La Lozana di Delicado e le altre.

La Lozana di Delicado e le altre.

di Silvia Monti

Verona, Edizioni Fiorini, 2007.

El plazer no comunicado no es placer
(La Celestina)

Silvia Monti torna a occuparsi del Retrato de la Lozana andaluza, romanzo dialogato del chierico Francisco Delicado, la cui trama si sviluppa attorno alla figura di una giovane donna, intelligente e astuta, che di professione fa la prostituta in una Roma scandalosa, traboccante di eccessi, popolata da alti prelati e imperatori, nobili e imprenditori, servi e padroni, tutti propensi alla corruzione, morale e giuridica. Chi non conosce l’opera del chierico cordobese potrebbe confondere la storia di Lozana con uno spaccato attuale di cronaca italiana; rimarrebbe quindi sorpreso nell’apprendere che il romanzo risale invece alla prima metà del XVI secolo. Con tali premesse, la pubblicazione della raccolta di saggi intitolata La Lozana di Delicado e le altre assume un grande interesse perché induce nuovamente il lettore a riflettere su alcuni temi – come la corruzione, il libero arbitrio, l’etica – frequenti nella tradizione letteraria e ancor oggi così tragicamente attuali.

El Retrato rispecchia la definizione che il Vasari, contemporaneo di Delicado, aveva dato del Manierismo, il nuovo stile, che nelle parole dello storico aretino doveva riflettere “la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza de’ colori, la università de’ casamenti, e la lontananza e varietà ne’ paesi”1. “Varietà” e “vaghezza” sono caratteristiche che ben si addicono a Lozana, la prostituta-eroina di Delicado, per mezzo della quale il chierico cordobese descrive la complessità dell’incipiente società barocca. Alla stregua di Raffaello – nelle cui tele, sempre nel giudizio di Vasari, “la natura restò vinta dai suoi colori […] oltra il dono della grazia delle teste, giovani, vecchi e femmine, riservando alle modeste la modestia, alle lascive la lascivia et ai putti ora i vizii negli occhi et ora i giuochi nella attitudini”2 – Delicado riesce a vincere, attraverso le sue parole, la natura, riproducendo nel suo scrivere la vivacità della brulicante realtà storica che egli descrive.
Il realismo letterario di cui è intriso El Retrato appare a prima vista al lettore come un aspetto ‘ovvio’, ‘scontato’, funzionale alla narrazione; di qui la poca attenzione di cui ha goduto anche tra gli studiosi della Lozana. Un errore che Silvia Monti riesce a emendare nei primi due capitoli del suo testo (“Giudei, conversos e prostitute nella Roma della Lozana” e “Alimentazione e metafore del Retrato de la Lozana Andaluza”), dedicati rispettivamente all’analisi della formicolante società che vive nell’opera di Delicado e alla massiccia presenza di dettagli culinari nei dialoghi e nelle scene descritte dall’autore. Il legame tra pittura e scrittura delicadiana – palese già nel titolo: retrato – si rafforza nel ripetuto gioco di luci e ombre su cui tanto l’una come l’altra arte si fondano. Nel caso della Lozana, l’attenzione riservata da Delicado ai dettagli così visceralmente umani che conducono alla corruzione del corpo e dell’anima (in particolare, la lussuria e la gola) viene studiata con originalità da Silvia Monti quando identifica nel cibo una chiave di lettura fino ad ora lasciata, per così dire, “nel piatto”. A uno sguardo attento, i dettagli culinari, tanto abbondanti quanto apparentemente banali, svelano il significato di episodi che apparirebbero altrimenti quasi dei nonsense all’occhio contemporaneo. Il sottocodice alimentare che la studiosa riesce a mettere in luce ricopre diverse funzioni: non solo è un importantissimo documento enogastronomico dell’epoca, ma soprattutto rivela l’appartenenza etnico-religiosa dei personaggi in un ambiente sociale basato su un’ipocrita difesa della ‘purezza’ (dello spirito e dei costumi). Il cibo diventa metafora della corruzione o, meno moralisticamente, della varietà dei comportamenti umani; anche l’analisi dei termini linguistici legati alla sfera alimentare di cui Delicado si serve (proverbi, frasi fatte ecc.) restituisce da una parte l’estrema vivacità della lingua della Lozana e dall’altra la duplicità interpretativa a cui il linguaggio si sottopone (il parallelo più ricorrente è, ovviamente, quello erotico-alimentare). Attraverso la metafora culinaria Delicado riesce a mettere allo scoperto e a infrangere una serie di tabù sociali, altrimenti irrapresentabili; come in un film neorealista, lo sguardo del lettore entra nel mondo rappresentato dalla porta di servizio, dalle cucine dei grandi palazzi nobiliari al retrobottega dei commercianti, e ascolta il linguaggio impuro della quotidianità, una contaminazione verbale che restituisce la brulicante varietà umana che popola la Roma tardo-rinascimentale.

Silvia Monti identifica nel processo di risemantizzazione dei codici linguistici usati da Delicado un corpus terminologico ricchissimo che ricorre a diversi campi semantici (lessico culinario, corporale, militare, animale, musicale, etc.) tanto da far parlare per la Lozana di un’opera ‘de lenguaje’ più che ‘de argumento’. L’ambiguità che la parola maschera in ogni sintagma delicadiano viene analizzata nel capitolo intitolato significativamente “Le bugie della Lozana”, in cui la studiosa continua la sua indagine sulla polisemia del linguaggio di questa gustosa ratatouille letteraria. La questione della ‘sincerità’ del personaggio non può non far pensare alla ‘sincerità’ dell’autore. Nel caso di Lozana, la ragazza, pur non credendo nella superstizione e nell’efficacia dei riti magici, è un’esperta in materia tanto che la sua fama la rende un punto di riferimento per i malati (o presunti tali) dell’intera capitale; la maestria della giovane donna non risiede in reali qualità taumaturgiche, bensì nella sua capacità oratoria che le permette di manipolare il linguaggio – e il messaggio – a suo piacimento, adattandolo all’interlocutore di turno. La parola, quindi, come strumento di condizionamento, tanto nelle labbra del personaggio come in quelle dell’autore, che dell’ambiguità semantica e formale ha fatto la sua cifra stilistica. Come mette in evidenza Silvia Monti, le strategie di Delicado usate per rafforzare il patto narrativo con il lettore sono molte, ma spesso la presunta veridicità dei fatti raccontati nascondono delle menzogne che, se scoperte, rompono l’accordo implicito del silenzio-assenso. L’inganno può essere più o meno palese, a seconda della finalità che ha indotto l’autore a farne uso; i livelli di ambiguità cambiano a seconda della volontà di condivisione che Delicado vuole instaurare con il lettore: a volte è il personaggio a essere burlato, a volte è chi legge che diventa, suo malgrado, protagonista della burla che è la finzione letteraria.
La mistificazione della realtà che caratterizza il Retrato ha avuto un seguito originale nell’opera di Jerónimo López Mozo, Comedia de la olla romana en que cuece su arte la Lozana o Retablo de la Lozana Andaluza o Roma Putana, del 1977. Il dramma, il cui testo inedito viene pubblicato proprio a conclusione del saggio di Silvia Monti, si ispira alla narrazione di Delicado ed è forse l’adattamento più riuscito tra quelli tratti dall’opera del cordobese. Il testo di López Mozo viene preceduto, nell’ultimo capitolo intitolato “La Lozana va in scena”, dalla ricostruzione della storia delle riscritture teatrali e cinematografiche del romanzo di Delicado che, avendo subito le conseguenze della censura ecclesiastica, dovrà aspettare la seconda metà dell’Ottocento per poter essere riscoperto dalla critica, subendo però nuove condanne durante la moralista dittatura franchista. Silvia Monti mette a confronto la celebre versione di Rafael Alberti con quella meno nota di López Mozo che, pur non aderendo strettamente all’originale, ma anzi mescolando materiali eterogenei della tradizione alternativa spagnola, riesce a restituire un testo più funzionale e coerente dal punto di vista drammatico rispetto all’adattamento di Alberti.

Il piacere è senza alcun dubbio un termine chiave quando si parla della Lozana Andaluza: un piacere carnale per i personaggi che, tra le delizie del sesso e le prelibatezze culinarie, vivono sempre al limite vitale dell’eccesso; e un piacere metafisico per l’autore e per il lettore, che condividono il desiderio, appagato, che la creazione letteraria sa stuzzicare nelle nostre menti. Silvia Monti ha la capacità di restituirci, attraverso la figura di Lozana, il ritratto di una società che, per molti aspetti, ci ricorda così da vicino quella odierna. Scriveva María Zambrano che Roma, la città in cui si muove la Lozana, è un luogo allo stesso tempo ermetico e segreto, insieme aperto e labirintico, ma è anche una Venere nutrice e, soprattutto, è amore, “ma un amore che difficilmente può arrivare alla mistica, che difficilmente arriva all’amore intellettuale, che facilmente si espande e si nasconde anche: un amore che, paradossalmente, si può nascondere”3. Lozana, ancora oggi, nella sua pluralità interpretativa, si rivela essere la guida che sa condurci, tra vicoli e viali, piazze e cortili, nel labirinto che è la vita.

  1. G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Roma, Newton Compton, 1991, p. 554.[]
  2. Ibid., p. 555.[]
  3. M. ZAMBRANO, Roma, città aperta e segreta, in Id., Le parole del ritorno, a cura di E. Laurenzi, Roma, Città Aperta Edizioni, 2003, p. 108.[]

2 Maggio 2010