L’oppio, l’onore e il libero commercio: la Cina imperiale di Pearl S. Buck

Tutti i miei mondi racconta l’imperialismo da un punto di vista inedito quello di una bimba, figlia di missionari americani, allevata dalla famiglia ma anche da un maestro confuciano di cinese mandarino. In questo saggio Valeria Gennero presenta l’opera di Pearl S. Buck, in una sintesi che concilia costruzione della personalità, volontà storiografica e istinto narrativo, elementi fondanti di ogni autobiografia storica.

1. I mondi di Pearl S. Buck

Il sottotitolo di Tutti i miei mondi (My Several Worlds), il volume che nel 1954 sancì il ritorno di Pearl S.Buck al centro dell’attenzione mediatica - vent’anni dopo il premio Pulitzer ricevuto per il romanzo La buona terra (The Good Earth, 1932) - specifica che si tratta di «un resoconto personale» (A Personal Record). È un’allusione a una dimensione intima e privata che lascia intuire un modello autobiografico destinato a rivelarsi marginale nelle oltre quattrocento pagine del volume. A prevalere sarà invece la dimensione fattuale del record inteso come documento: una registrazione di avvenimenti più vicina alla storiografia che ai mutevoli paesaggi interiori spesso tratteggiati dalla scrittura del sé. Buck stessa già nella prima pagina avverte il lettore che il libro «non sarà un’autobiografia completa» e si tratta di una precisazione che si rivela presto tanto superflua da sembrare quasi ironica. La scrittrice dedica infatti ai diciassette anni di matrimonio con Lossing Buck poche asciutte osservazioni, per poi dirigere immediatamente l’attenzione del lettori sul macrocosmo sociale che accoglie i due missionari americani:

Non provo interesse adesso per gli aspetti personali di quel matrimonio, che continuò in modo ostinato per diciassette anni; ricordo però come se fosse ieri il mondo in cui mi trasportò, un mondo che sembrava a secoli di distanza da quello in cui vivevo. Era il mondo dei contadini cinesi.1

Il primo marito – di cui la scrittrice conserverà il cognome per tutta la carriera artistica – non viene mai indicato per nome ma solo con l’impacciata locuzione «l’uomo di casa». Neppure al secondo consorte viene concesso uno spazio significativo. Nel 1934 Buck lasciò definitivamente la Cina per fare ritorno negli Stati Uniti: qui nel giro di pochi mesi ottenne il divorzio da John Lossing Buck e sposò Richard Walsh, responsabile editoriale della John Day Company, che le sarebbe rimasto accanto fino alla morte, avvenuta nel 1958. Questo è quanto Buck racconta in proposito: «Avevo anche delle ragioni personali per tornare nel mio paese. Non è necessario raccontarle, perché in mezzo all’enormità degli avvenimenti che stavano trasformando il mio mondo, il personale era del tutto irrilevante».2

Meno di quaranta parole per descrivere un divorzio, un nuovo amore e un cambio di continente. Per una delle più prolifiche autrici di romanzi d’amore del Novecento il personale è davvero necessariamente - e quasi esclusivamente - politico. Walsh e Buck si erano incontrati in occasione della pubblicazione di Vento dell’est, vento dell’ovest (East Wind West Wind) e la loro unione sarebbe durata fino alla morte di Walsh, avvenuta nel 1962. La popolarità di cui la scrittrice godeva negli anni Trenta trasformò il loro simultaneo doppio divorzio dai primi coniugi in una notizia appetibile per le pagine scandalistiche dei giornali. La fuga concitata dai reporter appostati nei pressi della cappella per le cerimonie adiacente al tribunale di Reno (Nevada) dove i due avevano, quasi senza soluzione di continuità, sciolto legalmente i loro vincoli precedenti e contratto un nuovo matrimonio, costituisce uno delle descrizioni più estese dedicate al nuovo legame. Il personale era indubbiamente irrilevante nei molti mondi di Buck, e anche i riferimenti a Carol, l’unica figlia non adottata, nata con un ritardo psichico e ricoverata in un istituto specializzato a partire dal 1931, sono scarni e rari: «La mia bambina invalida si era ammalata dopo la mia partenza, ed era ovvio che per il suo bene io dovessi abitare abbastanza vicino per poter passare del tempo con lei di tanto in tanto».3

Non ci sono mariti e tanto meno amanti in questa autobiografia incorporea e priva di passioni. Nessuno dei nove figli viene citato per nome. Ci sono invece decine di amici e conoscenti, opinioni di artisti e personalità del mondo politico. E c’è soprattutto il tentativo, tanto ambizioso quanto coraggioso, di raccontare la storia del colonialismo euro-americano per esplorare le radici del conflitto tra l’Occidente e il resto del mondo – the West and the rest, come sarà definito in un fortunato slogan. Un’impresa ardua, specie nel 1953, mentre sulla scena politica statunitense si agitavano le ombre inquietanti della caccia alle streghe orchestrata da Joseph McCarthy, la guerra in Corea, le polemiche sulla svolta comunista della Cina, le tensioni atomiche con l’Unione Sovietica, e la diffusione del movimento antisegregazionista. Quella che emerge in Tutti i miei mondi è una strategia di mascheramento e dissimulazione che mutua dalla scrittura sperimentale – apparentemente lontanissima dalla prosa naturalistica che caratterizza la sua produzione precedente – l’alternanza disorientante dei generi e dei punti di vista.
Autobiografia, diario di viaggio, romanzo storico, saggio politico, documento etnografico e antologia (il volume include anche alcuni dei primi saggi di Buck, pubblicati su riviste ormai difficili da reperire): il caleidoscopico assemblaggio dell’opera collega i continenti attraverso i secoli, dilata i pomeriggi di gioco di una bambina in una casa di missionari in un affresco che si allarga all’improvviso per includere nell’immagine la ribellione dei Boxer e da lì iniziare un indagine genealogica serrata e avvincente dei rapporti tra la dinastia King e l’Occidente. Il «resoconto personale» di Buck è una successione di equilibrismi retorici, in cui la scrittrice afferma con forza tutte le cose che il Comitato governativo per le attività anti-americane (noto come HUAC, House Un-American Activities Committee) - che la teneva sotto controllo da anni - avrebbe voluto sentirsi dire contro il comunismo in tutte le sue forme e manifestazioni, ma poi con sottile tenacia argomentativa le svuota di significato. Buck dipana la rete di premesse che avvolge l’attualità e si muove a ritroso fino a rintracciare, all’estremità del filo che unisce le grandi questioni internazionali del dopoguerra, quella peculiare e paradossale forma di antiamericanismo che trova la sua massima espressione proprio nella politica estera degli stessi Stati Uniti, in cui la scrittrice individua un atteggiamento filo-imperialista incompatibile con la Costituzione americana.

2. La mente bifocale

Le quattro sezioni che compongono Tutti i miei mondi sono modellate secondo un criterio cronologico che abbraccia le diverse fasi della vita della scrittrice. L’infanzia copre dal 1892 al 1900; segue il secondo capitolo, che comincia nel 1901 e arriva fino al 1916 e al matrimonio con John Lossing Buck, coinciso con il trasferimento della coppia a Nanhsüchou, nella provincia di Anwhei nel nord della Cina. La terza sezione descrive gli anni della maturità e dei primi successi editoriali, che culminano nel divorzio e nel nuovo matrimonio con Richard Walsh all’inizio degli anni Trenta. Infine l’ultimo capitolo copre i vent’anni di opere e iniziative legate al suo ruolo di intellettuale e artista di grande visibilità mediatica. Quando il volume viene pubblicato, nell’autunno del 1954, Buck ha compiuto da poco 62 anni. Tutti i miei mondi viene scelto come libro del mese proprio dal Reader’s Digest, una rivista che aveva svolto un ruolo di primo piano nel diffondere tra il grande pubblico il timore per la minaccia comunista; il successo è immediato riporta così la scrittrice sulle prime pagine dei giornali e in testa alle classifiche di vendita. Gli attacchi a Mao e Trotzky funzionano e l’opinione pubblica sembra rassicurata. Intanto proprio nel corso del 1954 il senatore McCarthy ha iniziato la sua irrefrenabile parabola discendente: il nome di Pearl S. Buck si trova così singolarmente a essere risollevato dalla palude di sospetto in cui stava lentamente affondando proprio nel momento in cui la scrittrice pubblica la sua opera meno conciliante e ottimista.
L’operazione culturale intrapresa da Buck in Tutti i miei mondi merita un’attenzione particolare proprio in virtù dei suoi risultati politici oltre che artistici. Di cosa parla dunque questa autobiografia anomala, quasi indifferente nei confronti di dati e vicende inerenti alla sfera privata? E soprattutto come ne parla? Decisivo nella costruzione del testo è il concetto di bifocalità mentale. È proprio Buck a coniare l’espressione per decrivere la consuetudine ad accettare come naturale la possibilità di guardare ogni situazione da angoli prospettici del tutto differenti:

Erano giorni strani e contraddittori in cui al mattino leggevo i miei libri di testo americani e imparavo le lezioni che mia madre mi assegnava basandosi fedelmente sul metodo Calvert, mentre al pomeriggio studiavo sotto la tutela completamente diversa del Signor Kung. Diventai mentalmente bifocale, e così mi resi conto presto di come non esista nelle questioni umane una verità assoluta. La verità è solo quello che la gente riconosce come tale, e di fatto la verità può essere caleidoscopica nella sua varietà.4

Relativismo morale postmoderno ante-litteram o solido pragmatismo presbiteriano? La doppia focalizzazione acquisita sin dall’infanzia a causa dell’appartenenza ai due mondi lontani dei missionari e dei cinesi, diventa una presenza ancora più pressante alla luce del duplice insegnamento ricevuto. Da un lato quello impartito in casa dalla madre – convinta sostenitrice del sistema Calvert, traduzione in ambito pedagogico della self-reliance emersoniana e basato sull’apprendimento individuale (homeschooling), ancora oggi molto diffuso negli Stati Uniti – e dall’altro quello offerto fuori dalle mura domestiche dal maestro confuciano di cinese mandarino. Il paradosso dato dalla compresenza di due modelli di appartenenza identitaria spesso inconciliabili, eppure percepiti come inscindibili, caratterizza la molteplicità delle voci narranti presenti in Tutti i miei mondi. La duplicità insita sin dall’infanzia nella percezione di sé rende problematico per la giovane esule americana anche il riconoscimento, apparentemente inevitabile, della propria caratterizzazione razziale. Pearl Sydenstricker è una bambina bionda cresciuta in Cina, inconsapevole delle differenze tra sé e i compagni di giochi:

A quel tempo non mi consideravo bianca…Così sono cresciuta in un mondo doppio: quello presbiteriano dei miei genitori, piccolo bianco e pulito, e quello grande affettuoso allegro e non pulitissimo dei cinesi. Tra i due non c’era comunicazione: quando ero nel mondo cinese ero cinese, parlavo cinese, mi comportavo da cinese, mangiavo come loro e condividevo i loro pensieri e i loro sentimenti.5

La doppia focalizzazione è anche il procedimento narrativo che innerva la struttura di Tutti i miei mondi. Il narratore esterno di primo livello – che le convenzioni del patto autobiografico indurrebbero a individuare nella figura di Pearl Walsh, seduta nel suo studio in Pennsylvania nel giugno del 1953 – filtra le descrizioni e gli avvenimenti della fabula attraverso due focalizzatori che rappresentano i diversi livelli di consapevolezza della protagonista.6 Una delle prospettive adotta la visione anglo-americana dell’imperialismo: la missione civilizzatrice, il valore del libero commercio in libero stato. È la visione di Pearl Sydenstricker, figlia di Andrew, cresciuta nel mito di un’America ideale e caritatevole: «il mio paese divenne un mondo di sogno, bellissimo e abitato da un popolo che immaginavo interamente buono; era la terra da cui sgorgava ogni benedizione».7 Accanto a questa visione ingenua e ottimista, investita dalla luce ideale che aveva individuato nel Nuovo Mondo il faro della moralità cristiana, la città sulla collina sognata da John Winthrop e dai coniugi Sydenstricker, si staglia nitida un’ombra disincantata e scettica, quella di Pearl S. Buck, moglie di Lossing Buck e testimone oculare di trent’anni di rivolte antioccidentali e di rivoluzioni modernizzatrici nella Cina di inizio Novecento. La caratteristica peculiare del narratore esterno è quella di sottrarsi alla sintesi: le due focalizzazioni – quella fiduciosa nelle ragioni dell’occidente che caratterizza i primi capitoli e in seguito quella dell’intellettuale antirazzista, indignata dalla brutalità dell’imperialismo – vengono accolte senza aggiunta di glosse. Il narratore non commenta né argomenta: lascia spazio alle descrizioni che affiorano nei resoconti dei personaggi. Non sono del resto le tre narratrici a essere protagoniste della narrazione, ma i tanti mondi da loro attraversati: la Cina di fine Ottocento e quella successiva alla ribellione dei Boxer, il Giappone tra le due guerre mondiali, la varietà geografica e culturale degli Stati Uniti: la Virginia occidentale degli anni universitari e la New York del successo editoriale.
Scarne ma precise, alcune osservazioni apparentemente marginali informano i lettori sin dai primi paragrafi che quella che segue sarà sì un storia «raccontata su livelli diversi, a proposito di posti e popoli diversi», ma soprattutto sarà una storia che parla di uno scarto interiore, di una distanza irriducibile. Tanti mondi convergono nelle pagine di un’opera in cui vengono messe costantemente in primo piano le continue e necessarie contaminazioni culturali, religiose e razziali che attraversano la storia delle nazioni così come quella di ogni individuo; eppure questa poderosa ricognizione della differenza come valore, come ricchezza da riconoscere e affermare, parte da una diversità che è l’esito di una non coincidenza squisitamente individuale. «C’è però ancora una differenza, ed è quella dentro di me», scrive Buck, mettendo in primo piano una collocazione ibrida che si riverbera nella consapevolezza precoce e duratura della complessità dei meccanismi identitari. A lei un «destino fortunato» non ha permesso di crescere nella sicurezza confortevole della casa di famiglia, a Hillsboro nella Virginia Occidentale, dove nacque per caso quando ai suoi genitori fu concesso un periodo di riposo dall’attività missionaria: era il 1892 e tre dei quattro figli nati nei primi anni di matrimonio erano morti in tenera età a causa di malattie tropicali per cui non esistevano ancora cure o forme di prevenzione. Il fervore missionario di Absalom e Carie Sydenstricker non si lasciò attenuare dalle tragedie familiari e così quando Pearl aveva pochi mesi la coppia si mise di nuovo in viaggio per fare ritorno all’incarico nella missione presbiteriana di Chinkiang, nella provincia di Kiangsu, dove sarebbero vissuti per più di trent’anni:

Mi capitarono invece come genitori due giovani intraprendenti e idealisti che all’inizio delle loro vite, per motivi che continuano a sembrarmi del tutto irragionevoli, sentirono il bisogno di lasciare i loro familiari contrari e sconcertati e attraversare mezzo globo per iniziare in Cina una vita dedicata alla divulgazione dei vantaggi della propria religione.8

Buck aveva descritto in dettaglio il mondo dei missionari cristiani in Cina nelle biografie dedicate a Carie (L’esilio) e Absalom (Angelo guerriero), pubblicate entrambe nel 1936. Quasi vent’anni più tardi, con un secondo conflitto mondiale alle spalle, mentre la guerra fredda annodava il panorama internazionale saldamente e pericolosamente in un unico campo di forze dominate dalla teoria del domino, la scrittrice articola con chiarezza ancora maggiore il legame tra l’attività missionaria, l’imperialismo e le rivolte nei confronti della presenza occidentale in Asia:

Non posso che pensare che i miei genitori riflettessero lo spirito della loro generazione, di un’America che risplendeva della gloria di nazione nuova, e si rialzava unita dalle ceneri della guerra, piena di fiducia nel proprio potere di ’salvare’ il mondo. Non avevano idea di come nel frattempo stessero contribuendo ad accendere un fuoco rivoluzionario che non abbiamo ancora visto, né possiamo immaginare, in tutta la sua forza.9

Lo sguardo che filtra la descrizione dell’infanzia trascorsa nella missione di Chinkiang è però quello di Pearl Buck bambina e avvolge nell’incantata leggerezza delle favole le narrazioni dei genitori sulle meraviglie del mondo americano, privo di lebbrosi e mendicanti e colmo invece di gentilezza, generosità e virtù cristiane. Oltre il Pacifico si distende nell’immaginazione una terra illuminata dagli insegnamenti della Bibbia e dai valori della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti. Pochi cenni vengono riservati alla Guerra Civile, che pure aveva coinvolto, nell’esercito confederato, i quattro fratelli maggiori di Absalom; e quel poco serve per ribadire che la schiavitù era ingiusta e sarebbe comunque scomparsa, anche senza Lincoln. Se i coniugi Sydenstricker avevano opportunamente dimenticato oltre oceano gli aspetti meno gradevoli del loro paese natale, anche la narratrice del primo capitolo sembra decisa a rassicurare i lettori sull’eccezionalità degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni del XIX secolo il mondo occidentale presente a Chingkiang si raccoglie dietro i cancelli custoditi della Concessione britannica o nelle missioni cattoliche, popolate di religiosi francesi e italiani. Quel mondo però rimane lontano e incomprensibile, come i misfatti di un Occidente di cui è ancora possibile illudersi di non essere complici:

Gli “stranieri” avevano fatto cose malvagie in Asia: non gli americani però, dichiaravano i miei amici, ancora piccoli e già cortesi. Gli americani, mi dicevano, erano “buoni”. Non avevano sottratto territori alle nazioni asiatiche e mandavano cibo durante le carestie. Io accettavo la distinzione e non sentivo legami con gli altri occidentali di origine europea, che all’epoca consideravo miei nemici.10

I giochi di bambini, in cui guardie e ladri vengono interpretati in una versione nazionalista con i cinesi e i loro alleati asiatici schierati compatti contro i perfidi occidentali – destinati a una inevitabile sconfitta – sono però l’unico spazio di compiacimento concesso al lettore statunitense.

3. Le guerre dell’oppio e il sentimentalismo imperiale

Un altro ricordo d’infanzia, la sigaretta offerta di nascosto dal figlio di una famiglia di missionari in visita, introduce un primo squarcio sulla storia del colonialismo europeo in Cina e permette alla narratrice di scivolare indietro nel tempo per raccontare di altri tipi di fumo e di dipendenza, questa volta incoraggiati proprio dagli integerrimi protestanti britannici. Nel 1842 Chiangking era stata catturata dalle truppe inglesi in occasione della prima guerra dell’oppio (1840-43). Quando l’Imperatore aveva cercato di limitare la diffusione della droga dichiarando fuorilegge il fiorente commercio che avveniva sotto bandiera inglese, il governo britannico aveva dichiarato guerra e inviato l’esercito per difendere il diritto alla libera circolazione delle merci: «Gli inglesi, irritati dalla perdita di entrate, insistettero sul loro diritto al commercio, sostenendo che non erano stati loro a diffondere l’oppio tra i cinesi, che l’oppio era coltivato anche in Cina e che gli avidi mercanti cinesi volevano tutto il profitto per sé. Probabilmente in parte era vero, perché in questa vita nulla è totalmente puro e i cuori degli uomini sono sempre intricati».11

Il riferimento ai grovigli del cuore umano apre uno spiraglio su quelle regioni della sensibilità cui la ragione non può accedere, secondo un procedimento ben consolidato di quel sentimentalismo imperiale cui alcuni studiosi associano le opere di Buck. Non è però questo il caso: le concessioni al gusto sentimentale, che spesso svolgono un ruolo centrale nei romanzi, sono qui solo un diversivo che allenta la tensione argomentativa in attesa di un affondo successivo. Buck arriva per gradi alla condanna della politica imperialista: la sua moderazione si accompagna però a un’imperturbabile rigore espositivo. La forma scelta per i temi più delicati e scabrosi, quelli che in effetti l’FBI schedava e archiviava con cura nel voluminoso fascicolo dedicato alla scrittrice, è pacata ma inesorabile: a una descrizione dell’immoralità dell’impero (nel caso in questione: la tesi secondo cui incoraggiare la dipendenza da droghe allucinogene è lecito in nome del commercio) viene subito accostata una sua possibile confutazione (quella britannica non era depravazione; per tutti quello che conta è il profitto: anche i mercanti cinesi ambivano al mercato dell’oppio). Lo sguardo bifocale che Buck individua come elemento costitutivo e decisivo della sua particolare collocazione storico-geografica, situata all’intersezione di lingue, culture e religioni diverse, diventa parte del procedimento narrativo. La focalizzazione riconducibile a una Pearl Buck bambina, che accoglie fiduciosa i resoconti della comunità cinese, si alterna all’enfasi sulla libera circolazione di merci e idee condivisa da buona parte del mondo missionario. L’ultima parola però spetta sempre alla voce narrante, alla Pearl Buck che annota con cura le date della sua testimonianza, e che nel giugno del 1953 smentisce l’antitesi anglosassone e accoglie la versione cinese. Non c’è sintesi possibile nelle differenti letture che dell’impresa imperiale offrono conquistatori e sudditi. Solo l’accettazione ingenua delle contraddizioni da parte una bambina di otto anni può dare voce a entrambi con equidistante benevolenza:

C’erano però molti cinesi che non facevano i commercianti ed erano sinceramente spaventati dalla terribile diffusione dell’oppio tra la gente; era anche vero che la maggior parte dell’oppio, specie quello a buon mercato, proveniva proprio dall’India, e non solo sotto bandiera britannica, ma anche sotto quelle olandesi e americane…I cinesi non avevano iniziato a fumare l’oppio finché non glielo avevano insegnato i commercianti portoghesi nel Seicento, quando divenne un passatempo di moda per gli ufficiali e per i ricchi. La maggioranza dei cinesi ancora durante la mia infanzia lo consideravano un’usanza straniera, tanto che il loro nome per oppio era yang yien, o “fumo straniero”.12

Alla prima guerra dell’oppio ne seguì presto una seconda, nota anche come “la guerra dell’Arrow”, dal nome della nave che offrì il pretesto per l’intervento congiunto di Gran Bretagna e Francia. Il punto di vista che orienta il racconto è quello apparentemente innocuo di una ragazzina, dettaglio che l’autrice sottolinea quando ricorda di aver ascoltato la storia molte volte «quasi come una leggenda» dalla voce melodiosa del suo primo insegnante di cinese. Infatti, quasi come una leggenda appunto, il resoconto inizia in un tempo lontano e indeterminato: «Tempo fa, tra il 1850 e il 1860, alcuni intraprendenti mercanti cinesi comprarono una piccola nave, la chiamarono The Arrow, e la fecero registrare a Hong Kong sotto bandiera inglese». I mercanti cinesi vennero però accusati di pirateria e furono arrestati. Quando il console britannico, informato dell’episodio, si infuriò per l’oltraggio alla bandiera britannica, che era stata requisita nel sequestro del vascello, a poco servì spiegare che nessun cittadino britannico era coinvolto nell’impresa. Non servì neppure consegnare i pirati cinesi al Consolato: la Gran Bretagna dichiarò prontamente una nuova guerra a causa dell’insulto arrecato all’onore nazionale di cui la bandiera era simbolo e manifestazione. Il resoconto di Buck ostenta una deliberata leggerezza e sottolinea gli aspetti romanzeschi della vicenda con la presentazione di un’altra immagine leggendaria, quella dell’Imperatrice d’Occidente. Questo non le impedisce però di illuminare la natura pretestuosa degli attacchi europei. Ancora una volta però il punto di vista è quello candido e rapito di una bambina che ascolta fiduciosa il suo insegnante di cinese mentre narra di vicerè in catene, imperatrici in fuga e neonati in pericolo:

A questo punto la Gran Bretagna dichiarò di nuovo guerra, catturò il Viceré cinese e lo portò in India, dove sarebbe poi morto in esilio. Francia, Russia e America furono invitate a prendere parte alla nuova guerra, ma solo la Francia accettò, e usò come scusa il fatto che un missionario francese era stato ucciso di recente nella provincia di Kwangsi. Le truppe straniere marciarono su Pechino, mentre l’Imperatore con l’Imperatrice e il figlio neonato fuggì a Jehol, a cento miglia di distanza. Fu lì che l’Imperatore morì all’improvviso, lasciando la giovane Imperatrice Occidentale sola con l’erede.13

Fu la salvaguardia dell’onore nazionale britannico o il desiderio di ottenere l’apertura di nuovi porti e nuove città alle proficue reti commerciali occidentali a scatenare le guerre dell’oppio? La questione è ancora oggi ampiamente dibattuta ed è stata oggetto negli ultimi anni di numerose analisi volte a gettare nuova luce sulla complessa trama di relazioni politiche e culturali che diedero forza al progetto imperiale britannico, senza dimenticare l’atteggiamento spesso ambivalente che gli Stati Uniti ebbero in proposito. Buck stessa era sensibile alla delicata interazione di istanze eterogenee in una situazione che sarebbe risultata decisiva nel definire i rapporti tra l’Asia e le potenze occidentali sia nell’Ottocento che in seguito.

L’uso esclusivamente strumentale dei concetti di onore e di vergogna da parte dei funzionari britannici in occasione delle due guerre dell’oppio è una delle ipotesi fondanti di molti degli studi storici pubblicati nella seconda metà del Novecento. In queste analisi prevale una lettura strettamente materialista, che individua nella funzione civilizzatrice dell’impero una copertura ideologica delle ragioni economiche alla base del desiderio di espansione e presuppone la presenza in Gran Bretagna di un livello già avanzato di sviluppo industriale. Oggi questo paradigma è entrato in crisi, e studiosi come Glenn Melancon ripropongono una lettura che ravvisa proprio a livello simbolico le premesse dell’azione militare:

Mentre non è possibile ignorare gli aspetti monetari della questione dell’oppio, gli interessi economici non dovrebbero offuscare altri elementi importanti della politica estera britannica – l’onore e la vergogna. Generalmente l’onore si riferisce a una sensazione interiore di capacità che la comunità riconosce lodando valore e onestà. Al contrario la vergogna indica una sensazione di umiliazione che la comunità incoraggia dissuadendo da vigliaccheria e menzogna. L’onore era strettamente associato alla virtù… era un concetto pratico, non solo ideale.14

Melancon sottolinea i limiti di letture focalizzate sulle motivazioni finanziarie, e osserva come queste ultime risultino appiattite su valori e prospettive acquisiti nel corso del Novecento; al contrario la sua analisi ci rammenta come nella storia sociale recente si siano sviluppate linee di indagine che collocano l’imperialismo britannico nel quadro di una società ancora ampiamente controllata dal potere aristocratico. In questo contesto viene spesso invocata la nozione di «gentlemanly capitalism», per indicare la presenza di un capitalismo ancora patrizio e sostanzialmente indifferente all’enfasi sull’espansione industriale e alla conseguente necessità di nuovi mercati. Diversa è l’opinione di John Wong, la cui poderosa analisi della seconda guerra dell’oppio conferma invece molte delle tesi espresse da Buck, anche rispetto al ruolo fondamentale svolto dalla guerra del 1856 nel definire i rapporti tra Cina e occidente negli ultimi anni della dinastia Manciù. Secondo Wong la guerra dell’Arrow fu di fatto una guerra mondiale, che coinvolse Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina. I resoconti degli scontri furono però filtrati dagli interessi locali delle nazioni coinvolte, cosa che fece scomparire dall’attenzione internazionale il conflitto, frantumandolo in una serie di etichette parziali che lo trasformarono, rispettivamente, in quella che gli storici britannici chiamano «la seconda guerra cinese» e quelli francesi l’expedition de Chine, nella «fondazione di Vladivostock» per i russi, e infine nella storia di Peter Parker e dell’apertura della Cina per gli statunitensi.15 Wong ricorda inoltre come il suggerimento di considerare queste guerre una risposta al mancato riconoscimento diplomatico, anziché alla logica del profitto, trovi una prima formulazione nella teoria del kowtow, dal cinese K’o-t’ou, locuzione che indica l’atto di genuflettersi in segno di rispetto fino a toccare il suolo con la fronte. Il termine entrò nella lingua inglese a inizio ottocento con il valore di prostrarsi, umiliarsi. John Quincy Adams, presidente degli Stati Uniti dal 1825 al 1829, mentre era in corso la prima guerra dell’oppio attribuì proprio al kowtow la responsabilità del conflitto anglo-cinese: «La causa della guerra è il kotow [sic]! – l’arrogante e insopportabile pretesa della Cina di condurre gli scambi commerciali con il resto del mondo non in termini di uguale reciprocità, ma nelle forme insultanti e degradanti della relazione tra signore e vassallo».16

Negli Stati Uniti la prospettiva di Adams, che vedeva nell’oppio solo il dato più evidente di un conflitto fondato su dissapori di tipo prevalentemente culturale, fu accolta senza obiezioni. Secondo questa interpretazione a fronteggiarsi erano da una parte la richiesta di riconoscimento equo e paritetico da parte degli occidentali, dall’altra l’alterigia sprezzante della Cina, abituata a riferirsi a se stessa come il Regno di Mezzo, centro di un mondo che voleva cocciutamente continuare a fare a meno del contributo della civiltà europea. È in parte ironico, e del tutto significativo, che questa legittimazione dell’intervento in Cina venisse proprio dallo statista che ha legato la propria fama all’elaborazione di un principio politico – la dottrina Monroe (1823) – che proibiva alle potenze europee di creare nuove colonie nell’emisfero occidentale e le diffidava da ogni intromissione nella politica interna di nazioni indipendenti situate nel continente americano.17
Il diritto all’autodeterminazione evidentemente era valido solo per alcuni popoli: i cinesi, che volevano porre un veto alla libera circolazione delle merci e degli stranieri sul loro territorio, vennero tacciati invece di xenofobia. La diffidenza nei confronti delle tradizioni altrui era tuttavia innegabile, anche se non va dimenticato come si trattasse di un sentimento reciproco. Anche su questo argomento la storiografia contemporanea accoglie la ricostruzione di Buck. A proposito della ritualità rigorosa delle cerimonie cinesi, e del disagio provato dagli europei che si sentivano umiliati dalle manifestazioni di sottomissione richieste, Wong scrive: «Si cita con minor frequenza il complesso di superiorità di molti europei, che trovarono difficile accettare che potessero esistere altre grandi civiltà oltre alla loro. Erano necessarie due fazioni per arrivare a uno scontro.»18 La tesi che Buck delinea in Tutti i miei mondi è molto simile, anche se alla scrittrice preme illuminare la continuità tra il disinteresse, talvolta sprezzante, palesato dagli statunitensi per le tradizioni culturali altrui e la diffusione di un’ostilità sempre più marcata nei loro confronti: «Questo fatto spiega in parte l’attuale antiamericanismo, questo e gli atteggiamenti dei missionari, dei commercianti e dei diplomatici, tutti uomini bianchi appunto, che si consideravano, consciamente o inconsciamente, superiori ai cinesi: così per più di un secolo nei cuori cinesi è covato un furore che i bianchi non hanno saputo e voluto riconoscere, e questo furore è la ragione principale per cui Chiang Kai-shek ha perso il suo paese e i comunisti l’hanno conquistato».19

Dopo il 1949 Buck identifica le ragioni della vittoria comunista nella capacità di fare appello allo spirito nazionalista e patriottico dei cinesi; soprattutto però la scrittrice mette in guardia dal sottovalutare la memoria delle devastazioni e degli abusi dell’imperialismo. Per questo ricorda ai suoi lettori che rimane spazio per ricostruire la credibilità statunitense in Asia solo a patto di dimostrare concretamente la distanza dalle potenze europee: «Che cosa può fare allora un americano? Deve rileggere la storia in modo nuovo. Deve dimostrare agli asiatici che non può essere confuso con un passato di cui è solo in parte responsabile, e quindi non deve essere costretto a sopportarne il fardello».20

La ricetta di Buck deve però fare i conti con l’innegabile carenza di strumenti adeguati per la traduzione di codici culturali lontanissimi: nel corso della seconda metà dell’Ottocento la Cina dovette accettare nuovi «trattati iniqui» e aprire agli occidentali l’accesso ai propri territori, concedendo inoltre agli stranieri il privilegio dell’extraterritorialità, che li sottraeva alla leggi e alla giurisdizione cinese.21 In questo gli americani furono solo «relativamente innocenti», afferma Buck con una cautela che, come accade costantemente in Tutti i miei mondi, viene contraddetta nelle righe successive. Nella narrazione di Buck gli americani in effetti si rivelano innocenti solo nel senso traslato per cui innocent in inglese significa sia incolpevole che sciocco, ingenuo. Un egocentrismo quasi infantile e una sconcertante propensione all’irresponsabilità vengono indicate come le due costanti più significative della politica statunitense in Asia. Buck tratteggia un percorso di errori e contraddizioni che parte dalla guerra dell’oppio per arrivare al momento in cui scrive, nella prima metà degli anni Cinquanta, e nello specifico al sostegno accordato alla Francia in Indocina che sfocerà in seguito nel lungo e disastroso coinvolgimento in Vietnam. In mezzo ci sono la ribellione dei Boxer (1900) e l’appoggio fallimentare al regime militare di Chiang Kai-shek: «Eppure siamo solo relativamente innocenti, perché in quei giorni dopo il 1900 quando gli eserciti bianchi punirono l’anziana imperatrice con durezza implacabile, quando i suoi palazzi vennero saccheggiati mentre soldati e ufficiali con analoga avidità depredavano Pechino di tesori incalcolabili, gli americani erano tra i bianchi. Non ci siamo accorti che stavamo facendo la storia e così non siamo stati in grado di capire i suoi terribili frutti.»22
Una colpevole innocenza, quella statunitense, che non avrebbe smesso di generare frutti terribili in Asia. Negli anni successivi alla pubblicazione di Tutti i miei mondi quello che Buck aveva definito il «fardello dell’imperialismo» avrebbe fatto sentire il suo carico opprimente sugli ideali democratici statunitensi: in Cina come in Laos, in Corea, in Vietnam.

  1. Pearl S. Buck, My Several Worlds, John Day Company, New York 1954, p. 129. D’ora in avanti le citazioni da questo testo indicate saranno indicate con MSW. Le traduzioni in italiano sono mie; è disponibile una edizione italiana intitolata Le mie patrie (Mondadori, Milano 1956) di cui ho preferito non servirmi : «The time had come for marriage ,as it comes in the life of every man and woman, and we chose each other without knowing how limited the choice was, and particularly for me who had grown up far from my own country and my own people. I have no interest now in the personal aspects of that marriage, which continued for seventeen years in its dogged fashion, but I do remember as freshly as though it were yesterday the world in which it trasported me, a world distant from the one I was lMSWng in as though it had been centuries ago. It was the world of the Chinese peasant».[]
  2. MSW, 291: «There were personal reasons, too, why I should return to my own country. It is not necessary to recount them, for in the huge events that were changing my world, the personal was all but negligible».[]
  3. MSW, 291: «My invalid child, nevertheless, had become ill after I left, and it was obvious that for her sake I should live near enough to be with her from time to time».[]
  4. MSW, 52: «Those were strange and conflicting days when in the morning I sat over my American schoolbooks and learned the lessons assigned to me by my mother, who faithfully followed the Calvert system in my education, while in the afternoon I studied under the wholly different tutelage of Mr. Kung. I became mentally bifocal, and so I learned early to understand that there is no such condition in human affairs as absolute truth. There is only truth as people see it, and truth, even in fact, may be kaleidoscopic in its variety».[]
  5. MSW, 10: «But I did not consider myself a white person in those days … Thus I grew up in a double world, the small white clean Presbyterian world of my parents and the big loving merry not-too-clean Chinese world, and there was no communication between them. When I was in the Chinese world I was Chinese, I spoke Chinese and behaved as a chinese and ate as the Chinese did, and I shared their thoughts and their feelings».[]
  6. Il concetto di focalizzazione adottato è quello proposto in M. BAL, Narratology, University of Toronto Press, Toronto 2004, pp. 142-160. Bal suggerisce di impiegarlo in alternativa a concetti come punto di vista e prospettiva narrativa in quanto permette di distinguere con maggiore chiarezza il campo visivo attraverso cui gli elementi vengono presentati e l’identità della voce che verbalizza la visione come elementi separati.[]
  7. MSW, 5: «My own country became the dreamworld, fantastically beautiful, inhabited by a people I supposed entirely good, a land indeed from which all blessings flowed».[]
  8. MSW, 4: «Instead I had as my parents two enterprising and idealistic young people who, at an early age and for reasons which still seem to me entirely unreasonable, felt impelled to leave their protesting and astonished relatives and travel halfway around the globe in order to take up life in China and there proclaim the advantages of their religion».[]
  9. MSW, 4: «I can only believe that my parents reflected the spirit of their generation, which was of an American bright with the glory of a new nation, rising united from the ashes of war, and confident of power enough to “save” the world. Meantime they had no conception of the fact that they were really helping to light a revolutionary fire, the height of which we have still not seen, nor can foresee».[]
  10. MSW, 6: «“Foreigners” had done evil things in Asia – not the Americans, my small and even then tactful friends declared, for the Americans, they said, were “good.” They had taken no land from the Asian countries, and they sent food in famine time. I accepted the distinction and felt no part with other Western peoples of Europe, whom at that time I considered also my enemies».[]
  11. MSW, 18: «The English, incensed at the loss of revenue, insisted on their right to trade, mantaining that it was not they who had introduced the opium habit to the Chinese, that opium was grown on Chinese soil and that greedy Chinese traders merely wanted all the income for themselves. Probably this was partly true, for nothing in this life is simon-pure and the hearts of men are always mixed».[]
  12. MSW, 18: «Yet there were many Chinese who were not traders and who honestly enough were frightened at the tremendous amount of opium-smoking among their people, and it was also true that most of the opium, especially the cheaper kind, did come from India, and not only under the British flag, but also under the Dutch and the American flags …The Chinese did not begin smoking opium until the Portuguese traders taught them to do so in the seventeenth century when it became a fashionable pastime for officials and rich people. Most Chinese, even in my childhood, considered it a foreign custom, and indeed their name for opium was yang yien, or “foreign smoke”».[]
  13. MSW, 28: «At this Britain declared war again and seized the Chinese Viceroy and sent him to India where he died in exile. France and Russia and America where invited to join with Great Britain in the new war, but only France accepted, using as her excuse the fact that a French missionary had recently been killed in the province of Kwangsi. The foreign troops marched upon Peking, and the Emperor and the Empress and their baby son fled to Jehol, a hundred miles away. There the Emperor suddenly died and the young Western Empress was left alone with the heir».[]
  14. Glenn Melancon, Britain’s China Policy and the Opium Crisis: Balancing Drugs, Violence and National Honour, 1833-1840 , Aldershot, England: Ashgate Publishing 2003, p. 5.[]
  15. John Y. Wong, Deadly Dreams: Opium, Imperialism and the Arrow War, Cambridge: Cambridge University Press 1998[]
  16. John Quincy Adams, “Lecture on the War with China”, Chinese Repository, 11, gennaio-dicembre 1842, pp. 274-289; p. 288, citato in J. Wong, Deadly Dreams, cit., p. 33. Sull’argomento si veda anche: Teemu Ruskola, “Canton Is Not Boston: The Invention of American Imperial Sovereignty”, American Quarterly, Volume 57, 3, settembre 2005, pp. 859-884.[]
  17. Quando nel 1823 il presidente Monroe espose al Congresso la teoria di John Quincy Adams, all’epoca segretario di stato, la presa di posizione statunitense si schierava in difesa del diritto del Nuovo Mondo a democrazia e indipendenza. Già negli anni della presidenza Polk (1845-1849) la dottrina Monroe venne però reinterpretata in chiave espansionistica per giustificare l’annessione del Texas e la guerra messicana e in seguito divenne il fulcro dello sforzo americano di controllare l’America Latina.[]
  18. J. Wong, cit., p. 33.[]
  19. MSW, 48: «This fact partly explains the present anti-Americanism, this and the attitudes of missionaries and traders and diplomats, all white men indeed, who considered themselves whether consciously or unconsciously superior to the Chinese, so that a smouldering fury has lived on in Chinese hearts for more than a century and this fury, which white men could not and would not recognize, is the chief reason why Chiang Kai-shek lost his country and why the Communists won it».[]
  20. MSW, 49: «What then can the American do? He must read history afresh. He must prove to the Asian that he is not to be confused with the past, of which he is relatively innocent, and therefore must not be compelled to bear its burdens». La citazione continua con una serie di denunce esplicite delle scelte politiche britanniche responsabili dell’ostilità in Asia: «American boys must not die because England once ruled India and in China won the Three Opium Wars and fastened a ruinous tax upon the people, or because an Englishman allowed Japan to stay in Manchuria, and so established a foothold for an imperial war».[]
  21. J. Wong, cit., p.308. Sul ruolo dei missionari nella diplomazia americana in Cina: Te-Kong Tong, United States Diplomacy in China, 1844-60, Seattle: University of Washington Press 1964, pp. 71-82.[]
  22. MSW, 49: «Yet we are only relatively innocent, for in those days after 1900 when white armies punished the old Empress so bitterly, when her palaces where looted and incalculable treasures stolen from Peking by soldiers and officers with equal greed, Americans where among the white men. And we did not heed history being made and so we could not understand its dreadful fruit».[]

20 Dicembre 2007