Specchi di guerra

Specchi di guerra

di Oliviero Bergamini

Bari/Roma, Laterza, 2009.

Il giornalista è colui che si pone tra l’evento e il lettore. Il mediatore specializzato nella raccolta, nell’analisi, nell’elaborazione e nella trasmissione dei dati sotto forma di reportage, di testimonianza diretta, di intervista sul campo. Nel suo lavoro risultano fondamentali la ricerca e la veridicità delle informazioni raccolte, nell’interesse di coloro a cui queste sono destinate. Il lettore si aspetta, infatti, più che una mera descrizione degli avvenimenti, un’interpretazione e una spiegazione degli stessi. Risulta quindi di estrema importanza la fonte della notizia in quanto tale, nonché la sua autenticità.

Tra le varie forme di giornalismo spicca quella del corrispondente di guerra, una professione difficile e piena di rischi, volta a fornire in tempo reale uno spaccato sull’evolversi dei conflitti direttamente dalle zone coinvolte. Nel suo saggio, Specchi di Guerra, Oliviero Bergamini, giornalista inviato per la RAI in diversi scenari di guerra (tra gli altri in Afganistan, Cecenia, Iraq, Libano, Birmania e Yemen), autore e docente di storia del giornalismo presso le Università di Bergamo e di Torino, affronta il tema del war reporting da Napoleone ai giorni nostri, definendolo “… uno dei generi fondamentali del giornalismo, probabilmente quello che in ogni epoca ha più appassionato e coinvolto il pubblico” (p. 4).

L’argomento, come risulta subito chiaro, è vasto e di difficile analisi ma Bergamini riesce a tratteggiarlo in maniera semplice e lineare, rendendone la lettura interessante e, nonostante la drammaticità degli argomenti analizzati, appassionante. Il saggio si apre con una breve introduzione che ripercorre velocemente i primissimi esempi di giornalismo di guerra: dai più classici riferimenti a Erodoto e Tucidide, storici greci i cui resoconti, in termini di modernità, possono essere considerati come le primigenie testimonianze di analisi degli eventi storici, a quello che potremmo definire come il primo reporter su un campo di battaglia, vale a dire il pittore olandese Willem Van De Velde che, nel 1653, fu testimone di una battaglia navale tra olandesi e inglesi dalla quale trasse numerosi schizzi che integrò con un ampio resoconto su richiesta del suo governo. A onor del vero, il primo vero inviato di una testata giornalistica fu, però, William Russell, definito dal giornalista David Randall “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra” e che, in occasione della guerra di Crimea, svoltasi tra il 1853 e il 1856, venne inviato dal suo giornale, il “Times”, al seguito delle truppe inglesi e francesi per raccontare dal fronte l’andamento del conflitto, trasmettendo via telegrafo i suoi articoli. Lo si potrebbe quasi definire un giornalista embedded, termine che si usa oggi per indicare quei giornalisti che, sempre più spesso, partono insieme alle truppe coinvolte in guerra e vivono un’esperienza analoga a quella dei soldati, sotto uno stretto controllo militare e, a discapito della propria indipendenza e di un giudizio critico personale, vincolati in tutto e per tutto nello svolgimento del loro mestiere. In realtà, William Russell non ebbe vita facile e fu costantemente osteggiato dai militari, che lo consideravano un intruso; tuttavia, fedele alle sue convinzioni e all’integrità intellettuale che lo contraddistingueva, non si fece condizionare e fornì, forse per la prima volta, una visione chiara e imparziale della guerra agli ignari cittadini che lessero con entusiasmo i suoi reportage dal fronte.

Quando si parla di giornalismo nel suo significato più ampio, ci si riferisce a un giornalismo obiettivo, onesto, imparziale. Un mezzo di esplorazione dei fatti che dovrebbe permettere al lettore di capire, per poi giudicare soggettivamente. Non per niente è stato definito “quarto potere”, per sottolineare l’importanza che riveste all’interno della società per i forti interessi che coinvolge. Compito dell’inviato dovrebbe essere quello di riportare gli avvenimenti così come essi avvengono, svincolandosi da eventuali condizionamenti esterni, nell’interesse di un’informazione libera e al servizio del cittadino. Un reporter dovrebbe quindi essere in grado di riferire le notizie bilanciando il suo giudizio con equilibrio e cercando di non privilegiare una fazione a discapito dell’altra.

Oliviero Bergamini, nella sua ampia carrellata che parte dalla famosa carica dei Seicento a Balaclava, in Crimea, durante la guerra tra la Russia zarista e l’Impero Ottomano, fino ad arrivare all’attualità dei recentissimi conflitti in Afganistan e in Iraq, ci illustra l’evoluzione del war reporting e di come il giornalismo di guerra si sia sviluppato nell’arco dei secoli assumendo, con il passare del tempo, sfaccettature diverse e sempre più condizionate da strategie di controllo e manipolazione da parte dei governi e dei poteri economici, atti ad indirizzare il flusso dell’informazione su binari a loro favorevoli. In questo specifico caso si parla di news management, una tecnica di comunicazione volta a pilotare la libera stampa e gestita sempre più spesso dagli stessi organi militari intenzionati a non divulgare notizie scomode e a fornire, di contro, informazioni distorte o, cosa ancor più grave, preconfezionate ad arte. Infatti, a differenza che in passato, il consenso dell’opinione pubblica è diventato strumento essenziale e imprescindibile in qualsiasi operazione bellica. I governi cercano l’approvazione popolare attraverso la stampa e le televisioni, condizionando fortemente il lavoro dei giornalisti e cercando il più possibile di svolgere un’azione di controllo indiretto.
Naturalmente, la stessa figura del reporter di guerra è mutata nel corso dei secoli. Inizialmente, il war reporting aveva assunto una posizione di primissimo piano, visto che le notizie riguardanti la guerra facevano vendere un numero crescente di giornali aumentandone la tiratura. Con il passare del tempo, e con l’avvento della rivoluzione industriale, le cose sono cambiate velocemente. Le guerre, ormai, non venivano combattute come in passato e non erano più circoscritte o controllabili. Gli eserciti erano formati da milioni di soldati e il fronte delle battaglie si estendeva per migliaia di chilometri, coinvolgendo interi stati e rendendo il compito dell’inviato di guerra sempre più complicato. Tuttavia, fino alla Prima guerra mondiale, i giornalisti ebbero la tendenza a concentrarsi su quello che, per definizione, poteva essere considerato il momento cruciale del conflitto, vale a dire la battaglia conclusiva, mettendo in secondo piano la visione d’insieme e le motivazioni primarie che avevano determinato l’originarsi della guerra.

Nel corso della sua analisi, Bergamini approfondisce con dovizia di particolari i cambiamenti che hanno interessato il lavoro degli inviati e il diverso modo di interpretare, capire e profilare gli avvenimenti di volta in volta descritti. Non mancano, inoltre, stralci di articoli dei più famosi reporter di guerra (dallo stesso Napoleone a Luigi Barzini, da William Russell a Ernest Hemingway passando per George Orwell, Ryszard Kapuscinski fino ad arrivare alla nostra Oriana Fallaci), che ci danno l’idea di come sia mutato il modo di scrivere e di fare giornalismo nel corso del tempo: dai primi articoli caratterizzati da pagine e pagine di prosa, sviluppata quasi come si trattasse di un racconto vero e proprio, all’essenzialità dei più moderni reportage, apparentemente asettici nella loro sinteticità e al passo con le moderne esigenze del giornalismo attuale, in costante concorrenza con la spettacolarizzazione della notizia che la televisione (e in misura decisamente minore, la radio) ha inesorabilmente introdotto nella vita di tutti i giorni, rendendo le notizie fruibili in tempo quasi reale e imponendosi come mezzo di comunicazione principale e dominante. Basti pensare ai canali tematici che trasmettono aggiornamenti e telegiornali ventiquattr’ore su ventiquattro e che stanno soppiantando in larga misura il lavoro dell’inviato di guerra. Va comunque sottolineato che la televisione può divenire motivo di disinformazione se usata in maniera inappropriata: basta infatti un taglio delle immagini fatto ad arte o un’inquadratura diversa per dare una lettura degli avvenimenti a volte contrastante con la realtà.

Oltre che un’analisi dei conflitti succedutisi nel corso dei secoli, quello di Bergamini è un approfondimento sui cambiamenti che hanno interessato la nostra società e che hanno influenzato il modo stesso di interpretare la guerra come strumento risolutivo dei problemi. Una linea di confine, come accennato precedentemente, è stata tracciata proprio dalla Seconda guerra mondiale che, con le immani devastazioni provocate, lo spaventoso numero di morti rimasti sul campo, lo sterminio di massa degli ebrei e lo spettro dell’uso dell’atomica in un ipotetico conflitto su scala mondiale, ha modificato inesorabilmente la scala dei valori dei combattimenti armati. Da allora in avanti la guerra non si è più potuta considerare un mezzo per la risoluzione primaria dei problemi ma soluzione ultima, dolorosa e inevitabile. In ragione di ciò è cambiato anche il modo di pensare dei giornalisti che, fino ad allora, avevano descritto le guerre senza prenderne le distanze e omettendo di esprimere qualsiasi critica.

Inoltre, l’avvento delle immagini televisive ha posto all’attenzione degli spettatori gli orrori della guerra, che fino a quel momento erano rimasti sulla carta e, al massimo, erano stati immortalati dall’occhio fotografico (il fotogiornalismo arrivò all’apice della sua popolarità durante la guerra del Vietnam provocando, anch’esso, reazioni di sdegno e forte choc), innescando decise contestazioni e aspre critiche all’operato dei governi. L’immagine televisiva possedeva una forza dirompente, con la cui intensità la parola scritta non si poteva nemmeno misurare; non dimentichiamoci, peraltro, che i telespettatori di allora erano decisamente meno assuefatti a scenari di morte e violenza rispetto a oggi.

Da questa analisi si evince che la figura dell’inviato di guerra è sensibilmente cambiata nell’arco dei decenni, influenzata dai vari mutamenti tecnologici che hanno ridisegnato la sua professione, migliorandola per certi versi ma vincolandola fortemente per altri. A Bergamini va il merito di aver denunciato, senza mezzi termini, i metodi di controllo e la manipolazione delle informazioni attuati dal potere politico e militare, che mettono a rischio la libertà di stampa e il diritto di cronaca, valori primi e insostituibili, che dovrebbero essere garantiti da qualsiasi governo senza alcuna remora. Allo stesso tempo, l’autore ha posto l’attenzione sui rischi che i giornalisti corrono svolgendo il loro lavoro, sulle difficoltà che incontrano, sull’ostracismo e l’omertà che spesso rendono quasi insostenibile il loro mestiere.

Molti sono i reporter caduti mentre svolgevano con coscienza e spirito critico la loro professione, una su tutti Maria Grazia Cutuli, per citare una nostra connazionale. Ad Arlington, in Virginia, si trova quello che è stato definito “il muro dei giornalisti caduti”, un muro trasparente a cui ogni anno, purtroppo, si aggiungono nuovi pannelli: ogni pannello ha un nome, un luogo e una data e ci ricorda solo alcuni tra i moltissimi reporter che perdono la vita in ogni parte del mondo per difendere quella libertà d’informazione che la stessa Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, ribadisce con forza all’Articolo 19: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

11 Agosto 2010