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John E. Williams, Butcher's Crossing

Butcher’s Crossing

John E. Williams

Roma, Fazi, 2013, pp. 359

butchers

Recensione di Stefano Bosco*

Pubblicato da Fazi dopo il grande successo di Stoner (1965) nella traduzione di Stefano Tummolini, Butcher’s Crossing è in realtà antecedente a quest’ultimo, essendo uscito negli Stati Uniti nel 1960. Anche in patria è stato riscoperto solo di recente, e sempre sull’onda della ripubblicazione di Stoner nei primi anni 2000. Secondo romanzo di John Edward Williams dopo il lungo silenzio dall’uscita del romanzo d’esordio Nothing But the Night (1948), Butcher’s Crossing fu poi seguito da Stoner e Augustus (1972), che valse all’autore il prestigioso National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Per la scelta del tema e il tipo di storia narrata, Butcher’s Crossing occupa tuttavia un posto particolare nel corpus relativamente ridotto di Williams. Nel ritrarre la vita di frontiera, e in particolare la caccia al bisonte, degli anni intorno al 1870, Williams riprende la forma nobile del western in un periodo in cui il genere fioriva soprattutto sul grande schermo (seppur quantitativamente in declino), ma ne abbandona lo spirito romanzesco e ne rifiuta pure la versione umoristica per anticipare quella vena realista e intimista che avrebbe caratterizzato l’evoluzione del genere (anche) sul grande schermo e che avrebbe portato a una sostanziale revisione della mitologia della frontiera.

La vicenda è piuttosto lineare: stanco della vita agiata nella natia Boston, il giovane Will Andrews arriva a Butcher’s Crossing, un villaggio di frontiera del Kansas, con la volontà e il denaro necessari a organizzare una spedizione di caccia al bisonte per poi guadagnare dalla vendita delle pelli invernali degli animali. A lui si uniscono l’esperto cacciatore Miller, che assume anche la guida della spedizione, lo scuoiatore Schneider, e il loquace vecchietto Charley Hoge, amante del whisky e assiduo lettore della Bibbia. I quattro uomini intraprendono un lungo viaggio fra le pianure del Kansas diretti in una valle fra le montagne del Colorado, dove Miller aveva scoperto un paio d’anni prima una grossa mandria di bisonti, di cui aveva gelosamente custodito il segreto in attesa dell’occasione giusta. Una volta sul posto, ha inizio la mattanza dei bisonti, e Andrews è testimone dell’ossessione furiosa di Miller nell’uccidere le bestie con fredda e automatica regolarità. Migliaia di carcasse restano a marcire all’aria via via che Andrews e Schneider scuoiano gli animali abbattuti e ammassano le pelli in grosse pile lungo la valle. Ma la foga insaziabile di Miller, che vorrebbe sterminare tutta la mandria per trarne il massimo guadagno, costringe gli uomini a fermarsi più a lungo del dovuto. L’arrivo improvviso dell’inverno li coglie impreparati: una forte tormenta di neve rischia di condannarli a una morte per congelamento, e solo utilizzando le pelli a mo’ di sacchi a pelo i quattro riescono a sopravvivere sotto la neve. L’inverno li obbliga ad aspettare la primavera, ma quando giunge l’ora di rimettersi sulla strada del ritorno, è chiaro che le cose sono cambiate: Schneider non rivolge più la parola a nessuno, Charley Hoge è rimasto completamente traumatizzato, e numerose pelli sono andate perdute. La tragedia li aspetta al varco: mentre attraversano un fiume, un grosso tronco trasportato dalla corrente colpisce il carro con le pelli, che si rovescia in acqua, e il cavallo montato da Schneider, che trascina con sé l’uomo nel vortice dei flutti. Andrews, Miller e Charley Hoge tornano a Butcher’s Crossing a mani vuote, ma con la speranza di poter tornare in seguito nella valle a recuperare le pelli rimaste. Tuttavia, anche il villaggio ha cambiato aspetto, e i tre apprendono dal commerciante di pelli McDonald, intermediario del settore caduto in rovina, che il mercato delle pelli è drasticamente crollato. In preda a una furia inarrestabile ma lucidissima, Miller dà fuoco al magazzino di McDonald e alle pelli lì ammassate, per poi scomparire nell’oscurità. Andrews, radicalmente cambiato dall’esperienza con Miller, non riesce a placare la propria irrequietezza neppure fra le braccia della prostituta Francine, che l’ha aspettato durante i mesi di lontananza. Dopo aver assistito al gesto folle di Miller, e aver contemplato il riverbero delle fiamme negli occhi vuoti di Charley Hoge, decide di lasciare il villaggio e cavalcare verso la prateria, senza una meta precisa.

Il romanzo di Williams descrive con occhio quasi fotografico la realtà della vita di frontiera di fine Ottocento, soffermandosi non solo sulla maestosità dei paesaggi ma anche sugli interni polverosi e dimessi del saloon o dell’albergo, e sui volti dei personaggi che popolano questo mondo, scavati dalle fatiche e dalle intemperie. Fra le pagine si respira un senso di smarrimento e d’impotenza, dovuto ora alla grandiosità della natura, ora alla consapevolezza dell’ineluttabile scorrere del tempo che minaccia la scomparsa di un’epoca. Vi è una tensione tra un romanticismo selvaggio ma inquieto, e un crepuscolare senso della fine che si rispecchia bene nel sistema dei personaggi. Per il giovane Andrews l’arrivo a Butcher’s Crossing è un trampolino da cui lanciarsi al più presto verso le immensità selvagge dell’Ovest, e provare forse quel senso di trascendenza nella natura di cui aveva letto nelle pagine di Ralph Waldo Emerson consigliategli dal padre. Il viaggio, la caccia al bisonte, il rigido inverno e lo scacco finale diventano per lui esperienza di formazione in cui l’idea di un Ovest dove realizzare se stessi si scontra con la resistenza dell’ambiente nel farsi a misura d’uomo, e ogni possibilità di rigenerazione si frantuma davanti all’inesorabilità della sconfitta. Ed è proprio l’incapacità di rassegnarvisi a travolgere il personaggio di Miller, il cacciatore che incarna i valori della frontiera e si oppone testardamente al loro declino quando le leggi del capitale sanciscono la fine del mondo che aveva contribuito a costruire. Personaggio titanico, bigger-than-life, che si unisce idealmente a una lunga serie di eroi tragici della letteratura americana (dal capitano Ahab di Moby Dick al giudice Holden di Blood Meridian), Miller diviene spesso agli occhi di Andrews indistinguibile dal paesaggio (“aveva sempre l’impressione che a farlo scomparire non fosse tanto la distanza, quanto la sua capacità di fondersi con il paesaggio, fino a diventarne un elemento”, p. 264), quasi una forza della natura. L’incendio delle pelli nel finale ne anticipa metaforicamente il suicidio, replicando la stessa furia distruttiva che Miller aveva dimostrato nell’uccidere i bisonti, ma distruggendo questa volta ciò con cui aveva identificato la propria vita di uomo del West.

Il fulcro del romanzo, e quello di maggior interesse per una lettura di tipo eco-critical, rimane comunque la sequenza centrale della caccia al bisonte, in cui Williams si sofferma con linguaggio metaforico e suggestivo sulla foga instancabile di Miller mentre abbatte le bestie ma anche, con uno stile più descrittivo, sulla strumentazione impiegata per la caccia, dai grossi fucili Sharp ai coltelli da scuoiatore. Il tema dello sterminio dei bisonti, poco frequentato dalla letteratura western, potrebbe costituire un punto a favore del romanzo di Williams; in realtà, sarebbe interessante capire se l’autore avesse letto il romanzo The Last Hunt (1954) di Milton Lott, il cui titolo si adatterebbe perfettamente alla storia narrata in Butcher’s Crossing. Di certo è assai probabile che Williams avesse visto l’omonima trasposizione filmica di Richard Brooks del 1956 (distribuito in Italia come L’ultima caccia), interpretato da Stewart Granger e Robert Taylor e considerato uno dei primi western ecologisti. Butcher’s Crossing sembra condividere numerosi punti con The Last Hunt, a partire dalla composizione del gruppo di personaggi principali (un giovane inesperto, due navigati cacciatori, un vecchio alcolizzato) e l’ossessione (auto)distruttiva dei personaggi di Miller, nel libro di Williams, e di Charlie Gilson, in quello di Lott, fino ad altri dettagli minori (il moncherino di Charley Hoge, che rievoca quello di Woodfoot in The Last Hunt). Ma se almeno nel film era esplicito il messaggio ecologista contro lo sterminio dei bufali, il romanzo di Williams sembra più interessato a raccontare l’odissea interiore dei propri personaggi, e finisce per identificare la fine dei bisonti con la fine degli uomini che, come questi, traevano sostentamento da uno stile di vita libero e selvaggio. Nel romanzo di Lott e nel film di Brooks la condanna del massacro indiscriminato dei bufali è legata strettamente all’inclusione di un altro elemento nel racconto, che in Butcher’s Crossing diviene completa assenza e costituisce forse il demerito maggiore dell’opera: mi riferisco alla presenza indiana, in particolare delle tribù delle Grandi Pianure, il cui sostentamento dipendeva proprio dall’abbondanza delle mandrie di bisonti. Lo sterminio indiscriminato di queste fra gli anni ’70 e gli anni ’80 dell’Ottocento contribuì a rendere estremamente difficile la sopravvivenza degli indiani, già decimati dalle malattie e dai conflitti armati con la cavalleria americana, e progressivamente confinati nelle riserve. A parziale discolpa di Williams è importante osservare che, per gli anni in cui si svolge la vicenda, gran parte delle tribù che popolavano il Colorado e il Kansas erano già state decimate e trasferite nel Territorio Indiano in Oklahoma. Tuttavia, in molte pagine si percepisce quasi un senso di profanazione, di offesa a un santuario già testimone di tragedie violente, che avrebbe potuto in qualche modo essere approfondito o reso più esplicito dando voce anche a chi quei luoghi li aveva abitati per secoli e ne conosceva i segreti più profondi.

La traduzione di Stefano Tummolini restituisce bene la prosa elegante di Williams, ricca di similitudini e costruzioni aggettivali, e lo fa con scelte lessicali precise e mai ripetitive. Come dichiarato dallo stesso Tummolini in una recente intervista, il testo originale presentava qualche difficoltà legata soprattutto alla dovizia di particolari con cui Williams descrive personaggi, oggetti e situazioni, difficoltà resa sicuramente più accentuata quando ci si riferisce a un mondo storicamente, geograficamente e culturalmente connotato come quello dell’Ovest americano. Tummolini sembra comunque cavarsela agevolmente, dovendo ricorrere solamente a un paio di note conclusive per spiegare termini che non presentano equivalenti specifici in italiano (un taglio di moneta e un tipo di fucile da caccia).

 


* Stefano Bosco (Treviso 1987) è dottorando di ricerca presso l'Università di Verona, dove lavora a un progetto di ricerca sulla letteratura nativo-americana del Novecento. Tra i suoi interessi, vi sono anche la letteratura americana dell'Ottocento, le teorie della letteratura anglo-americane, il cinema hollywoodiano classico e i generi letterari-cinematografici quali il western e il noir.

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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