, as the self-institution of the movement as opposed to heteronomy, something that is being imposed by somebody else from the outside. Autonomy in politics assumes that people create their own institutions. Collective autonomy requires individual autonomy. Autonomous individuals can only form an autonomous society (Castoriadis 1988c). Although direct democracy as witnessed in Occupy general assemblies may appear to be unruly, given the requirement of total individual autonomy (everyone is entitled to an opinion that they can articulate freely and openly), democracy is the regime “founded explicitly upon doxa, opinion, the confrontation of opinions, the formation of a common opinion. The refutation of another’s opinions is more than permitted and legitimate there; it is the very breath of public life” (1991, 7).When the Pandora box opens, “with the questioning of given institutions, democracy becomes anew a movement of self-institution, that is a new type of regime, in the full sense of the word” (Castoriadis 2000, 277-8). As such, the instauration of democracy can come only from an immense movement of the population of the world, and it can only be conceived of as extending over an entire historical period. For, such a movement—which goes far beyond everything habitually thought of as “political movement” – will not come about unless it also challenges all instituted significations, the norms and values that dominate the present system and are consubstantial with it. It will come into existence only as a radical transformation in what people consider as important and unimportant, as valid and invalid—to put it briefly, as a profound psychical and anthropological transformation, with the parallel creation of new forms of living and new significations in all domains. No matter how unruly, cumbersome, and difficult it may seem, the such struggle points to, according to Freire, “the unfinishedness of the human condition and… our consciousness of this unfinished state. Being unfinished and therefore historical, conscious of our unfinishedness, we are necessarily ethical because we have to decide. Take options… We can only be ethical (…) if we are able to be unethical” (Freire 100-1).

1.3 Occupy, Solidarity and a theory of Political Literacy

Yesterday, one of the speakers at the labor rally said: “We found each other.” That sentiment captures the beauty of what is being created here. A wide-open space (as well as an idea so big it can’t be contained by any space) for all the people who want a better world to find each other. We are so grateful. If there is one thing I know, it is that the 1% loves a crisis. When people are panicked and desperate and no one seems to know what to do, that is the ideal time to push through their wish list of pro-corporate policies: privatizing education and social security, slashing public services, getting rid of the last constraints on corporate power. Amidst the economic crisis, this is happening the world over.

And there is only one thing that can block this tactic, and fortunately, it’s a very big thing: the 99%. And that 99% is taking to the streets from Madison to Madrid to say “No. We will not pay for.” (Klein 2012, 105-6)

In the context of the Occupy movement, people “found each other” in a deeply alienated and reified capitalist society. In a society where the power elites have been using fear to reify and contain people so that they no longer create or decide about the social order they live in, they are instead objects of a pregiven social order. Klein (2008) maintains that business interests and power elites squash popular resistance and dissent through symbolic and material fear and violence ranging from “catastrophic” discourses in the media to very real torture and repression. Being in a state of shock as a country, says Klein, means losing your narrative, being unable to understand where you are in space and time. The state of shock is easy to exploit because people become vulnerable and confused. They are robbed of their vital tools for understanding themselves and their position in the sociopolitical context. The Occupy movement was an instance of collective “re-narrativisation” since it has mobilized people to create a new language “that connects the struggle over individual and collective agency to “the visible lines of possibility (Giroux 2012); it has given us a

political grammar and a radical vocabulary with which to reinvent our critique of global capitalism and from which to begin constructing our own revolutionary alternative to bankocracy. Occupy taught millions of people the language of autonomy and horizontalism, of direct action and prefigurative politics, of consensus decision-making and participation — and, most important of all, it helped reinvigorate that long-lost hope that there is an alternative, that another world is possible. (Roos)

The creation of public spaces and the development of new vocabularies that fracture are requisites for a “counter-education” that must become a project for educators, cultural workers, artists, and activists, among others. That is people, who dare to imagine a different word– a counter-education where citizens engage in the unlearning of anti-democratic practices while calling “for a new imaginary creation whose signification cannot be compared with anything similar in the past, a creation that would put at the center of human life significations other than the increase of production and consumption, that would set different goals that people would consider worth struggling for” (Castoriadis 2000, 129).

Occupy as an instance of a political project revealed that people are engaged when they are aware of their lived material conditions in a way that encompasses personal experience to include those social and political structures that relegate them to poverty, joblessness, lack of social provisions and so forth. They are engaged when the project at hand bears relevance to their own lives and they are the authors of their own histories as these develop now in a new public sphere where possibility is an open-ended concept. They are engaged when they can connect their lived experiences as individual signification with larger actions such as the occupation of a public space, the picket to a CEO’s mansion or the occupation of a bank branch. More importantly they are engaged when they become the authors of a theory, creating a new project of political literacy. An important aspect of Occupy that should concern educators is the production of a wealth of texts in social media, blogs, magazines, and different kinds of media where people involved and observers documented the movement through their own eyes, “crafting a point of view from many different sources” (Chomsky 2012, 50). Those involved moved from a stage of political illiteracy that according to Freire is an ingenuous perception of humanity and its relationship with the world and a naïve outlook on social reality to a stage of political literacy where humans are not fatalistically determined and where they participate critically in the transformation of their reality (what Freire calls “conscientization”). This was also largely done through a dialogical process that all participants entered equally thanks to the leaderlessness of the movement. Knowledge and thinking around Occupy further expanded into academic scholarship and new trends and directions in research giving birth to different theories around Occupy in particular and social movements in general as Occupy in the United States articulated with many similar occupations from Puerta del Sol to Tahrir to Syntagma Square. In these sites

movements have attempted to open up new modes and sites of learning while enabling new forms of collective resistance. Resistance in this instance is not limited to sectarian forms of identity politics, but functions more like a network of struggles that affirms particular issues and also provide a common ground in which various groups can develop alliances and link specific interests to broader democratic projects, strategies, and tactics. (Giroux 2013, 65)

In my discussion, I haven’t brought in any of the critiques, since my goal is to reveal those aspects of Occupy that can be capitalized on pedagogically and further expanded. Even though Occupy was an instance that crystallized some of the most promising ideas and practices of political intervention, it should still be seen as a learning moment for political movements, activist groups, and people concerned with the affairs of the polis. It is also important to explore the ways in which opposition can become resistance, that is, acquire a real political content, develop concrete structures, organization tactics and strategies that would make it a viable political project. Stanley Aronowitz proposes that to do that, “a bold step would be to engage the prevailing patterns of cultural consumption that not only flatten the popular capacity for critical thought, but set an agenda for public debate that so limits the conversation that some issues are never addressed. […] What the Left and the social movements lack now is their collective ability to imagine alternatives to the current set-up and to find ways to disseminate their positions by direct action as well as propaganda” (75).

 

Works Cited

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* Panayota Gounari (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) is Associate Professor in the Department of Applied Linguistics at the University of Massachusetts Boston. Her research interests focus on language and literacy, linguistic hegemony, language and the new information and communication technologies (ICTs), and language policy. 

 

 

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

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