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Michael J. Kramer, The Republic of Rock. Music and Citizenship in the Sixties Counterculture.

The Republic of Rock. Music and Citizenship in the Sixties Counterculture.

Michael J. Kramer

New York, Oxford University Press, 2013, pp. 292.

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Recensione di Camilla Fascina*

Nel suo libro The Republic of Rock Michael J. Kramer definisce come Repubblica del Rock il circuito transnazionale dove la musica rock ebbe un ruolo cruciale per la formazione della controcultura hippie negli anni Sessanta.

Proprio quella musica che nutriva gli ideali di Woodstock e della Summer of love e che risuonava nel famoso quartiere di Haight-Hasbury e nel Fillmore Auditorium, ebbe il potere di mettere in comunicazione la comunità degli hippies nella baia di San Francisco, i soldati americani in Vietnam, e i vietnamiti stessi. Come nota Phan Loan, cantante della CBC Band, rock band vietnamita di quegli anni, il rock porta alla luce le contraddizioni di un'America dal doppio volto, hippie e imperialista “The United States must be the greatest paradox in the history of the world. It puts out the best conceivable sounds in music and the worst conceivable sounds in weapons. Its children want peace, but fight a war against an aggressor who has never really threatened the soil of the United States.”

E proprio qui entra in gioco il grande paradosso. La musica rock degli anni Sessanta, parte integrante del grido collettivo contro le assurdità della guerra in Vietnam, fu strumentalizzata e manipolata dagli ufficiali della US Army impegnati nel conflitto vietnamita come mezzo per esortare le giovani reclute al combattimento.

L'attenzione di Michael J. Kramer si focalizza quindi sui poli dove ebbe luogo questa logica paradossale: San Francisco e il Vietnam, definibili contemporaneamente opposti e complementari. La struttura stessa del libro si divide in due parti, corrispondenti a queste due location cruciali.

Il primo capitolo è interamente dedicato agli “happenings e agli “Acid Tests” di Ken Kesey & the Merry Pranksters, gruppo di giovani scrittori, artisti, musicisti e giovani americani animati da una ben precisa missione artistica e sociale: creare un nuovo modo di sperimentare la collettività mettendo in discussione i valori dell'America della guerra fredda proprio attraverso l’appropriazione di quei simboli tipici della tradizione americana. Nella carta di adesione al gruppo dei Pranksters veniva sostituita la frase “I want you for the US Army” con “Can you pass the Acid Test?”. Al lato della scritta appariva la figura di Uncle Sam usata nella prima guerra mondiale nei poster di reclutamento. Con questa riappropriazione simbolica Kesey and the Merry Prankster non solo additavano implicitamente al coinvolgimento dell'America nella guerra del Vietnam, ma lanciavano un messaggio ben preciso: il dovere civile non era legato all'arruolamento nell'esercito, ma alla riscoperta del sé e alla ricerca di un nuovo senso della collettività. Famoso anche il discorso di Ken Kesey al Vietnam Day Committee, seguito dalla messa in scena di una parata grottesca durante la quale i Pranksters sfilarono in uniforme per denunciare l'assurdità del militarismo americano.

Kramer dedica invece il secondo capitolo alla stazione radio KMPX FM, emittente indipendente nata per diffondere la musica underground e gli ideali della controcultura. Tuttavia questo esperimento finì per cedere alle logiche del profitto diventando quello che Kramer definì “esempio pioneristico di hip capitalism”. I membri della radio, nonostante sposassero una visione hippie e antimaterialista, crearono poco a poco un mercato di nicchia che rispondeva perfettamente alle esigenze del capitalismo: proprio la rivolta contro il consumismo di massa veniva impacchettata e venduta come nuovo segmento di mercato all'interno del circolo del consumismo stesso.

Simile conflitto tra logica del profitto e anelito artistico colpisce anche il Wild West Festival. Nel terzo capitolo Kramer racconta di questo imponente evento al quale erano stati chiamati a partecipare grandi gruppi rock quali i Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Jefferson Airplane, Sly & the Family Stone, e che nei progetti iniziali degli organizzatori sarebbe dovuto passare alla storia come il più grande festival dopo Woodstock. Tuttavia il Wild West Festival non venne mai realizzato: i partecipanti stessi boicottarono l'evento non appena capirono che era stato progettato per aumentare i profitti dei leader dell'industria rock. Opporsi al Festival divenne un modo per opporsi allo sfruttamento commerciale della controcultura da parte del “hip capitalism”.

Contemporaneamente, al di là dell'oceano Pacifico, proprio nel bel mezzo dell'intervento militare americano nel conflitto del Vietnam, i suoni del rock schizzavano nelle zone di guerra. Nel quarto capitolo, che Kramer intitola significativamente “A Soundtrack for the Entire Process”, l'autore descrive come i capi militari riuscirono a strumentalizzare la musica rock soprattutto grazie all'istituzione della Armed Forces Vietnam Network. La AFVN era la radio ufficiale dell'esercito che trasmetteva acid rock, musica underground e tutte quelle canzoni della controcultura i cui significati, nel contesto bellico, potevano essere completamente stravolti. Si pensi ad esempio alla canzone degli Who “My Generation” con le famose parole “Hope I die before I get old”. Kramer definisce “hip militarism” la tattica dei capi delle forze armate: accettare e diffondere le espressioni musicali della controcultura allo scopo di contenere il dissenso e di confermare la missione americana in Vietnam. Nel momento in cui la musica rock andava in onda nei canali della radio ufficiale dell’esercito perdeva il suo potenziale sovversivo andando a svolgere una funzione opposta. Paradossalmente proprio Jimi Hendrix fu uno dei musicisti più trasmessi dalla AFVN durante la guerra del Vietnam. Prima di divenire punto di riferimento fondamentale della controcultura hippie, Jimi Hendrix era stato membro della 101st Airborne Division. Questa informazione fu strumentalizzata in maniera che i soldati si identificassero con la rock star. Hendrix nelle sue canzoni cercava di ricreare i suoni di guerra per evocare un sogno di pace. I suoni della sua chitarra spesso tentano di riprodurre quelli di un elicottero da combattimento, le sue canzoni evocano un senso di vertigine, il suono distorto delle chitarre elettriche crea un clima di pericolo e di disastro imminente. I suoi arrangiamenti hanno il potere di rendere palpabile e immediata la violenza del Vietnam. Tuttavia, alle orecchie delle giovani reclute, la musica di Hendrix arrivava come la “melodia della guerra”, una musica in cui si riconoscevano e che dava loro la forza di combattere per la patria.

Hendrix era trasmesso sulla AFVN anche per il fatto che la sua musica superava le divisioni razziali ed etniche; vista la consistente presenza di soldati afro-americani nell’esercito, gli ufficiali decisero di usare il potere di coesione delle sue canzoni per placare gli odi razziali all’interno delle truppe.

Ma la tattica di contenimento del materiale sovversivo da parte dello “hip militarism” non poteva atrofizzare all’infinito la coscienza dei soldati. Il morale risollevato infatti era anche inevitabilmente stimolato a pensare e a riflettere, a registrare le incongruenze di una guerra assurda.

Nel quinto capitolo “Welcome to Entertainment Vietnam” Kramer illustra la nascita dello CMTS, Command Military Touring Shows, ossia un'organizzazione per l'intrattenimento delle truppe in Vietnam attraverso la messa in scena di concerti e spettacoli teatrali. Questi eventi venivano organizzati con l'intento di concedere alle truppe dei momenti di svago e di sospensione temporanea dagli obblighi militari, ma ben presto divennero luoghi di riflessione in cui i soldati cominciarono a maturare avversione nei confronti del conflitto nel quale erano stati coinvolti. Come afferma Kramer, poco a poco si accorsero che i suoni della musica rock non confermavano affatto la loro missione - “The Entertainment Branch sought to bring the latest sounds of the home front to the war, but these sounds did not confirm their American mission. Rather, they undermined it when GI audiences, singing together, pondered what it might mean in the midst of a frustrating and confusing military conflict to simply let it be.”

Uno degli aspetti più significativi del dissenso interno statunitense fu infatti il movimento di lotta dei soldati, come illustra anche il famoso documentario “Sir! No Sir! - The GI Movement to End the Vietnam War (2005)”. Espressioni sempre più frequenti di opposizione erano le sommosse e ribellioni nelle caserme e nelle prigioni militari e la diserzione fino ad arrivare alla pratica dell'uccisione di ufficiali o lacché militari; poco a poco il sistema americano vedeva le proprie truppe sgretolarsi dall'interno. La musica rock, liberatasi dalla maschera con cui lo “hip militarism” la faceva sembrare colonna sonora della battaglia americana in Vietnam, era tornata a stimolare la coscienza civile dei giovani soldati minando lo sforzo bellico con messaggi antiguerra.

Interessantissimo l'ultimo capitolo del libro “A Little Peace Message, Like Straight from Saigon” che riguarda la rock band sudvietnamita più significativa di quegli anni: la CBC band. Composta da fratelli e sorelle, questa family band suonava la musica “del nemico”, la musica rock importata dagli americani. La loro attività ebbe inizio a partire dal 1968 e la loro assimilazione della musica e della cultura americana non implicava affatto l'abbandono del loro essere vietnamiti. Simboleggiava invece lo sforzo di fondere i due retaggi culturali per dare vita ad un'unica grande famiglia accomunata dai suoni della global counterculture: il rock era entrato in Vietnam anche attraverso i canali dell'imperialismo e del consumismo americano, ma per i membri della CBC band il rock rimaneva una forma di comunicazione che dava la possibilità di rivivere il mito della Bay Area's Summer of Love.

Emblematico il fatto che le loro magliette riportassero le stampe della bandiera americana, proprio come quelle indossate da Ken Kesey and the Merry Pranksters. Anche la CBC band aveva una missione artistica: suonare la musica rock in maniera che non fosse intesa come una minaccia politica, né come un distanziamento nei confronti della tradizione vietnamita, ma come una via di fuga e di apertura, una via di pace in mezzo all’incubo della guerra, una possibilità di connettersi all’immagine della solidarietà tra popoli. Durante i loro concerti soldati americani e giovani vietnamiti dimenticavano per un attimo le ostilità e divenivano cittadini della Repubblica del Rock.


* Camilla Fascina (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è dottoranda in lingue e letterature angloamericane presso l’Università degli studi di Verona. Si occupa di African American Studies, Black Culture e musica soul-blues-rock.

© 2013 Iperstoria - ISSN 2281-4582

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