Intervista a Giulietta Stefani

Giulietta Stefani ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Civiltà presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Si occupa di storia dell’emigrazione e del colonialismo italiani, con particolare attenzione agli studi di genere, e svolge attività di ricerca sull’immigrazione in Italia. È redattrice di “Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale“.

In quest’intervista Giulietta Stefani risponde ad alcune domande sul suo lavoro “Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere“. Il libro intende attraverso lo studio di memorie, diari e documenti inediti fornire un contributo di conoscenza sui comportamenti e i sentimenti di quanti militari o civili, furono coinvolti nella colonizzazione dell’Etiopia. Dall’ipotesi che la conquista coloniale potesse arrestare la “degenerazione” del maschio ai numerosi stereotipi sull’Africa, ai complessi e multiformi contatti dei coloni con la popolazione locale, l’opera ritrae un quadro articolato e contraddittorio, che solleva numerosi quesiti in campo sociale e culturale.

Una domanda che mi è sorta spontanea durante la lettura del libro è in che modo ha potuto verificare l’attendibilità e l’affidabilità delle fonti che ha utilizzato per il suo lavoro. Chiedo questo per il fatto che le varie testimonianze potrebbero aver subito manipolazioni o censure in quegli anni, considerando le possibile critiche o il distacco di alcune persone nelle colonie dal regime fascista più rigido che c’era in madrepatria.

Ho consultato ed utilizzato varie fonti per questo lavoro ma nel volume cito principalmente gli estratti di memorie e diari inediti provenienti dall’Archivio Nazionale della Diaristica di Pieve S. Stefano (Arezzo). La maggioranza degli autori di questi documenti sono militari, soprattutto ufficiali, e si tratta prevalentemente di memorie, soprattutto memorie senili, scritte per la maggioranza nella seconda metà degli anni Ottanta, ovvero quando gli autori hanno intorno ai 70-75 anni. Per questo motivo la mia attenzione si è rivolta (più che alla questione della censura che poteva raggiungere la corrispondenza verso l’Italia ma non la scrittura privata) ad un altro problema, quello della possibilità, anzi della probabilità, che il ricordo, sempre selettivo, sia in questi scritti particolarmente edulcorato, allo scopo di autocelebrare e autogiustificare a posteriori la propria partecipazione al colonialismo.

La teoria della “rivirilizzazione” del maschio italiano in contrasto con la figura “effeminata” di fine ’800 è stata creata da Mussolini o era una teoria nascente o già in voga che lui ha inserito nella sua politica?

Il motivo della crisi della mascolinità era un argomento diffuso in gran parte dell’Europa già dalla fine dell’Ottocento, quando i cambiamenti rapidi ed epocali avvenuti nelle società occidentali provocarono, insieme a un senso di eccitazione entusiasta, il timore diffuso di uno stravolgimento irreparabile dell’ordine costituito, e anche dell’ordine e della gerarchia fra i generi. Si temeva un indebolimento della virilità, in un processo di degenerazione che avrebbe causato nei maschi alterazioni nervose, isteria, effeminatezza e, nella peggiore delle ipotesi, omosessualità. Nacque quindi l’idea della necessità di una rigenerazione maschile, motivo che si irrobustì nei primi decenni del Novecento, con il crescere dei movimenti nazionalisti e delle spinte belliciste culminate nella Prima guerra mondiale, quando la figura del combattente assurse a modello ideale per riaffermare l’identità maschile. In Italia una simile miscela di nazionalismo, bellicismo e virilismo esplose con il fascismo di Mussolini. La pedagogia maschile fascista recuperò e accentuò il significato centrale della guerra come banco di prova della mascolinità e come esperienza omosociale fondamentale, con l’obiettivo del sostanziale trasferimento dell’identità maschile guerriera in tempo di pace. In particolare la guerra all’Etiopia fu presentata dal fascismo come l’occasione per dimostrare al mondo il carattere e la potenza nazionale proprio in termini di virilità, come nelle parole dello stesso Mussolini: “È una prova nella quale siamo impegnati tutti, dal primo all’ultimo, ma è una prova che collauda la virilità del Popolo italiano. È una prova, o camerati, dalla quale certissimamente usciremo vittoriosi”.

I sentimenti di virilismo e conquista si sono rivelati adatti a risvegliare il desiderio del “posto al sole” nell’animo degli italiani. Come si giustifica il successivo rapido impoverimento e in generale la breve durata dell’entusiasmo di conquista? È un aspetto legato alla tragicità della vita in guerra, o dipende dal superficiale attecchimento della politica fascista in alcuni dei soggetti coinvolti?

Molti rimasero delusi dall’Africa, sia coloro che erano partiti con entusiasmo e fiducia, sia coloro che erano emigrati nelle colonie per bisogno. Fra gli operai e i contadini l’avvilimento fu dovuto soprattutto ai disagi che patirono in colonia e alla fortuna, promessa dal regime, che invece non vi trovarono. Fra i militari, oltre ai disagi e alle difficili condizioni di vita, la delusione fu anche quella di non vedere realizzate le proprie fantasie di avventura, eroismo ed esotismo che avevano plasmato la loro immagine del continente. Il senso di delusione, solitudine, paura espresso in molti degli scritti autobiografici non è quindi necessariamente sinonimo di antifascismo, ma sembra indicare che l’esperienza coloniale smorzò l’adesione di molti al modello coloniale fascista, inteso sia come progetto politico collettivo che come percorso individuale.

Le due figure di viceré, Rodolfo Graziani e Amedeo di Savoia erano opposte: da un lato il vero uomo fascista, virile, forte e deciso, dall’altra l’intellettuale colto, intelligente e accomodante. Secondo gli scritti dei soldati in Etiopia, l’immagine del secondo è stata molto più apprezzata e rispettata. Per quale motivo gli italiani in colonia nutrivano più rispetto per una figura che non corrispondeva all’ideale di virilismo dell’uomo fascista?

Il consenso e la simpatia per la figura del duca d’Aosta confermano l’attecchimento parziale fra gli italiani in colonia dell’idea dell’“uomo nuovo” fascista incarnato da Graziani, ma bisogna precisare che erano diffusi soprattutto fra le generazioni più anziane e fra i cosiddetti “vecchi coloniali”. Quegli ufficiali affermatisi in Africa durante l’età liberale ma che continuarono ad essere impiegati nell’amministrazione delle colonie, ispiravano la loro politica coloniale a principi di comportamento come la rispettabilità, l’autocontrollo, l’equilibrio, e trovarono quindi in Amedeo di Savoia un leader che, dopo gli eccessi e gli errori del governo Graziani, corrispondeva maggiormente alle proprie idee e pratiche.

In Etiopia il comportamento degli italiani subisce un cambiamento quando alcuni di loro scelgono una compagna tra le africane abitanti del luogo, creando così un forte distacco dall’ideologia fascista. Come è possibile che si sia verificata una così forte rottura dai principi che erano stati così accuratamente inculcati in Italia?

Fino al 1935 il fascismo non aveva proibito nelle colonie le relazioni con le donne africane, ma con la conquista dell’Etiopia il regime emanò una serie di leggi per instaurare un sistema di segregazione razziale e cominciò così ad intervenire anche in merito alla vita sessuale degli italiani in Africa. In particolare impose il divieto specifico d’intrattenere relazioni di natura coniugale con le donne indigene, il cosiddetto “madamato”. Queste leggi avevano lo scopo di estirpare proprio le pratiche di concubinaggio e di “insabbiamento” degli italiani, ma non vi riuscirono, se non parzialmente. Come in tutti i contesti coloniali erano molto diffusi i contatti e le relazioni, di varia natura e carattere, fra i colonizzatori e le colonizzate, grazie alla posizione di potere dei primi ma anche ad alcuni vantaggi che le donne indigene ne ricavavano, in termini economici e, nel caso del madamato, anche di ascesa sociale. Era la situazione coloniale in sé a favorire ed incoraggiare queste pratiche e la legislazione razzista imposta del fascismo nel lontano avamposto riuscì solo a stigmatizzare e complicare queste relazioni, ma non ad eliminarle del tutto.

Considerando le possibili contravvenzioni al fascismo che si potevano verificare in Africa, cosa pensavano in merito gli Italiani in madrepatria? Come ricevevano le notizie dall’Etiopia? Attraverso la censura e il controllo fascista o potevano avere notizie dirette dai famigliari?

Questo aspetto è di grande interesse ed andrebbe senz’altro studiato, ma nel mio lavoro mi sono occupata solamente delle opinioni di coloro che soggiornarono nelle colonie. Ho potuto leggere però alcuni diari che narrano della propaganda coloniale in Italia durante il 1935-1936 (che cito nel volume) e da questi testi emergono motivi di dissenso o scarso entusiasmo per il colonialismo, malgrado il regime bombardasse gli italiani di messaggi di entusiasmo e promesse di ricchezze e gloria in Etiopia.

Come ha sottolineato nell’opera, l’immagine stereotipata dell’Africa come una donna da conquistare, e del fascino selvaggio e ferino del continente, è stata largamente ripresa ed enfatizzata dal fascismo. È possibile collegare a questo periodo dell’epoca fascista altri stereotipi presenti ancora oggi nella cultura italiana?

Sulla permanenza nel discorso italiano odierno di stereotipi di origine coloniale, e specificamente diffusi dal fascismo, sarebbe molto interessante avviare uno studio specifico. Finora state fatte solamente alcune ricerche sulle origini dell’immaginario razzista degli italiani, a cui anche il colonialismo nazionale ha dato un contributo rilevante, e quindi è possibile ipotizzare che il discorso fascista sia stato particolarmente importante a questo riguardo, soprattutto attraverso la diffusione dei tabù relativi alle relazioni interrazziali e ai figli di sangue misto, i “meticci”.

Il libro si legge non solo come una cronaca estremamente dettagliata e chiara dei metodi di propaganda fascista, della vera e propria guerra in Etiopia, o delle vicende politiche dell’Italia del tempo, ma anche come un appassionato racconto della vita e dei sentimenti dei militari in colonia, grazie alle testimonianze dirette che lei ha riportato. Quale di questi due aspetti l’ha interessata di più a livello di scrittura e organizzazione dei contenuti nel libro? È un aspetto non così scontato a mio avviso in opere di gender studies, dove spesso l’intento è esclusivamente “tecnico” e documentaristico: è stata una scelta studiata o semplicemente non è stato possibile per lei scindere i due aspetti?

Nonostante l’indubbio fascino delle memorie e dei diari privati, da cui emerge con passione il racconto delle esperienze personali in colonia e che avrebbe forse potuto, di per sé, costituire sufficiente materiale per una ricostruzione storica, in questo lavoro ho scelto deliberatamente di giustapporre a queste fonti soggettive anche altri tipi di fonti (documenti d’archivio, stampa e letteratura) allo scopo di fornire un quadro il più possibile ampio e un’interpretazione in cui la dimensione soggettiva e oggettiva fossero intrecciate e continuamente messe in relazione. Mi interessava infatti indagare sia il piano dell’esperienza che quello simbolico delle rappresentazioni e autorappresentazioni, e, a questo scopo, ho scelto il genere come chiave di lettura delle interazioni in colonia ma anche come categoria che ha informato il linguaggio e il discorso coloniali.

17 Settembre 2007