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Anita Desai, The Artist of Disappearance

The Artist of Disappearance

Anita Desai

London, Vintage, 2012, 156 pp.

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Recensione di Ilaria Rigoli*

Ciò che accomuna i tre racconti di questa raccolta, ambientati nell'India contemporanea, è la difficile elaborazione dell'identità postcoloniale del subcontinente, sulla quale – come recita la quarta di copertina – la storia getta ancora un'inquietante “ombra lunga”. I tre protagonisti di queste brevi storie, tre sconfitti, in qualche modo sommersi dalla propria storia e dalla gretta meschinità delle loro vite piccolo borghesi, si trovano a dover fare i conti con le vestigia di un passato ingombrante, con cui la società non è ancora riuscita a venire a patti.

Ecco dunque l'ufficiale giudiziario di provincia (in The Museum of Final Journeys) che, alla ricerca del successo personale, si ritrova catapultato in una regione desolata e in decadenza, lontana dai veri centri del potere. Qui trascina la propria esistenza senza alcun interesse per la vita circostante, finché non viene avvicinato dall'anziano custode di una proprietà che nasconde una strana collezione museale. Negli spazi labirintici di questo maniero coloniale il protagonista si imbatte in testimonianze polverose dei viaggi esotici del giovane padrone della villa. Questi oggetti diventano però, per il protagonista, meri simulacri di un 'Oriente' che non gli appartiene e che può solamente osservare, senza capire, con la meraviglia dello spettatore: “lines of exquisite script curled through the borders, naming their names, telling their stories. I could not read them, partly for the unfamiliarity of the scripts, but also because the glass that separated them from the spectator was filmed with dust” (30). Il visitatore viene quindi pervaso da una “poetic melancholy” (31) ma anche da una sensazione di esausta decadenza, nel constatare che le meraviglie contenute in questo 'Museo degli ultimi viaggi' non sono che fantasmi. Sono quindi destinati a ridursi in polvere fuori dalla fragile barriera delle teche protettive, proprio come l'elefante, l'ultimo regalo del giovane viaggiatore alla madre, che il custode si ostina a mantenere in vita come estrema testimonianza di un passato che svanisce: “I would think of the immense creature as innocent and defenceless, who dwindles from neglect and finally lies down not to rise again. A death so huge as to be incomprehensible” (40).

Nel secondo racconto (Translator Translated) Desai affronta invece la problematica cruciale del rapporto tra l'identità nazionale indiana e le culture locali del Subcontinente. La protagonista è Prema Joshi, insegnante di mezza età poco soddisfatta del proprio lavoro e con una vita sociale inesistente. Prema, grazie all'incontro con una ex compagna di scuola, direttore di una affermata casa editrice, decide di imbarcarsi nella traduzione letteraria dell'opera di una scrittrice di lingua Oriya (una delle numerose lingue regionali indiane). La prima prova di traduzione le apre la prospettiva di un appagamento personale e professionale, nonostante le critiche per aver voluto tradurre in inglese – la ´lingua del colonizzatore` - un'opera in lingua locale. Successivamente però Prema si dedica alla traduzione di un romanzo che giudica insufficiente dal punto di vista stilistico e di contenuto; alla fedeltà all'originale subentra l'orgoglio e il desiderio di riscatto, la volontà di mettersi finalmente in luce. La traduzione in inglese si trasforma quindi in una riscrittura dall'intento migliorativo, suscitando il risentimento dei lettori, della critica e dell'editrice, che alla fine interromperà il rapporto di lavoro con Prema.. La riflessione sull'identità indiana è qui affidata dall'autrice al topic della lingua e al difficile rapporto che lega la nascita della nazione indiana alla lingua inglese. Una tematica, questa, spinosa e mai completamente risolta fin dai tempi dell'indipendentismo di Gandhi e Nerhu, per i quali l'inglese era da un lato il simbolo dell'oppressione coloniale, dall'altro una lingua franca utile per immaginare un'identità nazionale ancora da costruire. Il discorso lingua diventa un'occasione per riflettere sulle zone oscure della modernità indiana e sulle implicazioni, spesso taciute e volutamente rimosse, che riguardano la gestione delle memorie e delle eredità dell'epoca coloniale. Esse appaiono come lutti non elaborati, che si presentano scomodi e inaspettati alla protagonista del racconto, vittima e inconsapevole complice di un progetto di oblio collettivo.

L'ultimo racconto, che dà anche il titolo alla raccolta, ha invece come protagonista il rampollo di una famiglia benestante indiana; l'infanzia di Ravi, irresistibilmente attratto dalla vita nei boschi e in stretto rapporto con la natura selvaggia del luogo, è una continua lotta contro il desiderio di emancipazione e promozione sociale dei suoi genitori. Questi, alla costante - quanto inutile - ricerca di un riconoscimento da parte di una high society Angloindiana che li considera inesorabilmente inferiori, giudicano Ravi un outsider retrogrado: invece che assecondare le sue aspirazioni, cercano continuamente di integrarlo in un miope conformismo. Morti i genitori, Ravi si ritrova a vivere nella villa di famiglia con l'anziana ´dama di compagnia` della madre, Miss Wilkinson, una signora inglese indigente che, sebbene incaricata di occuparsi della casa, diventa in realtà una sorta di rudere vivente a spese di Ravi.

I tre racconti costituiscono tre delicate ma impietose metafore dell'eredità del colonialismo e dei suoi effetti su una società che si è ampiamente rifiutata di fare i conti col proprio passato. Forse questo aspetto emerge in modo più lampante proprio nell'ultimo racconto, le cui ambientazioni e i cui personaggi sono come allegorie delle vestigia dell'Impero coloniale inglese, delle sue vittime e dei suoi complici indiani. Ecco dunque le rovine della casa bruciata, in cui Ravi attende tutte le sere il pasto che la vicina famiglia di pastori gli porta, quasi fosse un nume tutelare o un parente povero. Ecco l'anziana Miss Wilkinson: la versione invecchiata e polverosa della English rose, che con la sua sola apparenza alimenta le illusioni della madre di Ravi, recitandole ogni giorno versi di Elizabeth Barret Browning e Christina Rossetti, ma che poi, semicieca, appicca involontariamente fuoco alla casa. Ecco Ravi, costretto alla tipica carriera dei figli dell'élite Indiana, ma insofferente a un'identità che non gli appartiene: “they did not belong to his life because they did not belong to the forest and the hills (…) he knew the family thought him freakishly backward, a wild creature of the mountain” (114).

L'identità indiana diventa, per i personaggi, qualcosa di irraggiungibile, testimoniata solo da ombre, 'sopravvivenze' a loro precluse di un'alterità ormai lontana. Questa esperienza si traduce anche in una sensazione di straniamento, come nel caso di Prema, la traduttrice che, nel riportare in inglese la propria lingua dell'infanzia, finisce per allontanarsene e sentirla come estranea. In altri casi invece questa scissione tra individuo e identità comunitaria diventa motivo di auto-esclusione, come accade al personaggio di Ravi nell'ultimo racconto della raccolta.

Un libro agile e dallo stile più che accessibile a un pubblico vario e anche non esperto, The Artist of Disappearance invita a riflettere sui problemi di una società e di un'epoca rimanendo sempre fedele alla storia individuale dei propri personaggi: si comprende così l'inestricabile legame che unisce il singolo alla collettività, la storia al presente, senza mai cadere però nella pesantezza e nell'erudizione e senza rinunciare al piacere di intrattenere il lettore.

Nella sua prosa misurata, dal linguaggio piano e certo mai esuberante, così distante dai virtuosismi linguistici di altri suoi famosi contemporanei come Rushdie e Ghosh, Anita Desai affonda una critica sottovoce ma lucida alla propria società, come già aveva fatto in altre opere precedenti (ad esempio, nei romanzi Fasting. Feasting o Clear Light of Day). Questi racconti quindi si situano sulla linea 'elegiaca' di questa autrice, dove allo stile elegante e raffinato della prosa si affianca la malinconia sottile, velata di un amaro senso critico, di chi constata le occasioni perse del proprio popolo davanti al 'cuore di tenebra' della sua storia.


* Ilaria Rigoli è dottoranda in Anglofonia presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Verona. La sua ricerca include le tematiche del postcolonialismo, la letteratura indiana in inglese e gli studi di storiografia e narrativa. E' attualmente impegnata in un progetto di ricerca sulla relazione tra storiografia e letteratura nella Trilogia dell'Ibis di Amitav Ghosh.

 

 

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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