Saul Bellow – Romanzi – Vol. I – 1944-1959

Saul Bellow – Romanzi – Vol. I – 1944-1959

di Saul Bellow

a cura di Guido Fink

, Mondadori, 2007.

È stato recentemente pubblicato il volume “Saul Bellow. Romanzi 1944-1959” nella serie “I Meridiani” di Mondadori. L’opera contiene i romanzi “Uomo in bilico” (“Dangling man”, 1944) e “La vittima” (The Victim, 1947), ritradotti per l’occasione rispettivamente da Barbara Placido e Vincenzo Mantovani, “Le avventure di Augie March” (“The adventures of Augie March, 1953), “La resa dei conti” (“Seize the day”, 1956) e “Henderson il re della pioggia” (“Henderson the Rain King”, 1959), restituito al titolo originale.

Questo volume anticipa un secondo Meridiano che uscirà nel 2008 e che includerà le opere narrative pubblicate dal 1960 alla morte dell’autore. L’introduzione del testo è a cura di G. Fink, che guida il lettore nell’affascinante mondo di Saul Bellow, portando alla luce interessanti aspetti della sua vita, della sua identità, del suo stile narrativo e del suo ruolo nella letteratura americana (non solo di matrice ebraica).

Saul Bellow, il cui vero nome è Salomon Byelo, nasce nel 1915 a Montreal da una famiglia ebrea di origini russe, trascorre un’infanzia piuttosto difficile a causa della sua debole salute e cresce in un ambiente poliglotta; si trova immerso, infatti, in una realtà in cui si mescolano russo, francese, inglese, yiddish ed ebraico.

Nel 1924 la famiglia si trasferisce a Chicago, che diventerà, assieme a New York, uno dei suoi più importanti townscape. Lì Saul vive un vero e proprio shock: la città lo incanta come un “circo magico” ma al tempo stesso si mostra come un “non-crogiuolo di razze” dove tutti sono “ospiti, turisti, estranei, stranieri”.

Il giovane Saul viene educato secondo i principi giudaici, studia l’ebraico e il Talmud; la madre lo spinge poi anche verso la musica, ma senza successo: la sua vera passione è la letteratura.
Nel corso della sua vita, Bellow riceverà vari premi, tra cui il Pulitzer e il Nobel nel 1976.

L’Identità nei romanzi di Saul Bellow tra assimilazione e orientalizzazione

Per capire appieno l’opera di Bellow, occorre inserirla nel contesto ebraico-americano in cui vive. Nei suoi romanzi egli presenta, infatti, la realtà degli ebrei d’America, ormai quasi totalmente assimilati dal punto di vista sociale, più occidentali che ebrei, interessati al successo professionale e caratterizzati da una spiccata vitalità in ambito culturale e intellettuale ma al contempo inseriti in città come New York, dal sapore vagamente orientale e fiabesco, quasi levantino.

Lo stesso Bellow tiene a sottolineare di non sentirsi “scrittore ebreo” bensì più ampiamente “americano”. Gli scrittori ebreo-americani, in fondo, sono sempre stati inseriti nel contesto della letteratura americana, avendo anzi apportato nuova linfa a generi come il romanzo (basti pensare ad autori come Bernard Malamud, Philip Roth ed altri). Leslie Fiedler sosteneva che prima del 1945 gli scrittori ebrei si erano trovati di fronte ad una scelta non facile, ossia se rivolgersi ad un pubblico generico ed indifferenziato o restare nell’ambito ebraico dei ghetti. Dopo gli sconvolgimenti seguiti alla Shoah, però, questa scelta iniziò a non avere più senso poiché lo scrittore ebreo non era più tenuto a decidere se privilegiare le proprie radici o un più vasto pubblico. Una volta caduti gli ostacoli che si frapponevano all’integrazione, l’aspirazione degli ebrei all’integrazione nella società e nella cultura del paese in cui risiedevano si era poi trasformata in un’assimilazione pericolosa per la loro identità. I personaggi di Bellow, scomparso il contesto dei ghetti, si muovono per questo in città dall’ambiente indefinito, simili ad ampi ghetti indistinti in cui errare: paradossalmente, l’intero spazio urbano si ebraicizza. Per questo i romanzi di Bellow sono ambientati proprio in un contesto ibrido di americanizzazione degli ebrei, ma al tempo stesso anche di ebraicizzazione e orientalizzazione degli Stati Uniti. L’ebreo americano corre continuamente il rischio dell’assimilazione, sempre in bilico tra tradizione e modernità, tra il Sé e l’Altro. Il confronto tra l’ebreo americano e l’Altro, il nemico e doppio negativo, una specie di golem che incarna la figura del persecutore come brutta copia di sé si ha per
la prima volta in “The Victim”.

Il passaggio dalla riflessione sul Sé alla meditazione sull’Altro si attua brillantemente attraverso espedienti stilistici, come l’uso della prima e della terza persona. “Dangling Man” è scritto, infatti, in prima persona, proprio a evidenziare la natura di Joseph, personaggio autobiografico, piegato sul Sé, sempre in bilico tra “io” e “lui”, solo e inattivo. A un simile atteggiamento si contrappone quello di Leventhal in “The Victim”, opera scritta questa volta in terza persona. Leventhal è però un personaggio solo apparentemente non autobiografico, più incline alla riflessione sull’Altro e all’attivismo, atteggiamenti che si riveleranno più salvifici, benché Bellow usi la satira verso il “duro”, il “tough guy”. I passaggi dalla prima alla terza persona resteranno anche nello scrittore maturo, come in “Herzog”, in cui narratore e personaggi si mescoleranno continuamente, mentre la terza persona nasconderà un “io” in cui parlato e parlante si confondono.

L’identità di Bellow, ebreo ma in ogni caso profondamente americano, si esprime in modo particolare nel rapporto con la lingua. La relazione con il linguaggio, come del resto con il Libro, è piuttosto controversa per un ebreo, in quanto risulta essere al tempo stesso un’elezione e una condanna, il mezzo attraverso cui esprimere la memoria imposta da Dio ma anche a Lui richiesta dal popolo ebraico. La lingua diventa quindi una fortezza, una nuova vigna di Yabneh, simile a quella del Talmud babilonese, innalzata a difesa del ricordo dopo la distruzione del Tempio ad opera dei Romani. Quale lingua, però, esprimerà al meglio un compito tanto impegnativo?

Per molti scrittori ebreo-americani e israeliani la lingua da utilizzare a questo scopo è l’ebraico, unica lingua salvifica e legata all’eternità. Bellow sceglie, invece, di scrivere in inglese, nella lingua che più gli appartiene, discostandosi così in modo decisivo da altri grandi autori ebreo-americani. La sua lingua è un incontro tra inglese e Yiddish, una progressiva erosione di confini rappresentata da calchi di intonazione e costruzione, parole, esclamazioni, dialogo tra silenzi e allusioni. Pur padroneggiando l’ebraico e lo Yiddish, lingue legate alla tradizione, alla nostalgia per il Vecchio Mondo, al senso di comunità ebraica, Bellow sceglie l’inglese, o meglio l’inglese americano, proprio perché è e vuole essere americano.

Questa scelta porterà grandi autori israeliani come Shmuel Yosef Agnon e, in seguito, Abraham Yehoshua a criticarlo. S. Y. Agnon gli rimprovererà di non scrivere in ebraico e, a differenza di grandi autori come il tedesco Heinrich Heine che pur si esprimevano nelle lingue della Diaspora, di non essere nemmeno tradotto in questa lingua. Nel 1987 a Haifa, durante una conferenza, A. Yehoshua apostrofa Bellow addirittura come “defector”, disertore. Scegliendo di scrivere in inglese americano, su argomenti tipicamente americani come nel caso di “The adventures of Augie March”, incentrato sul tema twainiano della fuga e dell’iniziazione adolescenziale, Bellow rinuncerebbe, quindi, alla salvezza e all’eternità offerte dalla lingua ebraica. L’uso delle lingue della diaspora, in particolare dell’inglese, verrà però assolutamente rivalutato da Harold Bloom, secondo cui la vera lingua dell’ebreo della diaspora oggi è proprio l’inglese americano.

Il legame tra memoria e lingua è quindi da intendersi come un anello di congiunzione tra la tradizione e l’ebraismo moderno, che si esprime nei vari idiomi della diaspora e in particolar modo in inglese americano.
Il tema della memoria è presente ovunque nelle opere di Bellow ma viene espresso al meglio forse in un romanzo più tardo,“The Bellarosa Connection” (1989), in cui lo scontro tra generazioni avviene anche sul campo del rapporto con il ricordo, vissuto in modo molto diverso tra gli individui ma, soprattutto, nella relazione tra i superstiti del dramma della Shoah e le generazioni seguenti.

La memoria è per alcuni un dovere, che però contrasta spesso con la futilità della vita quotidiana, soprattutto in un ambiente come quello americano che invita gli ebrei all’assimilazione. Il rapporto tra memoria, tradizioni ed integrazione all’interno della società americana viene reso in modo particolarmente illuminante da Susser e Liebman in “Choosing Survival” (1999) attraverso il paragone tra le 4 generazioni di ebrei americani e i quattro protagonisti della Haggadah raccontata durante la Pasqua ebraica. La storia narra di quattro figli che vivono ciascuno in modo diverso il rapporto con la tradizione ebraica: uno la rispetta scrupolosamente, un altro la rifiuta totalmente, uno si dimostra quasi indifferente, l’altro non sa nemmeno cosa chiedersi in riferimento ad essa. Le quattro generazioni di ebrei presenti negli USA possono essere così identificate nei quattro personaggi: la prima generazione si era dimostrata assolutamente fedele alle tradizioni; la seconda si era già rivelata meno incline alla scrupolosa osservanza delle regole e più interessata all’integrazione all’interno della società americana; la terza, educata alla fede ormai in inglese dai rabbini, ha iniziato a vedere i precetti religiosi quasi esclusivamente come abitudini etnico-culturali, preferendo dedicarsi al successo in ambito professionale; l’attuale quarta generazione, colta e cosmopolita, considera la memoria delle tradizioni addirittura come un atteggiamento provinciale e non di moda. Ecco quindi che per molti ebrei americani contemporanei i precetti religiosi, le usanze, le festività talvolta non rappresentano che un fenomeno consumistico, un evento culturale al massimo da affiancare alle festività cristiane, come nel caso di Hanukkah che, svuotata dei suoi contenuti religiosi, viene spesso vissuta in modo estremamente superficiale e consumistico come la risposta ebraica al Natale cristiano.

La doppia natura dell’identità americana, cristiana ed ebraica, viene esemplificata da Bellow in Loventhal, il protagonista di “The Victim”, il quale si scontra con il suo antagonista Albee, che rappresenta il suo doppio non-ebreo. Ancora più complessa è la situazione di Fonstein, il protagonista di “The Bellarosa Connection”, un ebreo scampato alla tragedia che si trova a confrontarsi non solo con il suo frivolo amico americano ma anche con il suo salvatore ebreo Billy Rose che, assimilato totalmente all’interno della società americana, non si lascia nemmeno ringraziare. Il dramma è proprio questo: il narratore è un ebreo assimilato, superficiale, infedele alla memoria ebraica, mezzo anglosassone. Ritorna quindi il tema della colpa, vista come tradimento delle origini, futilità e interesse esclusivo per le scalate sociali. L’ebreo americano, come Leventhal in “The Victim”, si è integrato molto bene nella società ma è comunque schiavo dell’ossessione della colpa, sia essa riferita al fatto di non essere stato direttamente coinvolto nella Shoah o alle commiserazioni eccessive conseguenti a tale tragedia, che provocano imbarazzo e rimorso in molti ebrei americani. Anche secondo alcuni critici israeliani contemporanei, come Susser e Liebman, la cosiddetta “ideology of affliction”, ossia lo sfruttamento ideologico della Shoah e della condizione di vittime degli ebrei, sarebbe stata usata da alcuni ebrei al fine di rafforzare i legami con l’identità ebraica, messa perennemente a rischio da ostilità da parte dei “gentili”e dall’assimilazione, e al tempo stesso sostenere le ragioni di sicurezza dello Stato di Israele.

Si pone quindi il dilemma: ricordare o dimenticare? In “Mr Sammler’s Planet” il protagonista vorrebbe imparare l’arte di dimenticare, che verrà però più tardi contrastata dalla leggerezza di “The Bellarosa Connection”, vista come modo per ricordare e cura per non dimenticare.

L’opera di Saul Bellow, attraverso i vari personaggi dei romanzi, mette in mostra le varie sfaccettature dell’identità dell’autore, uno scrittore dallo stile chiaro e lineare, sempre in grado di esprimere concetti intensi e profondi in modo garbato e spiritoso.

La complessa identità di Saul Bellow, ebreo ma soprattutto americano, si scorge nel corso di tutta la sua attività di scrittore: in un certo senso, infatti, le sue opere non sono che una lunga autobiografia. I personaggi di Bellow sono in fondo tutti legati all’autore: Henderson è quello meno autobiografico ma in cui l’autore si identifica maggiormente, Augie è ciò che Bellow vorrebbe essere, Tommy di “Seize the Day” è ciò che non vorrebbe diventare, Sammler invece ciò che l’autore teme la sua vecchiaia possa risvegliare.

Molte delle tematiche affrontate da Bellow nei suoi romanzi, benché riferite al suo vissuto di ebreo americano, esprimono però in realtà verità e valori in grado di conciliare i due mondi in cui egli si trova a vivere, quello americano e quello ebraico. L’identità di Bellow si può quindi intendere come un dialogo tra il Sé e l’Altro, tra la tradizione e la modernità, tra la memoria e l’oblio, tra l’essenziale e l’effimero, in un contesto molto particolare caratterizzato da una comunità ebraica che non solo tende all’assimilazione all’interno della realtà americana ma riesce ad inserirsi in modo così efficace da conferirle tratti di orientalità ed ebraicità, spesso limitati però a mere manifestazioni esteriori che non tengono conto del patrimonio di fede e tradizioni ad esse legato.

Va sottolineato, però, che Bellow non si limita a rappresentare un mero punto di congiunzione tra due realtà in cui egli è inserito, ossia quella ebraica e quella americana. Egli va ben oltre, indicando il superamento della contingenza attraverso lo sguardo a valori universali quali l’importanza della memoria, il legame con le proprie radici, l’apertura verso l’altro, l’individuazione degli aspetti essenziali della vita. Questi ideali suggeriti da Bellow sono in grado di toccare nell’intimo non solo singoli individui ma anche popoli e nazioni, fino a poter offrire a livello globale spunti di riflessione per un mondo in cui ogni persona si senta accolta e rispettata nella sua identità e nelle sue peculiarità, siano esse di tipo religioso, etnico, culturale o nazionale.

14 Maggio 2008