Esportare la libertà. Il mito che ha fallito

Esportare la libertà. Il mito che ha fallito

di Luciano Canfora

Milano, Mondadori, 2007.

Tucidide diceva che lo studio dei fatti molto significativi – non dei fatti qualunque, ovviamente – aiuta a scegliere tra le opzioni che la realtà ci propone costantemente. In base a questo insegnamento, prima di prendere determinate decisioni i politici dovrebbero valutare il fatto che, su 2500 anni di esperienza testata, non c’è un solo caso in cui si possa dire limpidamente che l’idea di esportare la libertà sia davvero riuscita. Non si possono fare profezie ma, visto che la storia è empiria, il dato certo è che, nei secoli, di guerre combattute in nome della libertà ce ne sono state molte; e tra le tante Luciano Canfora si sofferma su quelle dell’antica Grecia, della Rivoluzione francese, di Budapest e dell’Afghanistan, per arrivare al recente disastro iracheno. La conclusione di questa analisi è che dalla guerra del Peloponneso ai giorni nostri c’è grande continuità sia nella politica degli Stati sia nei rapporti di potere, nei fatti concreti come nelle scelte terminologiche. “Le vicende [qui] raccontate – spiega l’autore - [...] mettono in luce come il programma di «esportazione» di idealità e di modelli politici («libertà», «democrazia», «socialismo» ecc.) «copra» in realtà esigenze di «potenza». Ecco perché cadono nel vuoto e risuonano un po’ comiche voci perentorie quanto nulle che richiedono un’effettiva applicazione, magari sistematica, di quelle strumentali parole d’ordine”.
Quando, nell’aprile del 404 a.C., la feroce guerra del Peloponneso – che aveva insanguinato il mondo greco per quasi trent’anni (dal 431 al 404 a.C.) – si concluse con l’abbattimento delle inespugnabili mura di Atene ad opera degli stessi ateniesi, costretti a questo atto di massima umiliazione, Senofonte disse che quel giorno era iniziata la libertà per i greci. Ma seguendo con un po’ di attenzione le vicende di quella guerra, appare subito chiaro lo iato tra la dichiarazione di intenti (cioè il ripristino della libertà nell’impero avversario) e la reale strategia adottata dalle parti in lotta. In tal senso, sono due i fatti emblematici: la richiesta di pace da parte di Sparta dopo avere perso cento spartiati nell’assedio di Sfacteria (424 a.C.) e la decisione presa da entrambi i fronti di mettere fine al conflitto con una pace di compromesso (421 a.C), che in buona sostanza sanciva lo “statu quo”. Se il primo episodio è rivelatore perché mette in luce come fosse più sentita la preoccupazione di casta rispetto al tanto decantato desiderio di essere i paladini della libertà, il secondo fatto è ancor più illuminante. Sparta infatti, “sottoscrivendo quella pace incentrata sulla clausola «ciascuno si tenga la propria sfera d’influenza», [...] riconosceva per la prima volta in modo formale l’esistenza e la legittimità dell’impero avversario. Fu l’analogo degli accordi di Helsinki (1975), nei confronti dell’impero sovietico sorto alla fine della seconda guerra mondiale (1945-1947, stretto nel «Patto di Varsavia» nel 1955)”.
Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, tuttavia, non va dimenticato che era stato sempre per portare la libertà e l’indipendenza ai greci d’Asia che, nel 471 a.C., Atene aveva concluso con successo la guerra contro i persiani, e di lì a poco si era innalzata a “Stato-guida” di un’alleanza – presto trasformatasi in impero – che non tollerava defezioni. Prima della “grande guerra”, la ribellione più significativa a questo sistema di alleanze era stata quella dei cittadini dell’isola di Samo (441-440 a.C.), contro i quali – nell’indifferenza di Sparta – Atene aveva messo in atto una repressione durissima.
Qualcosa di molto simile è avvenuto a Budapest nel 1956, quando i ribelli ungheresi sono stati massacrati casa per casa dai sovietici, e i governi dell’Europa libera e degli Stati Uniti sono rimasti a guardare.
Le idee di Canfora sembrano coincidere con quelle espresse da Robespierre tra il 1791 e il 1792, quando ancora i risvolti più tragici della Rivoluzione non avevano avuto luogo, e lui portava avanti la sua battaglia contro la guerra nel club dei giacobini, che al tempo non era una forza di governo, ma solo un importante gruppo di pressione. Robespierre si diceva assolutamente contrario alla guerra, “che sempre atterrisce la libertà”, ma soprattutto all’illusione girondina che “la libertà potesse essere esportata”. Già in un intervento del 18 dicembre 1791 osservava acutamente che “la guerra è sempre il principale desiderio di un governo potente, che vuole divenire ancor più potente. [...] è proprio durante la guerra che [...] il governo copre con un velo impenetrabile i suoi latrocini e [...] i suoi errori, e [...] che il potere esecutivo dispiega la sua terribile energia ed esercita una specie di dittatura, la quale atterrisce la libertà. È durante la guerra che il popolo dimentica le deliberazioni che riguardano i suoi diritti civili e politici”. E non molto tempo dopo, il 2 gennaio 1792, sentenziava: “L’idea più stravagante che possa nascere nella testa di un politico è credere che sia sufficiente entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero per fargli adottare le proprie leggi e la propria costituzione. Nessuno ama i missionari armati; il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di respingerli come nemici [...] Voler dare la libertà ad altre nazioni prima di averla conquistata noi stessi, significa garantire insieme la servitù nostra e quella del mondo intero”.
La logica imperiale è da sempre ben più forte delle parole, e quando qualcuno si ostina a voler far coincidere retorica e potere con buona probabilità cade in errore, se non proprio nel ridicolo. È quel che accadde a Ugo Foscolo (nel quale indubbiamente la passione ideologica prevaleva sulla realtà stessa), che nella sua Orazione a Bonaparte per il congresso di Lione (1802) arrivò a scrivere con convinzione (benché, in forza della pace di Campoformio del 1797, Napoleone avesse restituito la repubblica democratica di Venezia all’Austria): “Te dunque, o Bonaparte, nomerò con inaudito titolo liberatore di popoli e fondatore di repubblica. Così tu alto, solo, immortale, dominerai l’eternità. [...] Redentore della Francia, terror dei tiranni e dei demagoghi, Marte di Marengo, signore della vittoria e della fortuna”.
“La durezza e persino lo spirito di conquista – osserva l’autore – fanno parte della «natura» umana. E non saremo certo noi, ammantati di postera saggezza, a stupircene”. Dunque la tesi di fondo – certo condivisibile – di questo libro lucido e spregiudicato è che tutte le guerre, in ultima analisi, siano di aggressione, e che la formula esportare la libertà sia promiscua e ingannevole.
Procedendo il viaggio attraverso i secoli, il quarto e il quinto capitolo sono dedicati all’Afghanistan e all’Iraq. Le operazioni militari in questi due Paesi sono state intraprese per motivazioni diverse, e sotto bandiere diverse: le prime sotto l’egida delle Nazioni Unite, le seconde sotto la bandiera a stelle e strisce. Tuttavia, secondo l’autore, questo fatto non è necessariamente discriminante. Certo è che nel primo caso gli Stati Uniti riuscirono a ottenere il consenso – e una presa di posizione – del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nel secondo no. Il fallimento della ricerca di una copertura è chiaramente dovuto alla palese inesistenza delle cause di guerra: questo ormai è un dato noto a tutti. Quel che invece pochi sanno – dal momento che la vicenda è stata tenuta ben nascosta dalla stampa del nostro Paese, come anche dai media di Paesi come la Francia e la Germania, anch’essi fortemente contrari a quella guerra – è che Josè Mauricio Bustani, il delegato brasiliano alla Conferenza per l’interdizione delle armi di distruzione di massa, molto prima che la guerra venisse scatenata (aprile 2003) aveva chiesto che in quella Conferenza venisse coinvolto l’Iraq. Gli Stati Uniti però si opposero a tale richiesta, e ordinarono al Presidente del Brasile Fernando Cardoso di togliere l’incarico a quel soggetto tanto scomodo. Bustani “fu catapultato a Londra come console generale. Ma ricorse all’OIT (Organisation Internationale du Travail); e il ricorso fu considerato fondato, la [sua] cacciata dall’OPAC definita «illegale»”.
È nell’ultimo capitolo che lo storico esprime la sua preoccupazione per l’ondata di fanatismo religioso di cui siamo testimoni in questi ultimi anni; e la sua analisi – indubbiamente riflesso di posizioni forti – è la seguente: “Se oggi [il collante religioso come alimento della contrapposizione e resistenza contro l'Occidente] è, al di là degli eccessi retorici con cui se ne parla, il principale «pericolo» per la pax americana, ciò dipende [...] dalla scelta – perseguita per mezzo secolo – di far fallire comunque la diffusione del «modello sovietico» nel mondo arabo-islamico, di impedire la sua espansione oltre i confini dell’ormai laicizzata «Asia sovietica». [...] Un tempo si disse, e si scrisse, che l’alternativa al socialismo era «la barbarie». Forse ci stiamo arrivando”.
Il libro è corredato da un’appendice documentale, nella quale spicca una lettera di Khomeini a Gorbaciov – “un insultante e aggressivo messaggio politico-dottrinario”, per dirla con Canfora, scritta il primo gennaio del 1989, quando il muro di Berlino non era ancora caduto, ma il mondo sovietico era già pervaso da mille tensioni. L’ayatollah spiega al presidente dell’Unione sovietica come i problemi del suo Paese non stiano nella messa in atto di determinate scelte economiche, pur sbagliate, ma nella pretesa di allontanare Dio dall’uomo. “La difficoltà principale del Suo Paese”, scrive Khomeini, “non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione. [...] D’ora in poi bisognerà cercare il comunismo nei musei della storia politica del mondo. Il marxismo, infatti, non rappresenta una risposta a nessunissimo reale bisogno dell’uomo. Si tratta di una dottrina materialistica e col materialismo non si può certo far uscire l’umanità dalla crisi provocata proprio dalla non credenza nello spirito”.

2 Maggio 2008