Identità e Violenza

Identità e Violenza

di Amartya Sen

Roma-Bari, Laterza, 2006.

Amartya Sen, economista e filosofo morale indiano, raccoglie a questo punto di una lunga carriera consensi e riconoscimenti per l’autorevolezza di pensiero, ponendosi come paladino di un liberalesimo illuminato secondo l’eredità intellettuale di John Rawls. Nel suo ultimo libro, Identità e Violenza, Sen propone alcune chiavi di lettura per la convulsa fase storica apertasi nel post 9/11: categorie nuove sono necessarie, perché è evidente come intellettuali e politici pronuncino parole insoddisfacenti davanti all’incedere di avvenimenti terribili e perché, nell’esigenza di mettere in atto politiche di intervento, purtroppo si hanno a disposizione armamentari teorici inadeguati per descrivere gli eventi.

Il tema su cui si sofferma Sen è l’identità e la sua correlazione con la violenza. I nove capitoli del libro accompagnano il lettore, anche non specialista, a riconoscere il contesto odierno di crisi, come affrontato dalla pratica politica contemporanea e mettono in evidenza l’insufficienza dell’approccio teorico al problema. L’occasione polemica è offerta a Sen dalle tesi di Samuel Huntington, espresse nell’ormai celebre saggio Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale,1 nelle quali si confronta una presunta “civiltà occidentale”, basata sui valori della democrazia, della libertà e del mercato, con le altre civiltà e, in particolare, quella “islamica”. Altra occasione polemica è, per Sen, la riflessione dei Communitarians contro le degenerazioni derivanti da un multiculturalismo ingenuo. Com’è noto, la cosiddetta “identità occidentale” viene da Huntington descritta come aperta e lungimirante, mentre quella “islamica” come rappresentazione di un mondo reazionario e monoliticamente integralista. Sen rigetta questa lettura come semplicistica e la definisce “solitarista”: essa pretende infatti di imbrigliare la complessità delle espressioni del singolo e della società con un approccio riduzionista, che utilizza una sola delle identità della persona. Secondo l’Autore indiano, invece, per descrivere compiutamente un individuo, è necessario fare uso di una molteplicità di descrizioni, cioè della pluralità di identità che fanno quella persona. Per dirla con le sue parole, “il fatto che un individuo sia donna non è in contrasto con il suo essere vegetariana, il che a sua volta non si oppone al suo essere avvocato, il che a sua volta non le impedisce di essere un’amante del jazz, o un’eterosessuale, o una sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche” (p. 47).

La confutazione dell’approccio “solitarista” parte dalla descrizione, nel primo capitolo, delle tesi riduzioniste che Sen ritiene di senso comune, diffuse e condivise tra intellettuali e media occidentali; basta leggere qualsiasi analisi, anche pubblicata su stampa progressista, dell’andamento della “guerra al terrore” per rendersene conto. Nel secondo capitolo, Sen si confronta invece con il pensiero comunitarista e, da buon liberale, riafferma il primato della scelta razionale sottoposta a vincoli, ossia la possibilità per l’individuo free and equal di esercitare il proprio diritto a scegliere tra le alternative possibili il modello di vita buona. Nel terzo capitolo, Sen si sofferma sulla pochezza dell’analisi storica sottesa alla tesi dello “scontro di civiltà”, in particolare stigmatizza il fatto che i presunti valori occidentali, come la democrazia e la libertà, o anche il fiorire della scienza e della tecnologia non siano solo retaggio dei paesi europei o nord-americani: anche il mondo asiatico o altre “civiltà” presentano clamorosi casi di valori “occidentali”, giacché “la percezione confusa della storia mondiale determina una visione eccezionalmente limitata di ciascuna cultura, che comprende una lettura singolarmente provinciale della civiltà occidentale” (p. 59). Il quarto capitolo viene impiegato per smontare la tesi che l’identità islamica sia un monolite integralista. Le persone di fede musulmana vivono la propria vita ricca e complessa come una qualsiasi altra persona, pur aderente alla fede cristiana o induista. Sen critica così i tentativi di avvicinamento ad un Islam “moderato” da annettere alle schiera dei sostenitori delle politiche occidentali e da contrapporre ad un islam “integralista”; più che spingere ad accreditare una lettura moderata della fede islamica, Sen ritiene utile favorire il dialogo, non tra presunte diverse civiltà identificate sulla base del solo criterio identitario religioso, quanto piuttosto facendo leva su valori comuni trasversali e condivisi, quali, appunto, l’anelito democratico e libertario. Il quinto capitolo si sofferma sul sentimento antioccidentale, che promana da irrisolti complessi di inferiorità, velenosi lasciti post-coloniali. Per Sen, l’essere anti-occidentali, infatti, in reazione ad una dominazione miope e di rapina, non è altro che continuare a versare in una condizione di subordinazione psicologica perniciosa, perché alimentata da uno spirito identitario che si fonda sulla contrapposizione al positivo che si vorrebbe negare. Grazie a questo sentimento di rancore, su soggetti non educati ad esercitare la propria ragion pratica, il pensiero integralista può facilmente attecchire, fomentando esiti violenti: “se il fondamentalismo islamico contemporaneo è, in questo senso, parassitario nei confronti dell’Occidente, il terrorismo indirizzato contro l’America e l’Europa, che in certi casi lo accompagna, lo è ancora di più” (p. 102). Il sesto capitolo compie una disamina di alcune esperienze storico-sociali: per esempio, quali pregiudizi razzisti abbiano arrecato morte e sofferenza ad una popolazione intera (la Great Famine degli anni Quaranta dell’Ottocento in Irlanda), oppure, a converso, come una politica locale asiatica abbia saputo investire in valori che Huntington annovererebbe tra quelli specificamente occidentali (l’esperienza giapponese della politica pubblica all’istruzione di massa del XIX secolo). L’ excursus si conclude con una critica al multiculturalismo, che Sen giudica approccio semplificatorio che non favorisce affatto il dialogo o l’elevazione a comuni valori, ma pretende di far convivere comunità giustapposte in seno alla società civile. Il capitolo settimo affronta il tema della globalizzazione, riportando e le tesi entusiastiche degli apologeti e le critiche dei contestatori no global. Sen assume su questo punto, da economista liberale, una posizione intermedia, rimettendo ordine sul piano teorico, e sostiene fortemente una visione ottimistica per l’apertura dei mercati mondiali anche per i paesi in ritardo di sviluppo: il miglioramento delle condizioni economiche e della capacità di consumo favorirebbe, tra l’altro, anche processi di acquisizione di consapevolezza e l’esercizio della scelta razionale tra opzioni alternative. Nell’ottavo capitolo, Sen ritorna criticamente sui temi del multiculturalismo e, in particolare, sulle politiche di integrazione attuate in Gran Bretagna. Secondo l’Autore, tali scelte peccano della stessa visione riduzionista basata sull’identità religiosa, che impedisce di impostare il problema correttamente. A ciò Sen contrappone la lungimiranza del Mahatma Gandhi che, nell’affrontare la propria battaglia politica, quella cioè di favorire l’indipendenza dell’India salvaguardando al contempo l’unità geografica e spirituale del suo paese, “pronunciò un energico invito al governo britannico a considerare la pluralità di identità degli indiani” (p. 168). Nel capitolo conclusivo, infine, Sen riassume i termini del conflitto teorico e ribadisce il fatto che un approccio che separi le civiltà su base religiosa o etnica rappresenta un errore madornale: il proselitismo integralista fa leva sulla medesima semplificazione e sulla incapacità nel far chiarezza propria delle masse a corto di strumenti analitici, per instillare una propria distruttiva visione del mondo.

Oltre ad essere convincente, il libro è interessante perché propone un modello di lettura delle attuali politiche occidentali dell’ “esportazione della democrazia” attuate con gli interventi armati in Afghanistan e Iraq. Sotto questo aspetto sono quindi degne di rilievo le critiche apportate non tanto ad Huntington, il quale non sembra avere un background analitico di riferimento preciso, quanto al quadro teoretico dei Communitarians in riferimento ad una lettura specialista del tema del multiculturalismo. La proposta di Sen è quella classica per ogni autore liberale: come l’individuo deve essere apprezzato per la molteplicità delle componenti la sua personalità, così anche le società contemporanee devono essere più propriamente valutate per la ricchezza e la pluralità dei fini, degli stili di vita e delle politiche. Occorre favorire la massima libertà e, se un intervento dello Stato deve esserci, ciò deve portare a sviluppare, da un lato, le capacità personali di scelta che concretizzano le libertà, mentre, d’altra parte, a livello politico sociale, si dovrà favorire il dialogo all’interno di una comunità che si riconosce portatrice di medesime identità trasversali - attraverso l’associazionismo, i gruppi per lo studio delle differenze di genere, le comunità filosofiche, i think-tank politici, ecc..

Quello che meno soddisfa, d’altra parte, è che spesso la parola chiave identità viene utilizzata in modo spregiudicato dal punto di vista semantico: ne risulta una vaghezza di significato che ne impedisce un utilizzo trasversale e puntuale nel percorrere i vari capitoli del libro e nei vari temi affrontati. Per intendersi: Sen è costretto ad associare il termine ad alcune specificazioni per esplicitare di volta in volta il contenuto semantico voluto. Il rischio è che, alla fine, la pluralità di abbinamenti facciano del primo un contenitore vuoto, oppure che le varie coppie (ad es.: identità etnica, religiosa, sessuale, politica, ecc.) difficilmente si distinguano una dall’altra, in quanto, in buona sostanza, sono tutte indicatrici di una pluralità assiologica condivisa da una libera aggregazione di individui. Meglio sarebbe stato, allora, tentare di fornire una definizione iniziale da utilizzare durante il percorso, magari “aggiustandolo” alla bisogna, anche se probabilmente la difficoltà di mantenere una coerenza sarebbe stata notevole. Tale incertezza semantica limita notevolmente la potenza esplicativa e propositiva del libro, che rimane, tuttavia, uno strumento utile per chi stia cercando strumenti per leggere il nostro quotidiano in modo consapevole.

  1. Garzanti, Milano, 2000 trad. it. di The Clash of Civilizations and the Remaking of the World Order, Simon&Schuster, New York, 1996.[]

29 Febbraio 2008