Foucault vs. Chomsky: sulla natura umana.

Appunti frammentari di un dialogo metastorico dell’altro secolo.
Riflessioni senza pretese sull’incontro irripetibile tra due grandi del pensiero contemporaneo, il filosofo Michel Foucault e il linguista Noam Chomsky.
Natura umana e condizionamenti storico-sociali, invariante biologico e variazioni storiche, possibilità e libertà, limiti e creatività. Politica, specie umana e società. Critica presente e ipotesi future. Temi ambiziosi, quelli affrontati dai due, variamente trasposti e traslitterati, tra lingue diverse e mezzi mutanti, tv, carta stampata e web. Eccoli qui, ricontestualizzati ancora una volta, da fraintendersi nuovamente con libera creatività.

Tempi Post-Moderni /1. La forma/il format, i viaggi nel tempo

Nel 1971, se per caso in Olanda si accendeva la tv, si poteva incappare in un talk-show del tutto simile nella forma a quelli di oggi: un palcoscenico, tre poltrone, un anchor-man, due ospiti, il pubblico in sala. Nulla di strano, eccetto forse per il look autenticamente vintage del moderatore, un tale di nome Fons Elders dai capelli lunghi e la barba arruffata: sebbene più ‘spartana’, secondo la moda del tempo, la forma, il format, era in fondo la stessa dei nostri Porta a Porta.

Nulla d’invariato si direbbe, quindi. Peccato però – fortuna per gli spettatori di allora – che anziché Buttiglione e Andreoli che discutono su vallettopoli, gli ospiti del talk-show in cui si poteva incappare nel 1971 in Olanda erano nientedimeno che Michel Foucault e Noam Chomsky che dibattevano sulla natura umana, ciascuno nella propria lingua, Français per il primo, American English per il secondo, con i sottotitoli in olandese. Beati i poliglotti del 1971.

Un altro secolo. Altri tempi certamente, ma i contenuti del dialogo sono altamente attuali. Anzi, meglio correggersi: se vallettopoli è, questo sì, un conio letteralmente attuale, passeggero e storicamente relativo nel suo significante e significato, quella sulla natura umana è senza dubbio assolutamente – cioè in termini assoluti – una questione di ricerca transepocale, che accompagna il pensiero e l’agire umano da millenni e, si spera, continuerà a stimolarlo sino all’estinzione.

Foucault vs Chomsky

Qui si chiude l’introduzione di forma fornendo i riferimenti per chi volesse viaggiare nel tempo attraverso detti strumenti:

Chomsky, Noam & Michel Foucault, 1994, De la nature humaine: justice contre pouvoir. Paris: Editions Gallimard.

Chomsky, Noam & Michel Foucault, 2005, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico. Roma: DeriveApprodi.

Chomsky, Noam & Michel Foucault, 2006, Chomsky vs. Foucault: A Debate on Human Nature. New York: The New Press.

Chomsky vs Foucault su YouTube

Tempi Post-Moderni /2. La sostanza/il contenuto, l’invariante e il variabile

Esiste una natura umana? È postulabile, nonché indagabile, un’invariante biologica che, a prescindere dai condizionamenti sociali e culturali storicamente determinati, sia a fondamento dell’animale umano? Questo in estrema sintesi il topic teorico-filosofico della rappresentazione inscenata dai due grandi pensatori.

Secondo Noam Chomsky, capofila della linguistica cognitivista, quest’invariante esiste e risiede essenzialmente nella creatività umana. Creatività intesa nella sua più bassa accezione: nulla di straordinario, non le grandi invenzioni operate dai geni, bensì l’atto ordinario di ogni essere umano, quello del bambino che, da Cro-Magnon a oggi, posto di fronte a una nuova situazione, pensa creativamente, crea enunciati nuovi, agisce in modi inediti. Si tratta della libertà e della creatività umana di produrre tutto il possibile, nel senso di ciò-che-è-possibile, ovvero di un range di possibilità limitato e determinato da un insieme di regole che risiedono nella mente umana. Questa creatività va investigata e posta alla base dell’indagine scientifica, come si propone di fare il teorico della facoltà del linguaggio nella ricerca della sua grammatica universale.

Qui s’inserisce Michel Foucault, il filosofo post-strutturalista, secondo il quale qualsiasi tentativo d’investigazione della natura umana è necessariamente viziato perché intrapreso da esseri umani che vivono in una società culturalmente determinata. Una tale investigazione porta pertanto a considerare come invariante ciò che in realtà è sociale, storico, culturalmente specifico e pertanto relativo. Il rischio inevitabile, in sostanza, è di definire la natura umana sulla base della nostra cultura specifica, prendere per invariante quello che è di fatto il variabile storico. Il relativismo storico esclude la possibilità di verificare l’invariante, ergo, sembra dire il filosofo, l’invariante non esiste. Non solo: il sistema di regole, condizione essenziale per la creatività, piuttosto che risiedere nella mente – come sostiene Chomsky – va risituato all’interno delle pratiche umane, economiche, tecniche, politiche e sociologiche che sono a fondamento della creazione e dei modelli di ogni specifico sistema di regole.

Approcci diversi, strumenti diversi. Per usare la metafora impiegata dal moderatore del dibattito, assistiamo a due operai che stanno scavando un tunnel alla base di una montagna, ciascuno da un lato e con strumenti diversi, senza sapere che si incontreranno.

Se si prende un’altra metafora di quel dibattito – chomskiana questa volta –, da un lato si vede Foucault che si rivolge alla storia con l’occhio dell’antiquario, interessato a fornire una descrizione precisa della rappresentazione del pensiero prodotto da un determinato momento storico; dall’altro c’è invece Chomsky che si rivolge alla storia con lo sguardo di un appassionato d’arte che guarda ad ogni momento storico per cercare cose che hanno valore in base alla propria prospettiva contemporanea.

Entrambe le posizioni sono legittime e il lettore di oggi, come forse lo spettatore del 1971, (insieme allo Youtuber, al video-utente del terzo millennio) non possono che oscillare tra le due posizioni, aderendo ora all’una, ora all’altra, man mano che i turni di parola si susseguono. Eppure, fermo restando l’altissimo – emozionante – valore dello scambio tra i due, si resta alla fine con molte domande inevase e il senso di un dialogo appena accennato, se non addirittura mancato.

Tempi Post-Moderni /3. Intervallo primo, del frammento

A giustificazione strumentale della pigrizia e dell’incapacità della scrivente, si crea questo intervallo nella trattazione. Il valore del frammento (unico possibile nel post-moderno) motiva la richiesta a chi legge di accontentarsi di quanto sin qui accennato. Si rimanda senz’altro alla lettura dell’intero testo, delle tre versioni citate, e/o alla visione del video, per ogni ulteriore fecondo spunto di questo dibattito, veramente unico (non fosse altro perché si tratta dell’unico incontro avvenuto tra i due) tra cognitivismo e post-strutturalismo, circa le questioni teorico-filosofiche sulla natura umana.

Tempi Post-Moderni /4. Pratiche, compiti, politiche

1971. Sono anni caldi. La protesta contro l’intervento statunitense nel Vietnam è al suo culmine. Sono inoltre gli anni in cui in Europa le rivendicazioni sociali e la tensione alla trasformazione sono all’apice. Entrambi i nostri sono a dir poco engagés nei rispettivi movimenti di lotta di quel periodo (il sopravvissuto dei due - Chomsky - lo è tuttora nel cosiddetto movimento no-global; non ci sono dubbi che anche il filosofo, fosse ancora, direbbe la sua).

La trattazione passa così alla seconda parte del dibattito (per ammissione meta-discorsiva dello stesso mediatore Elders): la politica.

Se la costante che trascende la situazione è l’esigenza umana di azione creativa (creative work) il più possibile libera da costrizioni, dice Chomsky, una società più giusta dovrebbe massimizzare le possibilità di realizzare questa fondamentale caratteristica umana. Vanno quindi eliminati i fattori di repressione, oppressione, distruzione e coercizione presenti in ogni società.

Foucault, dal canto suo, sostiene l’impossibilità di definire e proporre un modello di funzionamento sociale ideale. Ritiene quindi che il compito principale dell’intellettuale sia quello di far emergere tutte le relazioni del potere politico, di operare cioè una critica profonda delle relazioni di potere diffuse, prodotte e riprodotte nei sistemi sociali umani (anche) da istituzioni apparentemente neutre e indipendenti (la scuola, l’accademia, l’ospedale, il sistema giudiziario ecc.). Non v’è dubbio, diciamo noi, che l’autore di Sorvegliare e punire sia stato egregiamente conseguente a questo suo manifesto.

Chomsky, d’altro canto, affianca a questo compito che anch’egli ritiene essenziale (citando tra le forme del potere le società industriali e i sistemi economici delle multinazionali) un’altra urgenza, altrettanto fondamentale, quella cioè di creare visioni di una società futura possibile. Concorda con Foucault sul limite intrinseco di un’investigazione della natura umana, senz’altro viziata dalla relatività della società e della cultura in cui viviamo, but we have to be bold enough to speculate and create social theories based on partial knowledge e mettere nel conto l’alta (quasi certa) probabilità di errare. Ci si muove nell’ignoto, ma postulare direzioni possibili, ancorché fallaci, è indispensabile per una critica e una trasformazione radicali.

Il dialogo si sposta quindi su concetti fondamentali quali giustizia e potere. Le posizioni dei due grandi sono non-comunicanti. Sembra proprio che, fuor di metafora, non parlino la stessa lingua.

Giustizia è per Foucault un concetto relativo, nato all’interno della nostra civiltà e parte integrante del nostro sistema di classe. Utile rivendicazione per la classe oppressa e altrettanto utile giustificazione per la classe dominante, la giustizia è per entrambe nient’altro che un prodotto delle relazioni di potere.

Chomsky ritiene invece che concetti come giustizia, amore, decency, simpathy e kindness siano umanamente validi e trascendano il sistema di oppressione di classe. Gli è così possibile parlare a grandi linee di una società più giusta e di una giustizia migliore, ancorché non ideali.

Le obiezioni del filosofo sono incalzanti e appropriate, il linguista replica colpo su colpo, finché non si aprono gli interventi dal pubblico.

Anche qui il lettore/spettatore/video-utente si ritrova al contempo eccitato e frustrato, incapace di trovare una linea di fuga all’incessante movimento oscillatorio tra l’ineccepibile critica politica, coscientemente priva di proposte, del filosofo e la visionaria teoria politica – entusiasmante, ma intrisa di naivité – del linguista. Posizioni geniali e implacabili, perfettamente argomentate, assolutamente motivate, inconciliabili forse, e, soprattutto, entrambe monche.

Tempi Post-Moderni /5. Intervallo secondo, dei limiti e regole, della libertà e creatività possibile

Mi si conceda di lasciare in sospeso quest’altro frammento post-moderno delle visioni politiche dei due e di saltare dall’impersonale della trattazione per atterrare sulla prima persona narrativa. Mi permetto inoltre di re-impiegare la giustificazione del post-moderno per non dare importanza a nomi, fonti e luoghi (non fosse altro perché non li ricordo).

Un’amica anni fa mi resocontò di una mostra visitata sulla musica. L’esposizione riportava una carrellata di strumenti – originali e ricostruiti – usati da popolazioni, civiltà e tempi diversi per produrre suoni. Ciò che la impressionò (o meglio, quel che mi rimane di ciò che mi comunicò) era quella che mi piace definire la colonna sonora soggiacente all’immensa varietà degli strumenti musicali di cui si è dotata l’umanità dalla notte dei tempi ad oggi. Attraverso i materiali e le forme più disparate, ovunque e in ogni tempo, per produrre suoni l’essere umano ha impiegato sempre la percussione, sempre la corda, sempre il fiato. Senz’altro - aggiungo io, non la mia amica - c’è sempre (stata) anche la voce.

Insomma, luoghi diversi, tempi diversi, comunità tra loro distanti e incomunicanti, ma il range delle tecniche inventate dall’essere umano è sempre quello. Infinite varietà possibili di musiche, combinazioni di suoni, melodie e ritmi, create incessantemente da quattro singoli elementi: percussione, corda, fiato e voce. Possibilità limitate (innate?) generano libera creazione di variazioni (storiche?).

Da anni questo racconto banale e vago, dilettantesco in rapporto ai mille esempi puntuali che l’antropologa potrebbe sicuramente citare, mi consente di placare l’ansia esistenziale e di rintracciare i rispettivi contributi, e dell’invariante biologica, e della relatività storica. A pensarci bene, questo esempio offre l’occasione per (illudermi di) andare oltre.

Tempi Post-Moderni /6. L’immagine, la rappresentazione, la comunicazione, il fraintendimento

E’ ormai certo (fino a prova contraria) che l’immagine non è la cosa, che la rappresentazione non è l’essere.

E’ altrettanto certo (fino a prova contraria) che la comunicazione non è mai perfetta e che il fraintendimento ne è parte integrante.

Inoltre, buona pace per i dogmatici, religiosi e non, non si può più negare che tutte queste forme e contenuti – di immagini, rappresentazioni, comunicazioni e fraintendimenti – sono storicamente relativi, culture specific (fino a prova contraria, ovviamente).

Tuttavia, mi pare oltremodo certo (sempre salvo prova contraria) che la necessità di creare immagini e di rappresentare, che l’esigenza di comunicare cose fraintese sia una costante distintiva dell’essere umano. Prova ne è che, ancora oggi, con tutte le limitazioni e le restrizioni imposte sia dalle menti che dai sistemi sociali, creiamo e inventiamo strumenti per farlo.

Codici, canali, tecniche e tecnologie, simboli e segni, dai graffiti ai mass-media, da Internet alle carezze, tutto è strumento, tutto è mezzo potente – di potere – storicamente determinato, che gli esseri umani non cessano di creare e usare, anche di abusare e mis-usare, certamente per rapporti di potere. Ma tutto è in prima istanza mezzo, appunto, per esprimere, per comunicare, per andare oltre da sé.

Insomma, forse troppo banalmente, ciò-che-si-fa e ciò-che-se-ne-fa è nel bene e nel male storicamente e socialmente determinato, ma l’esigenza di fondo che motiva la creazione, nonché la facoltà di creare sembrano essere tratti distintivi della specie, metastorici. Non si tratta tanto di forme diverse per gli stessi contenuti, né di forme identiche per contenuti differenti (vedi il format del talk-show di cui sopra). Né basta forse l’imprescindibile compito di assumere fino in fondo che le une e gli altri variano storicamente e che i loro significati sono quindi specifici e relativi. Si tratta piuttosto di relazione tra potenzialità (innata) e atto (storico), per rubare a piene mani dal saggio di Paolo Virno1 in appendice all’edizione italiana del dibattito in questione.

Tra l’innatismo mentale e il relativismo storico, tra ciò che è nella mente e ciò che è nei sistemi sociali, c’è un terzo non-luogo (o forse meglio non-tempo?) che forse i due grandi hanno mancato in quel dibattito: è la relazione, la rete di relazioni della comunicazione/cooperazione sociale che non è né individuo né società; è l’essenza della comunicazione, il fraintendimento, è l’oltre da sé che, in quanto relazione – De Saussure insegna ancora – non è sostanza ma si ridefinisce incessantemente per differenza nelle pratiche sociali. Nell’accettazione dell’inevitabile fraintendimento, del non-detto che ridefinisce a spirale il detto, forse questo terzo non-luogo/tempo può aiutare a spiegare perché oggi è vitale discutere sulla natura umana e sui diversi agire umani possibili, in questo secolo decisivo, in cui la specie stessa e il pianeta sono a rischio (vorrei fosse solo una brutta chiusa retorica…).

Si tratta in fondo di un mettersi in relazione che la lettrice/spettatrice/video-utente sente mancante in quel dibattito-extratemporale-dell’altro-secolo. L’avessero provato a fare. Invece, dopo quella rappresentazione, i nostri non si sarebbero più incontrati. Di nuovo non-luogo/tempo: desiderio chiaramente frustrato eppur invariabilmente reale, utopia di un dialogo metastorico (im)possibile. Non ci rimane che ri-cliccare su replay. E agire.

  1. Virno, Paolo, 2005, “Naturalismo e storia: cronaca di un divorzio”, (stralcio del testo di P. Virno, 2003, Scienze sociali e “natura umana”. Facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione. Catanzaro: Rubettino, Soneria Mannelli, pp. 13-14) in appendice a N. Chomsky & M. Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico. Roma: DeriveApprodi, pp.125-139.[]

14 Settembre 2007