Cicatrici dello spirito

Cicatrici dello spirito

di Geoffrey Hartman

Verona, Ombre Corte, 2006.

Come descritto nella prefazione di Daniela Carpi (e confermato dallo stesso Hartman), Scars of the Spirit (2002) costituisce il testamento intellettuale dell’autore. Al centro della riflessione Ŕ la questione dell’autenticitÓ nel linguaggio dei mezzi di informazione e dell’arte, soprattutto per quanto riguarda la trattazione delle grandi catastrofi create dall’uomo.

Questo tema era giÓ stato sollevato in nuce nel saggio “Language and Culture after the Holocaust” in The Fateful Question of Culture (1997): in quella sede Hartman analizzava l’influenza dei media sul pubblico dal punto di vista dell’estetica, intendendo la disciplina nella sua etimologia originaria di filosofia della percezione. Tra i concetti chiave, resi affascinanti anche dalle definizioni scelte dall’autore, ricordiamo il “paradosso della compassione”: i mezzi di informazione, bombardando quotidianamente i nostri sensi con messaggi verbali e visivi, ci hanno trasformato in testimoni involontari di ogni atto di violenza compiuto nel mondo; il passaggio dalla percezione locale dell’universo (emotivamente sostenibile) a quella globale ci ha inevitabilmente portato a un sentimento di impotenza verso una responsabilitÓ di “compassione” troppo impegnativa, da cui ci difendiamo diventando insensibili.

Cicatrici dello spirito, pur partendo dalla stessa osservazione negativa della contemporaneitÓ, riesce a superare il senso di impotenza che suscita l’idea stessa del paradosso, insolubile per condizione. Questo superamento avviene in due direzioni.

La prima Ŕ l’individuazione di elementi “salvifici” per l’autenticitÓ: nel saggio “La capacitÓ di attenzione come virt¨”, per esempio, la dote della attentiveness viene vista come una forma di attesa non ansiosa mossa dal desiderio di reintegrare una veritÓ non ancora chiara e visibile. Sostiene l’autore: “La vigilanza, in quanto forma pi¨ intensa di attenzione, Ŕ stimolata dall’assenza di una presenza della quale permangono segni (…) Cosý la possibilitÓ di comunicazione non Ŕ mai completamente interrotta” (p. 185).

La seconda Ŕ la ricerca costruttiva delle motivazioni che talvolta spingono a gesti classificabili come inautentici. Binjamin Wilkomirski, autore di un finto romanzo autobiografico dal titolo Fragments. Memories of the Wartime Childhood (1996), si inventa una falsa origine ebraica e una permanenza nei campi di concentramento da bambino. Hartman utilizza questo esempio per introdurre il concetto di “invidia della memoria”: si tratta di un desiderio latente di memorie forti, le quali, creando un senso di appartenenza a una comunitÓ che ha sofferto, modellano l’identitÓ dell’artista bourgeois che teme di non avere una propria coscienza storica.

L’elemento trasversale a questa raccolta di saggi Ŕ la testimonianza come genere narrativo e come forma di memoria autentica da sussurrare a una comunitÓ intima, in chiara e volontaria opposizione al mito imperante dell’informazione “totale”.

In occasione della presentazione del volume, recentemente tradotto in italiano, Geoffrey Hartman Ŕ stato invitato a dialogare su alcune problematiche trattate nel suo saggio. Il testo dell’intervista Ŕ disponibile nella sezione Conversazioni.

6 Settembre 2006