Claudio Mancuso*

 

IL MANTRA DEL FUOCO. LINGUAGGI, TEMI E SIMBOLI DELLA PROTESTA PER L’INDIPENDENZA DEL TIBET

 

Sin dalle prime esplorazioni del XVII secolo, l’immaginario collettivo occidentale ha rappresentato il Tibet come un luogo leggendario e misterioso, difficilmente accessibile non solo geograficamente ma anche culturalmente. L’esistenza di un’aura mitica così profonda e consolidata – favorita ancora oggi da un’ampia produzione letteraria e cinematografica, nonché dalle sempre più influenti mode esoteriche – ha inciso negativamente sull’attuale percezione delle dinamiche legate alla questione tibetana. Il concorso di questi fattori, unitamente alla censura operata dal governo cinese e alle ragioni della realpolitik, ha fornito all’Occidente un’immagine poco nitida del movimento indipendentista tibetano e delle forme assunte dalle sue rivendicazioni.

Le truppe di Mao invasero il “Paese delle Nevi” il 7 ottobre 1950. In breve tempo i rivoluzionari comunisti resero concreta l’inquietante visione profetica che Thubten Gyatso, XIII Dalai Lama, aveva lasciato al suo popolo prima di morire:

Very soon in this land (with a harmonious blend of religion and politics) deceptive acts may occur from without and within. At that time, if we do not dare to protect our territory, our spiritual personalities (…) may be exterminated without trace, (…) and monks may be taken away. Moreover, our political system (…) will vanish without anything remaining. The property of all people, high and low, will be seized and the people forced to become slaves. All living beings will have to endure endless days of suffering and will be stricken with fear. Such a time will come (Rinpoche A. vii).

La Cina difatti pose fine al lungo periodo di prosperità e indipendenza per il regno del Tibet e dette inizio al regime di occupazione militare. L’Impero di Mezzo portò avanti un complesso processo di assimilazione basato su tre diverse direttrici. Innanzitutto l’invasione territoriale, con lo smembramento delle regioni storiche del Tibet: l’Amdo e il Kham furono divise tra le provincie cinesi del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan; le regioni dello Ü e dello Tsang formarono invece la Regione Autonoma del Tibet, ovvero una nuova provincia cinese a statuto speciale. All’occupazione militare fu affiancata anche l’assimilazione demografica, con la massiccia introduzione di individui cinesi di etnia han. Infine, il governo di Pechino attuò un processo di smantellamento della cultura tradizionale tibetana, con la distruzione di centinaia di monasteri e la persecuzione del clero e delle pratiche buddhiste (Verni).

1. La resistenza armata

Tra il 1950 e il 1955 (e in particolare dopo la sottoscrizione forzata del cosiddetto “Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet” nel 1951, che sanciva di fatto la fine dell’indipendenza del “Paese delle Nevi”) si verificarono i primi episodi di resistenza armata, localizzati soprattutto nelle aree orientali della regione (Kuzmin 207-8). Tra la fine del 1955 e l’inizio del 1956 il contingente militare cinese fu ulteriormente rafforzato con l’invio di nuove truppe, che permisero l’avvio di una dura campagna repressiva contro i ribelli tibetani (Norbu). Intanto, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, che decisero di sostenere la causa del Dalai Lama in funzione anticinese e soprattutto anticomunista, la questione tibetana entrò nelle complesse dinamiche della guerra fredda. La CIA si fece carico dell’addestramento di una prima pattuglia di guerriglieri tibetani, dalla quale si sarebbe dovuto sviluppare un più ampio movimento di resistenza (Bucciarelli; Conboy e Morrison; Dunham). A partire dal 1957 iniziò a operare un’organizzazione di guerriglieri che prese il nome di Chushi Gangdruk, in riferimento al termine popolare con cui i tibetani indicavano le regioni dell’Amdo e del Kham. L’organizzazione (fondata ufficialmente il 16 giugno 1958) aveva come obiettivo quello di conferire una struttura unitaria alla resistenza tibetana e di coordinare l’azione dei piccoli gruppi di oppositori sparsi nelle diverse aree del Tibet. Il simbolo adottato dall’organizzazione fu una bandiera con due spade – una emblema del coraggio, l’altra della saggezza – su sfondo giallo (simbolo del buddhismo). L’episodio di lotta armata più significativo di questa fase è rappresentato dalla rivolta di Lhasa del 10 marzo 1959, in occasione della celebrazione di una delle principali ricorrenze religiose tibetane, il Monlam Prayer Festival. La protesta fu soffocata nel sangue e dette l’avvio a una stagione di dura repressione da parte delle autorità cinesi e di vera e propria soppressione dei caratteri distintivi dell’identità tibetana (Palden). Il Dalai Lama fu costretto a fuggire e ottenne l’asilo politico in India, dove stabilì, nella città di Dharamsala, un governo in esilio. A partire dal 1959, l’intero Tibet fu trasformato secondo i dettami dell’ideologia maoista. Inoltre, tra il 1966 e il 1976 il “Tetto del Mondo” dovette subire le ripercussioni della Grande Rivoluzione Culturale: le Guardie Rosse (con particolare ferocia nel biennio 1966-68) furono artefici del più grave attacco alla civiltà tibetana, con la distruzione di monasteri, templi, antichi edifici, statue, dipinti e ogni altra forma artistica (Kuzmin 287-345).

Le azioni di guerriglia del Chushi Gangdruk continuarono anche negli anni Sessanta (con l’apertura di un nuovo fronte di resistenza nel Mustang, al confine col Nepal). Tuttavia, la repressione di Pechino, il progressivo disimpegno degli Stati Uniti sotto la presidenza di Richard Nixon e l’indirizzo nonviolento impresso dal Dalai Lama alle varie forme di protesta determinarono l’esaurirsi della lotta armata organizzata nel 1974.

2. La Via di Mezzo

A partire dagli anni Ottanta, la politica perseguita da Tenzin Gyatso ha avuto come duplice obiettivo quello di dare un respiro internazionale alla protesta (alla luce anche dell’apertura del Tibet al turismo straniero) e tracciare una nuova strada per risolvere la crisi. La politica della cosiddetta “Via di Mezzo” sanciva l’abbandono dell’ipotesi indipendentista a favore di un programma centrato sul raggiungimento di una condizione di piena autonomia per il Tibet all’interno della compagine statale cinese.[1]

Il cambiamento di rotta impresso dalla leadership in esilio, il rifiuto opposto da Pechino e il concomitante crepuscolo dei regimi comunisti in Europa determinarono la ripresa del movimento di resistenza già alla fine del 1987. La protesta assunse una connotazione nonviolenta ed ebbe il suo epicentro a Lhasa, dove centinaia di monaci scesero in strada contro il governo cinese. Le manifestazioni nella città proibita esplosero però con maggiore veemenza nel 1988 e anticiparono l’ondata di protesta che percorse l’intera Cina nel corso del 1989 (emblematici furono gli scontri di piazza Tienanmen). Il 5 marzo di quell’anno si verificò a Lhasa la più imponente insurrezione dopo i fatti del 1959, e la capitale tibetana fu sottoposta a una durissima repressione e a un rigido regime marziale. Il 1989 fu anche l’anno del Nobel per la pace attribuito al Dalai Lama, che ebbe così la possibilità di portare alla ribalta della comunità internazionale il dramma del Tibet.

Nel corso degli anni Novanta la repressione del dragone non consentì lo svolgimento di manifestazioni di massa, ma non riuscì a impedire una lunga serie di microproteste sparse nelle regioni del Tibet storico. Si tratta di episodi isolati che denotano l’assenza di una strategia unitaria e pianificata. Così come era stata la resistenza armata per buona parte della sua durata, anche le proteste di questi anni erano demandate all’azione dei singoli tibetani, ai piccoli gruppi di dissidenti sparsi nei villaggi. Nondimeno, cominciarono a svolgersi manifestazioni pro Tibet anche al di fuori del Paese delle Nevi.

In questa fase di trasformazione della resistenza da movimento di lotta armata a movimento nonviolento è possibile osservare il consolidarsi di un repertorio di simboli che fino a oggi rappresentano il linguaggio attraverso cui si esprime la protesta dei tibetani.

La prima immagine ricorrente nelle dimostrazioni, esibita negli striscioni, stampata sulle magliette o mostrata nelle riproduzioni fotografiche, è quella del Dalai Lama, spesso associata all’effigie delle altre guide spirituali. Simbolo del potere temporale e religioso ed essenza più intima della cultura e dell’identità della “Terra delle Nevi”, anche a livello internazionale, la sua figura rappresenta l’immagine più direttamente identificabile col Tibet. Queste ragioni spiegano la diffusa propaganda denigratoria attuata dalle autorità cinesi nei suoi confronti: possedere o diffondere immagini della “Presenza” o lanciare slogan inneggianti al suo ritorno costituiscono reati perseguiti dal governo di Pechino.

Un altro tema cruciale nel repertorio simbolico della protesta dei “guerrieri di Buddha” è costituito dalla bandiera del Tibet. Il vessillo infatti, oltre a rappresentare l’emblema dell’unità territoriale e della libertà del Paese, costituisce per il suo denso simbolismo una vera e propria sintesi delle radici culturali tibetane. Al centro della bandiera vi è un triangolo bianco che ricorda una montagna innevata, simbolo del Tibet stesso. All’interno del triangolo sono raffigurati due leoni di montagna che rappresentano il potere temporale e spirituale. I leoni reggono da un lato il mulinello della gioia, metafora dell’osservanza dei dieci precetti divini della virtù e delle sedici regole di condotta della vita laica, dall’altro lato i tre i gioielli fiammeggianti del buddhismo: il Buddha, il Dharma, il Sangha (Rinpoche D.). Al di sopra del triangolo si staglia il sole sorgente, emblema di libertà e prosperità, da cui partono sei raggi di luce rossa, simboli delle sei stirpi originarie del popolo tibetano, e sei raggi di luce blu, simboli della ricerca della giusta condotta morale. Il bordo dorato su tre dei quattro lati del drappo rappresenta la diffusione degli insegnamenti del Buddha.

Un altro elemento distintivo della protesta è rappresentato dalla lingua (verbale e scritta) utilizzata dai dimostranti. Nonostante le manifestazioni siano indirizzate contro la Cina, gli slogan di protesta sono scanditi e scritti in inglese o in tibetano. Quasi mai è utilizzato l’idioma cinese. Il motivo è duplice: da un lato vi è la volontà di internazionalizzare la protesta, rendendola comprensibile all’opinione pubblica mondiale, dall’altro lato emerge la battaglia per preservare l’antica lingua tibetana. La lingua infatti non solo rappresenta un fattore identitario che unisce tutti i popoli del Tibet storico, ma altresì è veicolo di diffusione del buddhismo. La tradizione linguistica dunque è anche la sede principale del verbo spirituale e della tradizione religiosa, pertanto una sua cancellazione significherebbe anche la fine del buddhismo.

Nei numerosi cortei di protesta, inoltre, non è raro scorgere l’effigie o il simulacro di un gallo. La simbologia che questo animale rappresenta è duplice: da un lato infatti è un’allegoria solare, annuncia il sole che sorge e allude al risveglio del popolo tibetano, alla lotta per la sua rinascita; dall’altro lato simboleggia il percorso che ogni individuo deve compiere verso la liberazione dall’attaccamento ai desideri materiali.

Infine, soprattutto negli ultimi anni, i dimostranti espongono sempre più spesso dei manifesti che ritraggono i caduti per la causa tibetana. Anche in questo caso emerge una forte carica simbolica: i martiri infatti sono raffigurati con uno sfondo che ritrae le montagne, i laghi o i fiumi del Tibet, evidenziando dunque il profondo attaccamento alle radici territoriali.

3. Le proteste del 2008

Un punto di svolta decisivo nell’evoluzione delle dinamiche geopolitiche e delle forme di protesta in Tibet è stato rappresentato dallo svolgimento dei Giochi della XXIX Olimpiade, che hanno avuto luogo a Pechino nell’estate del 2008.

Il percorso compiuto dalla fiaccola olimpica per giungere in Cina ha fornito un’occasione ideale per dare visibilità alla protesta dei numerosi gruppi di oppositori alle politiche cinesi, e, in special modo, ai sostenitori delle due questioni territoriali più spinose per l’ex Impero di Mezzo, ovvero l’indipendenza del Tibet e dello Xinjang.[2]

Le manifestazioni organizzate in questa occasione hanno rappresentato un punto di non ritorno non soltanto nella visibilità internazionale della questione tibetana ma anche nei rapporti interni allo stesso establishment tibetano. La nuova ondata di protesta scaturita a partire dal 2008 (e tuttora in corso) ha difatti sancito una profonda frattura tra il governo in esilio a Dharamsala, legato al Dalai Lama, e la nuova area del dissenso tibetano che ha nel Tibetan Youth Congress e negli Students for Free Tibet le sue principali espressioni. Mentre la leadership spirituale ha ormai da tempo abbandonato la causa indipendentista, la nuova opposizione politica contesta questa scelta e ritiene invece necessaria, per la salvezza del Tibet, il raggiungimento dell’indipendenza dalla Cina. La continua chiusura di Pechino dinanzi agli innumerevoli passi indietro compiuti dal Dalai Lama ha favorito l’ascesa di questa nuova linea politica, che trova sempre maggiore seguito non solo tra i profughi tibetani, ma anche tra i connazionali in patria e soprattutto tra i monaci buddhisti.

In occasione dei giochi del 2008 il Dalai Lama si era schierato contro il boicottaggio della kermesse olimpica; al contrario diverse organizzazioni non governative tibetane hanno organizzato una serie di eventi per mettere in scena la protesta contro Pechino e contro i giochi. Le prime dimostrazioni si sono svolte al di fuori dei territori del Tibet e della Cina, e hanno avuto come obiettivo quello di ostacolare il viaggio della torcia olimpica, bersaglio principale della protesta insieme alle ambasciate e alle rappresentanze diplomatiche cinesi nei Paesi in cui il corteo olimpico transitava.

La più eclatante di queste manifestazioni è stata la marcia che, partendo da Dharamsala, avrebbe dovuto raggiungere il Tibet.[3]Ostacolata dal governo tibetano in esilio, e conclusasi drammaticamente al confine con la Cina, dove la polizia indiana ha bloccato i manifestanti, la marcia ha sancito la rottura all’interno del fronte politico tibetano, e l’esistenza di due diverse leadership e altrettanti approcci alla questione del “Tetto del Mondo.”

Parallelamente alla marcia, cominciata il 10 marzo 2008 (anniversario della rivolta del 1959), è esplosa la protesta anche nei territori del Tibet storico, promossa dai monaci buddhisti, che hanno inscenato scioperi e manifestazioni nei principali monasteri di Lhasa. Dalla capitale tibetana la protesta si è diffusa in tutti i più importanti monasteri della regione, causando una prima repressione della polizia cinese che ha circondato e in taluni casi occupato gli edifici di culto dell’area. I religiosi dunque hanno cominciato a compiere gesti di protesta autolesionistici e a partire dal 12 marzo gli scontri hanno coinvolto anche i laici tibetani. La giornata cruciale nell’evoluzione della protesta è stata quella del 14 marzo: i manifestanti tibetani hanno preso d’assalto le proprietà e le attività commerciali gestite dalla popolazione di etnia han: particolarmente significativo il saccheggio dei negozi a Lhasa nella “Beijing Road,” strada simbolo dell’occupazione cinese. Successivamente, la protesta dei tibetani si è scatenata contro gli uffici delle forze di polizia, le sedi delle autorità governative e quelle del Partito Comunista.

Dinanzi all’offensiva tibetana, estesasi in breve dalla Regione Autonoma del Tibet alle provincie del Sichuan, del Gansu e del Qinghai, Pechino ha ordinato una durissima repressione, con rastrellamenti, arresti e centinaia di morti. Dopo tre mesi di rivolte, in una Lhasa blindatissima e con la popolazione costretta a rimanere chiusa in casa, la torcia olimpica ha percorso una delle ultime tappe prima di giungere nella capitale cinese.

4. Tibet burning

Dopo le proteste del 2008 le autorità cinesi non sono più state in grado di ripristinare il seppur fragile e controverso equilibrio dei due decenni precedenti. La spirale repressiva innescata dal dragone non è sembrata più in grado di soffocare, o comunque di tenere sotto controllo, la protesta dei tibetani. La situazione difatti appare ulteriormente esasperata dalle nuove forme di lotta portate avanti dai gruppi indipendentisti.

Lungo le strade di Dharamsala, soprattutto nei pressi delle sedi dei monasteri tibetani in esilio, non è raro scorgere dei piccoli gruppi di monaci che espongono dei poster recanti la scritta “Tibet burning” o “Tibet burning martyrs,” con le fotografie di quanti hanno deciso di darsi fuoco per la causa del “Tetto del Mondo.”

Il fenomeno delle autoimmolazioni rappresenta l’ultima tragica frontiera delle forme di protesta portate avanti dal movimento per l’indipendenza del Tibet. Il linguaggio della morte appare come l’estrema risorsa dinanzi al fallimento del linguaggio della parola. Un gesto carico di un così alto potenziale mediatico non può lasciare indifferenti le autorità cinesi che hanno imposto un vero e proprio black-out informatico rispetto alla diffusione di notizie legate a queste proteste. Ogni immagine, ogni fotogramma di un tibetano in fiamme rappresenta un duro colpo al prestigio internazionale della Cina. Pertanto, la ricostruzione di un quadro dettagliato relativamente alle autoimmolazioni si è rivelata assai complicata, ed è stata resa possibile grazie al confronto e alla verifica dei dati e delle informazioni (in alcuni casi frammentarie) fornite da alcune agenzie asiatiche di informazione indipendente e dai siti internet degli esuli tibetani.[4]

La prima autoimmolazione ebbe luogo a New Delhi il 27 aprile 1998. Per circa un decennio il gesto rimase un caso isolato, opera di un esule tibetano in India. La seconda autoimmolazione risale infatti al 27 febbraio 2009, nella città di Ngaba (provincia del Sichuan). Anche in questo caso l’azione politica non ebbe seguito immediato. La situazione cambiò nel 2011: 12 esponenti del clero tibetano (tra cui due donne), quasi tutti legati al monastero tibetano di Kirti, si dettero fuoco, riportando così alla ribalta dello scenario internazionale la questione dell’indipendenza del Tibet. L’epicentro di questo “mantra del fuoco” è stato localizzato nella provincia del Sichuan, e in particolare nella prefettura di Ngaba. La protesta in questa fase è stata portata avanti esclusivamente dal clero tibetano.

L’ondata di autoimmolazioni del 2011 rappresenta soltanto il prologo di una ben più drammatica sequenza di suicidi politici che ha caratterizzato tutto il 2012. La protesta si è estesa dalla città di Ngaba alle altre zone del Tibet orientale, interessando in particolare le province del Qinghai e del Gansu. Alla fine dell’anno le autoimmolazioni hanno raggiunto la cifra record di 83 casi (di cui 28 solo nel mese di novembre), e sono stati coinvolti anche i laici. La pratica ha avuto ancora seguito nel 2013: il fenomeno è apparso in diminuzione (con 29 autoimmolati) restando comunque drammaticamente cruciale nel quadro delle proteste per la causa tibetana.

Il bilancio globale che emerge dall’analisi dei dati raccolti dal 2009 al 2013 delinea una protesta che nella fase iniziale è stata avviata dai monaci buddhisti e che ha progressivamente coinvolto anche la fascia laica della popolazione tibetana (agricoltori, nomadi, intellettuali e artisti). La statistica alla fine del 2013 evidenzia infatti 70 autoimmolazioni tra i laici e 50 tra i monaci. I dati sottolineano inoltre che la protesta non ha assunto carattere esclusivamente maschile, ma vi sono state anche delle autoimmolazioni femminili (106 uomini e 19 donne).

Un ulteriore spunto di riflessione è fornito dall’anagrafe dei martiri: la fascia d’età in cui si colloca il maggior numero di suicidi è di gran lunga quella compresa tra i 18 e i 30 anni (89 autoimmolazioni); 21 suicidi si collocano invece nella fascia d’età tra i 31 e i 50 anni, mentre solo 5 sono gli over 50. Interessante sottolineare anche la presenza di 9 suicidi nella fascia d’età under 18 (si tratta di ragazzi compresi tra i 15 e i 17 anni).

Dal punto di vista geografico, la protesta sembra concentrarsi nelle zone del Tibet orientale: nei territori compresi nella provincia cinese del Sichuan si contano 61 autoimmolazioni (di cui 54 nella prefettura di Ngaba), 29 nella provincia del Qinghai, 26 in quella del Gansu. All’interno della Regione Autonoma del Tibet il numero è decisamente inferiore: soltanto 8, di cui 2 nella capitale tibetana Lhasa. Un suicidio per la causa tibetana si conta anche a Pechino.

Una statistica a parte è riservata alle autoimmolazioni dei tibetani in esilio. Dal 1998 al 2013 si sono verificati 6 suicidi, concentrati a New Delhi, in India, e a Kathmandu, in Nepal. Questi due Stati (insieme al Buthan) sono infatti quelli in cui è possibile trovare la maggior percentuale di rifugiati tibetani.

È interessante notare come anche i luoghi prescelti per le autoimmolazioni siano carichi di un forte valore simbolico. La maggior parte dei martìri avviene infatti nei pressi dei monasteri o degli emblemi del potere cinese, come uffici governativi, caserme di polizia e anche negozi gestiti da cinesi. Emblematico, da questo punto di vista, è l’esempio della città di Ngaba: le autoimmolazioni avvengono nei pressi del monastero di Kirti o nella via principale della città, che i tibetani hanno ribattezzato “via dei martiri.” È in questa strada infatti che vi è la più alta concentrazione di attività commerciali e uffici amministrativi cinesi, pertanto i manifestanti la scelgono come meta finale del proprio sacrificio e come atto di estrema denuncia contro gli occupanti.

L’alta concentrazione di autoimmolazioni nella prefettura di Ngaba e, in particolare, il coinvolgimento del monastero di Kirti necessitano di un ulteriore approfondimento. Fin dall’inizio dell’occupazione cinese e sino agli anni Settanta, infatti, le forme più strenue di resistenza armata si sono concentrate proprio nel Tibet orientale, soprattutto nella provincia del Sichuan. L’area è stata anche l’epicentro delle proteste del 2008, e per questo motivo è stata sottoposta dalle autorità cinesi a un regime di dura repressione. All’interno di questo quadro ha assunto un ruolo cruciale il monastero di Kirti, situato nei pressi della città di Ngaba. L’edificio, fondato nella seconda metà del XV secolo, costituisce il più grande monastero della scuola Gelugpa (il lignaggio più potente del buddhismo tibetano, da cui proviene il Dalai Lama) dell’intera regione. Poiché la scuola Gelugpa è stata quella che ha manifestato la più forte avversione al governo cinese, i monasteri legati a questo lignaggio sono stati oggetto di durissime campagne di “rieducazione patriottica” e i loro leader spirituali sono stati costretti all’esilio.<[5]In particolare, il monastero di Kirti e i suoi monaci – soprattutto i più giovani e i nuovi adepti – hanno dovuto subire una politica di vessazioni e privazioni imposte da Pechino. Questi elementi spiegano in parte la concentrazione di autoimmolazioni nella regione. Nondimeno, un altro fattore da considerare riguarda la posizione del monastero rispetto agli altri edifici di culto tibetani. Kirti infatti, a seguito della sua posizione geografica, ha elaborato nel corso dei secoli una forte connotazione identitaria regionale: lontana dai più grandi monasteri Gelugpa della zona di Lhasa, come Ganden, Sera e Deprung, che invece hanno sviluppato un’apertura cosmopolita e internazionale, Kirti e i suoi monaci sono rimasti profondamente legati alle radici storiche del proprio territorio.font-size: 10pt;">[6]Tale connotazione è stata ulteriormente rafforzata dalla suddivisione amministrativa che i cinesi hanno imposto al Tibet: Kirti, come tutta la regione del Kham, è stato accorpato al Sichuan ed è rimasto fuori dalla Regione Autonoma del Tibet.

Tutti questi elementi hanno fatto di Ngaba e del monastero di Kirti la regione tibetana più indomabile. Del resto, alla luce di questa preponderanza nella resistenza al regime cinese, anche la propaggine in esilio di Kirti, che ha sede a Dharamsala, ha un ruolo di primo piano tra le varie rappresentanze in esilio dei monasteri tibetani, e risulta particolarmente attiva nella diffusione delle notizie circa la situazione dei propri connazionali in patria.

Così come i luoghi, anche le circostanze temporali in cui si verificano le autoimmolazioni rappresentano degli elementi significativi. Le occasioni maggiormente scelte per l’attuazione di questo drammatico rituale del fuoco sono quelle legate alle festività tradizionali tibetane, come il Losar (il capodanno tibetano) e il Monlam Prayer Festival. Nondimeno, anche le ricorrenze legate alla commemorazione di rivolte anticinesi o al ricordo delle vittime per la causa tibetana costituiscono delle occasioni importanti per dare visibilità all’autoimmolazione. Un’altra circostanza significativa è stato il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese nel dicembre del 2012.

Un ruolo non marginale nell’esplosione delle proteste a partire dal 2011 è stato svolto anche dal violento sisma che nell’aprile del 2010 ha colpito alcune aree del Tibet orientale nella provincia del Qinghai. Come ha sottolineato Giampaolo Visetti, il terremoto è stato letteralmente censurato dal governo cinese, che ha impedito ai monaci tibetani di raggiungere le zone colpite per prestare soccorso. La possibilità infatti che monaci provenienti da diverse aree del Tibet potessero incontrarsi ha spinto le autorità cinesi a impedirne la mobilità attraverso il Paese, minando il già precario equilibrio.

Aldilà delle osservazioni a carattere sociale, economico e geopolitico, è necessario analizzare la questione anche da un punto di vista più strettamente ideologico e spirituale. Come ha osservato Lobsang Sangay, primo ministro del governo tibetano in esilio, le autoimmolazioni rappresentano “lo zenit della resistenza nonviolenta, perché darsi fuoco distrugge il proprio corpo ma non tocca l’avversario, cioè i cinesi” (Del Corona 19).

Tuttavia, occorre sottolineare come il fenomeno dell’autoimmolazione non rappresenti un unicum nel panorama storico delle forme di protesta (si pensi ad esempio alle recenti dimostrazioni della primavera araba), ma assuma una connotazione del tutto particolare all’interno del contesto tibetano (Biggs 173-208). La cultura buddhista (soprattutto nella sua declinazione tibetana) condanna apertamente il suicidio, che, in quanto distruzione della vita, è ritenuto un atto negativo. Anche la cultura induista, che ha esercitato notevoli influenze sull’evoluzione del buddhismo tibetano, esprime una chiara condanna del suicidio (con l’eccezione della pratica del sati, il suicidio rituale delle vedove, ormai quasi del tutto abbandonato). Nonostante queste condanne, perché si è registrato un così alto numero di autoimmolazioni? È soltanto la necessità di dare maggiore visibilità alla causa tibetana che ha determinato una così ampia diffusione della pratica?

Assai diffusa nelle società orientali, l’autoimmolazione come atto di contestazione politica raggiunse la cultura occidentale soltanto a partire dagli anni Sessanta, in seguito alle proteste contro la guerra del Vietnam. Nel 1968 la pratica conobbe ulteriore visibilità all’interno delle manifestazioni di dissenso organizzate in Cecoslovacchia contro la repressione sovietica (Coleman; Maris, Berman e Silverman).

Per quanto riguarda il contesto tibetano, occorre sottolineare come il discrimine ideologico stia nella concezione dell’autoimmolazione, che non viene assimilata al suicidio, come nel caso dell’attacco kamikaze assai diffuso nella tradizione jihadista (Marzano; Pedahzur), bensì a una forma particolare di martirio volontario, inteso come atto altruistico e compassionevole, come dono e sacrificio del proprio corpo per gli altri esseri umani. Indicativo, da questo punto di vista, è il termine con cui i tibetani definiscono l’atto di darsi fuoco per protesta contro la Cina, che è lo stesso con cui indicano l’atto dell’accensione della lampada votiva all’interno del tempio. Come hanno dimostrato gli studi di James A. Benn, l’atto di autoimmolarsi trova un solido retroterra ideologico sia nella tradizione dei testi sacri buddhisti (da Le vite anteriori del Buddha ai Sutra) sia nella cultura religiosa cinese (Benn; Yu). In particolare, un passo tratto da Le vite anteriori del Buddha appare assai significativo da questo punto di vista:

questo nostro corpo è privo di vita, fragile, senza sostanza, fonte di dolore, ingrato, impuro sempre. Insensato colui che non è contento di offrirlo per il benessere altrui! (…) io mostro la via da seguire a quanti vogliono il bene del mondo (…). Il mio desiderio, quello di dare queste mie membra per il bene degli altri, adesso dunque lo esaudirò e raggiungerò così il supremo risveglio (…). In verità questa mia determinazione non procede da ambizione, non da sete di gloria, di piaceri celesti o di regno, non dalla brama di ottenere, per me, definitiva pace, ma solo dal desiderio di avvantaggiare gli altri. L’unico mio desiderio è quello di poter sempre e ad un tempo dar gioia al mondo e scacciare il dolore così come il sole fa colla luce e la tenebra (19-20).

Le parole del Bodhisattva sono cruciali poiché è possibile ritrovare lo stesso impulso nelle ultime righe lasciate da coloro che decidono di autoimmolarsi. Ad esempio, dal testamento scritto da Tsuiltrim Gyatso, il monaco quarantaduenne immolatosi il 19 dicembre 2013, ultimo tibetano nella lista dei martiri luminosi, emerge proprio questa volontà di sacrificio per il bene del prossimo:

Io, Tsuiltrim Gyatso, il guerriero delle nevi, mi immolo con il fuoco per il bene di tutti i tibetani. Il cuore è a pezzi. Fratelli, state ascoltando? State vedendo? A chi dovrei raccontare le sofferenze di sei milioni di tibetani? Sotto questa brutale prigionia cinese tutti i nostri preziosi tesori, l’oro e l’argento, ci vengono rubati. La gente è costretta a soffrire. Pensando a queste cose scorrono lacrime, il prezioso corpo umano è avvolto dalle fiamme. Mi immolo con il fuoco per il ritorno del Dalai Lama in Tibet, per la liberazione del Panchen Lama e per il bene di sei milioni di tibetani.[7]

Ancora più esplicito il riferimento al racconto del testo sacro buddhista nel messaggio audio registrato da Sopa Tulku (la più alta carica religiosa a darsi fuoco in Tibet) prima di morire:

I am giving away my body as an offering of light to chase away the darkness, to free all beings from suffering, and to lead them – each of whom has been our mother in the past and yet has been led by ignorance to commit immoral acts – to the Amitabha, the Buddha of infinite light. My offering of light is for all living beings, even as insignificant as lice and nits, to dispel their pain and to guide them to the state of enlightenment (…). I am taking this action neither for myself nor to fulfill a personal desire nor to earn an honor. I am sacrificing my body with the firm conviction and a pure heart just as the Buddha bravely gave his body to a hungry tigress [to stop her from eating her cubs]. All the Tibetan heroes too have sacrificed their lives with similar principles. But in practical terms, their lives seemingly ended with some sort of anger. Therefore, to guide their souls on the path to enlightenment, I offer prayers that may lead all of them to Buddhahood.[8]

L’atto di bruciare il proprio corpo rappresenta quindi una sorta di codice comunicativo condiviso non soltanto nella visione buddhista ma più in generale nella tradizione culturale cinese. Il sacrificio estremo del proprio corpo assume una caratterizzazione più profonda del semplice atto di protesta, affermandosi come gesto culturalmente condiviso – proprio perché tratto da un humus culturale ancestrale – e come un potente messaggio ideologico rivolto, in primo luogo, a tutti i cinesi. Coloro che si danno fuoco vogliono richiamare l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica internazionale sul male inflitto alla popolazione tibetana.

Apoteosi della protesta tibetana, in quanto una rivendicazione politica viene portata avanti attraverso un atto – quello dell’autoimmolazione appunto – che ha il suo fondamento nella dimensione culturale e religiosa più profonda del buddhismo. Le autorità cinesi dunque temono questa forma di protesta poiché rappresenta l’espressione massima di quel patrimonio culturale che hanno cercato di piegare e di demolire. Per arginare il fenomeno il governo di Pechino, oltre alla censura delle informazioni su questo tipo di protesta, ha imposto perfino delle limitazioni nella vendita di carburanti e liquidi infiammabili in Tibet. Nondimeno è stata altresì attuata una vera e propria politica persecutoria nei confronti delle famiglie dei martiri, in modo da limitare il potenziale imitativo del gesto. La Cina attribuisce l’intera responsabilità del fenomeno ai tibetani in esilio, e in particolare al Dalai Lama, colpevole di strumentalizzare la difficile situazione e fomentare rivolte e gesti di questo tipo.

Peraltro, la forte carica simbolica insita nel gesto dell’autoimmolazione determina anche delle vere e proprie lotte tra i manifestanti tibetani e le forze di polizia cinesi per l’appropriazione del corpo del martire. Obiettivo delle autorità cinesi è quello di intervenire prima che il rituale del fuoco possa del tutto compiersi, spegnendo le fiamme e procedendo all’arresto del manifestante nel caso in cui rimanga vivo o cremando i suoi resti nel caso di decesso. Al contrario i tibetani cercano di recuperare il corpo del martire in modo da poter celebrare in maniera solenne i funerali e venerare il sacrificio compiuto. Naturalmente il funerale stesso si trasforma in un ulteriore atto politico: centinaia di persone si radunano intorno al corpo del martire, spesso avvolto nella bandiera tibetana, e dopo aver cantato l’inno tibetano vegliano in preghiera. Il funerale ha luogo all’interno di un monastero e al termine della preghiera i tibetani depositano le kata, ovvero le tradizionali sciarpe, sulla bara e poi vanno in processione fino alla sepoltura. Sovente al termine della funzione esplodono nuove rivolte contro le autorità e la popolazione cinesi.

Del resto, non bisogna dimenticare come l’autoimmolazione non sia quasi mai un gesto compiuto in maniera solitaria, ma comprenda quasi sempre una sorta di rituale che è pubblico ma soprattutto collettivo, specialmente se il martire è un monaco. La volontà di sacrificare la propria vita per la causa tibetana viene infatti comunicata prima ai confratelli o ai familiari (numerosi sono difatti i testamenti lasciati dai martiri), i quali accompagnano il suo gesto con la preghiera. I video che ritraggono la scena mostrano sovente dei raggruppamenti di monaci in preghiera attorno al martire in fiamme. La presenza della comunità ha un duplice significato: da un lato quello di legittimare socialmente il sacrificio, dall’altro quello di proteggere il martire dal tentativo della polizia cinese di spegnere le fiamme o di impossessarsi dei resti carbonizzati. Prima o durante l’autoimmolazione il martire urla degli slogan che riprendono quelli banditi dai manifestanti durante i cortei di protesta: libertà per il Tibet e unione di tutti i tibetani, ritorno del Dalai Lama e rilascio delle autorità religiose detenute, rispetto dei diritti umani, libertà di linguaggio e di religione, condanna del regime cinese.

5. Conclusioni

La storia qui brevemente delineata del movimento di protesta per l’indipendenza del Tibet ha mostrato dal 1950 a oggi una fondamentale evoluzione sia nelle rivendicazioni politiche sia nelle forme di espressione di tali richieste. Dalla richiesta unitaria dell’indipendenza l’opposizione tibetana si è spaccata in due gruppi: da un lato chi continua a combattere la battaglia della separazione dalla Cina, dall’altro lato chi sostiene richieste di autonomia accettando l’annessione a Pechino. Dal linguaggio delle resistenza armata si è avuta una trasformazione verso un linguaggio nonviolento fino alla più drammatica ed estrema forma dell’autoimmolazione.

Questi processi di trasformazione interni alla galassia politica e religiosa tibetana rappresentano dei fondamentali indicatori di una sempre maggiore divaricazione tra le modalità di protesta portate avanti dal governo in esilio legato al Dalai Lama (che, sebbene non abbia mai espresso un’aperta condanna contro le autoimmolazioni, ha più volte invitato i tibetani ad astenersi dal compiere questo gesto) e la battaglia condotta invece dalla resistenza tibetana in patria e sostenuta dai movimenti non governativi. Del resto, sebbene rimanga in primo piano nella protesta il ruolo svolto dai monaci, che, in quanto detentori dell’identità più intima del popolo tibetano, sono anche il principale obiettivo della repressione cinese, negli ultimi anni si è registrato un crescente coinvolgimento dei laici.

Peraltro, la drammaticità assunta dalle proteste degli ultimi anni ha dimostrato gli insuccessi della politica cinese di controllo dei monasteri e delle scuole. La presenza tra le fila dei dimostranti di giovani monaci e studenti ha evidenziato il fallimento del tentativo di costruire una nuova generazione di tibetani filocinesi.

In realtà, l’aspetto che più di ogni altro sembra incidere sulla crisi tibetana riguarda il sovrapporsi al suo interno di forze e dinamiche provenienti da più ambiti e direzioni. Innanzitutto si tratta di una questione di integrità nazionale per la Cina, visto che il Tibet occupa un terzo dell’immenso territorio della repubblica popolare. Nondimeno, il “Tetto delle Nevi” si colloca in una posizione geostrategica cruciale, ovvero tra Cina e India, costituendo una sorta di baluardo, nel quadro dell’ormai atavica rivalità con New Delhi, a cui la dirigenza comunista non intende rinunciare. Del resto,la questione del contenimento della potenza indiana rientra anche nella politica di massiccio inserimento dell’etnia han all’interno del Tibet.

Nell’altopiano tibetano inoltre nascono i più grandi fiumi dell’Asia, e questo permette a Pechino di controllare un enorme bacino di riserve idriche, a cui bisogna poi aggiungere i grandi giacimenti minerari (tra cui oro, rame, ferro e soprattutto uranio). Il Tibet dunque rappresenta un fattore decisivo nello sviluppo economico cinese, anche alla luce della congiuntura sfavorevole che sta attraversando l’economia mondiale.

A questi fattori di natura geoeconomica si affiancano anche le questioni di natura etnica e culturale, come la crescente diffusione del buddhismo (e in generale delle confessioni religiose) in un Paese che accetta come unica fede l’ideologia comunista, o il conflitto etnico che oppone la maggioranza han alle altre minoranze sparse per il territorio cinese.

Per tutte queste ragioni, forse una delle immagini più significative della situazione in Tibet la fornisce Federico Rampini in un resoconto del suo viaggio sul “Tetto del Mondo” nel 2005. Lo skyline è quello di Xue Dui Bai, uno dei ritrovi notturni più gettonati a Lhasa:

Sullo schermo gigante dietro la pedana dell’orchestra si proietta uno spot pubblicitario irriverente: dei monaci buddisti aprono lattine di Pepsi Cola a colpi di testate. Nella discoteca affollata di ventenni si aggirano cameriere in tuta argentata modello Star Trek, e minigonna inguinale. Prima che arrivino i protagonisti musicali della serata, una giovane cinese si denuda a ritmo techno contorcendosi attorno a una colonna in un numero di lap-dance come fosse a Las Vegas (…). È un contatto da shock con il Tibet modernizzato, globalizzato, omogeneizzato, il risultato di anni di “terapia cinese” a base di sviluppo economico e repressione politica (43).

Tuttavia dopo la mezzanotte fanno il loro ingresso all’interno del locale i Vajara, una band di hard rock buddhista:

Il solista ha la fronte fasciata da una bandana tibetana, attorno al collo la sciarpa votiva dei pellegrini. Canta nella lingua locale, non una sola parola di cinese. La musica è una gradevole fusione di hard rock occidentale e antiche melodie folk del Tibet. Sulle chitarre hanno incollato adesivi con il vecchio simbolo del pacifismo hippy e la bandiera degli Stati Uniti, cioè il paese che agli occhi dei tibetani è soprattutto il “protettore” straniero del Dalai Lama (44).

L’istantanea fornita da Federico Rampini delinea infatti i molteplici volti dello scontro che è in atto in Tibet: culturale, sociale, politico ed economico.

 

Opere Citate

 

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[1] Il nuovo indirizzo politico fu presentato dal Dalai Lama il 21 settembre 1987 alla Commissione per i Diritti Umani del Congresso Americano.

[2] Un’ampia analisi delle proteste legate all’Olimpiade del 2008 si trova nel quaderno speciale “Tibet. La Cina è fragile.” Limes. Rivista italiana di geopolitica 1 (2008).

[3] Si veda il film documentario The road to freedom. In marcia verso il Tibet. Karma Chukey, Pietro Verni e Mario Cuccodoro. 2008.

[4] Si vedano <http://www.freetibet.org/news-media/na/full-list-self-immolations-tibet> Visitato il 05/01/ 2014; < http://www.rfa.org/english/news/special/TibetanImmolations/Home.html> Visitato il 05/01/ 2014; <http://www.savetibet.org/resources/fact-sheets/self-immolations-by-tibetans> Visitato il 05/01/ 2014; <http://www.voatibetanenglish.com/content/self-immolations-in-tibet-interactive/1671673.html> Visitato il 05/01/ 2014.

[5] Si tratta di uno degli aspetti principali del programma di rieducazione del clero voluto dal governo di Pechino. Sono vere e proprie sedute di indottrinamento comunista a cui le autorità cinesi sottopongono i monaci dei monasteri tibetani.

[6] Nel monastero di Sera (il più grande del buddhismo tibetano) e in quello di Drepung (il monastero da cui proviene il Dalai Lama) non sono state registrate autoimmolazioni.

[7]<http://www.italiatibet.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1066:le-ultime-parole-di-tsuiltrim-gyatso-driru-il-tribunale-condanna-tre-tibetani&catid=33:notizie&Itemid=50>. Visitato il 29/12/2013.

[8] Il nastro è stato diffuso da Radio Free Asia. Una traduzione in inglese del testo tibetano è disponibile qui. Visitato il 22/12/2013.

 


*Claudio Mancuso (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici. Si occupa dello studio dei processi di rappresentazione simbolica del potere politico e dei meccanismi di costruzione del consenso in epoca moderna e contemporanea.

 

 

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

 

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