I fantasmi della storia. Il passato europeo e le trappole della memoria

I fantasmi della storia. Il passato europeo e le trappole della memoria

di Régine Robin

a cura di Traduzione italiana di Carlo Saletti e Lanfranco di Genio

Verona, Ombre Corte, 2005.

Per molti studiosi europei, Régine Robin è stata l’allieva dell’École Normale Supérieure e la docente di Paris X sparita dal Vecchio Mondo dopo avere innovato gli studi sul feudalesimo nell’età moderna con contributi quali Fief et seigneurie dans le droit et l’idéologie juridique à la fin du XVIIIe siècle (”Annales historiques de la Révolution française”, 43, 1971, pp. 554-592), e La Société française en 1789: Semur-en-Auxois(Paris, Plon, 1970). In realtà la studiosa francese non aveva abbandonato l’università, ma nella seconda metà degli anni Settanta si era spostata nel Canada e aveva iniziato a insegnare nel dipartimento di Sociologia dell’Università del Québec a Montréal. Nel corso di questa nuova carriera, Robin non ha più lavorato sulla fine della società di antico regime ma si è spostata verso nuovi campi, come testimonia il dottorato di Stato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi con una tesi su Le Roman mémoriel: de l’histoire à l’écriture du hors-lieu (pubblicato nel 1989 dalle Éditions du Préambule di Montréal).

Il cambiamento era d’altronde annunciato da lavori precedenti, che prima l’avevano portata ad allargare il campo della ricerca storica (Histoire et linguistique, Paris, Armand Colin, 1973) e quindi l’avevano spinta verso l’analisi della cultura ebraica (L’Amour du yiddish: écriture juive et sentiment de la langue (1830-1930), Paris, Éditions du Sorbier, 1984) e di quella sovietica, o comunque ispirata alla Rivoluzione del 1917 (Le Réalisme socialiste: une esthétique impossibile, Paris, Payot, 1986). Sono tutti lavori che possiamo definire con un calco dal francese come “identitari”, cioè imperniati sull’analisi dell’identità che determinati gruppi o società si sono formati nel tempo o nel fuoco di una specifica congiuntura. Questa nuova attenzione è anche alla base delle sue prime prove letterarie: Le Cheval blanc de Lénine ou l’Histoire autre (Bruxelles, Complexes, 1979), e soprattutto La Québécoite (Montréal, Québec-Amérique, 1983), un romanzo sull’identità quebecchese e sul ruolo e le possibilità della donna immigrata in quel contesto.

Identità storica, identità etnica, identità politica e identità individuale: quattro elementi che ritornano nei suoi successivi lavori di sociologia della letteratura, da Kafka (Paris, Belfond, 1989) a Le Golem de l’écriture. De l’autofiction au Cybersoi (Montréal, XYZ, 1997), passando per la cura di Masses et culture de masse dans les années trente(Paris, Éditions Ouvrières, 1991). Nell’ultimo decennio del Novecento i suoi interessi inglobano progressivamente lo studio della cultura letteraria mitteleuropea e di quella del Nuovo Mondo. Per esempio, nel volume sul golem della scrittura, prima di avventurarsi nel cyber spazio, Robin si muove da Joseph Roth a Philip Roth, dalla Finis Austriae e le sue conseguenze per la cultura (non solo ebraica) del Vecchio Mondo alla reinvenzione dell’ebraicità oltre oceano. E un terzo Roth, anch’egli emigrato in America, anch’egli rielaborante oltre oceano tematiche nate in Europa, appare in “Confession à l’ordinateur. La trilogie d’Henry Roth”, in Écriture de soi et sincérité (a cura di Jean-François Chiantaretto, Paris, Inpress, 1999, pp. 101-113). La cultura ebraica diventa così una sorta di cartina di tornasole transnazionale delle problematiche culturali novecentesche.

Oltre al tema dell’identità e delle trasformazioni culturali, la trentennale produzione di Robin mostra nell’arco dell’ultimo Novecento una costante attenzione per le catastrofi e le cesure (il 1789, il 1917, la fine della Grande Guerra e dell’impero asburgico, la rivoluzione digitale) accanto a un’altrettanto duratura attenzione per i testi, per qualsiasi tipo di testo scritto. Un percorso ancora oggi evidenziato dalle pagine web della studiosa nel sito dell’Università del Québec a Montréal. La pagina d’accoglienza commenta una sua foto davanti a un tavolo coperto di libri e a due librerie che si piegano sotto il peso di quanto vi è raccolto. Inoltre la stessa pagina rimanda a una triplice scelta: scorrere il curriculum vitae, con l’itinerario accademico e le pubblicazioni; leggere una scelta di brani dalle sue opere più famose; immergersi in una sorta di autobiografia in progress, incentrata su un alias della ricercatrice/scrittrice che non solo ha imparato l’arte del surf nella Rete, ma di questa si serve per rilanciare e contemporaneamente archiviare le proprie (re)incarnazioni.

Dai feudisti del Settecento alle cybernavigazioni di fine Novecento (e del nuovo millennio, si veda l’ultimo Cybermigrances. Traversées fugitives, Montréal, VLB éditeurs, 2004): il percorso è lungo, ma il cammino di Régine Robin non finisce lì. La curiosità per la definizione del sé e al contempo quella per il Vecchio Mondo la riporta in Europa, soprattutto in Germania, spingendola a valutare il peso della memoria nelle scelte (culturali e politiche) europee. Con la propria peculiare attenzione al linguaggio - non solo della letteratura ma di qualsiasi documento - Robin si riavvicina a un campo caro agli storici e ai sociologi. Anche se in Italia non esistono riviste paragonabili a “History & Memory”, quest’ultima fa riferimento alla stessa letteratura presa in esame da Francesca Coltella, di cui ricordiamo la discussione metodologica in Tra memoria individuale e memoria condivisa. Tranche de vie sulla giovinezza per raccontare un paese (”La Critica Sociologica”, 154-155, 2005, pp. 187-196). Se consideriamo poi la memoria del Ventennio, in assoluto il campo più ribollente di polemiche, si va dal dibattito su Il fascismo come potenza occupante. Storia di una memoria (a cura di Simone Neri Serneri, “Contemporanea”, 7 (2), 2005, pp. 311-335) alle annotazioni di Paolo Varvaro (L’altra Italia della resistenza liberale, “Ventunesimo secolo. Rivista di studi sulle transizioni”, 7, 2005, pp. 65-91) su come il dibattito sul revisionismo abbia cancellato una parte significativa dell’antifascismo. Giornalisti e studiosi, infatti, dimenticano spesso che in quell’Italia non c’erano soltanto fascisti e comunisti.

Torniamo a Robin e ai suoi lavori sulla memoria, culminati in La mémoire saturée (Paris, Stock, 2003). Parte di questa ricerca riecheggia problemi comuni agli studi italiani su fascismo e sull’antifascismo, cioè il confronto sulle riletture e le falsificazioni odierne del nostro passato. Al contempo, la fascinazione per l’Europa centrale e per la riscrittura attuale del nostro passato porta la studiosa emigrata nel Québec a trasferirsi in Germania (Berlin Chantiers, Paris, Stock, 2001), dove studia le conseguenze della riunificazione e le nuove risposte alla sessantennale “questione della colpa”. A questo punto persino, in Italia ci si accorge di una studiosa che in altri ambiti è considerata quanto di più equivalente a un “personaggio cult” possa offrire l’Accademia. E la casa editrice veronese Ombre Corte, da anni impegnata a conquistare meritatamente un posto fra i più dinamici e avveduti nuovi editori, decide di lanciarla. Non volendo però limitarsi a tradurre uno dei libri già editi (e nel frattempo ripubblicati in spagnolo, inglese e portoghese), chiede a Robin qualcosa di nuovo, magari a partire da saggi pubblicati in rivista.

L’operazione comportava dei rischi, tra cui la scarsa organicità dell’opera nel suo insieme, una traduzione poco scrupolosa e l’eccessiva presenza i refusi. In compenso questo esperimento bizzarro ha prodotto un’opera parzialmente nuova che si aggiunge alle oltre trenta già pubblicate dall’autrice tra saggi, romanzi e cure. Il merito maggiore di questo nuovo “impasto” è di avere esteso la trattazione del caso tedesco a tutta l’Europa centro-occidentale.

I fantasmi della storia spazia così dal ritorno del passato e dalla sua reinvenzione in tutte le società europee alla Schuldfrage in Germania, al dibattito sui revisionismi e alle difficoltà di incontro tra i partecipanti alle varie discussioni nazionali (anche quando le loro posizioni sono onestamente dichiarate e prive di evidenti secondi fini). Prosegue valutando se sia possibile in qualche modo voltare pagina, per poi indagare il peso del rimosso (i bombardamenti sulla Germania, i rifugiati tedeschi del secondo dopoguerra, la questione degli harkis in Francia). Infine affronta la ricostruzione del passato al di fuori dei confini accademici: il dibattito storiografico e politico non cresce infatti in vitro, ma è accompagnato da rivisitazioni cinematografiche e dalla costruzione di una memoria pubblica che si concretizza nei monumenti nuovi della Germania unificata oppure nell’abbatimento dei monumenti della vecchia Germania Est, nonché nella costruzione dei musei e nella ristrutturazione in tutta Europa degli spazi urbani storicamente più significativi. In queste operazioni trova suo posto pure l’affermazione della Ostalgie, la nostalgia per la Germania comunista testimoniata da film come Good-bye Lenin di Wolfgang Becker.

Pur senza approvare né apprezzare necessariamente tutti i fenomeni che incontra ripercorrendo l’Europa, Robin lascia intendere che in fondo non sta allo storico recriminare. Piuttosto è necessario capire e verificare se le considerazioni freudiane sull’elaborazione del lutto si possano applicare anche in campo sociale. In questa chiave certe cancellazioni o riscritture del passato non divengono soltanto comprensibili ma addirittura necessarie. Senza di loro una società rischierebbe di avvitarsi su se stessa, tramortita dalla propria storia.

Non si può dire che, nel suo complesso, il libro sia ben riuscito: l’operazione di taglia e cuci è infatti troppo affrettata. I fantasmi della storia, tuttavia, permette al pubblico italiano, specialisti compresi, di venire a conoscenza di uno dei più importanti pensatori a cavallo tra storia, letteratura e sociologia. Inoltre, contribuisce a superare un impasse - anzi un deficit di letture - per colpa del quale gli studiosi italiani ripartono sempre da Halbwachs, senza considerare che la questione della memoria, individuale e sociale, ha anche una dimensione psicoanalitica (affrontata da James Fentress e Chris Wickham, Social Memory, Oxford, Blackwell, 1992, un altro classico completamente ignorato in Italia, pur essendo impostato su molti esempi italiani). Quindi, anche se una lavorazione più accorta avrebbe portato a una pubblicazione migliore, l’urgenza di presentare Robin in italiano il prima possibile avrà probabilmente ricadute positive.

7 Settembre 2006