Trauma and Resilience in American Indian and African American Southern History

A cura di Anthony S. Parent Jr. e Ulrike Wiethaus

New York, Peter Lang Publishing, Inc., 2013, pp. 309.

traumaresilience

Recensione di Arianna Mancini*

Nei dibattiti attuali sulla richiesta di sovranità e riparazione da parte degli indiani d’America e degli afroamericani risuona in modo particolare la questione delle perdite subite da tali popoli durante i processi di colonizzazione e schiavitù. Una vera e propria riparazione può esserci soltanto dando voce a coloro che per lungo tempo sono stati messi a tacere e un importante passo avanti può essere il riconoscimento degli oltraggi loro inflitti.

Spinti dall’intento preminente di destabilizzare l’egemonia della versione ufficiale della storia del Sud degli Stati Uniti, gli autori degli articoli raccolti in Trauma and Resilience in American Indian and African American Southern History, curato da Anthony S. Parent Jr. e Ulrike Wiethaus, lasciano spazio a narrazioni riguardanti i vari modi con cui indiani d’America e afroamericani hanno tentato, e tentano tuttora, di venire a patti con i traumi storici opponendovi la forza della loro capacità di recupero.

L’opera è il risultato di una collaborazione pluriennale tra studiosi della Wake Forest University di Winston-Salem, North Carolina, accomunati dall’intento di scalzare il concetto di Sud come luogo e spazio statico e isolato e di dare voce a questioni riguardanti le comunità nativoamericane e afroamericane, solitamente caratterizzate da una non-presenza politica e culturale nell’area stessa.

Il testo si compone di quattro parti divise per aree tematiche: Home and Place, Art and Language, Sexuality and Family, Politics and Economics. Ogni sezione è introdotta da poesie tratte da Brothers of the Buffalo, una pubblicazione realizzata dal circolo di preghiera nativoamericana della prigione di massima sicurezza del North Carolina, alla quale la curatrice Ulrike Wiethaus ha collaborato e il cui ricavato è stato destinato alle famiglie degli autori detenuti. Alle poesie dei nativi americani Red Horse (“Native Pride”) e Daniel A. Sean Little Bull (“What If”) sono state aggiunte quelle scritte dall’afroamericano Walter Megael Harris (“More Than A Slave” e “Illusion of Life”).

Il primo articolo, scritto da Clara S. Kidwell, getta luce su aspetti poco conosciuti della storia delle nazioni indiane del Sud durante il governo di Andrew Jackson e il suo programma di rimozione dei nativi tristemente conclusosi con il Trail of Tears. Kidwell dimostra come le terre appartenenti agli indiani del Sud, in particolare ai choctaw,[1] furono oggetto di furto legalizzato e speculazione. Il furto della terra, paragonato alla violazione delle donne, costituiva un tentativo di distruzione della sovranità choctaw, alla quale tuttavia questi riuscirono ad opporsi, resistendo alla pressione verso l’emigrazione e conservando terre e tradizioni tuttora celebrate.

L’idea della violazione della terra come violazione della donna è ripresa nell’articolo di Anthony Parent Jr., sulla duplice concezione di “home” e “house” nell’autobiografia di Harriet Jacobs, Incidents in the Life of a Slave Girl, in cui “home” è un luogo in cui la protagonista sperimenta affetto e sicurezza, contro la femminilità oppressa e indifesa della “house” in cui risiede da schiava. Scrivere la storia della sua schiavitù aiuta Jacobs a superare il ricordo traumatico della sua esperienza, in particolare dell’abuso sessuale subito nella casa dei Norcom e, allo stesso tempo, rivela la forza nell’affrontare il futuro e nel sognare di avere una casa (home) propria.

La prima parte del volume termina con il saggio di Beth Norbrey Hopkins sul riscatto dalla schiavitù di una famiglia afroamericana all’epoca delle leggi Jim Crow e sull’importanza della storia orale nel connettere varie generazioni. Grazie ai ricordi d’infanzia di sua nonna, l’autrice traccia la storia della famiglia, esaltando l’impegno del suo bisnonno, Samuel Hill Sr. e di suo figlio Elijah e sua moglie Edith, il cui senso degli affari, unito all’abilità nell’agricoltura e nell’artigianato e all’importanza dell’istruzione, permise loro di creare una famiglia borghese degna di rispetto.

La seconda parte, Art and Language, si apre con il saggio di Margaret Bender la quale, attingendo agli studi di antropologia linguistica, dimostra le potenzialità della lingua come veicolo di interazione col regno spirituale, nella sua analisi di due serie di testi medicinali cherokee. In seguito alla ricollocazione dei cherokee nella regione delle Grandi Pianure, il medicine man Ade:lagh(a)dhi:ya favorì la sopravvivenza delle tradizioni curative riadattando la struttura geocosmica di riferimento alla nuova realtà vissuta dai cherokee.

Nel quinto capitolo, Margaret Zulick analizza gli inni protestanti scritti dagli immigranti verso il Nuovo Mondo, per dimostrare come una potente narrazione religiosa giustificava l’occupazione della Terra Promessa e creava un genocidio discorsivo secondo il quale i popoli indigeni potevano essere convertiti o rimossi. I testi scritti dal profeta seneca Handsome Lake e dall’ojibwe George Copway nell’Ottocento cercarono di creare una narrazione alternativa, ma fallirono nel tentativo di preservare l’identità nativoamericana.

Anthony S. Parent Jr. analizza i canti intonati dagli schiavi afroamericani nelle piantagioni e nei festival del Sud, definendo i significati nascosti nei canti come una “poetica della resistenza.” L’autore utilizza una teoria che in ambito di marketing viene definita “loss leader” (la tecnica secondo la quale si spinge i clienti ad acquistare un prodotto tramite una pubblicità fuorviante), nel descrivere i significati nascosti che rappresentavano l’essenza delle poesie e permettevano agli schiavi di evocare i loro sogni di una vita migliore, sfidando l’autorità dei loro padroni.

La sfida alle ingiustizie sociali è al centro del New Dance Group, un’organizzazione delle arti dello spettacolo fondata a New York nel 1932, il cui scopo, come ci racconta Nina Maria Lucas nel suo saggio, è utilizzare la danza come strumento per portare in primo piano tematiche sociali e politiche. L’impatto dei coreografi afroamericani Pearl Primus, Talley Beatty e Donald McKayle fu decisivo negli anni 1940-60 nel presentare la danza afroamericana al pubblico americano esprimendo, al tempo stesso, la lotta per l’emancipazione culturale e politica degli afroamericani e contribuendo alla creazione di un’estetica afroamericana.

Il saggio di Rosemary White Shield (anishinabe), con la collaborazione di Suzanne Koepplinger, espone il tema principale dell’intera raccolta: il trauma storico. Traendo spunto dall’opera seminale della studiosa Maria Yellow Horse Brave Heart (hunkpapa/oglala lakota), che parla di trasmissione del trauma storico attraverso le generazioni, suggerendo come esso si manifesti tramite un distacco dai valori e dalla visione del mondo tradizionali, le autrici si focalizzano in modo particolare sulla schiavitù delle donne indiane nel Sud, sulla violenza sessuale da loro subita e sulle ripercussioni che tali esperienze hanno avuto ed hanno sulle generazioni successive. Dalla comprensione degli effetti del trauma storico si possono sviluppare strategie che facilitano la cura e il ripristino della dignità, a partire dalle tradizioni e dai valori nativi.

Gabrielle Tayac attinge dall’esperienza personale di co-curatrice della mostra IndiVisible. African-Native American Lives in the Americas, organizzata presso il National Museum of the American Indian a Washington, DC nel 2009, il cui scopo era gettare luce sulle intersezioni tra l’identità indianoamericana e afroamericana, stimolando un dialogo che coinvolge sia coloro che vivono entrambe le eredità sia coloro che sostengono di appartenere, separatamente, a ciascuna di esse.

Christy M. Buchanan, Joseph G. Grzywacz e Laura N. Costa hanno svolto uno studio analitico sul ruolo dei genitori afroamericani attraverso una serie d’interviste condotte nella comunità di Winston-Salem. Sostenendo l’importanza del rispetto della specificità culturale, gli autori dimostrano come, contrariamente alla visione negativa riguardante i metodi autoritari dei genitori afroamericani, le madri seguono un modello basato sul sostegno emotivo dei figli e, allo stesso tempo, sull’utilizzo della disciplina. Il loro metodo educativo comprende inoltre una certa intolleranza verso l’abuso di sostanze stupefacenti, con la conseguente riduzione di tale rischio tra i giovani afroamericani.

Stephen B. Boyd intreccia storia personale e familiare in un’indagine sulla supremazia razziale euroamericana. La scoperta che la sua famiglia possedeva schiavi afroamericani negli anni 1820, ha spinto l’autore ad interrogarsi sulla quasi totale cecità che caratterizza i rapporti degli euroamericani verso gli afroamericani. Attraverso un percorso d’introspezione personale e grazie alla partecipazione alle attività di gruppi che sostengono le collaborazioni tra afroamericani ed altre etnie, egli ha compreso che il razzismo può essere superato tramite la lotta contro le ideologie dominanti e la creazione di “spaces of appearing,” ossia spazi in cui ognuno può rendersi visibile e prendere coscienza dell’altro, al di là dei limiti di razza, ceto o religione.

Ronald Neal sostiene che la stratificazione sociale nel Sud poggia su quella che egli definisce “Abrahamic masculinity,” una forma di egemonia mascolina d’impostazione religiosa che crea ineguaglianze sociali e conduce all’oppressione di coloro che sono definiti inferiori in ambiti quali istruzione, economia e politica. Secondo Neal, l’America non potrà definirsi autenticamente democratica finché tali politiche continueranno ad esistere.

La lotta per l’eguaglianza sociale nel Sud rurale è stata trascurata negli studi sociologici svolti nell’epoca successiva alla lotta per i diritti civili. A ciò tenta di ovviare il saggio conclusivo del volume, risultato di un’inchiesta condotta da Ana-María González Wahl e Steven E. Gunkel sulle organizzazioni sindacali fondate presso la Smithfield Packing Plant di Tar Heel, North Carolina. Analizzando le modalità che hanno determinato il successo di tali organizzazioni nel 2008, gli autori dimostrano l’importanza di un sostegno congiunto tra lavoratori afroamericani, nativoamericani e ispanici, nel far valere i loro diritti, nonostante le divisioni che caratterizzano il Sud rurale dal punto di vista delle relazioni razziali e sociali.

Attingendo dalla tradizione degli studi storici, antropologici, sociologici e religiosi e contribuendo agli studi su nativoamericani e afroamericani nel Sud degli Stati Uniti, gli autori dei saggi raccolti in questo volume offrono un nuovo contributo all’area di studi sul trauma. Nel rispetto delle singole esperienze storiche degli indiani d’America e degli afroamericani, gli autori hanno definito non una singola “contro narrazione” ma, attingendo spesso alle esperienze personali e alle storie provenienti dalle loro comunità di appartenenza e applicando alla loro inchiesta un taglio interdisciplinare, hanno facilitato l’emergere di una serie di storie di luoghi, persone e cronologie alternative. Lo scopo di tali narrazioni alternative sarà curare gli effetti del trauma storico e delle perdite subite, favorendo l’elaborazione dei ricordi. Piuttosto che la storia ufficiale, saranno le storie di trauma e capacità di recupero a coinvolgere gli attuali dibattiti sulla sovranità, la rappresentazione politica e la riparazione.


1. L’utilizzo di lettere minuscole in riferimento a nativi americani, indiani d’America e ai nomi delle nazioni nativoamericane è in linea con quanto definito da Giorgio Mariani ne La Penna e il Tamburo. Gli Indiani d’America e la letteratura degli Stati Uniti, Ombre Corte, Verona, 2013, p. 11: “L’iniziale maiuscola rimane solo ai nomi dei popoli primitivi”.


* Arianna Mancini (Isola del Liri, 1979; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Università Sapienza di Roma nel 2011, con una tesi dal titolo: “Shooting Back with Cameras: il film documentario nativoamericano e canadese”. La sua ricerca verte sulle produzioni cinematografiche realizzate dai popoli indigeni del nord America dagli anni ’70 ad oggi. Tra gli altri interessi vi sono il film western americano e gli “spaghetti western”.

 

 

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