Verso la terza Intifada

Articolo pubblicato nel marzo 2008 sul supplemento “Ojarasca” del quotidiano messicano “La Jornada”. La versione originale è disponibile qui.

La resistenza è un diritto
Mohammed, ex prigioniero politico palestinese

Juan Trujillo Limones, Campo profughi Dheisheh, Betlemme. Jhad ha solo quattro anni ed è vestito come un combattente palestinese, maneggia un’arma giocattolo mentre osserva scene violente in un video che mostra l’insurrezione durante la seconda Intifada (rivolta popolare) del 2000. I suoi zii, Ahmad e Heba, raccontano che Jhad non ha conosciuto suo padre, oggi deceduto, poiché fu imprigionato prima che Jhad nascesse. Altri due dei suoi zii scontano condanne nelle carceri israeliane per essere membri della resistenza. La casa di questa famiglia numerosa, nel campo profughi Dheisheh nella parte ovest della città, fu ricostruita due volte prima della distruzione provocata dai “castighi collettivi” israeliani.
Soltanto lo scorso 3 marzo, a poche ore da qui, culminò lo spiegamento militare Operazione inverno caldo che, con sei giorni di incursione terrestre e aerea, tolse la vita a 120 persone nella striscia di Gaza. Secondo Al Jazeera, morirono militanti del gruppo ribelle Hamas e civili: 22 giovani, 12 donne, anziani e due neonate, una di 21 mesi e un’altra di un mese. Sembra che la minaccia di realizzare un “Olocausto” contro i palestinesi, come aveva dichiarato il 28 febbraio alla stampa Matan Vilnai, viceministro della Difesa, abbia acquisito colore e risultati con questo massacro.
Una delle voci critiche israeliane è Jeff Harper, del Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Abitazioni. In un’intervista ha dichiarato che “non tutti gli israeliani sono d’accordo con la politica del governo; tuttavia (…) la società israeliana è molto cinica e i suoi dirigenti dicono che non c’è soluzione politica”. Il colonialismo non è finito, sostiene Harper: “i palestinesi sono indigeni nelle loro terre. È la lotta anticolonialista dei popoli indigeni per la terra, è la lotta dei palestinesi contro la spoliazione”.
Il tipo di “castigo collettivo” inflitto a Gaza risale al 1976. Per la popolazione palestinese la Nakbah (catastrofe) iniziò con la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Il campo Dheisheh ha raccolto profughi di 46 centri abitati distrutti attorno a Gerusalemme. “Questi campi furono creati dall’ONU. Qui vivono 12 mila persone in meno di mezzo chilometro quadrato, il 60 per cento sono bambini”, spiega Mohammed percorrendo i vicoli tra le cui pareti ricoperte da murales si affaccia il Che Guevara fotografato da Korda.
Il paesaggio si tinge di calcestruzzo tra le case ammassate. Lo spazio scarseggia, e anche il lavoro: qui, secondo questo giovane, il 64 per cento degli abitanti non ha un’attività remunerata. Solo tra il 10 e il 15 per cento lavora per conto proprio fuori dal campo.
Un tema centrale è quello della demolizione delle abitazioni compiuta dall’esercito israeliano in diversi momenti del conflitto. Qui, otto case sono state distrutte, alcune di esse in due occasioni. “Demolire case è uno dei castighi collettivi. Nelle campagne, le case o gli edifici hanno quattro o cinque piani nei quali vivono più famiglie. La nostra casa è collegata con le altre e se ne distruggono una, colpiscono l’intero quartiere. Questo lo fanno perché cercano qualche attivista o dirigente. Ci sono varie zone dove le stanno ricostruendo”, commenta Mohammed.
Le case dei due nonni di Jhad furono demolite. È nell’abitazione dei suoi zii (anch’essa ricostruita) dove può respirare un po’ di speranza vitale. “I soldati arrivarono alle quattro di mattina del 1 dicembre 2004, ci dissero di uscire perché ci sarebbe stata una grande esplosione e presero dei documenti mentre scavavano le cavità per inserire gli esplosivi”, spiega Ahmad, facendo riferimento alla presunta persecuzione nei confronti dei suoi fratelli, nonostante questi fossero già in carcere e l’intelligence ne fosse a conoscenza. Oggi, a prima vista, la casa sembra essere una tra le tante; tuttavia, con le sue uniche tre stanze, offre riparo a sette persone.
“Dovetti portare i bambini dallo psicologo. In seguito alla demolizione il più piccolo non parlò per due giorni. Quando distrussero la casa, mio figlio di tre anni vide il fuoco e voleva spegnerlo. Ora che è stata ricostruita, continua a pensare a quel giorno, ricorda i soldati e la nostra reazione, fa fatica a usare il bagno propriamente e non sopporta le voci forti, ha paura; lo psicologo dice che è a causa della demolizione”, spiega mentre prende in braccio sua figlia Jazmín, di un anno.
Le testimonianze si moltiplicano. Anche Mohammed, zio della piccola, fu imprigionato per cinque anni. Dopo aver riottenuto la libertà afferma: “per noi la resistenza dovrebbe risiedere in ogni palestinese onorevole e libero, è un diritto che si possiede anche attraverso la parola”.
L’esercito israeliano giustificò la sua incarcerazione accusandolo di appartenere alla Jihad islamica. Secondo l’Istituto Mandela dei Diritti Umani, sono 10756 i detenuti palestinesi accusati di svariati “delitti” nelle carceri israeliane. La lettura di Mohammed riguardo la repressione selettiva si tinge persino di toni mistici: “se sogni di essere qualcuno ti imprigioneranno; se sogni, cadrai prigioniero del tuo sogno”.
Questo campo è un luogo di resistenza incastonato nella montagna. Qui hanno costruito una scuola elementare, una secondaria e una clinica con un solo medico. Il centro culturale Ibdaa (creare qualcosa dal nulla) per giovani promuove progetti educativi per incentivare l’espressione creativa includendo arte, lettura, salute, sport, laboratori di diritti umani, mezzi di comunicazione fino alla storia orale palestinese. Il centro è in coordinazione con le scuole, che contano 2600 giovani.
Il campo profughi sembra erigersi come un faro nel contesto dell’operazione militare nella striscia di Gaza, dove la crisi umanitaria è, secondo Amnesty International, Care International, Oxfam e Save the Children, la peggiore registrata dall’inizio dell’occupazione israeliana del 1967. Le organizzazioni affermano che un milione e centomila persone dipendono dagli aiuti alimentari, non hanno acqua e le città con ospedali patiscono blackout elettrici che arrivano a dodici ore al giorno. Il blocco territoriale ha già compiuto sette mesi.
Le mobilitazioni a Nablus e Ramallah sono incrementate fino a quattromila e duemila persone il 1 marzo, mentre in cinquemila manifestarono a Gaza il 24 febbraio. Il viceministro Vilnai ha affermato, in marzo, che quando aveva utilizzato il termine “olocausto” non immaginava la tempesta che avrebbe scatenato. Lo scorso 7 marzo un attentato causato da un uomo armato nella scuola talmudica Merkaz Harav provocò la morte di otto studenti ebrei a Gerusalemme. Sono le parole o le morti a parlare da sole?
Nonostante le magniloquenti conversazioni sulla pace, il governo israeliano appoggia il blocco come rappresaglia al lancio di missili Quassam (il cui ultimo bilancio fu di una donna uccisa e una bambina lesionata) sul territorio israeliano. La spirale di violenza sembra disegnare, come lo fece nel 1987 e nel 2000, l’atmosfera per una terza Intifada. Per Heba e altre voci femminili, il futuro si profila “molto cupo”.

(Traduzione dallo spagnolo di Ivan Caburlon)

11 Giugno 2008