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Sezione speciale: Occupy Wall Street

Anna Belladelli*

 

INTRODUZIONE

 

Negli ultimi quattro anni si è assistito a un crescendo di movimenti rivoluzionari e riformisti in tutto il mondo. Dalla Primavera Araba agli 15-M spagnoli (erroneamente definiti indignados), dalla protesta contro l’austerità selvaggia in Grecia a quella anti-Erdogan in Turchia, fino ai recentissimi risvolti drammatici delle manifestazioni pro-europeiste in Ucraina, le popolazioni in rivolta hanno catalizzato i media ufficiali e hanno anche pervaso i nuovi media grazie ai social network e al citizen journalism, che hanno consentito ai manifestanti non soltanto di rendersi più visibili, offrendo la propria versione degli eventi, ma anche di restare in contatto con movimenti affini in giro per il mondo. Ciò ha permesso un fenomeno nuovo e interessante sia dal punto di vista storico-politico e sociale, sia linguistico: si sono verificate migrazioni di slogan, contaminazioni linguistiche e consonanze di istanze e modalità di resistenza mai osservate nei decenni precedenti.

C’è poi un movimento che, per così dire, “ha più a cuore il processo che il risultato” (Gitlin 2011, traduzione mia) e per cui ha sempre meno senso individuare una serie di richieste specifiche e circostanziate se prima non avviene un mutamento profondo del sistema democratico tradizionale. È questo il caso del movimento di matrice statunitense che, dopo quello no-global di quindici anni fa, ha avuto maggiore risonanza mediatica, ovvero Occupy Wall Street. È ormai consuetudine datare l’origine del movimento Occupy facendola corrispondere alla prima occupazione dello Zuccotti Park, vicino ai palazzi di Wall Street, il 17 settembre 2011. In realtà, non si trattò che del primo gesto visibile di un fermento già presente negli Stati Uniti e in altri stati del mondo, le cui principali caratteristiche sono la ricerca di forme di democrazia diretta e il ripensamento del concetto di spazio pubblico.

Questa sezione monografica non ha l’obiettivo di fare il punto della situazione ma piuttosto quello di presentare alcuni possibili approcci di ricerca ai più recenti fenomeni di protesta popolare. Il fenomeno Occupy sembra avere generato infatti un nuovo filone accademico: tra gli esperimenti più riusciti citiamo il Journal of Occupied Studies, ideato dalla New School for Social Research di New York, e la sezione speciale su Occupy curata dal Berkeley Journal of Sociology, che raccoglie contributi di accademici di tutto il mondo, nonché di nomi illustri nel campo delle humanities come George Lakoff e Slavoj Žižek. Inoltre, si sono cimentati nella descrizione e nel commento di Occupy alcune delle voci più significative degli anni Sessanta e Settanta, come il linguista e attivista Noam Chomsky e Todd Gitlin, storico fondatore dell’associazione Students for a Democratic Society, autore del libro The Sixties. Years of Hope, Days of Rage.

Gli autori dei contributi presenti in questa sezione provengono da ambiti di ricerca diversi tra loro, dalla linguistica alla pedagogia, dalla critica letteraria alla storia contemporanea. Il saggio di Elisabetta Adami e Francesco Fabbro, che apre la sezione speciale, fornisce un’analisi dettagliata di come il prestito linguistico occupy sia entrato nello scenario socio-politico italiano e di quali valori semantici (nonché usi pragmatici) abbia assunto, soprattutto in relazione al verbo italiano occupare, a cui storicamente spetta la paternità del termine.

Panayota Gounari descrive come il movimento Occupy si sia dimostrato essere una fucina di nuove relazioni sociali, come si sia rivelato interessante dal punto di vista pedagogico e come abbia influenzato il dibattito sociale a livello globale. Inoltre, si interroga sulla possibilità di integrare le lezioni pedagogiche apprese grazie a Occupy nel sistema dell’istruzione, modificando il modo di concepire i programmi scolastici e le modalità educative classiche.

Jonathan Greenberg rilegge invece un classico della letteratura statunitense, Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il cui motto “I would prefer not to” è stato utilizzato in molte occasioni dagli attivisti di Occupy come slogan di resistenza efficace e non-violenta. Lo scrivano, sostiene Greenberg, non è soltanto un esempio di come la non-azione possa mettere in crisi un intero sistema: in quanto vittima della burocrazia, che lo costringe a una vita di scrittura non-scrittura, è anche emblema della crisi dell’istruzione, in cui i professori restano sempre più impigliati nelle reti delle modulistiche e degli standard oggettivi e sempre meno concentrati a sviluppare la creatività e l’elevazione intellettuale proprie e dei propri studenti.

Il saggio di Claudio Mancuso ricostruisce l’occupazione cinese del Tibet e la lotta di liberazione condotta dalla resistenza tibetana. Si concentra soprattutto sulla nascita di nuove forme di opposizione negli ultimi decenni, sganciate per alcuni versi dalla figura del Dalai Lama, e portatrici anche di nuove modalità di lotta. Emblematiche sono le drammatiche forme di protesta del periodo olimpico (Pechino 2008): l’auto-immolazione, estrema forma di protesta politica che occupa una posizione scomoda nella tradizione buddista, ha visto negli ultimi anni una concentrazione allarmante in alcune aree della regione tibetana, oltre ad avere interessato fasce d’età e gruppi sociali finora estranei a questo tipo di pratiche.

La sezione monografica si chiude con un’intervista che si propone di offrire al lettore una prospettiva duplice sul fenomeno delle proteste attuali in America e in Europa. Dario Azzellini e Marina Sitrin, autori del pamphlet Occupying Language (2012), sono sia accademici sia attivisti di Occupy e di altre forme di protesta caratterizzate da strutture organizzative orizzontali. Nell’intervista a loro rivolta si interrogano sugli slogan più efficaci e sulla copertura mediatica delle proteste attuali.

In questo numero 3 di Iperstoria, tanto nella sezione monografica quanto in quella generale, si consolida la pratica già utilizzata nella nostra rivista di alternare contributi in italiano e in inglese, sia per assicurare l’accesso ai nostri lavori a un bacino di lettori più vasto, sia per consentire a studiosi non italofoni di partecipare attivamente alle nostre pubblicazioni.

Un ringraziamento particolare va al collega Tommaso Baris (Università di Palermo) e a Valentina De Rossi (addetta al nostro ufficio stampa) per il prezioso contributo nella preparazione di questa sezione monografica.

 

Opere Citate

Chomsky, Noam. Occupy. Brooklyn: Zuccotti Park, 2012.

Gitlin, Todd. “The Left Declares Its Independence.” New York Times 8 ottobre 2011: SR4.

---. Occupy Nation. New York: Harper Collins, 2012.


Anna Belladelli (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è ricercatrice di Lingua Inglese presso l’Università di Palermo. Ha conseguito un dottorato in Anglofonia; i suoi interessi di ricerca comprendono le varietà dell’inglese americano, la traduzione audiovisiva e l’inglese politico. Tra le pubblicazioni più recenti: American English(es): Linguistic and Socio-cultural Perspectives (Newcastle upon Tyne: Cambridge Scholars Publ., 2013, curato con Roberto Cagliero), Slangxploitation (Verona: ombre corte, 2011), e English for Educators (Padova: CEDAM, 2010, scritto con Roberta Facchinetti).

 

Iperstoria. Testi letterature linguaggi (www.iperstoria.it). Rivista semestrale. Numero 3, marzo 2014. ISSN 2281-4582.

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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