A proposito di esplorazioni e contatti

Una rassegna di alcuni tra i libri di viaggio meno noti editi nel 2007.

Lo scorso anno sono usciti diversi volumi interessanti sull’età delle esplorazioni. Purtroppo molti sono stati pubblicati da piccole case editrici e quindi sono rimasti ignoti alla maggioranza dei lettori. Questa schedatura serve dunque a segnalare opere semi-clandestine e non vogliono impostare un discorso critico, ma si propongono come informazioni di servizio.
Il Centro di Studi “Paolo Emilio Taviani” sulle relazioni internazionali dal medioevo all’età contemporanea ha avviato una sua collana di quaderni. I primi due volumi sono curiosamente complementari, probabile frutto di un’ottima programmazione: Gabriella Airaldi, Dall’Eurasia al Nuovo Mondo. Una storia italiana (secc. XI-XVI), Genova, Fratelli Frilli Editori, 2007, e Luca Codignola, Colombo e altri navigatori, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2007.
Dall'eurasia al nuovo mondoGabriella Airaldi, presidente del Centro, scrive una storia italo-centrica delle esplorazioni e dimostra come veramente il movimento alla base di queste sia andato verso est per poi finire a occidente. Propone dunque una vicenda lunga che inizia poco dopo il Mille con l’attenzione ai commerci orientali. Progressivamente i mercanti e i missionari, attirati dalla possibilità di riallacciare i contatti con l’Oriente e di evangelizzare nuovi fedeli o di salvare la fede di coloro che sono rimasti isolati nel mondo musulmani, costituiscono un corpus di informazioni, che risveglia l’interesse di tutta l’Europa occidentale. Gli italiani, in prima linea sia per ragioni commerciali (si pensi soprattutto ai genovesi e ai veneziani), sia per ragioni religiose, mantengono la leadership in questo processo, anche per il numero delle loro basi nel Mediterraneo orientale. Con un certo ritardo si inizia ad uscire dal Mediterraneo passando attraverso le Colonne d’Ercole e ancora gli italiani, soprattutto i genovesi, partecipano alla riscoperta delle isole e delle coste atlantiche africane. A un certo punto i due movimenti si saldano e si inizia a pensare di poter raggiungere il Levante, passando da Ponente. Per l’ennesima volta è un navigatore italiano a porsi all’avanguardia, anche se è ormai al servizio di potenze esterne e non di una qualsiasi città della Penisola, questa infatti sta perdendo definitivamente il dominio dei mari. D’altra parte, quest’ultimo si gioca ormai fuori del Mediterraneo e Colombo avvia l’età delle scoperte atlantiche, chiudendo quella della marineria italiana nel “Mare Nostrum”.
Colombo e altri navigatoriLuca Codignola parte dove Airaldi finisce e interroga la letteratura sulle scoperte cinque-seicentesche. Il suo tema è dunque l’impresa atlantica, ma anche e soprattutto come documentarla. Airaldi ha infatti lavorato dalla prospettiva di una medievista abituata a trarre il più possibile da fonti non abbondantissime, mentre Codignola, un modernista interessato soprattutto alle Americhe, si chiede se a partire dal viaggio colombiano e dalla crescita dei documenti d’archivio non occorra muoversi in maniera differente. A suo parere la vera difficoltà non è quella di costruire una storia, ma di verificare quanto sia realmente accaduto, anzi di capire quanto sia realmente verificabile. Per il non specialista i viaggi di Colombo, Verrazzano e altri navigatori costituiscono un insieme ormai sicuro di materiali e di “fatti”. Codignola ci mostra invece quanto le narrazioni sulle quali ci appoggiamo siano poco degne di fede. Spesso non abbiamo le narrazioni originali di viaggio, ma copie successive con notevoli interpolazioni oppure opere falsamente attribuite a un certo navigatore. Di conseguenza ci sfuggono numerosi passaggi e quindi non sappiamo esattamente come siano andate talune spedizioni. Si tenga infine conto che alcuni pretesi viaggiatori hanno volutamente imbrogliato nelle loro relazioni. Così Laurens van Hemskeerk, un capitano di origine olandese, ha scritto innumerevoli frottole a proposito di una nuova Florida posta vicina al Polo Nord, perché contava di strappare sovvenzioni e prebende alla corte francese.
Noi conosciamo la vicenda di van Hemskeerk, analizzata da Codignola, soprattutto grazie ad alcuni documenti conservati nell’archivio storico della Congregazione di Propaganda Fide. In effetti questo dicastero della Curia pontificia si preoccupò sin dalla fondazione nel 1622 di raccogliere materiali sulle “quattro” parti del mondo (Europa, Asia, Africa e Americhe) nelle quali l’azione missionaria poteva contrastare la diffusione dell’eresia protestante, della fede islamica o delle religioni autoctone. Il suo compito proseguiva quanto compiuto dai missionari in Oriente di cui scrive Airaldi.
Sotto Francesco Ingoli, primo segretario della Congregazione, si procedette a un’alacre raccolta di informazioni sui continenti extraeuropei e di piani per la conversione degli eretici, degli islamici e degli indigeni. In tale opera acquistò un ruolo rilevante il cappuccino francese Pacifique de Provins, come racconta Matteo Binasco, Viaggiatori e missionari nel Seicento. Pacifique de Provins fra Levante, Acadia e Guyana (1622-1648), Novi Ligure, Città del Silenzio, 2006. Pacifique operò come missionario tra Costantinopoli e la Persia nel corso degli anni Venti del Seicento. Poi tornò in patria e, osteggiato dai superiori, vi rimase dal 1629 al 1641, progettando sempre nuovi viaggi. A tale scopo raccolse numerose informazioni dai viaggiatori francesi e ne fece partecipe Ingoli. I due discussero insieme per lettera delle possibilità missionarie in Levante, sulla costa atlantica dell’Africa, nel Madagascar e nelle colonie francesi del Nord America, in particolare in quella che era chiamata Acadia.
Nel 1641 Pacifique iniziò a ventilare un nuovo viaggio, questa volta verso le Antille. Il suo desiderio infine si concretizzò e nella primavera del 1645 s’imbarcò alla volta di Saint-Christophe, Martinica e Guadalupa. La sua permanenza non fu molto lunga; in compenso fu, però, ricca di tensioni con i missionari di altri ordini. Il cappuccino ritornò quindi abbastanza disilluso e progettò un nuovo itinerario che doveva portarlo nel cuore del continente sudamericano. Anche questa volta riuscì a partire e nella primavera del 1648 arrivò in vista della Guyana. Qui, però, scomparve senza lasciare traccia.
Gli indiani d'America e l'Italia 3Secondo la tradizione il povero Pacifique de Provins finì divorato dai cannibali, ma questa è la fine attribuita nel Cinque-Seicento a tutti gli esploratori e i missionari scomparsi. Ora, proprio a partire da simili leggende, Fedora Giordano (Gli indiani d’America e l’Italia 3, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2007) si è posta il problema di ricostruire, relativamente alla Penisola, l’insieme delle informazioni e delle leggende sugli autoctoni delle due Americhe. Nel 1997 ha quindi coordinato un primo volume, cui è seguito un secondo e un terzo a cadenza quinquennale. Ogni singolo libro noni propone uno sguardo unitario, ma tutti raccolgono contributi sulle prime esplorazioni, sulle missioni dal Sei all’Ottocento, persino sulle rielaborazioni novecentesche (letterarie, antropologiche, etnografiche, cinematografiche, ecc.). Il trittico sinora apparso documenta dunque un gran numero di pubblicazioni e di altri interventi relativi alle figure degli amerindiani e sta lentamente preparando una sorta di gigantesca enciclopedia.
A New World for a New NationSulla stessa lunghezza d’onda, ma con intenti lievemente diversi, opera Francisco J. Borge, un autore spagnolo, formatosi negli Stati Uniti. nel suo ultimo libro (A New World for a New Nation. The Promotion of America in Early Modern England, Oxford, Peter Lang, 2007) sottolinea come la descrizione, anzi la costruzione della figura degli indiani serve agli scrittori del rinascimento inglese per sviluppare i caratteri dell’anglicità. Indiani e spagnoli sono i deuteragonisti in una narrazione che serve a definire i caratteri, o meglio il carattere nazionale. Ovviamente la differenza con gli autori italiani, anche dell’epoca, è legata al fatto che per questi ultimi non sono in gioco colonie proprie, mentre per gli inglesi dell’epoca elisabettiana il problema non è soltanto quello della colonizzazione, ma bensì come questa serva a espandere i confini nazionali.
Quello di Borge è un libro molto interessante, come d’altronde vale la pena di leggere gli altri suoi contributi recenti: basti menzionare la sua riflessione su Shakespeare (Las “History Plays” de William Shakespeare y la construcción retórica de la Inglaterra moderna, “Archivum”, 56, 2006, pp. 27-66), oppure il suo parallelo fra spagnoli e inglesi riguardo alla prima impresa coloniale (El Discurso colonial en la España e Inglaterra renacentistas: paralelismos y contrastes en los casos de Bartolomé de las Casas y Richard Hakluyt, “Archivum”, 52, 2002-2003, pp. 7-30). Tuttavia il critico spagnolo non è il solo autore straniero da prendere in considerazione per l’argomento che qui ci interessa.
La passione della storiaNatalie Zemon Davis, della quale è stato tradotto La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, a cura di Angiolina Arru e Sofia Boesch Gajano, Roma, Viella, 2007, è stata una delle maggiori storiche della Francia cinque-seicentesca. In particolare negli anni Settanta e Ottanta ha cambiato la nostra percezione di quella realtà e la maniera di studiarla. È universalmente noto il volume del 1982 su Il ritorno di Martin Guerre (tradotto in Italia nel 1984 per i tipi dell’Einaudi), grazie anche al film ad esso collegato. Solo gli specialisti hanno invece avuto il piacere di assistere alle conferenze nelle quali faceva rivivere le storie che trovava negli archivi e poi confluite nel 1987 in Storie d’archivio. Racconti di omicidio e domande di grazia nella Francia del Cinquecento (tradotto nel 1992 sempre per Einaudi). Si trattava di veri e propri happening, nei quali la recitazione dei testi diveniva parte integrante del seminario.
A un certo punto della sua carriera Zemon Davis si è volta al problema dei viaggi nell’età moderna, così abbiamo avuto i saggi sulle donne viaggiatrici in Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo (Laterza 1995, edizione originale dell’anno precedente) e Trickster Travels. A Sixteenth-Century Muslim Between Worlds (Hill and Wang 2006). In questi due volumi chi parte (donne, come già detto, e Leone l’Africano nel libro non ancora tradotto) si trova ai margini rispetto alla tradizione euro-centrica delle esplorazioni. I nuovi saggi della studiosa americana ci spingono quindi ad aggiustare la nostra ottica e a pensare una storia delle esplorazioni molto più vasta di quella sinora praticata. Il libro-intervista di Denis Crouzet permette di seguire il percorso di studio dell’autrice e di comprendere perché e in che modo i suoi interessi si siano evoluti verso le conclusioni attuali.
MediterraneoIl viaggio di Leone l’Africano, ma anche molti di quelli discussi nei libri appena presentati trovano nel Mediterraneo la loro origine. Scipione Guarracino (Mediterraneo. Immagini, storie e teorie da Omero a Braudel, Milano, Bruno Mondatori, 2007) ci propone una ricognizione delle descrizioni e delle interpretazioni di questo mare (geografiche, storiche, politiche, letterarie, ecc.), che sono state date dai tempi di Omero. Il volume è un pochino affastellato e forse sarebbe occorso un maggior numero di pagine per decantare l’enorme quantità di lavoro compiuto dallo studioso. Un capitolo particolarmente schematico, ma ricco di spunti, presenta materiali e riflessioni relative al Mediterraneo come via d’acqua per recarsi in Oriente o per salpare verso l’Atlantico.
Del secondo versante abbiamo abbondantemente parlato. Sul primo rimane da ricordare una recentissima pubblicazione: Francesco Surdich, La via della seta. Missionari, mercanti e viaggiatori europei in Asia e nel Medioevo, Genova-Trento, Il Portolano – Centro Studi Martino Martini, 2007. Il geografo genovese, che per lo stesso Centro Studi ha anche curato il numero monografico Per terra e per mare. Le grandi vie di comunicazione fra Oriente e Occidente, “Sulla via del Catai”, 2/2007, in quadra i contatti fra mercanti, missionari ed esploratori italiani nella storia lunga dei rapporti commerciali e militari nell’Asia centrale.
Surdich racconta quindi la lunga storia del confronto fra cinesi, mongoli e russi in quell’area che ancora oggi è tra le più contese del mondo e mostra come negli interstizi di quel mondo gli italiani ed altri europei cerchino di guadagnarsi il proprio spazio e al contempo presentino le proprie imprese ai lettori della Penisola (e talvolta dell’Europa occidentale). In questo settore il rinascimento corrisponde, però, a una chiusura definitiva. L’affermarsi della dominazione turca scaccia infatti i mercanti occidentali e impedisce loro la precedente penetrazione e a questo punto i portoghesi trovano il modo di scavalcare i domini turchi giungendo in Oriente per mare.

29 Febbraio 2008