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Jonathan D. Greenberg, Il debito di Occupy Wall Street verso Melville

Jonathan D. Greenberg*

IL DEBITO DI OCCUPY WALL STREET VERSO MELVILLE

 

Il prossimo Primo maggio1 studenti e attivisti stanno progettando di rilanciare il movimento Occupy Wall Street con uno sciopero generale. Tra i manifesti che stanno girando su Facebook e su altri social media, ce n’è uno con un criceto che fissa nervosamente una ruota, sovrastato dalle famose parole “I WOULD PREFER NOT TO (Avrei preferenza di no).”2 La ruota del criceto rappresenta ovviamente la ripetitività della routine moderna; l’espressione, come molti ricorderanno, proviene dal racconto Bartleby lo scrivano, scritto da Herman Melville nel 1853. Quest’opera alquanto criptica, che ha per sottotitolo Una storia di Wall Street, tratteggia il triste fato di uno scrivano passivo-aggressivo che si rifiuta di abbandonare l’ufficio di un avvocato specializzato in diritto d’impresa. Bartleby è stato il primo licenziato a occupare Wall Street.

 

 

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Può sembrare strano provare a capire Occupy Wall Street attraverso una storia scritta 150 anni prima che qualcuno piantasse le tende a Zuccotti Park, quando nessuno aveva mai sentito parlare di microfoni umani e quando Trinity Church era l’edificio più alto di New York. Tuttavia, Bartleby la occupa per davvero Wall Street – più precisamente, gli uffici del narratore creato da Melville, un avvocato del diciannovesimo secolo facente parte del famoso un per cento, un uomo che “tranquillamente traffica con i titoli azionari di gente ricca, e ipoteche, e titoli di proprietà.” E il modo in cui Melville rappresenta l’occupazione di Bartleby può aiutarci a comprendere il potere di questo movimento che non smette mai di affascinarci e che promette di ritornare questa primavera con rinnovato fervore. E se non bastasse, questa pietra miliare della letteratura di lingua inglese riesce addirittura a parlarci di come Wall Street stia arrivando a occupare le nostre stesse aule scolastiche.

La parola “occupare” ricorre nel racconto di Melville con una frequenza allarmante per descrivere l’azione inattiva di Bartleby, cioè il suo stare immobile senza lavorare. Dapprima il narratore è compiaciuto della fermezza con cui lo scrivano occupa il suo ufficio, dal momento che lavora in modo produttivo, ma quando gli capita di passare dallo studio per caso di domenica, trova sconvolgente il fatto che il suo impiegato (che ha fatto dell’ufficio la propria casa) si rifiuti di farlo entrare: “Un momento,” dice Bartleby, “sono occupato.” Quando Bartleby smette di lavorare, l’avvocato si chiede – come un Bloomberg codardo – se sia il caso di sfrattare il testardo copista. È ossessionato dalla stramba prospettiva che l’occupante di Wall Street ne diventi alla fine il possessore: “l’idea ch’egli potesse vivere a lungo, e continuare a occupar i miei locali, e ricusare ogni autorità.” Teme che prima o poi Bartleby “avanz[i] pretese sui [suoi] uffici per diritto acquisito con la sua perpetua occupazione.” Persino dopo che lo scrivano è stato sfrattato dall’ufficio, Bartleby continua a causare “grossi fastidi ostinando[si] ad occupar l’ingresso.”

Quand’è, si domanda il narratore, che l’occupazione diventa possesso? Chi ha il diritto di occupare quale spazio? Chi deve lavorare per chi? Che cosa succede nella nostra società a quelli che non possono – o che semplicemente non vogliono – lavorare? Quali obblighi abbiamo verso coloro che preferiscono non stare dentro il sistema, o non correre nella ruota del criceto? Il narratore vorrebbe trovare risposte semplici a queste domande. Prova a vedere il proprio conflitto con Bartleby come una questione di diritti di proprietà e, quando esorta Bartleby ad andarsene, parla come un ricco padrone di casa di provincia: “Che diritto avete mai, voi, di restar qui? Pagate voi la mia pigione? Pagate voi le mie tasse? Oppure questo fabbricato vi appartiene?”

Eppure, il racconto contrappone a questo linguaggio da diritto di proprietà un contro-discorso sottile intriso di vaghe motivazioni, desideri e sentimenti. Quello “strano modo di dire” prediletto da Bartleby, il verbo preferire, instilla nella storia la nota ribelle del desiderio, spostando la nostra analisi della sua occupazione da questioni di diritto economico alle preferenze e ai desideri. (Non si vede mai Bartleby toccare il denaro che riceve di stipendio, cosa che lo sgancia del tutto dall’economia del denaro.) In quanto ricco ma benevolo liberale, il narratore si fa in quattro per cercare di capire le motivazioni di Bartleby – per determinare, in sostanza, la misura in cui i propri obblighi morali verso Bartleby superano quelli legali.

Come in molte narrazioni melvilliane, Bartleby esige e al contempo scoraggia qualsiasi interpretazione. La natura confusa degli scopi di Bartleby – Che cos’è che vuole veramente? Quali sono le sue richieste? – attira la nostra attenzione ma ci ostacola nella lettura. Rifiutandosi di articolare delle richieste specifiche, lo scrivano sfida le basi su cui si fonda tutto il sistema d’affari di Wall Street. Melville ci fornisce quindi un’illustrazione ante-litteram della forza del movimento di Occupy. Infatti, sebbene quanti di noi sostengono Occupy tendano a essere d’accordo su questioni come i programmi anti-povertà, l’equità fiscale, i diritti dei lavoratori e la regolazione dei mercati finanziari, sembra che l’autunno scorso OWS abbia guadagnato potere politico proprio quando rinunciò ad articolare una qualsivoglia lista di richieste politiche – rifiutando così, in stile Bartleby, a dare di sé una qualsiasi auto-definizione che potesse indebolire la carica dirompente del movimento e permettere che fosse cooptata come al solito dalla politica. La nuda inscrutabilità di Occupy Wall Street, che a suo tempo era stata di Bartleby, è diventata il suo più grande potere.

Eppure perché, tra tutti, si è voluto proprio questo triste scrivano come simbolo di un movimento politicamente disturbante? Non sarebbe meglio scegliere come poster boy qualche famoso politico radicale – come i membri del Tea Party della Rivoluzione americana hanno fatto per i loro omonimi contemporanei di destra? Bartleby è tra i primi burocrati moderni a diventare un eroe letterario. Lavorando prima dell’invenzione del mimeografo, copia documenti legali con perfetta precisione. Si tratta di un mestiere che distrugge l’anima. “Per qualche indole sanguigna,” si dice il narratore di Melville, “esso sarebbe affatto intollerabile. (…) non riesco a credere che quel focoso poeta, il Byron, si sarebbe adattato di buon grado a sedere insieme a Bartleby onde esaminare un documento legale di, poniamo, cinquecento pagine fittamente vergate in minuta calligrafia.” Il richiamo a Byron è fondamentale; la scrittura di Bartleby è quanto più lontano dalla poesia possa esserci. È una scrittura burocratica, senza spazio per l’originalità, né per l’io dello scrittore, senza stile, né ornamento, né piacere. C’è forse da stupirsi che Bartleby “ave[sse] deciso di non scrivere più?”

Il manifesto di OWS che cita Bartleby descrive il Primo maggio come un giorno in cui non si lavora. Aggiunge anche, a ragione, che non si va a scuola. Perché di questi tempi Wall Street sta allungando sempre di più i suoi tentacoli sul mondo dell’istruzione. Speculatori finanziari e operazioni lucrative stanno prendendo possesso della scuola pubblica. È la logica dei consulenti di management che sta guidando il cosiddetto movimento di riforma dell’educazione, che chiude e riapre le scuole come fossero negozi poco proficui in un centro commerciale. Come professore di inglese sono sempre più impegnato a compilare scartoffie burocratiche; i miei colleghi e io lamentiamo l’incapacità di “scrivere davvero” perché siamo sempre impiegati a fare gli scrivani – a leggere, scrivere, correggere, firmare, inoltrare, sviluppare e implementare proposte, iniziative, moduli, relazioni e documenti che ci richiede il sistema. Sotto le politiche scolastiche di George W. Bush e di Barack Obama – indistinguibili l’una dall’altra – gli insegnanti di oggi devono, come Bartleby, riprodurre senza variazione programmi e lezioni dettate dall’alto.

Eppure, forse perché l’influenza di Wall Street sull’istruzione è diventata così forte, stiamo cominciando a sentirci chiamati a occupare le aule. Occupy the classroom è una frase che vedo sempre più spesso scritta con gessetti colorati sui muri dei corridoi dell’università in cui sono impiegato, la Montclair State. Il movimento Occupy ha preso di mira alcuni incontri pubblici al Dipartimento dell’Istruzione di New York. Contro i sedicenti riformisti che vedono insegnanti e studenti come semplici copisti, la favola enigmatica di Melville – scritta quando la nostra burocrazia capitalista moderna era agli albori – potrebbe aiutarci a pensare agli studenti di oggi non come agli scrivani di domani ma come a futuri intellettuali in grado di contestare le condizioni secondo le quali noi tutti impariamo e viviamo. Bartleby, il primo lavoratore a occupare Wall Street, può aiutarci oggi a occupare le aule. Immaginate che cosa succederebbe se, di fronte alle pretese di Race to the Top,3 studenti, insegnanti, presidi e persino governatori si limitassero a dire un chiaro e semplice “avrei preferenza di no?”

(Traduzione di Anna Belladelli)

 

Opere Citate

Deleuze, Gilles. “Bartleby o la formula.” Bartleby. La formula della creazione. Macerata: Quodlibet, 1993. 7-42.

Melville, Herman. Bartleby lo scrivano. Traduzione e cura di Gianni Celati. Milano: Feltrinelli, 1991.

 

1 Questo articolo è apparso per la prima volta sul numero di aprile 2012 della rivista The Atlantic. L’articolo originale è disponibile al link http://www.theatlantic.com/politics/archive/2012/04/occupy-wall-streets-debt-to-melville/256482/. Visitato il 21/02/2014. Ringraziamo l’autore per averci accordato il permesso di tradurre e pubblicare il suo saggio (N.d.T.).

2 Come nota Gilles Deleuze (9-10), l’espressione inglese scelta da Melville è una costruzione insolita e manieristica, dal momento che la formula più utilizzata per dire “Preferirei di no” è “I’d rather not.” Per questo motivo la traduzione di Gianni Celati, da cui provengono le citazioni verbatim riportate in questo articolo, ha cercato un’equivalenza italiana altrettanto inconsueta ed estraniante (N.d.T.).

3 Finanziamento stanziato dal Ministero dell’Istruzione statunitense nel 2009, che elargisce fondi agli istituti che raggiungono determinati standard di eccellenza in base a parametri qualitativi e quantitativi, soprattutto per quanto riguarda la performance professionale di docenti e presidi (N.d.T.).


* Jonathan D. Greenberg (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è professore associato e vicedirettore del Dipartimento di Inglese presso la Montclair State University. Si occupa principalmente di modernismo ed è autore di Modernism, Satire, and the Novel (Cambridge UP, 2011).

 

 

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

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