Verso il grande Ovest: o come Twain chiude i testi dell’espansione statunitense, 1830-60

Il mito della Frontiera americana nasce tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Prima di essere un ideale e una teoria politica, la Frontiera è un genere letterario, che si sviluppa dalla scrittura dei pionieri di origine europea sulla terra dell’Ovest americano. Se il mito della Frontiera sopravvive alla frontiera fisica, così non è per il genere letterario ad esso associato; terminata la stagione delle grandi esplorazioni, con Mark Twain si chiude la stagione epica del racconto di derivazione orale e si apre un nuova età per la narrativa americana.

1. Date

L’uscita, nel 1867, di The Celebrated Jumping Frog of Calaveras County and Other Sketches di Mark Twain costituisce, nella storia dell’umorismo di frontiera, una rottura. La raccolta segna la morte e rifondazione dello Old Southwest Humor. Dopo gli indiani sono svanite anche le leggende del vecchio Ovest: da Mike Fink, lo “half horse and half alligator” della prima navigazione sul Mississippi, al cacciatore Davy Crockett, morto in circostanze un po’ oscure, e forse non del tutto gloriose, a Alamo. Il racconto prevalentemente verbale degli esploratori solitari si prepara a confluire nei nuovi circhi mediatici e perde sostanza l’affabulazione caratteristica del vecchio Ovest. Non è un caso che nel 1867 escano in volume anche gli yarn di Sut Lovingood, nativo del Tennessee. In un’epoca che, come già dice Twain, prelude alla chiusura definitiva della frontiera, l’immaginario Sut dipana storie in dialetto con lo stesso linguaggio esagerato dei suoi predecessori: vanterie spropositate, tall telling, scherzi grossolani, giudizi marcati da un insularismo provinciale e a volte feroce. Come i suoi yarn, però, Sut è tragicamente caratterizzato da una cultura residuale, l’ultimo della sequela di tipi letterari che hanno popolato la frontiera trans-appalachiana. Come dice Walter Blair: “In Sut Lovingood, the antebellum humor of the South reaches its highest level of achievement before Mark Twain.” Per questo, Sut apre con una mano la strada al colore locale, mentre allo stesso tempo raffigura il deposito memoriale cui attingerà nel Novecento la rinascita regionale del Sud. Ed è per la sua feroce innocenza che Sut ha potuto essere amato da William Faulkner e da un’altra scrittrice del Sud come Flannery O’Connor.1

Prendiamo ora come riferimento iniziale il 1836, cioè l’anno in cui Emerson pubblica a Boston la prima edizione di Nature e vedremo che a metà strada fra il 1836 e il 1867 c’è quel 1851 che Matthiessen ha voluto segnare come l’anno in cui si consolida la narrazione nazionale. Nel 1851 escono saggi enormemente influenti anche per la storia della frontiera. Fra questi si segnalano North American Indians di George Catlin e The League of the Iroquois di Lewis Henry Morgan, la prima trattazione sistematica, per consapevolezza ed estensione, delle nazioni indiane dell’Est. I due testi di Catlin e Morgan costituiscono un esempio di scritture che, prodotte dal contatto, anticipano in qualche modo ciò che diventerà a fine secolo, con tutti i suoi meriti e demeriti, un approccio scientifico al problema. Non è, tuttavia, l’unico. Nel discutere le narrazioni che egli definisce “nazionali” – tese, cioè, a costruire il nuovo discorso degli Stati Uniti come nazione coesa – Jonathan Arac ci ricorda anche l’importanza delle grandi narrazioni storiche che si vanno costruendo in quegli anni. Dal 1852 al 1860 escono i volumi dal quarto a settimo della History of the United States di George Bancroft. Nel 1851, intanto, Francis Parkman ha pubblicato The History of the Conspiracy of Pontiac. Il libro segue di due anni una delle scritture più influenti dell’epoca: The California and Oregon Trail, diario di un viaggio da lui intrapreso sul Missouri verso le Rocky Mountains e l’Oregon. Quasi esattamente al passaggio di metà secolo, il testo marca concretamente l’avanzata dell’espansione e racconta come essa corra ora lungo il Missouri, la grande via fluviale che traversa da nord a sud il continente nordamericano –un’affermazione che verrà ripetuta, una cinquantina di anni più tardi, dallo storico Frederick Jackson Turner quando dirà che nei decenni centrali dell’Ottocento la linea dell’espansione si attesta, appunto, lungo il Missouri.

A guardarlo da Ovest, penseremo dunque alla metà dell’Ottocento come all’epoca del Missouri. Non è una coincidenza troppo strana, perciò, che nel 1851 muoia a New York – accompagnato dalle “eulogies” di amici ed estimatori, fra cui primeggia lo stesso Parkman – James Fenimore Cooper, l’inventore del ciclo di Leatherstocking. La frontiera lungo cui si muovono Leatherstocking e i suoi amici mohicani è quella della guerra civile e della “Early Republic”. Essa è racchiusa nei tre romanzi che, negli anni Venti, avevano portato a compimento la prima parte del ciclo: The Pioneers (1823); The Last of the Mohicans (1826); The Prairie (1827), in cui Leatherstocking, sospinto oltre il Mississippi dall’avanzata dei settlement, muore. Ciò nonostante, e nonostante i violenti dissidi che lo hanno visto in causa con parte della stampa dell’età di Jackson, una decina di anni prima di morire Cooper è tornato a furor di popolo a mettere mano al ciclo pubblicando, rispettivamente nel 1840 e 1841, The Pathfinder e The Deerslayer. Pubblicati più tardi, i due romanzi tornano, però, indietro nel tempo agli anni della formazione di Leatherstocking, finendo col costituire una rilettura a distanza dei termini della saga, come a segnare la fine dell’età in cui Leatherstocking ha preso vita.

2. Memorie

Gli anni che separano gli anni Trenta dell’Ottocento dal 1851 possono essere definiti anche quelli in cui gli esploratori dell’Ovest trovano una loro voce autonoma, lasciandosi alle spalle lo “historical romance” alla Cooper. È una voce più inquinata di quella di Leatherstocking, e molto meno romantica. Trova espressione in un gran numero di testi autentici – descrizioni, diari, memorie, guide. Tutti raccontano, spesso in termini utilitaristici, il nuovo territorio che gli Stati Uniti stanno colonizzando e invadendo a ovest del Mississippi. Le rotte seguite sono principalmente quelle che – partendo grosso modo dalla confluenza del Missouri col Mississippi – vanno l’una a ovest, verso l’Oregon, e l’altra a sud ovest verso Santa Fé, in Messico, per poi eventualmente proseguire a ovest e raggiungere la California. Le due grandi rotte commerciali dell’Ovest, l’Oregon Trail e il Santa Fé Trail, prendono dunque il nome dalla loro destinazione. Il processo stesso di denominazione indica come esista una finalità espansiva precisa e dominata da un unico punto di vista, non solo in termini reali, ma anche in termini metaforici. In termini reali perché il punto di partenza è per ambedue le rotte la città di Saint Louis (meglio ancora, forse, la città di Independence) alla confluenza del Missouri col Mississippi. In termini metaforici perché esse sono il risultato di un più vasto progetto espansivo che ha il suo centro nelle esplorazioni ufficiali volute dal governo all’indomani della Costituzione – e nelle spedizioni e stazioni commerciali volute dal grande capitale.

Il nome crea in qualche modo la funzione, definendo l’obiettivo ultimo della ricerca. L’Oregon Trail segue la via aperta all’inizio del 1800 dalla famosa spedizione voluta da Thomas Jefferson e condotta da Lewis e Clark, con lo scopo, appunto, di raggiungere, a nord, l’Oregon e la costa del Pacifico. Il percorso che collega Independence con Santa Fé è consolidato a opera dei grandi mercanti ma viene anch’esso sostenuto dal governo, tanto che nel 1827 è sanzionato ufficialmente dal Presidente Monroe. In entrambi i casi si tratta di atti che autorizzano complessi processi di dislocazione e di esproprio. A nord, c’è l’invasione del territorio indiano, oltre che la competizione con le altre potenze europee, dalla Francia alla Russia. A sud la sottrazione colpisce gruppi indiani stanziali quali i Navajos o i Pueblos e gli insediamenti messicani consolidatisi già da almeno due secoli a opera degli spagnoli (Santa Fé è stata fondata già ai primi del 1600). In entrambi i casi la frontiera non è vuota ma densamente percorsa da flussi diversi di uomini e culture: nazionali e non, metropolitane e non. Così come è avvenuto con il primo passaggio degli Appalachi nella seconda metà del Settecento, le due vie devono passare non solo per ciò che costituisce un formidabile sbarramento montano, ma anche per la cancellazione e la ridefinizione degli insediamenti preesistenti.

Attorno a questi attraversamenti si muovono – negandoli, trasfigurandoli o esaltandoli – la gran parte delle memorie che vanno dalla prima metà degli anni Trenta alla Guerra col Messico del 1846. Queste memorie prendono tutte la veste di racconti di frontiera, anche quando riguardano in effetti viaggi compiuti in aree ormai relativamente sicure. Il fatto è che la frontiera costituisce un vero e proprio genere narrativo che trae i suoi paradigmi dai testi che si vanno producendo nel Paese già almeno da tutto il Settecento. Questi ultimi possono raggrupparsi in due tipi fondamentali: da un lato, ci sono i giornali che rendono conto delle spedizioni commerciali o delle osservazioni dei naturalisti, o di un miscuglio delle due (questi includono spesso descrizioni dei costumi indiani). Dall’altro lato, ci sono le narrazioni autobiografiche che, passate attraverso i racconti di prigionia indiana (captivity narratives), approdano a un primo risultato con la nota autobiografica di Daniel Boone pubblicata da John Filson a fine Settecento. Queste narrano, in genere in prima persona, l’esperienza della wilderness. I testi che parlano della “linea del Missouri” riprendono, mescolano ed elaborano tutti questi modelli.

Il loro numero è ampio. Se prendiamo come anni di riferimento quelli che vanno dal 1832 – anno in cui Benjamin Bonneville guida la spedizione descritta da Washington Irving – alla prima metà degli anni Cinquanta, conteremo ben più di una trentina di testi autentici, che riguardano le Rocky Mountains, la California, l’Oregon Trail e il Sudovest. A questi va aggiunta la produzione letteraria minore – romanzi, racconti, sketch, oltre a raccolte di canzoni e leggende della guerra messicana. Ci sono, poi, le biografie popolari di Kit Carson che, nella seconda metà dell’Ottocento, ne ingrandiranno la leggenda, attingendo alle memorie manoscritte, rimaste inedite fino al 1926. Un cenno a parte meritano, infine, le Guide a uso degli emigranti che, fra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, costituiscono un vero genere letterario che mescola informazioni, memorie, brevi schizzi di colore. Le Guide riguardano sia l’Oregon che il Southwest e la California. Fra le più note si possono citare quella di Lansford Hastings sull’Oregon e la California, o la guida del Great West di Charles Dana o le numerose guide delle Rocky Mountains pubblicate per tutti gli anni Quaranta.

A riprova del fatto che, a sud, la linea di resistenza del Missouri trova prolungamento in Messico, e di lì in California meridionale, molte delle memorie di questo periodo riguardano il Santa Fé Trail e il Sudovest. È lì che si sta verificando uno dei passaggi più importanti della costruzione nazionale, con le vicende che, a partire all’incirca dagli anni Venti dell’Ottocento sono poi sfociate nella Guerra col Messico e nel trattato di Guadalupe Hidalgo del 1848. Col trattato, gli Stati Uniti si sono annessi l’ampia porzione di territorio che costituisce il Sudovest, imponendovi progressivamente le istituzioni e la cultura anglofona. Se, nell’epoca che prepara il rinascimento americano, la frontiera si attesta lungo il Missouri, essa si attesta, però, anche all’altezza della contesa imperialistica sul Sudovest. Si veda, ad esempio, come il New York Herald stabilisce nel 1847 i termini della contesa, enunciando con chiarezza i capisaldi dell’ideologia del “manifest destiny”. Al centro del discorso ci sono non le popolazioni, ma la geografia:

The pioneers of Anglo-Saxon civilization and Anglo-Saxon free institutions now seek distant territories stretching even to the shores of the Pacific; and the arms of the republic, it is clear to all men of sober discernment, must soon embrace the whole emisphere, from the icy wilderness of the North to the most prolific regions of the smiling and prolific South.2

Di qui le storie che ruotano attorno alla questione messicana. È interessante che riemerga qui quello stesso Timothy Flint che, saggista e giornalista, ha già contribuito ampiamente alla narrazione nazionale con le storie della frontiera trans-appalachiana. Dopo aver scritto estesamente delle guerre indiane in Kentucky e aver dato alle stampe una biografia di Daniel Boone di dubbia autenticità, ma molto influente nell’ingrandirne la leggenda, Flint raccoglie e cura nel 1833 The Personal Narrative of James O. Pattie of Kentucky. In essa, Pattie racconta sei anni di avventure in Messico e nel Sudovest. Coprendo un arco di tempo abbastanza esteso, la narrativa di Pattie mostra come fossero strutturati e interconnessi i traffici che animavano ambedue le rotte dell’Ovest. Egli parte, infatti, giovanissimo con il padre per commerciare pellicce verso l’Oregon. Una volta sul Missouri i due scoprono di non poter proseguire perché non autorizzati a intrattenere affari con gli indiani. Decidono allora di unirsi a una spedizione diretta a Santa Fé. A Santa Fé si fermano e, per tre anni, si occupano di attività varie (una miniera di rame, pellicce), finché non decidono di spostarsi ancora più a Ovest. Dopo un viaggio faticosissimo e molti scontri con gli indiani raggiungono la missione di Santa Catalina, nel sud della California. Il governatore messicano di San Diego li fa arrestare con l’accusa di spionaggio a favore di una delle fazioni locali. A differenza del padre, il giovane Pattie sopravvivrà al carcere e riuscirà fortunosamente a tornare negli Stati Uniti passando per il Messico e risalendo di lì il Mississippi fino in Ohio.

La storia di Pattie disegna l’intera mappa del territorio a ovest del Mississippi e costituisce, in questo senso, un testo chiave per la comprensione di quel territorio e dei legami che lo connettono da un lato agli Stati Uniti e dall’altro al Messico e alle altre potenze coloniali. Essa, tuttavia, è rappresentativa anche per altri motivi. In primo luogo, ci sono i giudizi sugli indiani e sui messicani. Si tratta di giudizi marcatamene negativi: gli indiani delle pianure odiano, per loro natura, i bianchi; i messicani sono indolenti. Pattie segue qui stereotipi in seguito ripetuti, ricorrendo anche a quello esemplificato più tardi dal New York Herald, per cui il Sudovest dovrebbe essere occupato da “an enlightened, enterprising and industrious people”. A questo si aggiunge un’affermazione certo condivisa da Flint e che sarà un leit motiv della guerra col Messico: gli Stati Uniti sono una terra felice perché hanno da offrire “the priceless blessings of […] liberty”.

Accanto al contenuto del racconto, ci sono i suoi caratteri formali. La struttura del testo è composita; in modo abbastanza caratteristico, la “narrative” è completata da una serie di brevi capitoli (”articles”) sul commercio con il Messico e le sue caratteristiche geopolitiche. Questo ci porta a un altro elemento di interesse, forse il più importante dal punto di vista letterario. La composizione del volume rimanda al contributo di Flint come curatore e alla sua opera di mediazione fra Pattie e il pubblico nazionale. Il problema è ricorrente nei casi in cui chi racconta sia illetterato in inglese e si ripresenta, come noto, non solo nelle biografie dei pionieri, ma anche nelle memorie e biografie indiane dell’Ottocento. In questo senso, le narrative dei pionieri finiscono col costituire il banco di prova di un intero genere nuovo, quello delle biografie “come narrate a”; in esse, fra la fonte del racconto e il pubblico si interpone un mediatore alfabetizzato che funge da schermo. Il ruolo del mediatore è tanto centrale che, nell’ambito di questo genere letterario particolare, le narrative dei pionieri costituirebbero, secondo Krupat, una forma intermedia e il modello che permette di contenere nella letteratura nazionale anche le memorie indiane. Nel caso di Pattie, come in quello di Boone, è proprio dalla mediazione di Flint che potrebbero discendere, fra l’altro, parte delle numerose “inaccuracies” che il curatore dell’edizione del 1966 attribuisce a una possibile “fault of memory” dovuta alla modalità di narrazione: “Pattie did not keep a journal but told his story afterward to the Reverend Timothy Flint, who edited it for publication”. Si può dire, in altre parole, che la struttura narrativa di Pattie somigli a ciò che in letteratura viene denominato struttura a quadro, con un narratore esterno in lingua standard che contiene e giustifica il racconto più o meno dialettale del suo informatore.

Dall’Ovest arrivano, ovviamente, anche narrazioni non mediate. Alcuni anni dopo Pattie, approda in California Joseph Walker, con ben altri esiti ufficiali. Walker è partito al seguito di Bonneville e se ne è separato per condurre una ricognizione verso sud e il lago salato. Di lì ha attraversato la Sierra Nevada giungendo a Monterey, poco più a sud di San Francisco, per poi tornare a Est traversando il passo che da lui prende nome. Alla spedizione di Walker partecipa Zenas Leonard, cui si deve, nel 1839, la Narrative of the Adventures of Zenas Leonard, Fur Trader. Written by Himself, una memoria che ha più successo di quella scritta dallo stesso Walker. Il successo è dovuto forse anche alla qualità letteraria della scrittura che, per elaborazione di linguaggio e figure, giustifica ampiamente quel “written by himself” che qualifica la Narrative. A titolo esemplificativo si può riportare il passo suggestivo in cui Leonard racconta dell’arrivo in prossimità del Pacifico:

This night we encamped on the bank of the river […] Soon after we were startled by a loud distant noise similar to that of a thunder […] our men were much alarmed, as they readily supposed it was occasioned by an earthquake, and they began to fear that we would all be swallowed up in the bowels of the earth [...] Capt. Walker, however, suggested a more plausibile cause, which allayed the fears of the most timid. He supposed that the noise origined by the Pacific rolling and dashing her boisterous waves against the rocky shore [...] The idea of being within hearing of the end of the Far West inspired the heart of every member of our company with a patriotic feeling for his country’s honor [...] we had stood upon the extreme end of the great west…3

La narrazione è frutto qui di un complicato movimento retorico. Scrivendo nel 1839, Leonard rinnova lo stupore di Colombo alla vista del nuovo continente, connettendo il semplice sentimento di orgoglio nazionale dei suoi compagni con lo stupore di aver raggiunto non solo la fine del “grande Ovest” ma, forse, la fine del mondo. Non solo: il passo risuona anche della ricerca del passaggio a Ovest che Humboldt considerava la via dell’Asia e che segnerà in effetti il destino della California – la porta “dorata” perché posta sulla sponda del Pacifico. È significativo in tal senso che uno dei libri più importanti che, negli anni Quaranta, parlano ampiamente di California sia scritto dal punto di vista dell’arrivo in nave dal Capo di Buona Speranza. Benché Two Years Before the Mast del New Englander Richard Henry Dana (1840) appartenga al filone dei racconti di mare, anticipando semmai la narrativa di Melville, il grande successo di pubblico lo ha reso, infatti, anche un veicolo di propaganda sulla possibilità di nuovi insediamenti in California.

Il testo forse più importante sul Santa Fé Trail segnala già dal titolo il suo statuto non narrativo. I due volumi che compongono Commerce of the Prairies, or the Journal of a Santa Fé Trader di Josiah Gregg escono nel 1844 preceduti da un prefazione in cui lo stesso Gregg autentica il contenuto affermando che esso è il risultato esclusivo delle sue “personal observations” o delle “manuscript maps kindly furnished me by experienced and reliable traders and trappers”. Allo scopo di dare “greater compactness to the work, and rilieving the journal, as far as possibile, from cumbrous details and needless repetitions”, il testo alterna di conseguenza capitoli di ricordi e avventure personali a capitoli dedicati a singoli argomenti (la storia di Santa Fé, la geografia e i costumi del New Mexico, le miniere, e così via) presentandosi come una trattazione sistematica offerta in un linguaggio il più possibile diretto. L’effetto è ulteriormente accentuato dal fatto che il primo capitolo racconta “the origin and progressive development of the Santa Fé trade”, con la storia degli uomini che per primi ne aprirono la via, inclusi Pike o il Colonel Marmaduke che nel 1844 era vice-governatore del Missouri e che nel 1824 aveva partecipato alla prima spedizione con carri verso Santa Fé. La finalità principale del libro è indubbiamente quella di fornire ai coloni informazioni sul Messico e il Sudovest, allo scopo di attrarre insediamenti anglos in una regione che si auspica venga presto liberata dalla presenza degli indiani. E tuttavia bisogna prestare attenzione anche qui ai caratteri formali e alle influenze letterarie. Non sembra un caso che Gregg faccia, a tratti, riferimento aperto a Cooper. Particolarmente significativa la metafora della prateria come “oceano”, una figura già utilizzata da Cooper in The Prairie: “the grand <prairie ocean>”, la chiama Gregg al capitolo IV, riferendosi al fatto che a tratti non si vede “a single landmark” per decine di chilometri. Le influenze letterarie sembrano presenti anche nei capitoli che dicono dei contatti, pacifici e non, che le varie spedizioni hanno avuto con sioux e pawnee. In questi casi, la narrazione è intessuta di eventi testimoniati in prima persona, ma anche di storie tramandate o di considerazioni personali sui rischi dell’incontro. Con una spinta verso il gusto della narrazione che finisce col produrre perfino qualche concessione, seppur cauta, alle ragioni degli indiani, come avviene nel caso di quel capo pawnee ucciso a tradimento da un pueblo, mentre, da solo, tentava di aprire un dialogo con la “company of traders” cui il pueblo si accompagnava. Ed è degno di nota che, come in Cooper, a sparare sia non un bianco ma un altro indiano. Nella miglior tradizione del ”vanishing Indian”, l’ucciso è un capo forse nobile ma che cade vittima della lotta intertribale.

Per concludere, è necessario almeno menzionare le due relazioni ufficiali, una sull’esplorazione del Missouri e delle Rocky Mountains e l’altra su quella dell’Oregon e della California settentrionale, scritte rispettivamente nel 1842 e 1843-44 da John Frémont, in missione ufficiale per il governo. In ambedue i casi, un diario è seguito da una serie di appendici e incorniciato da un rapporto iniziale indirizzato sotto forma di lettera “to Colonel J.J. Abert, Chief of the Corps of Topographical Engineers”. L’impianto ingegneristico delle due relazioni è messo in rilievo dalla struttura, che sembra riprendere la forma delle relazioni di Lewis e Clark. In particolare, le appendici, scritte a volte da altri, contengono informazioni che riguardano la flora, la geologia, i reperti organici raccolti in Oregon e California, una serie di osservazioni astronomiche e una tavola delle distanze. Frémont puntualizza minuziosamente l’uso di strumenti affidabili (“good instruments”) e il ricorso, ove necessario, al parere di esperti. Dal punto di vista formale, è interessante il frequente ricorso a riporti verbatim, segnalati ovunque dal corsivo; tali brani di discorso altrui possono essere in inglese o anche in altre lingue a dimostrare ancora una volta la molteplicità di presenze lungo la frontiera. Come già detto, si tratta di presenze che la narrazione nazionale ha per lo più rimosso; senza, tuttavia, riuscire a cancellarne ogni traccia.

3. Naturali del luogo

Facciamo un salto in avanti nel tempo. La retorica sviluppata lungo al frontiera riemerge chiara nell’intervento con cui, nel luglio 1893 a Chicago, Frederick Jackson Turner invitava l’American Historical Association a rovesciare il punto di vista sulla storia degli Stati Uniti spostandolo dalla roccaforte dei tredici stati atlantici verso l’interno del Paese: “The true point of view in the history of this nation is not the Atlantic coast, it is the great West”.4 Il progetto avrebbe segnato pesantemente negli anni successivi non solo lo studio della frontiera e dell’espansione a ovest, ma anche l’intera ricerca storiografica, accentrando in maniera emblematica l’intera storiografia del Paese con un intervento per alcuni versi simile a quello che, una quarantina di anni dopo, farà chiamare a Matthiessen “rinascimento americano” gli anni che vanno dal 1850 al 1855. È significativo che, così come avviene con Matthiessen, il testo di Turner derivi la sua forza anche dalle sue virtù letterarie. Ambedue gli autori sono stati capaci di costruire non solo una grande ipotesi interpretativa, per quanto controversa, ma anche una grande narrazione. La spinta che deriva dalla forma narrativa è irresistibile nel citatissimo passaggio che accoglie in pieno, e consolida, l’idea che sia esistita, in Nordamerica, una frontiera vuota e aperta alla penetrazione:

Each type of industry was on the march toward the West, impelled by an irresistible attraction. Each passed in successive waves across the continent. Stand at Cumberland Gap and watch the procession of civilization, marching single file—the buffalo following the trail to the salt springs, the Indian, the fur-trader and hunter, the cattle-raiser, the pioneer farmer—and the frontier has passed by. Stand at South Pass in the Rockies a century later and see the same procession with wider intervals between (12).

Quello, tuttavia, che mi interessa più da vicino è quanto Turner ha affermato poco prima:

The United States lies like a huge page in the history of society. Line by line as we read this continental page from West to East we find the record of social evolution. It begins with the Indian and the hunter; it goes on to tell of the disintegration of savagery by the entrance of the trader, the pathfinder of civilization; we read the annals of the pastoral stage in ranch life; the exploitation of the soil by the rising of unrotated crops of corn and wheat in sparsely settled farming communities; the intensive culture of the denser farm settlement; and finally the manufacturing organization with city and factory system (11).

Cruciale è l’espressione “disintegration of savagery”. Lì sorge, secondo quanto dice Turner, l’uomo dell’Ovest, definito “pathfinder”, proprio come il Leatherstocking della seconda fase. L’idea enunciata ha una lunga storia scritta e Turner usa espressioni pesanti in termini di studi storici e culturali, spostando l’attenzione dalla discendenza “tedesca” ed europea, cara alla “genteel tradition”, al movimento verso l’interno del Paese: “Not the old Europe, not simply the development of Germanic germs”, ma un “new product” originale (4), il risultato, ai margini dell’espansione, della “disintegration of savagery”. Fermenti nuovi, si potrebbe dire con l’economista marxista Loria da cui Turner dichiara di prendere le mosse, sul cadavere non dell’idealismo tedesco, ma del territorio inesplorato delle colonie. Questa torsione interpretativa è stata respinta e criticata, con argomentazioni molto estese. In particolare, c’è lo strumentalismo nei confronti delle popolazioni indiane che abitavano il continente prima degli europei. L’opera di distruzione ecologica e genocidio che ha spazzato via il sistema di vita degli indiani ha lasciato un sedimento di punti di vista impossibili da ridurre ai termini di “a series of Indian wars” e la riduzione è semmai funzionale alla costruzione narrativa; è funzionale cioè a mantenere intatta l’immagine di “frontiere successive” che, come ondate, marcano per Turner l’attestamento e l’avanzata della storia statunitense e nordamericana.

Le esplorazioni e i commerci a Ovest non sono scorribande di individui isolati cui la “disintegration of savagery” apporta una nuova e più alta qualità di individualismo e la leggenda dello “hunter” tende a dissolversi quando viene osservata più da vicino. L’espansione unifica in uno sforzo cooperativo più o meno precario attori sociali ed economici con interessi contrastanti che coesistono, lottano e negoziano per la spartizione della ricchezza e del territorio. È noto, ad esempio, come dietro a uno dei più famosi “removals” della frontiera trans-appalachiana - quello che ha spinto Daniel Boone a lasciare il Kentucky per spostarsi in Missouri - non vi sia il proverbiale desiderio di avere più “elbow room” attribuitogli da Flint, ma la perdita dei diritti di proprietà che pensava di aver consolidato quando esplorava il Kentucky. L’aspettativa di conquistare la frontiera si rivela, per Boone, veramente fatta della materia del sogno, mentre gli interessi reali si consolidano nelle mani di ben altri e più potenti attori. Allo stesso modo, l’altro leggendario cacciatore trans-appalachiano, David Crockett, andò in Texas non per lottare contro la tirannia messicana, ma nella speranza di diventare governatore, continuando a inseguire il miraggio di un privilegio e prestigio sociale visto svanire negli stati dell’Est.

La libertà del cacciatore, in altri termini, è un’invenzione romantica e non è vero che un presunto sviluppo umano possa essersi disposto lungo il continente americano, quasi a trasferire nello spazio le fasi che in Europa si sarebbero succedute nella storia, dai primi uomini fino alle formazioni capitalistiche. Ciò che dice Loria, che l’America può fornire “the key to the historical enigma which Europe has sought for centuries in vain, and the land wich has no history reveals luminously the course of universal history”, è una pura astrazione e, a sua volta, una figura retorica. Così come è figura retorica vedere la formazione degli americani come l’emergere di nuove forze dalla decomposizione di un territorio vergine. Perfino a voler ignorare le popolazioni in precedenza stanziate su quel territorio, la “disintegration of savagery” non ha rappresentato per i singoli “pathfinders of civilization” un percorso lineare. Nell’intervento del 1893, Turner prende le mosse dal fatto che il Superintendent del censimento per il 1890 dichiara che le aree non colonizzate (dagli europei) sono ormai così sparse e discontinue nel corpo del continente da far dichiarare chiusa l’epoca della Frontiera, facendola escludere ormai come elemento definitorio in termini di censimento. Tutto il territorio dall’Atlantico al Pacifico è ormai occupato e colonizzato e non ci sono più, a Ovest, terre libere dalla popolazione bianca. Il 1890 chiude, quindi, la prima e più lunga fase espansiva del Paese. Segna anche, con il compiersi del secolo, la fine di un ciclo letterario che, a partire dalla dimensione eroica romanzesca, e attraverso la riflessione sulla fondazione nazionale prima e la nostalgia poi, è approdato al colore locale. All’altezza di questo passaggio, “The Significance of the Frontier” adombra in termini talmente precisi alcuni dei capisaldi della letteratura che fa riferimento all’Ovest da svelare come quest’ultima sia in Turner una precisa influenza. La disposizione dei fatti (la narrazione) sembra infatti una revisione tanto più capace di affascinare in quanto è capace di ricevere forma dalla retorica precedente, contribuendo a sua volta a darle forma in un processo di rilettura e “significazione”.

In termini letterari, ci si può riferire a questo avvicendamento come a una contesa sulle possibilità di naturalizzazione, sia come “naturalizzazione” della conquista e della organicità del nuovo destino nazionale (ritenere una verità incontestabile, di natura, il “destino manifesto”) sia come possibilità di costituire un sistema ecologico che accomodi di volta in volta i nuovi arrivati. Usata così, la parola naturalizzazione è contigua al termine “nativi” ma non vi si sovrappone e anzi lo contraddice. Implica, infatti, un legame profondo con l’ambiente, costruendo una specie di processo circolare che va da “nome” a “natura”: il legame è profondo perché all’atto stesso di denominarlo lo si “naturalizza”; esso, d’altro canto, può essere “naturalizzato” proprio perché è profondo. È un legame, d’altro canto, che non sembra subordinare l’appartenenza e l’accesso al dato direttamente anagrafico della nascita. Suggerisce, semmai, che il diritto di partecipazione all’ambiente è il risultato di una intenzione, anzi della intenzionalità per cui un soggetto si lega a un suo scopo; un “io” a un “non io”, come dice Emerson in Nature, un “io” alla “natura”.

Il diritto a essere considerati “naturali del luogo” è, tuttavia, ancora all’epoca di Emerson, oggetto di negoziazioni e narrazioni complesse e diversificate. È un processo di ricerca e formazione cui appartengono le numerose memorie biografiche e autobiografiche della frontiera e esempi di arte verbale quali il tall telling. Come dimostra eloquentemente la vicenda di David Crockett, inoltre, la contesa non si ferma sulla frontiera delle definizioni culturali. Al contrario, essa si intreccia strettamente con la guerra di conquista e il genocidio prima, e con il contenzioso giuridico sulla proprietà del territorio poi. Non è un caso che The Pioneers di Cooper si apra con una discussione fra il cacciatore Natty Bumppo e il giudice Temple sul diritto di Natty di cacciare sulle proprietà che il giudice rivendica sue. Il senso dell’appartenenza è configurato qui come uno scontro fra due modi diversi di intendere il rapporto col territorio; tale rapporto è un diritto di accesso e di uso per Natty, mentre per il giudice è un titolo proprietario e di valorizzazione. In questo senso le contemporaneità che si stabiliscono nel 1836 e nel 1851 invitano irresistibilmente a mettere in questione il modo in cui le storie della frontiera si ingranano nella narrazione nazionale che sfocia in Turner nel 1893. Qui sotto lo farò riferendomi a una morte annunciata, ma non per questo meno “uncanny”: quella dell’orso che è al centro di “The Big Bear of Arkansas”.

4. “Pioneers of free institutions”

Nel 1836 muore a San Antonio David Crockett, in uno scontro armato con l’esercito messicano. Come accennato sopra, Crockett si trova al crocevia del Texas sulla spinta di un suo fallimento personale. Ha, infatti, alle spalle il progetto politico che, in quanto rappresentante dell’uomo comune e voce dell’Ovest, lo ha accomunato alle nascenti fortune del Presidente Jackson. Quello stesso progetto era destinato a decretarne la fine. Forse anche sopravvalutando la propria importanza e peso politico, Crockett aveva preso, in contrasto col Presidente, posizioni individuali – fino ad opporsi allo “Indian Removal Act” del 1830. Nel 1831 il partito lo abbandona e Crockett viene utilizzato per un po’ dai conservatori in funzione anti-Jackson, per poi essere messo alla porta anche da loro. Nel 1835, è di nuovo solo e privo di amicizie politiche, sospinto nello stesso stato di indigenza cui la carriera a Washington sembrava averlo sottratto definitivamente. Gli rimane una dubbia fama che deriva dagli sketch e autobiografie dovuti a “ghost writers” di varia denominazione. In essi, figura alternativamente come portavoce dell’uomo comune, oppure come protagonista leggendario di tall tales o come squatter – uno spossessato di frontiera rozzo e inaffidabile. L’ambivalenza si riflette nella biforcazione stessa del nome: da un lato il Davy dei racconti di frontiera, dall’altro David Crockett, l’uomo politico dell’Ovest che l’Ovest rappresenta al Congresso. È una divisione che David cerca di esorcizzare pubblicando nel 1834 una “narrative written by himself” che detti i termini della sua figura pubblica.5

La Narrative non lo riabilita, ma segna forse l’avvio del progetto che lo porterà in Texas con la speranza di imporsi e presentarsi alle elezioni a governatore. In Texas, troverà, invece, una morte inaspettata quando il generale Santa Ana cattura la missione fortificata nota come “Alamo”. La vicenda si intreccia con l’epoca. Lungi dal seguire il progresso delle epoche adombrato da Turner, l’identità divisa e i progetti disordinati di Crockett narrano una storia di rimozioni violente e intrecciate. Di queste alcune riguardano direttamente l’appropriazione del territorio: l’allontanamento dei coltivatori poveri, sospinti dalla legge ai margini della frontiera appalachiana e meridionale; lo “Indian removal”, che decretò lo spossessamento e la rimozione forzata di tutte le nazioni indiane stanziate a Est del Mississippi (1830) sfociando in una delle tragedie più grandi della storia moderna; la sottrazione dei diritti di proprietà nel “nuovo” Sudovest della guerra col Messico. Altri “removals” ancora riguardano la stratificazione e la dislocazione degli elementi che dovrebbero rendere possibile l’identificazione nazionale, cosicché i protagonisti della letteratura di frontiera finiscono – un po’ come il Leatherstocking di James F. Cooper – col vagare al di fuori dei confini della narrazione collettiva. Per Crockett a questo va aggiunta la dislocazione dell’inquietudine disperata che segue il successo, e poi il fallimento, nel mondo della rappresentanza politica. È una storia, nel suo complesso, di avvicendamenti tragici; soprattutto, è una storia di avvicendamenti irrisolti che sembrano tornare su se stessi.

Questa storia lascia tracce pesanti nelle narrazioni locali che, a partire dalle imprese di Davy Crockett, preparano il terreno per Huckleberry Finn, vale a dire per il romanzo che segna, secondo la nota affermazione di Hemingway, l’inizio della letteratura “americana”. Dislocando completamente l’esistenza degli indiani, la voce di Huck diventerebbe il deposito della lingua “nativa”, differenziando definitivamente l’inglese americano da quello britannico e raccogliendo i frutti della lingua che, a volte tragica e a volte sgangherata, si è venuta costruendo nell’Ottocento. Torniamo alle date che segnano i confini già indicati in apertura. Nella loro antologia del 1983, Walter Blair e Raven I. McDavid jr. includono alla voce “Frontier Storytellers” tredici autori, coprendo un arco di tempo che va dal 1830 circa di Hamilton C. Jones al 1867 in cui George Washington Harris pubblica gli yarns di Sut Lovingood. L’area geografica coperta va dal North Carolina di Cousin Sally Dilliard (Jones) al Tennessee di Davy Crockett, al Mississippi delle storie di Henry Clay Lewis o del Simon Suggs di Johnson Jones Hooper (il cui motto molto significativo è: “It is good to be shifty in a new country”, 69) o ancora alla Georgia, o all’Arkansas di Thomas Bangs Thorpe.

A Thorpe si deve, appunto, “The Big Bear of Arkansas” (1841), considerato unanimemente non solo un capolavoro del Southwest Humor, ma anche un testo di prima grandezza della letteratura statunitense nell’Ottocento. Secondo Blair e McDavid, “between 1930 and 1979, it has been the humorous story of its period most often anlyzed and praised by scholars and critics”, un punto di riferimento anche per Faulkner:

When a graduate student told William Faulkner that he believed he saw a resemblance between Thorpe’s tall tale and Faulkner’s famous story “The Bear,” the novelist “looked surprised” and then said, “That’s a fine story. A writer is afraid of a story like that. He’s afraid he’ll try to rewrite it. A writer has to learn when to run from a story.6

La struttura è quella del racconto incassato o a cornice, dovuta anche alla necessità di far misurare al lettore dell’Est la distanza con la modalità delle storytelling di frontiera. Il narratore incassato, Jim Doggett, racconta in dialetto la sua caccia a un orso gigantesco che lo attrae ripetutamente sulle sue tracce per poi beffarlo sparendo nel nulla. Nel corso del racconto, l’orso assume progressivamente i caratteri di una creatura leggendaria fino alla sorpresa finale, preparata da un mutamento di tono e linguaggio che si sposta progressivamente verso l’orso e, con l’orso, verso il sovrannaturale. Alla fine, l’orso muore. Non muore, però, come sarebbe di scuola nella letteratura di frontiera, perché ha trionfato il cacciatore. Muore perché, come dice Doggett, è “arrivata la sua ora”. È qui che avviene l’inversione centrale, che rende il racconto di Thorpe un passaggio chiave nella storia letteraria della frontiera. La morte beffarda dell’orso diventa un movimento ambivalente di offerta di sé e negazione che fissa in un’unica figura i processi di dislocazione e rimozione che, nell’espansione a Ovest, marcano l’intera area del contatto, affermando la distruzione dell’altro, ma negando anche la possibilità dell’incontro. La figura assume i connotati di una privazione anche per Doggett e per questo prende letteralmente la forma di un’esitazione; sia perché l’orso muore proprio quando Doggett ha momentaneamente abdicato alla caccia (è fuori per defecare), sia perché il giudizio finale sull’evento viene pronunciato dopo una ripresa e una correzione nel racconto. È una pausa cruciale e questa, coerentemente con la caratterizzazione di Jim Doggett, si esprime in primo luogo come esitazione linguistica:

But stranger, I never like the way I hunted and missed him. There is something curious about it I could never understand—and I never was satisfied at his giving in so easy at last. Perhaps he had heard of my preparations to hunt him the next day, so he just come in, like Capt. Scott’s coon, to save his wind to grunt with in dying. But that ain’t likely. My private opinion is, that the bear was an unhuntable bear, and died when his time come.

Se la domanda rilevante sul racconto di Thorpe è perché l’orso muoia, si può rispondere con lo stesso tipo di movimento che permette a Sundquist di trovare la chiave di lettura di Benito Cereno. La morte dell’orso crea un vortice grottesco analogo a quello che, fra la nave di Delany e quella del capitano spagnolo, precede l’agnizione. È lo stesso vortice confuso di violenza e successive dislocazioni che, lungo le linee della frontiera, vedono le voci dei “newcomers” prendere immancabilmente il sopravvento su quelle dei nativi (per quanto si tratti di nativi recentemente impiantati), ostacolando e inquinando il processo di radicamento. Sarà perciò necessario tornare a indagare questo processo, di quali preoccupazioni esso sia espressione e a spese di chi abbia trovato, in ultimo, un pubblico. Di questo si occupa Mark Twain all’indomani della guerra di secessione.

6. Mark Twain ad Angel’s Camp

“The Celebrated Jumping Frog of Calaveras County” esce per la prima volta a stampa nel 1865, sul Saturday Press di New York con il titolo “Jim Smiley and His Jumping Frog”. Il nucleo della narrazione è parte di un repertorio orale (storytelling) che molto probabilmente Twain ha effettivamente ascoltato ad Angel’s Camp, in California nel 1864. Il racconto vero e proprio è presto detto. Jim Smiley di Angel’s Camp possiede una straordinaria rana saltatrice, che ha l’abitudine di far gareggiare con altre allo scopo di scommettere. Un giorno, arriva al campo uno straniero che Smiley sfida, confidando sulla sua ingenuità. Lo straniero accetta e, rivelandosi più furbo del previsto, imbroglia Smiley perché trucca la gara appesantendo il povero “jumping frog” con una manciata di pallini da caccia e vincendo, di conseguenza, la scommessa. Come in “The Big Bear of Arkansas”, e in molta parte dello Old Southwest Humor, il racconto è un racconto a cornice. Il narratore che incontriamo per primo nel testo è un “io” anonimo e scorporato che utilizza una varietà colta dell’inglese standard e che, per di più, non sta raccontando oralmente, ma sta scrivendo, come dichiara egli stesso in un paio di passi: “And I hereunto append the result” e, poco sotto, “the monotonous narrative which follows this paragraph”. Di lui sappiamo ben poco altro, salvo che è lì per ottemperare alla “request of a friend of mine, who wrote from the East” chiedendo di cercare un tal Leonard Smiley, un’informazione chiaramente volta a suggerire che il narratore proviene dalla costa atlantica.7

Sul problema dell’appartenenza si innesta il primo tema forte su cui gioca l’insieme del racconto, istituendo il primo elemento di revisione rispetto alla tradizione - la prima differenza con “The Big Bear”. La scena si è spostata a Ovest, in un campo minerario californiano dei tardi anni Quaranta dell’Ottocento (Twain dirà di aver sentito la storia nel 1848); qui la giustapposizione fra “naturali” del luogo e stranieri di passaggio è rappresentata come un confronto-scontro. Nel contesto del campo, il confronto è fra l’Ovest delle miniere e l’Est pervaso dalla “genteel tradition” della costa atlantica. Il confronto-scontro è da intrecciare con la seconda differenza. Si tratta di una differenza cruciale che ci porta fuori dalla modalità tradizionale del racconto incassato. Il narratore principale di Twain non riceve una storia in prima persona, ma in terza: a parlare non è Smiley, ma un tal Simon Wheleer. Ciò crea, ovviamente, una distanza. Wheleer, ad esempio, caratterizza Smiley così come il narratore principale ha caratterizzato Wheleer. Non dà, al contrario, troppe indicazioni sul “foreigner” del quale riporta solo i molti silenzi e poche battute fra cui la fulminante osservazione finale: “I don’t see no p’ints about that frog that’s any better’n any other frog”. Ne risulta che alla fine del racconto avremo due coppie di individui contrapposti: Smiley e il suo straniero e Wheleer e il nostro visitatore dall’Est.

Le due coppie sono collegate fra loro da un gioco di corrispondenze complesse, primo fra tutte il fatto che in ambedue i casi riceviamo un ritratto molto vivido del personaggio nativo mentre conosciamo lo “outsider” solo per il modo in cui quest’ultimo entra nel contesto di un gioco. Sappiamo, infatti, che anche il narratore principale è vittima inconsapevole di un “practical joke”, uno scherzo dalle conseguenze pratiche, di quelli cari alle narrazioni umoristiche di frontiera. Lo dice egli stesso in apertura della narrazione: “I have a lurking suspicion that [my friend conjectured that old Wheleer] would go to work and bore me to death with some exasperating reminiscence of him”. Se lo straniero di Smiley è entrato nell’azione e ha interpretato e volontariamente sovvertito le regole locali del gioco, il nostro narratore è incapace di farlo e per questo rimane a tutti gli effetti un osservatore esterno. Questa è anzi la condizione perché riesca uno scherzo che ha origine a Est. Se il narratore trovasse interessante o divertente la storia di Wheleer, l’amico avrebbe fallito. Se il narratore, in altre parole, entrasse nelle regole del gioco locale ci sarebbe un processo di istruzione che annullerebbe sia l’amico, vanificandone lo scherzo, sia la storia, diluendone il senso. Questo, ovviamente, non è quello che vuole Mark Twain. E infatti il narratore principale manifesta grave fastidio non solo per l’insistenza di Wheeler, ma anche per le modalità del racconto. Il passo merita una citazione più lunga:

Simon Wheeler backed me into a corner […] and then sat me down and reeled off the monotonous narrative which follows [...]He never smiled, he never frowned, he never changed his voice from the gentle-flowing key […] he never betrayed the slightest suspicion of enthusiasm, all through the interminable narrative there run a vein of impressive earnestness and sincerity which showed me plainly that [...] he regarded it as a really important matter and admired its two heroes as men of transcendent genius in finesse.

L’insistenza sul modo della narrazione indica che “The Jumping Frog” è non solo il racconto di un racconto, ma anche il racconto delle convenzioni che, attraverso tutto il Paese, regolano l’arte di raccontare e di scambiarsi storie. Questo è il punto: nel 1867 Mark Twain vuole dirci che, compressa fra Est e Ovest, l’arte dello storytelling sta andando smarrita. Per essere più precisi, anzi, sembra dirci che tanto l’ottuso visitatore esterno, quanto l’altrettanto ottuso Wheeler, hanno perso la meravigliosa capacità affabulatoria che ancora caratterizza il cacciatore di “The Big Bear”. Come suggerisce il nome – Wheleer: “che va a ruota libera?” – non può che offrire un relato orizzontale, una serie infinita di sketch che non hanno un aggancio con la realtà, tanto da non riuscire ad agganciare e istruire il suo ascoltatore. È chiaro che Twain sta rivedendo l’intero impianto della letteratura sezionale dell’Ovest, di cui scriverebbe qui l’epilogo per trasferirne i personaggi e le storie nella sua personale struttura narrativa. Se Wheeler è una fonte ormai esaurita, l’unica speranza che lo storytelling sopravviva è costituita dalla possibilità di una revisione letteraria a opera di artisti consapevoli.

A questo si riferisce Twain quando, pochi anni dopo la conferenza con cui Turner presentava le sue tesi alla Historical Association, torna sul senso del racconto americano con il saggio “How to Tell a Story”.8 In questa sede dichiara, fa l’altro, che l’umorismo tipico del raccontare negli Stati Uniti deriva dalla serietà imperturbabile del narratore. La questione sarebbe chiusa, non fosse che anche quest’ultimo passaggio risulta soggetto a un duplice rischio. La raccolta che prende il nome da “How to Tell a Story”, include un altro saggio che, a cominciare dal titolo, costruisce un gioco di significazioni proprio su “Jumping Frog”: “Private History of the ‹Jumping Frog› Story”. “Private History” crea un intertesto che mette ulteriormente in rilievo col riferirsi anche alla questione del plagio. Narra Twain che il “Professor Van Dyke, of Princeton” gli ha rivelato di recente come la sua storia sia stata già raccontata in età classica in Grecia, interpreti un ateniese e un beota nei ruoli rispettivamente dello straniero e di Smiley. A riprova della verità dell’affermazione, Van Dyke gli ha inviato il libro di testo contenente la storia: Greek Prose Composition di Arthur Sidgwick. Nel protestare la sua buona fede, Twain disloca l’accusa di plagio sui suoi informatori, tornando ancora una volta sulle modalità con cui il racconto viene riferito ad Angel’s Camp. In questo modo assolve se stesso presentando l’attività dello storytelling come il prodotto di persone del tutto destituite della capacità di ripescare, e tanto meno rimodellare, una storia disponibile a un pubblico colto. Proprio come con Wheleer, la serietà del racconto, perché tale esso suona nel contesto in cui è stato raccolto, è dovuta esclusivamente all’ottusità del narratore e del suo pubblico: “A man who was not telling it to his hearers as a thing new to them, but as a thing they had witnessed and would remember […] in his mouth this episode was merely history – history and statistics” (151). In altre parole, gli storyteller tradizionali non sono capaci di plagio perché del tutto inconsapevoli dell’atto interpretativo, e della distanza, che li separa dalla loro storia. Il racconto di Twain, invece, non può essere plagio perché il suo valore aggiunto, quello che garantisce all’autore la proprietà inalienabile del testo, è proprio il gesto con cui crea quella distanza.

Questo implica che l’attività dello storytelling sia effettivamente del tutto svuotata del suo valore di verità. In caso contrario, l’autore e narratore dovrebbe condividere la proprietà del racconto, divenendone, proprio come Flint con Boone e Pattie, tramite e testimone. Ma le narrazioni dei pionieri sono, come detto, ormai esaurite e pronte per separarsi definitivamente dalle loro fonti. La riprova arriva qualche anno dopo, quando la storia riemerge, questa volta in termini compiutamente circolari. Il racconto contenuto nell’antologia di Sidgwick non è originale, ma è niente altro che “Jumping Frog”, ripreso e adattato per farne un esercizio di traduzione dal greco antico a uso degli studenti di college. Il plagio non è dunque di chi ha inventato il “frog”, ma, se mai, degli studiosi di lettere antiche. In questa rincorsa il cerchio si chiude e la revisione “genteel” sotto forma di narrazione classica raddoppia e suggella in termini comici la vicenda della conquista.

  1. Washington Harris, Sut Lovingood. Yarns Spun by a “Nat’ral Born Durn’d Fool”, New York, Dick and Fitzgerald. Blair è citato da M. Thomas Inge, “Introduction”, in Sut Lovingood’s Yarns, New Haven, College & University Press, 1966.[]
  2. Citato da Lyon Rothbun, “The Debate over Annexing Texas and the Emergence of Manifest Destiny”, Rhetoric & Public Affairs, 2001, Muse.jhu.edu.[]
  3. Narrative of the Adventures of Zenas Leonard, Part 4, WebRoots Library,WebRoots.org/library/usatrav.[]
  4. Le citazioni da The Frontier in American History, New York, Dover, 1996 [1920]. Le pagine in parentesi nel testo.[]
  5. A Narrative of the Life of David Crockett, by Himself, Philadelphia, Carey, 1834.[]
  6. Citato in “Introduzione” a “The Big Bear of Arkansas”, antologizzato in Blair, W. and R. McDavid, jr., American Mirth, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1983. Le citazioni dal racconto sono da questa edizione.[]
  7. Cito dalla versione digitale della Virginia U.: etext.virginia.edu/.[]
  8. In How to Tell a Story and Other Essays, New York,Harper, 1897. Le pagine delle citazioni fra parentesi nel testo.[]

8 Dicembre 2007