Quando la cultura fa la differenza (Patrimonio, arti e media nella società multiculturale)

Quando la cultura fa la differenza (Patrimonio, arti e media nella società multiculturale)

di AAVV

a cura di Simona Bodo e Maria Cifarelli

Roma, Meltemi, 2006.

Quando la cultura fa la differenza, a cura di Simona Bodo e Maria Rita Cifarelli, è un libro di grande attualità che si propone di esplorare il tema del rapporto tra politiche culturali e società multietnica, ponendo in primo piano la riflessione sul concetto della cultura e della pluralità delle culture nella società d’oggi. Come affermano le due studiose nella loro introduzione, l’urgenza di una simile esplorazione è stata sicuramente determinata dal clima di crescente tensione intorno al reale o presunto “scontro di civiltà”, e si fa particolarmente sentire in un paese come l’Italia, che ancora dimostra scarsa sensibilità nei confronti delle problematiche di integrazione (e contaminazione) culturale legate alla nuova immigrazione (p. 7). Nonostante il compito prefissato si dimostri arduo, considerata la multidisciplinarità degli argomenti d’analisi scelti, i risultati eccellenti del volume sono stati garantiti dalla scelta metodologica delle curatrici di separare la teoria dalla pratica, la riflessione concettuale dalle sue ricadute sul piano politico-sociale-istituzionale. Il volume si compone infatti di due sezioni, la prima delle quali si offre come “mappa concettuale e terminologica”, ospitando il dibattito sui concetti chiave legati alla pluralità della cultura nel campo degli studi culturali, antropologici, sociologici, ecc., e la seconda lancia ai policy makers alcune stimolanti proposte/analisi a sostegno di una politica delle diversità e dei diritti delle comunità migranti. Grazie anche agli autori dei vari contributi, che provengono da esperienze culturali e disciplinari assai differenti, questo libro offre risposte lungimiranti alle questioni che nella fluidità della società di oggi si sa devono essere sottoposte a continue verifiche, e in quanto tale il volume si propone quale utile strumento di confronto e di analisi alle istituzioni e/o ai cittadini che nel mondo moderno desiderano agire secondo un’etica della multiculturalità, superando in questo modo la radicata tendenza a collocare le diverse culture entro gerarchie organizzate secondo criteri etnici.

Alla forma che la multiculturalità dovrebbe assumere sono dedicati i saggi di Tony Bennett e di Iain Chambers, che aprono la prima sezione intitolata Quale cultura, quale differenza?. Il punto di partenza di Bennet è il cosiddetto “multiculturalismo critico”, che mira a promuovere la fusione tra le culture piuttosto che a gestire le relazioni tra culture diverse, concepite come separate l’una dall’altra. In questa maniera, secondo Bennet, si supererebbero le forme liberali del multiculturalismo, che in tempi recenti sono state accusate di estetizzare le differenze attraverso una celebrazione delle diversità culturali paragonabile a un’operazione di cosmesi, di “reificare” la diversità suddividendo le popolazioni in gruppi etnicamente o razzialmente definiti e, infine, di costruire l’alterità culturale dal punto di vista di una cultura bianca. Bennet si sofferma anche sulla questione della pratica politica multiculturale, sostenendo la necessità di distinguere tra “diverse differenze”. In particolare, e questo punto è anche condiviso dalle due curatrici, “la peculiarità delle problematiche legate alla diversità culturale delle minoranze diasporiche va non solo riconosciuta, ma anche affrontata come una questione prioritaria, vista la necessità di garantire un pieno rispetto dei diritti culturali dei «nuovi cittadini» e l’urgenza di allentare le tensioni razziali o lo «scontro di civiltà» (reale o presunto che sia) nel mondo del dopo 11 settembre” (p. 9). Tuttavia, adottando un simile punto di vista è necessario secondo Bennet “mantenersi in equilibrio sul filo teso tra la giusta valorizzazione delle differenze e una loro promozione non esasperata” (p. 36). Sul terreno del “multiculturalismo critico”, privilegiando la visione della cultura quale terreno ibrido e relazionale, si muove anche Iain Chambers. Osservando la multiculturalità in una prospettiva storica, che cerca nel passato le risposte urgenti alle problematiche sociali di oggi, Chambers fa notare come l’avvento della “società multietnica” e delle “culture ibride” sia tutt’altro che un fenomeno recente, rappresentando piuttosto un “lato rimosso della nostra storia”. Secondo l’autore, infatti, il mondo occidentale va percepito come un luogo dove “le differenze storico-culturali hanno costruito la loro casa” (p. 41). Solo adottando questo punto di vista, scrive Chambers, si riuscirà a cambiare lo sguardo sulle società multietniche d’oggi, come anche sulle questioni politiche che le riguardano, che non si occuperanno più della necessità di predisporre la sfera pubblica per ospitare gli altri, bensì di una questione ben più urgente, ossia “come vivere con, e nelle, differenze” (p. 42). La riflessione di Chambers è tuttavia ben più complessa: adottando il concetto del “terzo spazio” di Homi Bhabha, dove ogni cultura di “origine” viene interrogata e sottoposta a processi di ibridizzazione, egli interroga sì la storia, la cultura e l’identità, sia del migrante sia del residente, ma con ciò anche “i saperi che pensano di essere in grado di possedere la spiegazione di questa situazione” (p. 48). Yudhishthir Raj Isar, con il suo contributo che più di tutti gli altri della prima sezione si addentra nelle pratiche politiche, sostiene che, per quanto il multiculturalismo/interculturalismo sia “una sfida politica ben precisa che i governi possono e devono affrontare, l’interculturalismo può esistere solo come approccio volontario adottato da individui che scelgono di attraversare i propri confini esistenziali” (p. 68). Sono, infatti, secondo Raj Isar, artisti e operatori culturali a dover prendere coscienza delle proprie identità multiple, per poter, poi, arrivare a una “interculturalizzazione” della società moderna. Ciò che emerge da questa prima sezione è che il faticoso approdare del multiculturalismo nelle società contemporanee è stato anche determinato dalla mancanza di forum di riflessioni teoriche riguardo alle pratiche culturali nelle società multietniche, riflessioni che, come questo volume mette in risalto, sono divenute la priorità di alcuni settori degli studi culturali.

La seconda sezione del volume, dal titolo Policy makers, istituzioni e media di fronte alla sfida della società multiculturali, tratta in maggior dettaglio la varietà delle politiche formulate a sostegno della diversità culturale, offrendo all’attenzione dei lettori una serie di questioni di fondo. Seppure tutti i contributi meriterebbero una menzione, si è scelto di richiamare soltanto i risultati che ci sono parsi più lungimiranti per il contesto culturale italiano. Dragan Klaic sostiene così che uno dei primi obiettivi di Policy makers, istituzioni e operatori deve riguardare la riconquista di una legittimazione democratica agli occhi di in una società sempre più eterogenea. Nella società moderna, secondo lo studioso, la priorità di un simile traguardo è assoluta, data la presenza di troppi individui e interi gruppi sociali che tutt’ora sono emarginati dalla cultura sovvenzionata, dalle sue istituzioni e programmi (p. 102). Klaic tratta poi altre questioni chiave, che ritiene altrettanto necessarie e urgenti per assecondare un miglior funzionamento e rendimento delle società multietniche. Da un lato, si sofferma sulla competenza interculturale, che non deve essere acquisita e sviluppata soltanto a un livello individuale, ma anche, e soprattutto, deve diventare “un orientamento strategico e programmatico tale da permeare l’intera istituzione” e, dall’altro, sulla necessità di creare nuovi modelli istituzionali in grado di promuovere la diversità culturale. Similmente, Naseem Khan si occupa dello spazio pubblico. Se il traguardo, scrive, deve essere rappresentato dall’interculturalismo, il mezzo principale per raggiungerlo è il sostegno a una differenza che riesce a trovare lo sbocco in uno spazio condiviso. Così, il lavoro che viene realizzato ai “margini” deve poter usufruire di canali che consentano la sua visibilità all’esterno della sua più immediata comunità di riferimento. Per Franco Bianchini e Jude Bloomfield, il traguardo dell’interculturalismo può essere raggiunto con un’efficace politica urbana, che deve agire in favore di una “trasformazione in senso pluralista dello spazio pubblico, delle istituzioni e della cultura civica” (p. 12).

Il lettore troverà illuminante questo libro non solo per la sua vasta offerta di concetti e pratiche indispensabili per la costruzione di una società delle politiche culturali a favore della differenza, ma anche per le chiavi di lettura alternative offerte dagli autori che, soprattutto quando applicate allo scenario politico italiano, rilevano quanto sia necessario nella società moderna appoggiare un intervento politico e istituzionale a favore della multiculturalità. Come ricordano anche le due curatrici, si tratta di un’urgenza poiché, seppure molte pratiche politiche e istituzionali indichino una maggior consapevolezza della necessità di promuovere le iniziative di sostegno delle diversità e dei diritti delle comunità migranti, la mancanza di sostegno popolare a simili pratiche politiche fa sì che nelle società europee di oggi (inclusa quella italiana) spesso si viva in una sorta di schizofrenia istituzionalizzata per cui, come sostiene Bhikku Parekh “molti governi, nello stesso momento in cui appoggiavano la retorica della globalizzazione e del multicultralismo come tendenze apparentemente inarrestabili, irrigidivano il controllo dei confini e promulgavano leggi sull’emigrazione in evidente contrapposizione a quelle stesse tendenze” (p. 17). Vorrei infine notare come si tratti in questo caso di un libro attraversato da una forte tensione etica, dove è bello osservare come gli studiosi, con grande eleganza, uniscano competenze e impegno civico.

19 Marzo 2008