Il western americano nella critica

Il western, nelle sue varie forme (letteratura, cinema, pittura, fumetti, serie televisive, ecc.), ha avuto dagli inizi del Novecento agli anni Settanta una fortuna straordinaria. Tuttavia la critica, in particolare quella letteraria, ha esitato a considerare il western come un oggetto degno di analisi. Questo saggio passa in rassegna le opere critiche principali sull’argomento e indica alcuni percorsi per future ricerche.

Il fenomeno della diffusione planetaria del western è ineguagliabile. Non esiste al mondo nessun genere a più alta “riconoscibilità”. È sufficiente prendere uno o più tratti distintivi del western (due pistoleri che si affrontano nella via centrale di una piccola città, una mandria che attraversa un corso d’acqua scortata da vaccari urlanti con cappelli tipici e fazzoletti al collo, un assalto alla diligenza in una carrareccia nel deserto, silhouette di indiani su un crinale, ecc.) e chiunque, quasi in qualsiasi parte della terra, riconoscerà il genere, comprenderà la situazione, metterà in azione un preciso orizzonte d’attesa.
Il western nasce come prodotto culturale esclusivamente statunitense ed è il frutto di condizioni storiche, politiche, sociali e culturali decisamente uniche. Al tempo stesso, come gli storici americanisti ci hanno insegnato, è caratterizzato da una costruzione mitica che è andata crescendo con il passare del tempo, raggiungendo il suo apice di “creatività” ideologica negli anni Novanta dell’Ottocento. Tale decennio è infatti segnato, non solo simbolicamente, da due pubblicazioni molto significative sull’argomento: il voluminoso The Winning of the West (1889-1896) di Theodore Roosevelt e il conciso “The Significance of the Frontier” del giovane storico Frederick Jackson Turner (1894), il saggio che sarebbe diventato il più citato in assoluto nella storiografia statunitense1
Più di un secolo è passato dalla celebrazione mitica della conquista dei territori del Sud-Ovest e del Nord-Ovest degli Stati Uniti da parte di Roosevelt, Turner e dei loro seguaci, celebrazione che aveva messo in secondo piano, quando non totalmente rimosso, lo sterminio della maggior parte dei nativi americani, la politica imperialistica nei confronti del Messico, lo sfruttamento di grandi masse di uomini e donne che si erano diretti verso ovest allettati dalla speranza di una rapida fortuna che arrise in realtà a pochissimi, la presenza molto consistente di afro-americani liberi, di asiatici, ecc. Gli studi degli ultimi trent’anni, in particolare quelli dei cosiddetti New Western Historians (D. Worster, P.N. Limerick, W. Cronon, J.M. Faragher, R. White, D.J. Weber, ecc.) hanno radicalmente modificato questo settore di ricerca. Ma il ritardo con cui gli studi storici hanno modificato lo stato del sapere è ancora maggiore quando si passa a verificare i risultati della critica letteraria.
La critica letteraria, infatti, ha faticato ad affrontare il fenomeno western perché troppo a lungo si è rifiutata di considerare i generi popolari come degni di analisi. Questo emergeva in modo evidente nel fondamentale Virgin Land: The American West as Symbol and Myth (1950) di Henry Nash Smith, forse il primo studio che affrontò seriamente il West (letterario) e lo definì un “mito” fondativo della cultura americana2. Smith sosteneva che la “cultura” del West aveva avuto un ruolo cruciale nella costruzione della letteratura statunitense fin dall’inizio dell’Ottocento. Il suo eroe principale, l’uomo della frontiera, aveva un atteggiamento ambivalente se non decisamente ostile alla “civiltà” della costa Est; l’altro personaggio centrale, lo “yeoman” (l’agricoltore), non pareva adatto a raggiungere lo status di figura eroica nel nascente “immaginario” dell’Ovest e infatti non divenne mai centrale né nel romanzo né nel cinema. Entrambi però manifestavano una sorta di nostalgia per un passato agrario-pastorale che sicuramente avrebbe alimentato la fortuna del western. Smith si serviva di testi di vario tipo (articoli di giornale, documenti legali, diari), ma quando faceva riferimento alla letteratura tendeva a dimenticare quella popolare.
Anche nel fondamentale The Machine in the Garden: Technology and the Pastoral Ideal in America (1964) di Leo Marx, in cui veniva affrontato l’incontro tra l’ideale naturalistico e il progresso tecnologico, l’indagine tendeva ancora a prediligere la letteratura “alta”. Marx rintracciava l’immagine di un giardino dell’Eden nella letteratura americana del Settecento e vedeva nel corso del secolo successivo uno scontro tra la nuova società urbana legata al progresso tecnologico e i miti rurali sostenuti dai jeffersoniani. Questo scontro avrebbe dato vita, secondo Marx, a tre forme di “pastorale” che avrebbero caratterizzato l’epoca: quella trascendentalista proposta da Thoureau e da Emerson, quella tragica, caratteristica di Hawthorne e Melville, quella vernacolare di Mark Twain. Come emerge chiaramente dai nomi degli autori considerati da Marx si tratta ancora di letteratura “alta”.
La situazione si modifica lentamente negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso per due motivi principali. Il primo è l’uso spregiudicato di teorie sociologiche e psicanalitiche come quelle proposte da critici controcorrente, radicalmente ostili al New Criticism, primo fra tutti Leslie Fiedler. Nel suo Amore e morte nel romanzo americano (1960), egli sostiene, tra l’altro, che la narrativa degli Stati Uniti dal 1780 al 1950 si distingue da quella europea per l’incapacità di rappresentare il rapporto amoroso fra uomo e donna, e lo sostituisce con ossessioni di morte, di incesto e di omosessualità (latenti). Tesi provocatoria che apre gli studi a generi “maschili” come il western e a due secoli di cultura popolare di cui Fiedler dimostra di essere uno straordinario conoscitore. Nel frattempo compaiono saggi che cominciano a dimostrare una ricerca approfondita del mondo letterario (come quello di Edwin Fussell). Il secondo motivo dipende dal progressivo recupero del western hollywoodiano avviato dalla critica cinematografica francese negli anni Cinquanta, in particolare dai Cahiers du cinema e dalla diffusione della cosiddetta “politique des auteurs”, sostenuta da André Bazin e da François Truffaut, che portò alla rivalutazione di registi come John Ford e Howard Hawks3.
Dopo i fermenti culturali degli anni Sessanta, i generi di massa (poliziesco, spionistico, fantascientifico, horror, rosa, ecc.) furono sempre più frequentemente accettati tra i materiali degni di studio e anche il western fu finalmente preso in considerazione, in un primo momento solo da parte di sociologi e storici, e più tardi anche da parte di critici letterari di varie tendenze che si erano aperti all’interdisciplinarità4.
Fiedler era ritornato sull’argomento con The Return of the Vanishing American (1968), concentrandosi sul mito dell’Indiano e mettendo soprattutto in evidenza la grande capacità dell’uomo bianco di costruire miti durevoli e innovativi, ancorché ideologicamente controversi, proprio a partire dal ruolo simbolico di una popolazione che era riuscito a sterminare. Fu a quell’epoca che uscì, a opera di John Cawelti, The Six-Gun Mystique (1970), il primo studio che tematizzava con precisione e completezza l’argomento, per quanto fosse troppo dipendente da uno strutturalismo ancora acerbo, come emerge dalla separazione troppo netta tra gli aspetti testuali e le dinamiche sociali soggiacenti al genere, difetto peraltro frequente all’epoca. Sulla scia di Cawelti, che è ritornato sull’argomento con una eccellente versione radicalmente modificata del suo saggio nel 1999, e che rimane uno dei testi migliori sull’argomento5, il sociologo Will Wright propose una interessante tassonomia delle varianti western che aveva lo scopo e l’ambizione di spiegare il mito del West e della Frontiera sulla base dei grandi cambiamenti della società americana degli ultimi due secoli (Sixguns & Society, 1975)6.
Ma l’opera che più di tutte rivoluzionò gli studi sul western si deve, in quegli stessi anni, allo storico Richard Slotkin; in Regeneration through Violence: The Mythology of the American Frontier, 1600-1860 (1973) egli infatti ricercava la chiave per leggere le peculiarità del “carattere americano” nella mitologia che il paese si era dato fin dagli inizi della colonizzazione inglese del Nuovo Mondo. Secondo Slotkin i coloni puritani avevano visto nei territori di oltremare un luogo ideale, una sorta di nuovo Eden in cui “rinascere a nuova vita” sotto molteplici aspetti: spirituale, economico e politico (cioè orientato verso la costruzione di un’identità nazionale indipendente dall’oppressione e dall’influenza britannica). In questa prospettiva la violenza (contro i nativi, contro la natura, contro la madrepatria, contro gli altri colonizzatori e contro i dissidenti religiosi) aveva avuto un ruolo cruciale. Anzi, con il passare del tempo – come Slotkin cercava di dimostrare attraverso una lunga e sorprendente analisi che dai primi racconti delle guerre indiane (Indian War Narratives) arriva fino a Daniel Boone e al ciclo di Leatherstocking (Calzadicuoio) di Cooper – la violenza era diventata la metafora “strutturante” (“structuring”) della colonizzazione anglosassone dell’America che la cultura statunitense, senza mai indagarla, si limitava a vedere come realizzazione positiva e inevitabile del Manifest Destiny7.
Slotkin avrebbe completato il suo quadro storico in due volumi successivi altrettanto ponderosi, The Fatal Environment (1985) e Gunfighter Nation (1992), che arrivano rispettivamente fino agli anni Novanta dell’Ottocento e al periodo post-Vietnam. Nonostante alcune oscillazioni di accento, nella formidabile trilogia la violenza ha una centralità assoluta e per certi aspetti sembra quasi costituire lo strumento per distinguere la cultura americana dalle culture europee.
Non sono mancate le critiche, come quelle espresse dalla nota americanista Myra Jehlen: Slotkin, e certi aspetti degli American Studies successivi alla Guerra del Vietnam, potrebbero essere accusati di avere indebolito i termini del discorso storico introducendo categorie psicologistiche che inducono a spiegare il passato soprattutto in termini di patologia8. Che lo studioso statunitense abbia fondato con rigore storico la sua analisi o abbia talvolta assolutizzato i termini del suo discorso trasformandolo in una visione totalizzante di tipo junghiano non è questione che può essere affrontata in questo breve saggio. Certo è che Slotkin ha più di chiunque altro il merito di aver messo in evidenza il ruolo pervasivo della violenza nella letteratura e nella cultura dell’America coloniale britannica e successivamente degli Stati Uniti, e per la prima volta ha sottolineato con vigore che tale violenza è stata spesso accompagnata da una mitologia della rinascita, cruciale anche nel western.
Dopo e anche grazie a Slotkin gli studi sul western sono cresciuti dando vita ad analisi che hanno messo l’accento sull’incontro/scontro tra culture che ebbe luogo nel corso dell’Ottocento nei territori del West. Tali studi, fortemente indebitati con la “New Western History” di cui si è detto prima, mettono seriamente in dubbio la visione proposta da Frederick Jackson Turner nel suo intervento del 1893 e cioè che la vita avventurosa nei territori di frontiera sia stato un motore essenziale per la democrazia americana e per l’individualismo peculiare che la caratterizza9. Come si è scritto sopra, alcuni storici che si sono mossi in questa direzione con risolutezza hanno fornito ai letterati il terreno per una rilettura di tutta la storia della conquista del West che metta in luce il punto di vista di coloro che avevano pagato duramente l’espansione verso ovest: anzitutto le popolazioni indiane, ma anche quelle messicane e messiconordamericane, le afroamericane e asiaticoamericane, e quei lavoratori bianchi sfruttati (cowboy, braccianti, minatori, lavoratori delle ferrovie ecc.) il cui nemico erano stati i loro rispettivi padroni più degli indiani: grandi allevatori, proprietari e speculatori terrieri, compagnie ferroviarie e minerarie. Inoltre comincia a essere finalmente indagato il ruolo, a lungo misconosciuto, delle donne che parteciparono alla “conquista del West”. Raccontare la “vera” storia di quel periodo dà anche l’avvio a quel processo di profonda revisione – secondo alcuni critici più moderati non privo di eccessi e di forzature – di tutta la produzione culturale (letteraria, cinematografica, storica) che aveva generato e alimentato la diffusione del mito della “frontiera” e del “Far West” nel corso del Novecento, non solo nella cultura popolare ma persino nei modelli del comportamento sociale e nell’uso del linguaggio, come emerge nella retorica western che spesso caratterizza profondamente i discorsi dei politici e degli stessi presidenti americani, da Kennedy a Johnson, da Reagan a Bush. Tale compito “revisionista” non è stato svolto solo da studiosi bianchi: anche se con notevole ritardo le voci dei nativi – romanzieri, poeti, storici, studiosi di letteratura – hanno introdotto prospettive inedite (si pensi per esempio all’accento posto sull’oralità delle narrazioni indiane nel racconto scritto)10.
Anche i gender studies si sono rivolti al western con ritardo: forse il motivo va ricercato nel luogo comune che il western è un genere (in realtà è molto più di un genere, è una “visione” ampia, quasi una Weltanschaung) così inequivocabilmente basato su un punto di vista patriarcale e maschilista che non varrebbe neppure la pena affrontarlo criticamente. In realtà la subalternità femminile del western non è poi così diversa da quella che si può rinvenire in altri generi popolari come il poliziesco hard-boiled, il gangster, il noir o il romanzo rosa e in ogni caso è molto riduttivo leggere il western come semplice “genere maschilista”.
Nell’ambito delle preoccupazioni di gender vanno segnalati almeno due studi, a loro modo eccentrici, che costituiscono un buon punto di partenza per uno studio che dovrà essere ulteriormente articolato.
Il primo è West of Everything: The Inner Life of Westerns (1992) di Jane P. Tompkins, una studiosa statunitense che si era già segnalata per l’altrettanto provocatorio Sensational Designs: The Cultural Work of American Fiction (1985). In quel primo studio aveva sostenuto che la letteratura “sensazionalista” dell’Ottocento, nella quale includeva la pentalogia dei “Leatherstocking Tales” di James Fenimore Cooper, non può essere letta dalla prospettiva delle teorie neocritiche che sostengono il primato della “eccellenza estetica” caratteristico del “Rinascimento americano” proposto da Francis Otto Matthiessen (ambiguità, densità, complessità, ecc.) ma piuttosto in un’ottica interna ai codici apparentemente semplici del melodramma e dello spettacolare, codici dominanti presso un pubblico interessato ai temi dell’avventura e del romanzo sentimentale legato al culto della domesticità del secondo Ottocento. In West of Everything Tompkins prosegue nel suo lavoro di provocazione degli American Studies proponendo varie tesi, la più evidente delle quali è che la grande esplosione del western classico in letteratura all’inizio del Novecento – innanzitutto con le opere di Owen Wister e Zane Grey, e poi quelle dei vari Ernest Haycox (1899-1950), A.B. Guthrie (1901-1991), Max Brand (1892-1944), Frederick Manfred (1912-1994), Conrad Richter (1890-1968), Luke Short (Frederick Glidden, 1908-1975), Walter Van Tilburg Clark (1907-1971), Elmore Leonard (1925) fino a Louis L’Amour (1908-1988) – sarebbe stata una risposta al culto della domesticità affermatosi nei decenni precedenti.
Da un lato non si può non riconoscere che i valori del western sembrano effettivamente antagonisti rispetto a quelli della domesticità: venerazione di un eroe solitario o comunque portato a preferire legami solo maschili (male bonding), primato dell’azione (maschile) sulla parola, il pensiero e il compromesso (concepiti come femminili), visioni della vita e della morte apparentemente anti-cristiane e quindi contrarie al ruolo cruciale della cultura religiosa nel romanzo femminile dell’epoca, e, soprattutto, primato della violenza come mezzo per la soluzione dei conflitti in opposizione alla politica della negoziazione e di un percorso etico edificante e sostenibile. Al tempo stesso, però, la tesi di Jane Tompkins viene espressa in termini estremamente assertivi, tralasciando di prendere in considerazione aspetti che hanno sicuramente favorito l’affermazione del western. Innanzitutto la diffusione, forse per la prima volta nella storia della cultura americana, di un ideale marziale. Negli anni che precedettero la guerra imperialista contro la Spagna (1898), come è attestato da vari studi di storici, si diffusero negli Stati Uniti idee marziali-nazionalistiche, e la figura del soldato, sebbene in modo ambiguo come nel noto The Red Badge of Courage di Stephen Crane, divenne un modello di eroismo inedito nel mondo americano11. In questi stessi anni la crisi di identità che aveva afflitto il maschio americano per buona parte del secolo principalmente a causa dei grandi sovvolgimenti nel mercato del lavoro (nel passaggio, cioè, da una cultura agrario-pastorale a una industriale a forte urbanizzazione) sembrava avere trovato una valvola di sfogo nella diffusione degli ideali del mondo dello sport, anche in questo caso in modo decisamente inedito12.
Tompkins non sembra tanto interessata a ricostruire il background storico-culturale nel quale collocare il successo del western, già anticipato dalla fama raggiunta dalle opere di James Fenimore Cooper nell’Ottocento, dalla grandissima diffusione dei cosiddetti dime-novels nella seconda metà del secolo e da opere di tipo storico-divulgativo come il già citato The Winning of the West di Theodore Roosevelt; la centralità che attribuisce all’opposizione “western vs. culto della domesticità” può pertanto essere accusata di determinismo semplificativo e di tendenza alla totalizzazione.
Tuttavia va riconosciuto che una serie di domande poste da Tompkins possono diventare produttive per studi futuri. Per esempio Tompkins si chiede quale tipo di fuga viene proposta dal western: è una fuga dalle responsabilità sociali, come quella che in parte già traspare in The Adventures of Huckleberry Finn (1884) di Mark Twain, oppure è una fuga dalla routine di un mondo del lavoro diventato ripetitivo e alienante, o entrambe le cose? E come si spiega che un ampio settore del pubblico femminile abbia amato il western (letterario e soprattutto cinematografico) per buona parte del Novecento, accettando una visione dei rapporti di gender chiaramente favorevole al maschile? Quali sono le forze che spingono le donne a guardare alla vita delle donne in una prospettiva contraria ai loro interessi di genere? E ancora, come è possibile che la centralità assoluta del “peccato” e della redenzione nella letteratura femminile del secondo Ottocento lasci il campo a una celebrazione della morte materiale, in una visione apparentemente atea, quasi materialista? Si tratta davvero di un tentativo di liberarsi del peso del cristianesimo nella cultura americana?
Il volume di Tompkins ha il merito di porre questi e altri quesiti su cui bisognerà riflettere, ma il carattere di pamphlet del suo saggio non le permette di articolare a sufficienza le sue provocazioni e le risposte che fornisce sono più che altro suggestioni. Inoltre, e in questo bisogna convenire con alcuni recensori severi, la campionatura proposta da Tompkins per quel che riguarda testi letterari e filmici è decisamente troppo limitata (come emerge nella scarna bibliografia e filmografia, pp. 235-38) per diventare la base di una tesi di tale portata: la cultura popolare ha bisogno di campionature più ampie.
Meno provocatorio e anche per questo meno esposto a critiche dall’establishment accademico è Westerns: Making the Man in Fiction and Film di Lee Clark Mitchell (1996), maturo studioso e docente a Princeton. Mitchell si trova d’accordo con Tompkins sulla centralità da attribuire alle questioni di gender nell’analisi del western, ma sceglie un percorso quasi sempre articolato e ben argomentato. In particolare Mitchell si distingue da Tompkins per una visione molto più complessa del fenomeno western che lo porta a sostenere la tesi, a mio parere molto condivisibile, che il western è molto meno “formulaico” di quanto non si creda e può indurre lettori e critici a interpretazioni molteplici e contrastanti. Mitchell sostiene che il western non può essere ridotto a una analisi puramente ideologica: in realtà sono proprio le sue caratteristiche formali (e artistiche) a decretarne il successo. Il western, infatti, è un genere che nella maggior parte dei casi non ha saputo (o non ha voluto) dare una risposta univoca ai problemi urgenti della cultura americana, ma si è limitato a descriverli, a metterli in scena. Per esempio, per quanto abbia provato a dare una risposta alle ripetute crisi di identità del maschio americano (crisi di fronte al culto della domesticità, alle richieste di parità delle suffragiste, al voto concesso alle donne dopo la Prima guerra mondiale, agli sconvolgimenti della moda femminile degli Anni ruggenti e così via, fino all’avvento della “donna emancipata” del secondo dopoguerra), tale risposta è stata quasi sempre ambigua, spesso duplice e a volte molteplice. Niente a che vedere con la visione stereotipata di un western che “racconta sempre la stessa storia”. O forse sì, sembra la stessa storia (e spesso è anche interpretata dallo stesso attore) ma le piccole varianti la trasformano in qualcosa di radicalmente diverso.
Scegliamo un solo esempio, ma molto significativo. Gran parte della critica che si è occupata di western è d’accordo nel sostenere che i “testi-spartiacque” del genere siano innanzitutto The Virginian (1902) di Owen Wister e in una certa misura Riders of the Purple Sage (1912) di Zane Grey. In essi verrebbero stabiliti una volta per tutti i rapporti di sudditanza del femminile rispetto al maschile, in particolare grazie alla resa della maestrina Molly al volere del “Virginiano”, rapporti che poi verrebbero replicati negli innumerevoli romanzi degli autori citati sopra, nei film western muti, nei “B movies” degli anni Trenta, nei classici del secondo dopoguerra, fino alla “crisi” di fine anni Sessanta. In realtà, come Mitchell osserva, sia Wister sia Grey crearono una “rete ideologica flessibile”, in cui, come ha opportunamente scritto John Cawelti, “l’opposizione tra l’individualismo maschile [del Virginiano] e la preoccupazione femminile per la comunità e per l’impegno [di Molly], vengono trascesi”13. In altre parole non è vero che scrittori ideologicamente conservatori come Wister furono in grado di fornire una risposta conservatrice definitiva ai problemi dell’epoca, come è tra l’altro attestato dai forti dubbi della propria madre che lo stesso Wister sembra condividere: “Tu dici che [The Virginian] è 1) frammentario. 2) L’ultimo capitolo è superfluo. 3) L’eroina è un personaggio mal riuscito. 4) È un’opera di dubbia moralità, sia per la giustificazione del linciaggio, sia per il comportamento dell’eroe”14. In questo esempio, come in tanti altri che compaiono nei nove capitoli del saggio, Mitchell non si ferma di fronte ai luoghi comuni della critica, ma propone una rilettura, sia dei testi originali sia dei saggi critici, che aprono nuove vie all’interpretazione (da segnalare soprattutto l’analisi incrociata del successo e della caduta in disgrazia del pittore Albert Bierstadt e del narratore Bret Harte, pp. 57-93).
È da studi come quello di Mitchell che deve prendere le mosse una critica approfondita del western. Una critica che parta dalla consapevolezza che il western è costituito da una straordinaria molteplicità di sfaccettature, che dietro ad alcuni tratti comuni facilmente riconoscibili (abbigliamento, armamento, cavalcatura, semplicità dell’intreccio, binarismo etico, spiccata prevalenza del maschile), cela inaspettate sorprese. Come ho scritto altrove, è proprio negli interstizi delle narrazioni, e non solo sulle strutture, sui tratti e sui simboli ricorrenti, che è necessario indagare negli anni a venire. A questo va aggiunta un’osservazione importante. Il western è diventato nel corso del Novecento un fenomeno planetario, non semplicemente un aspetto fondativo della cultura degli Stati Uniti. Come tale esso va studiato ponendolo in una prospettiva comparativa transnazionale in cui le origini del fenomeno (in America) si devono costantemente intrecciare con la sua straordinaria diffusione nel mondo e in particolare in Europa, dove il western è diventato parte di un immaginario condiviso e fonte di ispirazione per innumerevoli cineasti, per romanzieri, pittori, scrittori di fumetti, ecc. Al tempo stesso è necessario considerare sempre il western in relazione con altri generi limitrofi con cui ha stabilito prestiti, incroci e compiuto o subito furti, primo fra tutti il poliziesco della tradizione hard-boiled e post-hard-boiled ((Su questo argomento, su cui mi riprometto di ritornare a breve termine, segnalo i volumi di Cynthia Hamilton e di Marcus Klein nella bibliografia che segue.)).

Bibliografia selettiva sul western
Nota: la bibliografia che segue contiene i testi principali da cui iniziare uno studio del western. Pochi sono i saggi disponibili in italiano.

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(Approvato il 30 novembre 2008)

  1. Cfr. B. CARTOSIO, “La tesi della frontiera tra mito e storia”, in S. ROSSO (a cura di), Le frontiere del Far West. Forme di rappresentazione del grande mito americano, Milano, Shake, 2008, pp. 21-40.[]
  2. Da qui in avanti, per non appesantire il testo con troppe note, si farà riferimento a autori e volumi indicandoli nel testo seguiti dall’anno di pubblicazione; i dati completi si trovano nella bibliografia selettiva alla fine del saggio, bibliografia che ha anche lo scopo di suggerire altre letture oltre a quelle citate.[]
  3. Tra i saggi che influenzarono la ripresa di interesse per il western si veda quello di André Bazin, Évolution du western, apparso sui “Cahiers du cinema” nel 1955 (trad. it. oggi disponibile in ID., Che cos’è il cinema, Milano, Garzanti, 1999, pp. 261-271). Va aggiunto che ovviamente i critici cinematografici ebbero buon gioco a essere precoci rispetto ai colleghi di letteratura poiché la produzione di cui si occupavano era di qualità ampiamente superiore a quella letteraria. La situazione si è modificata con i “post-western” degli ultimi due-tre decenni. Sulla “Politique des auteurs” si veda André Bazin, La politique des auteurs: entretiens avec Jean Renoir, Roberto Rossellini … , Paris : Editions de l’Etoile (Cahiers du cinéma), 1984, ed. orig. 1957.[]
  4. Non vi è qui lo spazio per una carrellata esaustiva della critica sull’argomento. Mi limiterò a alcuni testi imprescindibili. Su questo, peraltro, John Cawelti ha scritto pagine di grande interesse nel suo ineguagliato The Six-Gun Mystique Sequel (1999). Si veda in particolare il capitolo Analyzing the Western, ivi, pp. 127-66, e la bibliografia con parti ragionate, pp. 167-215.[]
  5. La nuova versione, The Six-Gun Mystique Sequel, segue una seconda edizione con modifiche limitate già apparsa nel 1984. La versione del 1999 non è semplicemente modificata, ma ampiamente riscritta a allungata di circa 70 pagine.[]
  6. Di Wright si veda anche il recente The Wild West: The Mythical Cowboy & Social Theory, London, Sage, 2001, di interesse soprattutto per lo studioso di sociologia.[]
  7. R. SLOTKIN, Regeneration through Violence: The Mythology of the American Frontier, 1600-1860, Middletown (CT), Wesleyan University Press, 1973, p. 5.[]
  8. Si veda M. JEHLEN, I futuri possibili degli studi americani: ripartire dal passato, “Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani”, VIII (22), 2002, soprattutto le pp. 108-112.[]
  9. F.J. TURNER, “The Significance of the Frontier in American History” (1893) in ID., The Frontier in American History, The University of Arizona Press, Tucson, 1986. Su Turner si veda il saggio di Bruno Cartosio citato nella bibliografia.[]
  10. Su questo si veda G. MARIANI, La penna e il tamburo. Gli indiani d’America e la letteratura degli Stati Uniti, Verona, ombre corte, 2003.[]
  11. Cfr. su questo punto il lucidissimo studio di G. MARIANI, Spectacular Narratives: Representations of Class and War in Stephen Crane and the American 1890’s, New York, Peter Lang, 1992.[]
  12. Sull’Ottocento come secolo di crisi di identità del maschio americano si veda M. KIMMELL, Manhood in America: A Cultural History, New York, Free Press, 1996.[]
  13. J.C. CAWELTI, The Six-Gun Mystique Sequel, Bowling Green (OH), Bowling Green University Popular Press, 1999, p. 157.[]
  14. Lettera di Wister alla madre del 5 luglio 1902, cit. in L.C. MITCHELL, Westerns, cit., p. 94.[]

23 Febbraio 2009