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F. Michael Higginbotham, Ghosts of Jim Crow

Ghosts of Jim Crow: Ending Racism in Post-Racial America

F. Michael Higginbotham

New York, New York University Press, 2013, pp. 316

ghosts

Recensione di Anna Scacchi*

 Che siano infondate le accuse di pessimismo ed eccessivo determinismo alla Critical Race Theory – a volte mosse a causa dell’enfasi sulla quotidianità e ubiquità del razzismo, contro la tendenza dominante a prendere in considerazione solo le manifestazioni violente di discriminazione – lo prova, se ce ne fosse bisogno, questo volume di F. Michael Higginbotham, professore di diritto alla University of Baltimore e nipote di A. Leon Higginbotham, tra i più importanti attivisti del Movimento per i diritti civili degli anni Sessanta negli Stati Uniti. Ghosts of Jim Crow: Ending Racism in Post-Racial America, infatti, dopo un’ampia analisi della formazione del paradigma razziale statunitense durante il periodo schiavista, e del suo rafforzamento non soltanto nei cento anni successivi, ma anche dopo le grandi battaglie e vittorie degli anni Cinquanta e Sessanta, dedica la terza e ultima parte a indicare azioni, fattibili già all’interno dell’attuale ordinamento giuridico degli Stati Uniti, che secondo l’autore potrebbero eliminare definitivamente, sia pure non a breve termine, la questione razziale nel paese.

La Critical Race Theory nasce certamente dal quel movimento di radicale decostruzione del pensiero giuridico liberale che negli anni Ottanta ha messo a nudo gli interessi di classe dietro l’apparente neutralità della legge (da cui si è distaccata a causa della scarsa attenzione dei Critical Law Studies per i modi in cui negli Stati Uniti è la razza, ancor più che la classe, a incidere sulle decisioni delle corti e l’interpretazione della Costituzione), ma è anche e soprattutto diretta erede del riformismo e attivismo politico del Movimento per i diritti civili, di cui non ha mai abbandonato la fiducia nella possibilità di cambiare lo status quo attraverso l’azione legale. Ciò che la Critical Race Theory si propone, dunque, non è certo un’analisi che provi il razzismo fatto inevitabile e incancellabile della storia del paese, in qualche mondo naturalizzandolo. La disamina del dibattito giuridico statunitense intende metterne in luce il contenuto razziale e razzista, invisibile in superficie, per andare oltre l’ottimismo ingenuo degli attivisti degli anni Sessanta e rivitalizzarne le lotte, in un momento in cui l’acuirsi delle disuguaglianze tra bianchi e neri sembra decretare il fallimento delle illusioni e speranze del Movimento.

Il titolo del volume di Higginbotham – richiamo ironico e forse inconsapevole alla canzone di Bruce Springsteen, “The Ghost of Tom Joad”, e quindi al difensore degli oppressi protagonista di Furore di John Steinbeck – si riferisce ovviamente alle leggi segregazioniste emanate in numerosi stati, non solo del Sud, per tenere a freno la volontà degli afroamericani di avvalersi pienamente del diritto di cittadinanza accordato loro dopo la Guerra civile con il 14° emendamento costituzionale (1868), che invalidava la decisione della Corte Suprema sul caso di Dred Scott (1857).[1] Tali leggi locali – sanzionate a livello federale dalla sentenza della Corte Suprema nota come Plessy vs Ferguson (1896), che sanciva la costituzionalità della segregazione, sostenendo che la separazione di bianchi e neri nelle scuole e in generale nelle strutture pubbliche non violava il 14° emendamento purché venissero garantiti servizi analoghi per gli afroamericani (secondo la dottrina “separate but equal”) – sono state cancellate dal Civil Rights Act (1964), di cui quest’anno ricorre il cinquantenario, e dalla legge emanata l’anno successivo, la quale garantiva il diritto di voto proibendo qualunque requisito che ne limitasse il godimento. Tuttavia, come suggerisce la parola ghosts del titolo e ben chiarisce il sottotitolo, negli Stati Uniti della presidenza Obama non solo si percepisce la sopravvivenza di Jim Crow nel segregazionismo de facto che si è sostituito a quello de jure, ma a voler guardare appena più in profondità si nota il proliferare di pratiche giuridiche, istituzionali, sociali e culturali che sistematicamente marginalizzano gli afroamericani, limitando i loro diritti di cittadinanza. Tali pratiche pubbliche creano nei bianchi il sentimento di superiorità che legittima pratiche private di discriminazione quali il “white flight”, ossia l’abbandono dei quartieri ad alta presenza nera, e le restrizioni razziali nelle locazioni o vendite di immobili.

Il paradigma razziale degli Stati Uniti, secondo Higginbotham, si basa su tre livelli reciprocamente interconnessi, che si rafforzano vicendevolmente. Il primo è la nozione della supremazia bianca e dell’inferiorità dei neri, il secondo è la separazione di bianchi e neri in spazi separati, che costruisce e rafforza la percezione dell’inferiorità dei neri, e il terzo è la loro discriminazione, resa possibile dagli altri due. A differenza di altri studiosi, per i quali è solo dopo il 1865 che emerge un sistema istituzionalizzato di discriminazione razziale, per Higginbotham i tre livelli hanno iniziato a operare già durante la schiavitù, con la graduale sostituzione dell’opposizione schiavo/libero con quella nero/bianco e il collocamento dei soggetti bi- o multirazziali all’interno della categoria razziale “negro”, come l’autore dimostra con l’esempio di vari casi giuridici in cui a neri liberi sono state applicate le stesse restrizioni di diritti utilizzate per gli schiavi, e si sono pienamente realizzati quando l’emancipazione ha reso necessario un controllo più capillare e organizzato delle relazioni razziali.

La prima sezione del volume segue la formazione e l’evolversi del paradigma razziale dall’arrivo dei primi africani nelle colonie (e dal passaggio da forme di servitù a contratto, sostanzialmente analoghe a quelle di altri gruppi etnici, alla chattel slavery, ereditaria secondo la linea materna) alla Ricostruzione (quando l’abolizione della schiavitù rende necessari nuovi dispositivi sociali e giuridici, dai Black Codes alla violenza del Ku Klux Klan, per il mantenimento dei tre livelli del paradigma), fino al 1896, quando la Corta Suprema con la sentenza Plessy vs Ferguson decreta la legittimità della segregazione in tutta la nazione e, distinguendo tra uguaglianza politica, garantita dal 14° emendamento, e uguaglianza sociale, riconosce il diritto di libertà di associazione secondo la linea del colore. Nella seconda sezione del volume Higginbotham analizza i modi in cui, nonostante Brown vs Board of Education e le successive leggi antidiscriminazione, la segregazione di bianchi e neri sia continuata fino a questo secolo. Il problema principale, secondo l’autore, è il fatto che tutta la sfera del privato è lasciata scoperta nel rispetto del principio della libertà di scelta e ciò rende possibile il mantenimento di spazi separati per bianchi e neri, a suo avviso il principale livello da sconfiggere perché sia possibile costruire un’America autenticamente post-razziale. La segregazione de facto radicalizza la linea del colore: nutre nei bianchi sentimenti di superiorità e pregiudizi che, mancando occasioni di rapporti interrazziali, non vengono messi in discussione; nei neri, provoca risentimento e disillusione, spingendo ad atteggiamenti negativi, quali l’abbandono scolastico e la condanna nei confronti di coloro che si impegnano, accusati di “acting white”.

Nella terza sezione, di conseguenza, Higginbotham individua nella lotta contro la segregazione a tutti i livelli, nelle istituzioni pubbliche come in quelle private, la principale forma di azione per combattere il razzismo, insieme con un cambiamento radicale nella sua identificazione e conseguente criminalizzazione. Il contenuto razzista di una legge, sentenza o azione individuale va valutato a suo parere non in base all’intenzione discriminante, difficile da identificare e responsabile di numerose leggi “razzialmente neutrali” con ricadute fortemente razziste, ma in base al suo impatto razziale. Se una legge colpisce la minoranza afroamericana in misura largamente superiore agli altri gruppi etnici, come per esempio le attuali misure anti-crack che sono enormemente più severe di quelle che riguardano i consumatori e spacciatori di cocaina in polvere, o la limitazione del diritto di voto per chi ha subito condanne, allora si tratta di una legge razzista. Altrettanto importante, a suo avviso, è il riconoscimento da parte dei bianchi non soltanto della storia di vittimizzazione dei neri negli Stati Uniti, ma anche del fatto che la bianchezza ha garantito loro in passato e continua a garantire privilegi, di cui non sono in gran parte consapevoli, fonte della forbice attuale tra bianchi e neri nell’istruzione, nella rappresentanza politica, nella distribuzione della ricchezza, e così via. Non si tratta, in altre parole, soltanto di eliminare forme di discriminazione attuale ma di agire attivamente, ossia di garantire risarcimenti per quelle del passato, dalla schiavitù in poi, che hanno permesso agli americani bianchi, per esempio, di accumulare ricchezza e passarla alle generazioni successive proprio perché gli afroamericani non potevano farlo. Solo la consapevolezza dei privilegi legati alla bianchezza può far accettare alla maggioranza bianca politiche di affirmative action, attualmente attaccate da molti e invece necessarie per costruire l’uguaglianza.

Proposte audaci, come le definisce lo stesso Higginbotham, e forse utopiche in un paese che venera la libertà di scelta individuale e che, nonostante le recenti scuse formali presentate da molti stati agli afroamericani per schiavitù e segregazionismo, tende a ritenere il razzismo un fatto del passato e gli afroamericani responsabili della loro condizione attuale. Proprio per questo Higginbotham apre una linea di comunicazione con i conservatori, sostenendo che altrettanto importante nella lotta al razzismo è l’uscita degli afroamericani dal vittimismo e dall’autolesionismo e l’assunzione di responsabilità, ma lo fa ribadendo che è proprio la discriminazione razziale causa di tali atteggiamenti, che in ogni caso riguardano una piccola parte di una minoranza la cui storia è piuttosto fatta di fiducia e speranza nella possibilità di cambiamento.

Come è consueto nella pratica della Critical Race Theory, Higginbotham si avvale largamente dello storytelling, ossia nel radicamento dell’analisi nell’esperienza personale, nel vissuto quotidiano del soggetto subalterno. Assunto centrale della Critical Race Theory è infatti la necessità di dar espressione alla dimensione psicologica del razzismo e voce all’esperienza personale delle sue vittime. Il racconto radicato nel vissuto quotidiano di chi è oggetto di discriminazione fa emergere visioni alternative a quelle dominanti, che giudicano il razzismo statunitense una battaglia vinta negli anni Sessanta, ed è funzionale nella costruzione di un dialogo interrazziale in cui i membri della maggioranza siano disposti a non archiviare sbrigativamente le richieste di giustizia come vittimismo anacronistico. La prefazione del volume, infatti, è un’intensa narrazione della scoperta da parte del giovane Higginbotham, figlio della borghesia afroamericana, adolescente privilegiato e studente eccellente, che l’appartenenza di classe e l’integrazione razziale dell’ambiente in cui viveva non lo proteggevano dalla discriminazione. La narrazione degli episodi in cui è stato vittima di razzismo serve a far emergere, nonostante la differenza tra la sua condizione e quella della maggioranza degli afroamericani, la somiglianza di alcune delle loro esperienze e, soprattutto, dà voce a una prospettiva “sorely needed to explore the issue of race in America today” (14): quella, cioè, di un nero che per storia personale ed educazione è convinto della possibilità di costruire quell’America post-razziale che per tanti è stata conseguita con l’elezione di Barack Obama.

Il ricorso allo storytelling prosegue nel resto del libro, dove il racconto di casi noti e meno noti di discriminazione dà da un lato spessore umano a un’argomentazione antirazzista che non è umanitaria o moralistica, ma pragmatica e radicata nel linguaggio del diritto, e dall’altro individualità alle vittime di razzismo, che divengono più difficili da stereotipare secondo i pregiudizi correnti sui neri e appaiono come americani privati di diritti e libertà. La scelta predominante di individui eccezionali serve, a mio parere, a dimostrare che la discriminazione razziale danneggia gli Stati Uniti contemporanei a livello sociale, culturale ed economico, limitandone la competitività nel mondo globale. È, in altre parole, non soltanto un serbatoio di conflitto, ma uno spreco di capitale umano che mette in pericolo la nazione tutta. Se Higginbotham ha ragione, e se è valida la tesi della convergenza di interessi sostenuta da Derrick A. Bell nella sua analisi della sentenza Brown vs Board of Education,[2] forse, sebbene alcune delle misure proposte appaiano molto meno praticabili di quanto l’autore non le faccia apparire, passi decisivi verso l’America post-razziale sono all’orizzonte.


1. Jim Crow è il nome del personaggio inventato dal popolare attore Thomas Dartmouth Rice, si dice, dopo aver visto uno schiavo nero vecchio e zoppo ballare. Rice, con la faccia dipinta di nero, si esibì negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna, in canzoni e danze grottesche imitando in modo distorto il dialetto degli schiavi. Il personaggio divenne uno dei più popolari del minstrel show e contribuì a diffondere una rappresentazione razzista non solo della cultura afroamericana, ma anche dello stesso fenotipo nero. Il nome Jim Crow viene usato per riferirsi tanto alle leggi segregazioniste, quanto all’elaborato sistema di regole che disciplinava i rapporti sociali tra bianchi e neri soprattutto nel Sud.

2. Derrick A. Bell, in “Brown v. Board of Education and the Interest-Convergence Dilemma,” Harvard Law Review, 93 (1979-80): 518-533, sostiene che la sentenza non sia stata frutto del riconoscimento dei diritti degli afroamericani ma di una momentanea convergenza di interessi tra bianchi e neri, dovuta alla imbarazzante posizione degli Stati Uniti, come araldo dei diritti umani nel mondo, durante la Guerra fredda.


 * Anna Scacchi insegna letteratura angloamericana all’Università di Padova. Si occupa di ideologie e politiche della lingua e questioni di razza e genere nella cultura statunitense. Con T. Petrovich Njegosh ha curato Parlare di razza. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti(Ombre corte, 2012).

 

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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