Storie personali: Intervista a Theodore Zeldin

Lo storico britannico Theodore Zeldin è professore emerito presso il St Antony’s College della Oxford University. Tra le sue opere An Intimate History of Humanity (1994; tr. it. di Bianca Lazzaro, Storia Intima dell’umanità, Donzelli 1999), The French (1982) e Conversation: How Talk Can Change Your Life (1998; tr. it di Roberto Cagliero, La conversazione: di come i discorsi possano cambiarci la vita, Sellerio 2002). La Oxford Muse (www.oxfordmuse.com), della quale è fondatore e presidente, è una fondazione che si propone di mettere in pratica le idee di quest’ultimo libro.

Quando gli scrittori disegnano ritratti delle nazioni, come hanno fatto Theodore Zeldin con la Francia e Luigi Barzini ed Enzo Biagi, tra gli altri, con l’Italia, nel domandarsi “Chi sei tu, questo paese del quale mi accingo a scrivere?”, assumono una certa distanza dal loro soggetto, come fa un pittore con una bella donna sul divano. Ma il pittore e la sua musa probabilmente scoprono più cose l’uno dell’altro nel tempo che occorre per realizzare il ritratto di quanto chi guarda il ritratto finito mai scoprirà sull’artista e il suo modello. È questo ciò che rende essenzialmente differente i ritratti scritti da quelli visuali. Quando i ritratti delle nazioni sono una collezione di storie personali, uno conosce in egual misura tanto lo storico quanto gli individui che narrano le loro storie. In primis, questi ultimi ti dicono quello in cui lo storico è interessato; che era sufficientemente interessato a noi da scrivere su di noi.

Essere curioso di qualcosa o qualcuno è un umile riconoscimento del fatto che non sappiamo tutto, o che non siamo soddisfatti di quello che sappiamo. Zeldin dice che gli occidentali non hanno assorbito le esperienze e le lezioni di altre civiltà. Ma lo stesso si può dire di molti non occidentali. Come scrivono la storia culturale gli storici non occidentali?

Zeldin c’invita a pensare agli interessi personali non più entro i confini della propria nazione, classe, etnia, professione, religione, genere ed età. Nelle sue conversazioni con gli individui Zeldin scopre il senzatetto che si reca nella biblioteca pubblica per leggere i classici, e facchini immigrati e cameriere d’albergo che erano ragionieri e infermiere nei loro paesi d’origine. Le loro storie ci dicono che essere istruiti e acculturati è ancora un’aspirazione fondamentale, anche se magari non è fonte di guadagno. Sapere che le persone aspirano a migliorare se stesse crea affinità, rispetto, rompe con gli stereotipi e muta le nostre aspettative sulle persone.

Questo è il motivo per cui Zeldin propone di prestare maggiore attenzione alla conversazione nella sfera sociale, in attesa che le cose cambino in quella politica, cosa che può richiedere molto tempo. Zeldin menziona la Western-Eastern Divan Orchestra, nata nel 1999, e la cosa interessante è che la sua esistenza si deve a Edward Said, l’intellettuale palestinese recentemente scomparso, e al Daniel Barenboim, direttore d’orchestra e pianista israeliano, che, incontratisi per caso nella sala di un hotel londinese, iniziarono a conversare e divennero grandi amici. Le orchestre però non sono Stati, e talvolta gli individui rappresentano se stessi e non le loro nazioni. Tuttavia, sapere che un’orchestra di spicco che produce musica meravigliosa è il risultato di un’amicizia privata, della condivisione di due storie personali, e non di negoziati pubblici e colloqui di pace – che pure sono necessari ma non sufficienti – è motivo di ottimismo.

Cito dal suo libro Storia intima dell’umanità: “Socrate era eccezionalmente brutto, quasi grottesco nella sembianza, ma ci ha dimostrato come due individui possano diventare belli l’un per l’altro per il modo in cui parlano”.

È una cosa molto preziosa che le persone possano parlare nonostante le loro diversità. Abbiamo cercato di scoprire chi siamo, ma la vera domanda è “chi è l’altro?” È impossibile rispondere alla domanda “chi sono io?” E’ molto più utile chiedersi “chi sei tu?”

“Ogni uomo porta l’intera forma della condizione umana”, disse Montaigne. Molti critici hanno fatto notare come nel suo libro Storia intima dell’umanità lei abbia fatto parlare soprattutto i francesi. È solo un tributo alla grande tradizione microstorica della scuola francese de Les Annales o c’è nello spirito di questa nazione la capacità di guardare dentro l’umanità che l’ha sempre contraddistinta?

No, i francesi non sono gli unici interessati a tutto ciò che è umano. Tanti storici si occupano di grandi movimenti. A me interessa combinare prospettive microscopiche con una telescopica. Purtroppo non è vero quello che dice Montaigne. Gli occidentali non hanno ancora assimilato le esperienze e le lezioni delle altre civiltà, quella cinese, azteca, indiana, araba e tante altre. Mi sento un prigioniero, stando dentro un solo villaggio, un solo paese, un solo tempo. Voglio dare l’opportunità alle persone di assaporare tutto ciò di cui gli umani sono stati e sono capaci di fare. Voglio dare un menu alle persone. Le persone non saranno libere di scegliere finché non verrà dato loro un menù che mostra i successi e le aspirazioni dell’umanità.

Tante persone nei suoi libri, dai più celebri ai più comuni, comunicano la sensazione liberatoria che la storia deve essere vissuta con leggerezza e disincanto, senza sensi di colpa, senza processi, senza giudizi. Cosa risponde all’affermazione di Brecht che “bisogna vigilare sulla storia perché il ventre della bestia è ancora gravido”?

Che significa? Significa che tante cose possono succedere, o vuol dire che la bestia è una bestia?

Credo che Brecht voglia intendere che tante cose brutte possono potenzialmente accadere.

Sì, lo penso anch’io. Beh, Brecht è uno che vede il mondo grigio se non nero. Sono d’accordo: il mondo è terribile, ovunque accadono cose intollerabili, ma a me in questa grande oscurità interessa trovare dei piccoli spiragli attraverso i quali cogliere un po’ di gioia, un po’ di speranza per rendere le nostre vite più leggere. Può fare poca differenza e la gente continuerà a combattere e uccidersi, ma ogni essere umano deve cercare di raggiungere qualcosa nella vita e preferisco che cerchi qualcosa di bello piuttosto che uccidere il prossimo.

Lei auspica una nuova storia che parta proprio dall’incontro di due persone. Ritiene che questa sia possibile senza l’apporto delle masse, degli eserciti e dei partiti?

Sì, credo davvero che sia possibile. Secondo me, l’opinione che le masse, gli eserciti e i partiti sono cose che cambiano il mondo è erronea. Il cambiamento accade quando c’è un incontro fra due persone e l’uno cambia la mentalità dell’altro.

Potremmo dirlo agli israeliani e ai palestinesi.

Hanno ambedue dimostrato che la forza militare non serve. L’esercito israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti, non è stato in grado di sconfiggere i palestinesi. Ma Barenboim è riuscito, con la sua East-West Symphony Orchestra, a mettere insieme musicisti che provengono da nazioni ostili per fare musica insieme con gioia. Quello che voglio dire è che se prendiamo due persone da tutte e due le parti e le imprigioniamo nella stessa stanza per tre anni, alla fine capiranno che sono tutte e due esseri umani e devono per forza imparare a vivere insieme. Persone rapite e tenute sotto sorveglianza dalle guardie finiscono per fare amicizia con loro. Certamente questo è un caso estremo. Anche se le passioni delle masse sono sempre state potenti, in ogni epoca ci sono stati individui che hanno trovato il modo di resistere a tali forze. Si sono resi conto che hanno il potere di essere differenti. Da sola, una persona può sentirsi inutile, ma due individui insieme possono farsi coraggio. La coppia, due persone insieme che si impegnano a capirsi, è all’origine del cambiamento nella vita privata, e forse anche nella vita pubblica. Lei piuttosto, che viene dalla Malesia, ha studiato in America e Gran Bretagna e vive in Italia, mi sembra essere una specie di nomade.

Sì, può definirmi così. Ma non lo dica forte, perché quelli che tengono a me vogliono che io rimanga ferma nello stesso posto per un bel po’.

Lei appartiene a una… non direi nazione, ma a un’affinità di persone di tutto il mondo che si spostano e si sentono a proprio agio in tanti luoghi diversi. Credo che ci siano milioni di persone come lei. L’unico problema è che non avete lo stesso passaporto. Credo che con Internet scopriremo che siamo un gruppo di persone con un potere particolare.

Lei parla di storie insolite come la storia dell’ospitalità, della paura, dei progressi nella cucina e nel sesso… Quali sono le altre storie da raccontare, quella del grattarsi, del ridere e del piangere? Come conoscere quel terreno inesplorato lungo il quale l’avventura umana deve ancora cominciare?

Sì, ci sono storici che si occupano di questi argomenti apparentemente frivoli. Sono molto grato a loro perché mettono a disposizione informazioni ricchissime. Ma non è tanto l’argomento che conta quanto l’approccio. Io uso la storia per illuminare le aspirazioni delle persone, per aiutarle a capire ciò che è, o che è stato, possibile o impossibile.

Intervista rilasciata il 31 gennaio 2009.

26 Aprile 2009