Sulle strade d’America. L’autobiografia di viaggio statunitense contemporanea

Recensione al volume di Cinzia Schiavini, Sulle strade d’America. L’autobiografia di viaggio statunitense contemporanea, Milano, ShaKe, 2011, 238 pp.

SchiaviniLa collana ‘I libri di Ácoma’, edita dalla Shake di Milano, si arricchisce di un ulteriore contributo sulla cultura statunitense con una monografia sulla letteratura di viaggio contemporanea. Cinzia Schiavini definisce fin da subito i confini cronologici e geografici dell’indagine, scegliendo di concentrarsi sulla produzione posteriore agli anni Settanta da parte di scrittori (non necessariamente americani di nascita) che si sono confrontati col genere del travel writing raccontando uno o più viaggi personalmente intrapresi all’interno del territorio degli Stati Uniti. Ma sarebbe sbagliato pensare che il volume sia una semplice discussione dell’abusata mitologia legata all’esperienza on the road nella cultura americana, che a più riprese ha affascinato il pubblico europeo e in particolare italiano a partire perlomeno dalle opere di Jack London, passando poi per il Kerouac di On the road e per arrivare infine al grandissimo successo di Into the Wild di Jon Krakauer, complice soprattutto il film-evento di Sean Penn che ne è stato tratto. Il discorso di Cinzia Schiavini va al di là di tutto questo, o comunque lo assume come background quasi inconscio per il lettore che si avvicina al libro con la consapevolezza di un paradigma storico-culturale ben noto. Fin dall’introduzione, infatti, Schiavini delinea le coordinate tematiche sulle quali baserà poi la suddivisione dei capitoli dedicati alla discussione di una serie di travelogues, dal numero inevitabilmente limitato ma selezionati accuratamente al fine non solo di tracciare alcuni orientamenti specifici (e condivisi da diversi autori) assunti dal genere, ma anche di suggerire una serie di intrecci tematici e metodologici che investono sia la pratica del viaggiare-per-raccontare, sia (e questo forse è l’elemento di maggior interesse) le modalità in cui l’esperienza di viaggio si fa scrittura e diventa parte stessa dei luoghi che si sono attraversati.

L’indagine della Schiavini si articola quindi su un doppio binario. Il primo riguarda la valenza assunta dal viaggio negli Stati Uniti di oggi, alla luce non solo dei vari contesti socio-culturali incontrati dallo scrittore-viaggiatore ma anche dell’esperienza storica collettiva che è ormai parte integrante del luogo e che continua a plasmarne le aspettative di chi ci arriva per la prima volta oppure vi fa ritorno dopo molto tempo. Qui entrano in gioco tutta una serie di rimandi alla costruzione ideologica del sogno americano, evidente ad esempio nel primo capitolo in cui si affronta Hunting Mr Heartbreak di Jonathan Raban (inglese di nascita, poi trasferitosi permanentemente in America), che ripercorre le orme dei migranti europei e svela il contrasto tra la dimensione utopica e la consistenza illusoria dell’American Dream. Questa dinamica si ripropone poi su larga scala e con conseguenze spesso tragiche nel contesto dell’attuale flusso migratorio al confine tra Stati Uniti e Messico, raccontato da Ruben Martinez rintracciando i percorsi reali dei migranti messicani, spinti ad attraversare il confine con la speranza di migliori opportunità socio-economiche ma intrappolati inesorabilmente in una sorta di ‘frontiera dell’anima’ permanente che trascende la dimensione geografica e lascia ferite profonde.

La storia americana, poi, si intreccia talvolta con una dimensione mitologica da cui è spesso difficile prescindere, in particolare quando il viaggio investe le regioni dell’Ovest, la grande frontiera sulla quale si ripropongono - a distanza di più di un secolo dalla sua supposta ‘chiusura’ - le dicotomie fra civiltà/natura selvaggia, deserto/giardino e così via. Ai viaggi ad Ovest sono dedicati il secondo e terzo capitolo, dove Schiavini discute una serie di travelogues accomunati da un interesse per le geografie ai margini (come le blue highways percorse da William Heat-Moon o la frontiera ‘a macchia di leopardo’ esplorata da Dayton Duncan), per il ruolo del mito che oscura le complessità del presente (le Grandi Pianure attraversate da Ian Frazier) o che diviene facile preda di una mercificazione capitalistica del passato (la spedizione di Lewis e Clark ripercorsa ancora da Duncan), e infine per l’intreccio tra dimensione pubblica e privata del viaggio, per cui le vicende umane sono lette alla luce dell’esperienza storica che ha determinato prima il frenetico insediamento di alcune aree ai margini e poi l’altrettanto rapido spopolamento per l’inospitalità del luogo (è il caso delle Bad Lands del Montana orientale visitate da Raban, in cui il trauma del ricordo diviene una sorta di memoria ‘prostetica’ per saldare passato e presente).

Se l’autrice dimostra di conoscere a fondo sia l’esperienza individuale dei singoli scrittori, sia i significati che i loro resoconti assumono in relazione alla dimensione storico-culturale dei luoghi visitati, l’attenzione va anche, parallelamente, alle modalità in cui il viaggio e l’esigenza di raccontarlo si articolano sulla pagina scritta, grazie anche a letture e ricerche bibliografiche che lo possono precedere, accompagnare o più spesso seguire in una sorta di wordsworthiana recollection in tranquillity. Schiavini riprende così il concetto di deep travel, a più riprese suggerito nei capitoli precedenti per far capire come il viaggio non sia solo una modalità di scoperta in orizzontale, ma anche e soprattutto in verticale, e ci fornisce con il quarto capitolo l’analisi di due travelogues che si concentrano su un’area geografica ben definita, offrendone un’analisi di tipo multidisciplinare. L’approccio di Alexander Shoumatoff nel raccontare il grande Sud-Ovest si articola sia attraverso le successioni cronologiche dei gruppi umani che lo hanno abitato (Native Americans, Spagnoli, Anglo-americani), sia tramite una discussione delle problematiche socio-economiche (ad esempio, l’approvvigionamento idrico) della regione, fornendo un interessante esempio di eco-criticism. L’esplorazione della scarsamente popolata Chase County (Kansas) da parte di Heat-Moon si articola anch’essa su più livelli, compreso quello strettamente geografico/geologico, ma, in maniera diversa da tutte le altre opere discusse, l’autore si sforza di escogitare una strategia inedita per tradurre lo spazio in scrittura, utilizzando la metafora della cartografia per organizzare la suddivisione in capitoli del proprio lavoro.

Il libro si chiude con un capitolo che discute invece del legame tra scrittura di viaggio e tematica razziale, tracciando gli sviluppi dell’autobiografia di viaggio afroamericana nella seconda metà del Novecento. Dapprima Schiavini sottolinea le difficoltà incontrate dai primi afroamericani viaggiatori ‘per scelta’, nei loro spostamenti attraverso l’America (e negli stati del Sud in particolare), ricollegandole all’esperienza della schiavitù e al pregiudizio razziale prolungatosi ben oltre il periodo delle lotte per i diritti civili, e dimostrando quindi come il travelogue afroamericano si orientasse inizialmente verso la denuncia sociale sotto forma di reportage giornalistico. Poi, attraverso l’analisi di opere dell’ultimo trentennio, l’autrice cerca di definire un’idea di viaggio diversa da quella offerta dalla cultura bianca, in cui le black highways diventino soprattutto percorsi della memoria. Se l’opera di Chet Fuller racconta un’esperienza di viaggio resa possibile da un ‘travestimento’ che investe non tanto l’identità razziale, quanto lo status socio-economico che essa univocamente determina, e che conduce poi a un doloroso senso di colpa, Randall Kenan, invece, cerca di realizzare una sorta di ‘autobiografia collettiva’ incentrata sulla dimensione personale, relativizzando la componente razziale ma con il rischio di ignorare i percorsi della storia, un rischio che si esplicita poi nelle difficoltà del ritorno.

Offrendo un’analisi equilibrata dei singoli testi che non esclude però il giudizio di valore, il volume di Cinzia Schiavini dimostra come il racconto di viaggio nella cultura americana contemporanea sia un genere dove confluiscono istanze di diversa natura, dall’esperienza storica collettiva che ha plasmato il luogo in profondità, alla ricerca individuale del viaggiatore-scrittore che spera di ritrovare (e rivivere) nel presente le tracce di quell’esperienza, dalle mitologie più o meno fuorvianti che informano il paesaggio americano, alle problematiche socio-economiche o razziali che determinano lo spostamento di interi gruppi umani negli Stati Uniti di oggi. L’indagine culturale articolata dall’autrice non perde mai di vista né le diverse motivazioni personali che informano i viaggi dei singoli scrittori, né i meccanismi attraverso cui il travelogue si configura come un’ibridazione di generi letterari, dalla fiction al reportage, dal resoconto etnografico a quello storico. Nel complesso, ne esce un discorso ben lontano dalla riproposizione degli stereotipi liberatori legati al mito della fuga on the road, bensì una riflessione che cerca di sottolineare come l’autobiografia di viaggio diventi uno strumento ideale per ’spazializzare’ e ‘cartografare’ le complesse dinamiche del presente e del passato che hanno investito, spesso traumaticamente, sia le comunità sia i singoli individui. E in quanto nazione che si è largamente definita attraverso il movimento nello spazio, gli Stati Uniti sono forse il luogo, fisico e mentale, che porta i segni più evidenti di questi processi.

1 Marzo 2012