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Franco Ferrarotti, America Oggi. Capitalismo e società negli Stati Uniti.

America Oggi. Capitalismo e società negli Stati Uniti.

Franco Ferrarotti

Roma, Newton Compton, 2006, pp.190

America oggi

Recensione di Marta Degani

In Italia la sociologia nasce con Franco Ferrarotti[1] Si deve a lui la prima cattedra di sociologia, bandita a concorso presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza nel 1960, senza considerare il ruolo determinante che egli seppe esercitare nel progressivo espandersi della disciplina presso altre sedi universitarie quali Firenze e, più tardi, Trento.

Sociologo da sempre attento allo studio di tipo qualitativo e all’ approccio critico all’analisi, Ferrarotti, nel corso della sua lunga carriera, ha indagato temi importanti, tra cui ricordiamo il potere, la religione, la violenza e l’incontro/scontro tra culture. La sua ricerca sembra contraddistinguersi da una costante, la capacità di coniugare con sapienza la tradizione di casa, tipicamente erudita e astratta, con l’empiricismo d’oltreoceano, di cui fa esperienza diretta.

Laureatosi a Torino con il noto filosofo Abbagnano, egli decide di tentare la sua fortuna in America, dove completa i suoi studi a New York e Chicago e comincia a muovere i suoi primi passi come sociologo, ottenendo un incarico come Junior Professor a Chicago e successivamente insegnando anche a Harvard. In America poi ritornerà più volte, e a vario titolo, per animare la discussione intellettuale in una gremita aula accademica, oppure per incuriosire un consesso di industriali desiderosi di apprendere nuove formule ready-made per aumentare i livelli di produttività in azienda. Di fatto, oltre all’attività accademica, Ferrarotti è attratto dal mondo dell’industria, che ha modo di conoscere da vicino, anche in virtù del sodalizio con l’industriale Adriano Olivetti, di cui diventa consigliere personale.

Non stupisce dunque che l’America sia stata più volte oggetto dei suoi studi. America Oggi. Capitalismo e società negli Stati Uniti si ricollega, come è ovvio che sia, a diversi saggi che l’autore ha pubblicato nel corso dei decenni, a partire da Il dilemma dei sindacati americani del 1954, attraverso The Myth of Inevitable Progress del 1983, fino ad arrivare al più recente Il capitalismo, uscito nel 2005.

America Oggi. Capitalismo e società negli Stati Uniti ci mostra un Ferrarotti acuto e ironico osservatore della realtà americana e delle sue intime contraddizioni, una tra tutte la natura della grande azienda “che si pone come fatto collaborativo per funzionare, ma che è nello stesso tempo una struttura di dominio” (103). Già le primissime pagine enfatizzano il carattere di assoluta unicità del capitalismo americano messo a confronto, rispettivamente, con il capitalismo storico, quello nato in Inghilterra colla Rivoluzione Industriale, il capitalismo mediterraneo, sviluppatosi in Italia, Spagna e America Latina, e il capitalismo russo e orientale. Negli Stati Uniti “il capitalismo si è realizzato allo stato puro – dinamico, sfrenato, travolgente, incurante di legami con il passato, di memorie e di nostalgie” (11). Per Ferrarotti il capitalismo americano è “un’invenzione storica assoluta” (19) e trae la sua forza propulsiva dal fatto stesso di nascere e svilupparsi tabula rasa.

Non esistono regole, tradizioni, modelli cui esso debba conformarsi, manca anche il retaggio di una aristocrazia legata ai diritti di nascita. Gli Stati Uniti non sono soffocati dal peso ingombrante della Storia, nascono piuttosto da un atto di ribellione contro il Vecchio Mondo e i suoi dogmi. Il nuovo continente offre potenzialità enormi e l’esplorazione si mostra sin dall’inizio incurante di ogni ‘frontiera’. Il gusto della conquista non tarda a farsi sentire.

I Padri Fondatori daranno vita ad un impero anti-intellettualistico, di cui sono testimonianza la Costituzione degli Stati Uniti, così come la Dichiarazione d’Indipendenza, una “constatazione” che raccoglie “verità autoevidenti” (21), frutto di un uomo, Thomas Jefferson, che diffida delle astrazioni e vede il mondo come un grande meccanismo. É questo spirito che sta alle radici dell’autentico pragmatismo americano, quello inaugurato da Dewey, che vede l’ idea in funzione della sua concreta attuazione, quello che è rimasto una cifra distintiva della cultura americana.

Gli americani comunicano sin da principio una certa irrequietezza, una volontà ferma e insaziabile, imbevuta peraltro di fervore religioso, di progredire e vedere realizzato il frutto del proprio duro lavoro. Poiché non conta tanto da chi sei nato, ma piuttosto cosa sai fare, è fondamentale acquisire una competenza specifica (il know-how) e saperla mettere in pratica con successo per diventare qualcuno. Da qui deriva il culto del denaro, unico concreto riconoscimento del proprio operato e quindi “segno di distinzione sociale universalmente riconosciuto” (36). Questa tensione materialistica non può che trovare sfogo nella libera iniziativa e nel libero scambio. Nulla deve contrapporsi allo spirito di intraprendenza e al raggiungimento degli obbiettivi.

Concettualmente tale mancanza di regole impone il culto della verità, della parola data. Come insegna Hawthorne in The Scarlet Letter, chi dice una bugia è automaticamente fuori. Ferrarotti ci rammenta che “Il capitalismo americano, fin dagli inizi, ha bisogno di risultati certi (…). Le sue transazioni commerciali, specialmente quelle finanziarie, sono veloci, devono basarsi sulla fiducia” (28).

Accanto al valore assoluto del denaro si colloca l’importanza sociale della proprietà privata. Il capitalismo esalta le conquiste dell’individuo e il pericolo di un individualismo sfrenato sembra essere tenuto a bada, almeno inizialmente, dalle norme non scritte della comunità. Per Ferrarotti questa situazione spiega l’emergere di una atmosfera di generale conformismo, che valorizza i regular fellows e punta il dito contro il tipo strano, lo weirdo.

Da un punto di vista legislativo, il vero potere del capitalismo americano, ci spiega il sociologo, deriva dal compromesso raggiunto tra i cosiddetti “federalisti” e “repubblicani”, quello che determinò nel 1787 la nascita di una Repubblica Federale in cui i poteri del governo federale e quelli dei singoli stati rimangono distinti.

Il libro ci ricorda inoltre di come il capitalismo americano si sia più volte rafforzato con i conflitti armati. La sanguinosissima guerra civile americana per prima gli dà nutrimento. Al Sud scompare lo stile di vita para-aristocratico dei latifondisti e vengono imposti i ritmi frenetici dell’industrializzazione. Successivamente, la Prima guerra mondiale arricchisce di molto gli Stati Uniti e la Conferenza di Pace del 1919, a Parigi, sembra stabilirne già il nuovo ruolo di successore dell’impero britannico. Sarà poi il termine del secondo conflitto mondiale a decretarne il primato come potenza egemonica sul piano globale.

Lo slancio decisivo del capitalismo si presenta proprio nel ventesimo secolo, quando l’incredibile aumento demografico (la popolazione si quadruplica) si traduce nello sfruttamento di una manodopera massiccia (operai, contadini, artigiani ridotti alla fame) e nello sviluppo di una nazione di consumatori. Per Ferrarotti gioca a favore del capitalismo anche lo specifico assetto demografico, segnatamente multietnico, multilinguistico e multireligioso e, in quanto tale, elemento di vitalità per il mercato.

Oltre a ricostruire l’evolversi e il significato del capitalismo americano, l’autore tratteggia quadretti incisivi di alcuni dei suoi iniziali propugnatori. Di Benjamin Franklin ricorda, ad esempio, il genio creativo (a lui si deve l’invenzione del parafulmine e la progettazione del pennsylvanian fire place), l’operosità indefessa che lo rese il primo self made man della storia americana e il pugno di ferro, che trova espressione nel motto Hire and Fire, ossia assumere, ma senza offrire alcuna sicurezza a vita. Riguardo alla Autobiografia di Franklin, Ferrarotti scrive “è il naturale livre de chevet dei capitalisti americani e dei futuri manager di professione. Nulla di troppo intellettualmente ardimentoso. Buon senso in pillole” (40).

A questo punto viene da chiedersi chi siano i veri protagonisti del capitalismo americano. Come il libro ci rammenta, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo si fanno strada figure di rilievo per lo sviluppo del capitalismo. Appaiono sulla scena i primi tycoons (i magnati), uomini d’affari spregiudicati e pronti ad una concorrenza spietata. Emerge la figura del businessman, un uomo che inizialmente racchiude in sé le caratteristiche dell’industriale e quelle del finanziare, gode di notevole potere economico, prestigio sociale, influenza politica, autorevolezza morale e appartiene, di norma, a quelli che saranno poi chiamati WASP (White Anglo Saxon Protestant). In questo periodo emerge anche la leisure class o, in altre parole, la classe dei doers, di coloro che decidono e fanno.

Se da un lato è possibile individuare distintamente i grandi capitalisti delle origini (nel testo si menzionano Rockfeller, Carnegie, Vanderbilt e Harriman), dall’altro non possiamo dimenticare la massa indistinta delle sue vittime, quei cittadini comuni costretti ad “entrare nel tritacarne dell’organizzazione ‘scientifica’ del lavoro” (51).

Negli Stati Uniti il sistema di fabbrica si universalizza a partire dai primi decenni del Novecento. Per il capitalismo americano la produzione in serie, la standardizzazione – fiore all’occhiello di Henry Ford – sono un punto di forza. Oltre all’idea è necessario possedere la capacità organizzativa, bisogna distinguere tra progettazione ed esecuzione. Alla vigilia della Prima guerra mondiale è l’ingegnere Winslow Taylor, cresciuto in una morigerata famiglia di quaccheri, a introdurre l’organizzazione scientifica del lavoro, a “militarizzare” la fabbrica. Il sistema e il suo buon funzionamento diventano prioritari rispetto all’uomo e alle sue esigenze più primarie. La fabbrica impone di sacrificare tutto in nome dell’efficienza e della produttività, l’operaio diventa mera appendice della macchina. Col tempo, la forzosa razionalizzazione del sistema produttivo allontanerà sempre più l’uomo dall’esecuzione del lavoro, dando spazio all’automatizzazione.

Ferrarotti descrive anche, con dovizia di particolari, l’evoluzione dell’impresa tradizionale, originariamente posseduta e amministrata da un singolo capitalista (la forma “classica” dell’imprenditore), in business-organization, ossia in una nuova forma di capitalismo che si regge su grandi strutture produttive formalmente organizzate come ‘impersonali’ corporations – tipicamente, società per azioni. Questa trasformazione determina una netta distinzione tra proprietà e gestione e porta alla nascita dei managers, ai quali viene affidato il controllo funzionale, ossia la gestione dell’esistente, l’amministrazione del quotidiano. Saranno poi i chief executive officers a colmare la lacuna qualitativa tra leaders e managers. Il CEO è “l’ homo novus del potere globale” (160), “il soldato” (164) del capitalismo globalizzato, “il nuovo protagonista della gestione creativa del capitale, al di là delle frontiere nazionali” (160), “è il cervello delle società-platform” (ib.), ossia le società multinazionali che delocalizzano la produzione nei paesi del Terzo e Quarto mondo e vendono ovunque.

L’analisi della realtà aziendale non si limita a ripercorrerne le trasformazioni, storicamente determinate, ma considera anche quanto la comunità aziendale, in virtù delle proprie relazioni informali, ossia quelle spontanee, indipendenti dai rapporti imposti dall’organigramma aziendale, possa di fatto incidere sull’attività produttiva. Si tratta in questo caso di descrivere l’ambiente sociale del lavoro. Vengono ricordati, a tale proposito, gli esperimenti di fisiologia e psicologia industriale, condotti nella prima metà del ventesimo secolo e che anticipano lo sviluppo della sociometria, degli studi di Group Dynamics e, più generalmente, della sociologia industriale.

Nell’ultimo capitolo Ferrarotti affronta un tema a lui caro, quello dell’irrisolto problema dei sindacati americani, mettendone in luce l’inguaribile fragilità, così come l’inadeguatezza sul piano concettuale. Come commenta causticamente, “la storia dei sindacati americani è una storia di difficoltà governative, tradimenti, squadre di poliziotti privati anti-sciopero, violenze, dinamite e sangue” (169), e poi, ancora, “il sogno americano dei nuovi arrivati da ogni parte del mondo era, e ancora è, un sogno di successo individuale, non ha coscienza di classe, non conosce la solidarietà” (ib.). I sindacati americani oggi esistono, ma rimangono imbrigliati nelle leggi del mercato, costretti a rinunciare alla loro autonomia.

Il testo concede spazio anche a riflessioni di natura metodologica. Non a caso, vi si sottolinea l’importanza di trovare essenziali sinergie tra il piano più strettamente teorico dell’indagine, quello che Ferrarotti riconosce come premessa imprescindibile della ricerca scientifica (la formulazione di ipotesi tutte da verificare), e l’analisi sul campo, quella a diretto contatto con il soggetto umano, ossia quel tipo di esplorazione che, nel caso delle discipline sociologiche, si basa su field-work, osservazione partecipante e intervista. I lavori di Malinowski, William Foothe White e Le Play vengono qui citati come casi emblematici. Sono l’enfasi sul ‘soggetto’, piuttosto che l’ ‘oggetto’ di indagine, e sul rapporto dialettico che con esso il ricercatore instaura, a definire la dimensione etica del tipo di ricerca sociologica che Ferrarotti sostiene.

In questo libro l’autore esprime, forse più che altrove, la sua indole curiosa e il gusto per una indagine, per così dire, ‘allargata’, che riconosce la complessità del reale. America Oggi, uno degli ultimi risultati della sua produzione a dir poco prolifica, raccoglie e testimonia l’ampiezza dei suoi interessi e la profondità dei suoi studi. In esso trovano spazio riflessioni che abbracciano temi quali il capitalismo, nella sua dimensione storica e culturale, l’immanenza nella società americana di una cultura individualista e imprenditoriale, i limiti insiti nell’organizzazione aziendale e il problema irrisolto dei sindacati e della loro impotenza dinnanzi alla forza del mercato. Lo stile non è mai distaccato, predomina invece un’ironia, che non manca di essere tagliente, soprattutto quando l’autore comunica con franchezza la sua posizione critica nei confronti dei risvolti poco felici dello sviluppo industriale. Egli condanna, in particolare, gli esiti disumanizzanti e disastrosi di un capitalismo che oggi sembra reggersi sempre più sulle logiche spregiudicate del mercato, sul profitto fine a se stesso, che non conosce limiti né barriere, e sullo sviluppo che si fa strada con la speculazione selvaggia.

Le descrizioni sono limpide, testimonianza di come il sociologo conosca da vicino le realtà che ricostruisce sulla pagina con sguardo attento e disincantato, come quando scrive “la società capitalistica americana si riconosce nei luoghi di lavoro. Sono il suo centro nervoso e la fonte del suo potere. E’ una società panlavorista, iperproduttivistica, cronofagica” (76). Contribuiscono poi alla vivacità del testo quelle divagazioni, perlopiù di carattere personale, che gli donano una patina di autenticità.

Con il suo libro Ferrarotti invita il lettore a riflettere su come e quanto la logica capitalistica, osannando l’onnipotenza del singolo, abbia progressivamente disgregato il senso di un bene comune e condiviso, minando alla base quei valori umani e comunitari che dovrebbero indicare il vero ‘benessere’ di una società civile e democratica.


 1. Utile, oltre che interessante, per la stesura di questa recensione si è rivelata la lettura dell’ autobiografia di Franco Ferrarotti, Pane e lavoro! Memorie dell’outsider, pubblicato nel 2004 da Guerini e Associati.


* Marta Degani (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è Ricercatrice di Lingua Inglese presso l’Università di Verona. Nelle sue ricerche e pubblicazioni ha esplorato principalmente la varietà dell’inglese neozelandese, con specifico riferimento al contatto linguistico-culturale tra inglese e maori e alla situazione di bilinguismo in Nuova Zelanda. Ha anche indagato aspetti semantici e pragmatici della modalità inglese, con pubblicazioni sui fenomeni di subjectification e (inter)subjectivity. Più recentemente, si sta occupando di linguaggio politico secondo una prospettiva d’indagine che combina la discourse analysis con la semantica cognitiva.

 

 

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