Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura

Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura

di Luisa Villa (a cura di)

Genova, ECIG, 2007.

Emilio Salgari e la grande tradizione del romanzo d’avventura, a cura di Luisa Villa, è un libro ricco e stimolante che, per la varietà dei suoi contributi, difficilmente lascerà insoddisfatti gli appassionati, studiosi o meno, dei romanzi d’avventura e di uno dei suoi rappresentanti più noti e amati: Emilio Salgari. Il volume nasce dal Convegno Internazionale “La grande tradizione del romanzo d’avventura ed Emilio Salgari”, tenutosi a Genova il 17-18 febbraio 2005 e, grazie all’approccio comparatistico che gli autori dei contributi propongono, si offre quale riflessione globale sia sull’opera di Emilio Salgari, sia sul romanzo d’avventura in generale. La raccolta di studi si presenta quindi come un ricco e duraturo archivio di critica salgariana e del genere d’avventura, soprattutto grazie alla partecipazione di ricercatori/trici appartenenti non solo all’area linguistico-culturale italiana, ma anche inglese, francese e spagnola, come pure di studiosi/e italiani/e provenienti da vari ambiti disciplinari, quali l’anglistica, la francesistica e l’ispanistica. Questa raccolta di studi è quindi destinata a divenire per gli specialisti del genere d’avventura un punto di riferimento d’obbligo. Come ricorda la stessa curatrice nella sua presentazione, a un simile risultato, che privilegia uno sguardo su Salgari che incrocia tradizioni critico-letterarie provenienti da paesi e da settori disciplinari differenti, si è anche arrivati grazie all’impostazione generale del convegno, il quale ha privilegiato “un’ottica comparatistica favorendo l’incontro tra specialisti di Emilio Salgari e specialisti di altre letterature dotati di competenze specifiche su autori e/o problematiche che potessero essere messi produttivamente in relazione all’opera salgariana”, mentre la necessità di una simile prospettiva per uno studio di Salgari e del romanzo d’avventura era già emersa da esperienze di studio simili nei due decenni precedenti (p. viii).

I risultati di un simile approccio sono numerosi e solo in parte possono essere qui richiamati, considerata anche la presenza di ben venti contributi. Significativamente, il volume si apre con due studi che contestualizzano Emilio Salgari nella tradizione letteraria del romanzo di avventura e cercano di puntualizzare la sua posizione all’interno di questo genere, confrontando Salgari con alcuni autori di quella che è stata definita talvolta la ‘grande tradizione del romanzo d’avventura’ e talaltra ‘il romanzo di avventure geografiche’ (Richard Ambrosini, Matthieu Letourneux). Ciò che secondo Ambrosini distingue Salgari dalla ‘grande’ tradizione dell’avventura non è l’anticolonialismo, “bensì una qualità ancora più significativa: una assoluta mancanza, non solo di razzismo, ma di qualsiasi giudizio di valore su individui e popoli fondato sulle diverse gradazioni di colore o di purezza di sangue” (p. 10). Troviamo, poi, diversi contributi che per i metodi di studio applicati definiamo ‘post-coloniali’ e che si propongono di indagare l’immaginario salgariano rispetto all’Alterità, nonché la posizione dell’autore nei confronti dell’imperialismo e del colonialismo (Luisa Villa, Mario Tropea, Flaminia Nicora, Paola Irene Galli Mastrodonato). Un’indagine del genere, proprio grazie alla sua fedeltà a un approccio comparatistico che affianca e fa interagire lo sguardo politico-culturale di Salgari con quello di Karl May e Hall Caine, induce Luisa Villa a sottolineare una certa originalità della prospettiva salgariana nel panorama dell’imperialismo culturale europeo: “nella specifica declinazione che lui ne offre nella Favorita del Mahdi, sembra opporre un margine di resistenza al progetto di implacabile rischiaramento/omologazione del mondo sotto l’egida della ‘civiltà’ – cioè di un (presunto) universale maschile sedicente neutro” (p. 43). Similmente, Mario Tropea ricorda che, nonostante la produzione salgariana interiorizzi tutti i classici pregiudizi dell’uomo bianco, cioè dell’uomo europeo, contro la negritudine e il selvaggio e i costumi feroci e incivili, ci sono momenti in cui “la sua storia si allarga e l’impegno narrativo diventa partecipazione emotiva e culturale, la situazione si rovescia e l’uomo di colore, i popoli emarginati e dalle libertà oppresse, diventano i veri oggetti positivi dei suoi romanzi” ed è per questo, secondo lo studioso, che Salgari deve iniziare a essere approcciato al di là dell’ormai vieto cliché dello scrittore caotico, ingenuo e semplificante nel quale è stato racchiuso per pregiudizio comune (p. 60). Interessantissimo anche il contributo di Nicora, che studia Salgari quale legittimo, anche se sporadico, rappresentante del sottogenere britannico Mutiny novel. Tracciando le differenze tra l’atteggiamento salgariano e quello dei romanzi d’avventura britannici e francesi rispetto all’episodio storico del Mutiny, la studiosa sottolinea come, oltre alla singolarità della poetica di ciascun autore, la rielaborazione narrativa della ribellione indiana porta anche le tracce dello specifico contesto storico-culturale in cui ogni autore ha operato e che ha contribuito a plasmare con il proprio lavoro (p. 78). La diversa percezione delle realtà coloniali è sottolineata anche da Mastrodonato che, seppure riconosca una tendenza, comune ad autori come Salgari, Taylor e Kipling, a ridurre la complessità della realtà indiana, mostra comunque come la ‘materia indiana’ in ognuno di questi autori acquisisca tratti assai peculiari. La complessità del tema della morte in Emilio Salgari è indagata con molto acume da Anne Lawson Lucas, la quale ci fa notare come Salgari, insieme a Stevenson e Haggard, si distingue nel panorama degli scrittori per ‘i più giovani’ per un “atteggiamento adulto, per cui non sceglie di escludere la morte e al contrario [sceglie] di insistere sulla finitezza della vita” (p. 95). Secondo l’autrice, in questi autori il “pensiero nero” non va necessariamente accompagnato all’eterno ideale della donna irraggiungibile, bensì può essere inteso quale “amore soffocante per il potere, o l’amore stravagante di sé; può ugualmente derivare senza logica dal male casuale, o dal fascino per i segreti arcani del sovrannaturale” (p. 108). L’esoterismo ‘avventuroso’ in alcuni autori del genere avventuriero viene indagato da Felice Pozzi. Un confronto di Salgari con gli autori esoterici per eccellenza, Jacolliot e Haggard, ha permesso all’autore di tracciare un ritratto di Salgari quale mancato “esoterico e/o occultista”; giunti a una simile conclusione, secondo Pozzi, bisogna rivalutare Salgari per avere saputo utilizzare il materiale esoterico allo scopo di “dare vita a cose nuove, dotate di una corrente tellurica che trasmette sensazioni, energia, impulsi” (p. 122). Il contributo di Klaus-Peter Heuer tratta il tema della religione nei romanzi d’avventura, notando, grazie anche ad alcuni studi precedenti, come Salgari, se confrontato con Karl May e Ugo Mioni, si comportò da vero e proprio eccentrico, trattando la religione come “fatto intimo e personale” (p. 175). Gianfranco de Turris, accostando Salgari a Verne, attribuisce ai due autori una certa lungimiranza nel loro modo di osservare il ‘mondo moderno’, in quanto in grado di individuare che “il progresso vertiginoso non avrebbe portato soltanto benefici materiali, ma anche effetti negativi nell’umanità che non sarebbero riusciti a ripagare del tutto il benessere fisico” (p. 160). Com’è inevitabile in una recensione breve di un libro che coinvolge un alto numero di studiosi/e, si è optato di richiamare i risultati soltanto di alcuni dei lavori presenti nel volume, ma teniamo perlomeno a menzionare tutti gli altri autori che hanno partecipato all’iniziativa, con contributi di grande spessore e acume analitico, vale a dire quelli di Franco Croce, Claude Shopp, Luciano Curreri, Gianfranco De Turris, Ada Neiger, Claudio Gallo e Caterina Lombardo, Fabrizio Foni, Roberto Fioraso e Nazzareno Fioraso, Claudia Borri, Enrico Rulli e Massimo Tassi, Nicoletta Gruppi e Nico Lorenzutti.

In modo eccellente questi contributi dimostrano che quella che oggi è una tendenza che si sta sempre più affermando nell’ambito degli studi umanistici, ossia una sempre più diffusa trans-/inter-disciplinarietà e trans-nazionalità, che emerge dai convegni e dai volumi che spesso ne sono le ricadute, ha tutte le ragioni non solo di esistere ma anche di continuare a evolversi in altre direzioni ancora più stimolanti e avvincenti, in quanto risulta essere forse uno dei pochi mezzi capaci di affrontare con efficacia le grandi tradizioni letterarie come è anche quella del romanzo d’avventura. A questo proposito, però, ci preme far notare che manca un confronto con gli studiosi dei paesi dell’Europa dell’Est, dove Emilio Salgari è stato da sempre tradotto, letto, studiato e amato. Sappiamo che questo è una mancanza che riguarda non solo l’accademia italiana ma anche quella francese, spagnola o inglese, in occasione di giornate internazionali di studio e di eventi di simile natura. Tuttavia, in futuro, vista peraltro la già numerosa presenza di paesi dell’Europa centro-orientale nell’Unione europea, che ha reso l’Est più tangibile per gli immaginari europeo-occidentali, forse sarebbe opportuno per iniziative accademiche simili a questa prendere maggiormente in considerazione la ricerca storico- e critico-letteraria di quei paesi.

Vorrei infine notare come questo volume, una volta terminata la sua lettura, sia capace di avvolgerci di nostalgia. In un’epoca di immagini veloci, dove l’avventura viene associata soprattutto a un game play o al massimo, quando va bene, a un cartone animato o film di fantascienza per ragazzi, un’operazione come quella offertaci dagli organizzatori del convegno e dalla curatrice del volume ha anche qualcosa del nostalgico recupero di tempi in cui gli immaginari collettivi, insieme dei bambini e degli adulti, si nutrivano delle lente immagini d’avventura romanzate da Emilio Salgari. Consiglierei dunque la lettura di questo libro anche a tutti coloro che, indipendentemente dall’età, nel profondo dei loro cuori a volte si ritrovano a rimpiangere quei tempi ormai irrecuperabili, ma che tutt’ora rimangono patrimonio di una buona parte di memorie collettive e certamente della cultura che ci riguarda.

20 Febbraio 2008