Discorsi dell’altro mondo. Nascita e metamorfosi del colloquio fantastico postumo

Discorsi dell’altro mondo. Nascita e metamorfosi del colloquio fantastico postumo

di Donatella Boni

Verona, Ombre Corte, 2009.

Donatella Boni, già autrice di Geografia del desiderio: Italia immaginata ed immagini italiane nelle opere di Frederick Rolfe, Vernon Lee, Norman Douglas (Capri, La Conchiglia 2003), è una comparatista della letteratura; il dato biografico non è ininfluente: la sua forma mentis le permette un approccio sempre aperto e curioso alla materia letteraria, una curiosità che non è ovviamente voyerismo ma volontà di indagine in ogni direzione, geografica e temporale. Il più recente frutto della sua continua ricerca è appunto Discorsi dell’altro mondo, che ha per sottotitolo Nascita e metamorfosi del colloquio fantastico postumo. Boni si propone un compito arduo: teorizzare e fornire prova dell’esistenza di un genere letterario, da lei definito “colloquio fantastico postumo”, partendo da una tradizione critica esigua e spesso datata. L’autrice definisce il soggetto del genere come “dialoghi in prosa con pretesa giocoso-mimetica (ma in realtà di carattere fantastico) nei quali si costituisce uno scambio di battute tra o con protagonisti celebri non più in vita al momento della scrittura” (p. 17).

L’originalità dell’analisi è il risultato di un’accurata scelta del corpus, avvenuta secondo dei parametri volti a identificare un canone specifico, non confondibile con produzioni letterarie simili in quanto a contenuto ma dissimili nella forma; nel testo vengono prese in considerazione solamente quelle espressioni che corrispondono alla descrizione ivi esposta, brani che costituiscono da soli un’opera a sé stante. In tal modo, Boni riesce a dimostrare l’esistenza di un ideale filo rosso che lega opere distanti nel tempo e nello spazio, che vanno dai Dialoghi dei morti (II sec. d.C.) di Luciano di Samosata ai televisivi Meeting of Minds (1981) dello statunitense Steve Allen, dal Ficino (1592-1593) di Torquato Tasso ai Procès-verbaux des séances des tables parlantes à Jersey (1853) di Victor Hugo. L’autrice non si limita a definire, attraverso le opere prese in esame, le costanti del genere qui teorizzato; all’interno del genere stesso rintraccia delle peculiarità che, pur rimanendo all’interno del canone, permettono di distinguere quattro diversi sottogeneri, così denominati: conversazioni immaginarie, dialoghi dei morti, apparizioni e sedute spiritiche e, infine, interviste impossibili.

L’utile prospettiva diacronica che apre il testo aiuta il lettore a tracciare lo sviluppo del genere nella storia della letteratura; l’esposizione cronologica non è una scelta banale, anzi rivela la sorprendente presenza del colloquio fantastico postumo come categoria a sé stante dall’antichità e, fatto forse ancor più singolare, nell’attualità. La disamina, poi, dei singoli sottogeneri svela l’adattamento di questa tipologia dialogica alle modalità stilistiche e comunicative dell’epoca in cui si producono, riflettendo in tal modo anche l’evoluzione del gusto del pubblico che, da Luciano a Calvino, sembra trovare nei colloqui fantastici postumi una risposta a dei quesiti che non appartengono solo agli oramai defunti interlocutori dei dialoghi, ma che interessano anche e soprattutto i lettori delle opere stesse. Dallo studio di Donatella Boni si scoprono così delle costanti che accomunano i Dialoghi di Luciano alla Convensation de Lucien, Érasme et Rabelais di Voltaire alla Imaginary Interview di Orwell e che si possono riassumere nell’anelito di libertà e di verità che, in ogni epoca e a ogni latitudine, l’uomo ha sentito di dover difendere o reclamare a gran voce.

L’attualità delle opere prese in esame pone l’accento sulla necessità presente di tornare a guardarsi indietro, di ricordare, di confrontarsi con la tradizione; le grida nei dibattiti pubblici, in televisione e sui giornali, hanno annullato il dialogo. In tale prospettiva, è ancor più evidente l’urgenza del recupero di un confronto democratico, in cui le violenti e vuote invettive vengano sostituite da parole pacate e, soprattutto, ragionate. Afferma Boni: “I colloqui fantastici postumi si collocano nell’ampio spazio del dubbio” (p. 19); una posizione, questa, che oggi si dovrebbe sperimentare con maggior frequenza poiché il dubbio rivela la capacità di interrogarsi, continuamente, sulla realtà che ci circonda. Leggendo le riflessioni della studiosa è impossibile non stabilire un naturale parallelismo con la triste attualità italiana, come quando, riprendendo la tesi sostenuta da Platone nel Gorgia, sottolinea il ruolo decisivo avuto dall’uso improprio della retorica, “cioè dell’arte di costruire discorsi persuasivi, ampiamente sfruttata sia in campo giudiziario che in politica” (p. 86) nella crisi di Atene: quanti discorsi dei nostri politici abbiamo ascoltato in televisione, quante interviste abbiamo letto sui giornali negli ultimi mesi in cui si cercava, di volta in volta, di creare panico morale o tranquillizzare sull’andamento della crisi economica che, dal crack finanziario di Wall Street del 2007, ha occupato decine e decine di pagine e spazi informativi. Ovviamente in questo Donatella Boni non scopre nulla di nuovo; il suo merito sta però nell’averci restituito dei testi dimenticati, di scarsa circolazione o magari noti solo per alcuni aspetti, offrendone una nuova chiave interpretativa.

Il tono ironico, che a volte riesce a sfuggire alle maglie del rigore critico che caratterizza il testo, svela il piacere dell’autrice per la scrittura e la lettura; l’analisi del rapporto tra scrittore e creazione diventa anche lo spunto per una riflessione sulla relazione tra critico letterario e opera esaminata. In un perpetuo gioco di rimandi, Boni dialoga con coloro che consideriamo ormai i nostri maestri (come Calvino e Leopardi), che a loro volta hanno utilizzato il colloquio fantastico postumo per riallacciare un dialogo con i loro maestri (Tasso e Petrarca, per fare solo due nomi) e questi, ancor prima, con le auctoritas dell’antichità (Cicerone e Luciano in primis). Lo sguardo sull’autore è un aspetto importante dell’analisi di Donatella Boni poiché rivela un particolare interessante del processo creativo: la peculiarità del colloquio postumo è la presenza in qualità di personaggio letterario di personalità famose realmente esistite, che vengono evocate da uno scrittore per dare maggiore validità alle tesi che, in fin dei conti, altro non sono se non un’interpretazione dell’autore stesso del dialogo, che decide se rimanere più o meno fedele al pensiero originale del personaggio storico citato.

Dal punto di vista del contratto con il lettore, il colloquio fantastico postumo riesce più di altri generi nella mimesi visto che, proprio per la natura dialogica del testo, nell’atto di lettura si tende a dimenticare la finzione letteraria messa in atto dall’autore e avviene una quasi totale identificazione tra locuzione e interlocutore, accettando come sue le idee espresse dal personaggio, quando in realtà in molti casi si tratta di un vero e proprio collage di contenuti eterogenei operato dall’autore per avallare le proprie tesi, il che non significa che ci sia una mistificazione del pensiero del personaggio storico interpellato, ma sì una strumentalizzazione; molto correttamente Boni parla infatti di un “autore-accrescitore” (p. 40) per quanto riguarda i creatori dei dialoghi postumi che, appropriandosi di un alter ego famoso, esprimono in maniera quasi mimetica le proprie opinioni sul passato e, di riflesso, sul presente.

Fra i quattro sottogeneri studiati, solo in una occorrenza i ruoli tra personaggio e autore si scambiano, diventando quest’ultimo uno strumento al servizio del primo: si tratta del caso delle trascrizioni delle sedute spiritiche. Nell’esempio citato dalla studiosa troviamo un inedito Victor Hugo che, vittima forse ingenua dello spirito del suo tempo, riproduce per iscritto i verbali di un incontro con il soprannaturale avvenuto durante una seduta spiritica a Jersey giovedì 8 dicembre 1853. Questa particolare tipologia di dialogo con i morti è interessante dal punto di vista critico perché mette l’autore nel ruolo non più di creatore o “accrescitore”, ma di semplice intermediario tra lo spirito di un personaggio famoso e gli spettatori/lettori della seduta. Altro aspetto notevole di questo sottogenere è l’intervento di strumentazioni pseudo-scientifiche che dovrebbero dare prova tangibile della veridicità del dialogo e, quindi, del contatto con il defunto, una caratteristica questa che dall’Ottocento è andata alimentandosi, protraendosi fino ai nostri giorni, passando dalle semplici trascrizioni dei verbali delle sedute alle registrazioni prima con strumenti audio e, in epoche più recenti, con strumenti video; Boni riporta il caso delle videoregistrazioni, disponibili ora anche su Youtube, degli esperimenti di Klaus Schreiber, riesumati e sostenuti anche nella puntata dell’8 gennaio 2010 del programma Mistero condotto da Enrico Ruggeri su Italia 1, segno del perdurare dell’interesse equivoco per questo genere, al limite tra la cultura pseudo-scientifica e la credulità popolare.

In fin dei conti, è la stessa autrice in apertura del tuo testo a definire la lettura come “un atto di negromanzia, ma non solo” (p. 11), sempre pronta quindi a sorprenderci con i suoi inaspettati e insospettabili mutamenti. Fortunatamente, la vivacità dello sguardo critico di Donatella Boni mette in salvo la studiosa dal rischio paventato da Sartre di trasformarsi, come tanti critici della letteratura, in una guardiana del cimitero; la linea di ricerca sviluppata da Boni è viva e il dialogo intavolato con il “ti estì” di Platone è solo alle prime battute.

2 Maggio 2010