L’invenzione del west(ern). Fortuna di un genere nella cultura del Novecento.

Recensione al volume a cura di Stefano Rosso, L’invenzione del west(ern). Fortuna di un genere nella cultura del Novecento, Verona, ombre corte, Collana “Americane”, 2010, 189 pagg.

Rosso copertinaDopo la pubblicazione nel 2008 del volume Le frontiere del Far West. Forme di rappresentazione del grande mito americano (Shake Edizioni), Stefano Rosso propone un’altra collettanea di tematica western. Il curatore fa però un passo indietro, e riflette su quei meccanismi che hanno portato alla creazione e poi alla popolarità di un genere che molti studiosi hanno definito mitico, legato ovvero a forme di etnostoria o mitopoiesi che poco hanno a che fare con ciò che era il West storico. Combinando contributi di undici studiosi e del romanziere Larry McMurtry, premio Pulitzer e uno dei massimi esponenti del western degli ultimi cinquant’anni, il volume propone una riflessione su come il western giunto a noi fino sia il frutto dell’immaginazione di scrittori pulp, illustratori, pittori, fumettisti, politici e intellettuali. Il risultato delle loro pratiche è un genere falsato, ovvero creato e non corrispondente alla realtà storica, che però è durato del tempo nonostante gli sforzi demistificatori degli storici new western.

Il contributo di McMurtry, qui riportato in traduzione, apre la raccolta e spiega l’importanza di analizzare il western anche nelle sue forme meno corrispondenti alla realtà storica, in luce della popolarità che il genere nelle sue varie forme ha goduto fra il pubblico. Nonostante il nome richiami un chiaro luogo geografico degli Stati Uniti, il western è infatti un genere che va ben oltre, e attraversa le barriere sia temporali sia spaziali.Dopo la fortuna dei romanzi del ciclo Calza di Cuoio di James Fenimore Cooper di inizio Ottocento, dei dime novels (romanzetti che costavano un dime, ovvero dieci cents) della seconda metà del XIX secolo, e della formula fissata da Owen Wister in Il virginiano (1902), il western attraversa anche tutto il Novecento. Come dimostra Roberto Cagliero, il termine “dude,” inizialmente legato alla contraddizione fra il tenderfoot dell’Est e il mandriano dell’Ovest, evolve, giunge siano ai nostri giorni e diventa intercalare comune, a dimostrazione di quanto la continua trasformazione del western vada in parallelo con il mutamento dei prodotti linguistici e culturali a esso collegati. Il western attraversa non solo il tempo, ma anche lo spazio, come mostrano i contributi di Heinz Ickstadt e Matteo Sanfilippo. Ickstadt analizza la parabola del western e della sua fortuna in Germania, dove Karl May produsse più di trenta romanzi basati su questi temi, nonostante lo scrittore non avesse mai visitato l’Ovest americano; Ickstadt legge questa fortuna in connessionea un bisogno di “americanizzazione” della cultura tedesca, dove “americanizzazione” sta per quell’“universo autoreferenziale della fantasia e del desiderio che era una costruzione puramente testuale” (p. 58). Questo desiderio s’intensificherà ancora di più dopo la Prima guerra mondiale e nel secondo dopoguerra, quando i giovani tedeschi cercano una fantasia di evasione nella wilderness americana. L’espansione del fumetto western nel tempo e nello spazio è analizzata da Matteo Sanfilippo, che indaga lo sviluppo del fumetto western statunitense dalle sue origini ai giorni nostri, e fornisce poi un dettagliato resoconto su come anche il fumetto italiano abbia fatto proprio questo genere, probabilmente in misura perfino maggiore di quanto non si sia fatto negli Stati Uniti. Come evidenzia John Rieder il western attraversa anche i generi letterari, e nel suo “Romanzi di frontiera tra fantascienza e western” prende in considerazione 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick come un’espressionedi come i confini del genere western si sono indeboliti e mescolati ad altre forme cinematografiche.

Interessante è anche l’analisi delle immagine pittoriche che hanno contribuito a creare l’immaginario western, come fa presente Bruno Cartosio in “Raccontare l’Ovest: finzione e realtà.” In questo saggio lo storico riflette sulle opere pittoriche di John Gast, Andrew Melrose e Fanny Palmer, la fotografia di Edward S. Curtis, e le “agiografie” di eroi come Daniel Boone, Kit Carson e Davy Crockett. Queste immagini hanno una funzione ideologica nel momento in cui gli Stati Uniti si apprestano a entrare nella loro fase imperialistica, e servono come forme di contenimento dei conflitti sociali. Quanto il genere western sia frutto di un’invenzione è anche sostenuto dal saggio di Oliviero Bergamini, che “fa le pulci” alla serie Rin Tin Tin. Non sono infatti soltanto le figure del cowboy o dell’Indian brave che vengono estrapolate dal loro contesto storico per diventare figure iconiche ora dell’ideologia americana o del nuovo credo ecologista, ma le stesse giubbe blu vengono raccontate nella famosa serie in maniera edulcorata rispetto ai grossi problemi economici e di socialità che spesso le truppe si trovavano ad affrontare.

La fortuna del genere è dovuta anche alle contraddizioni e ambivalenze che possiamo trovare al suo interno, le quali permettono al western di adattarsi alle esigenze dei vari momenti culturali senza venire mai meno a una certa coerenza stilistica— fatto che dimostra quanto il western sia un genere molto meno statico e formulaico di quanto certa critica abbia voluto riconoscere. Che il western al suo interno contempli spazi e soluzioni ambivalenti è messo in luce da Anna Scannavini, che nel suo saggio analizza come nei romanzi degli anni Venti dell’Ottocento con tema le unioni interraziali il western non abbia mai proposto una soluzione univoca. Andrea Carosso offre invece una riflessione sulla relazione fra spazio domestico e westernnel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e allo sviluppo dei suburbs e della baby boom generation. In quegli anni viene a crearsi all’interno delle dimore della middle-class americana una società di spettatori che attraverso il western in formato televisivo ricorre all’Ovest come “valvola di fuga in un passato leggendario e rassicurante” (p. 13). Anche Stefano Rosso in “Dal western classico al post-western: lo strano caso di Elmore Leonard” si sofferma sugli aspetti più realistici e meno mitizzanti dei western di Leonard, in cui la funzione dell’eroe rimane incerta aprendo la strada così alla letteratura western che verrà nell’ultima parte del Novecento con narratori come Larry McMurtry, Cormac McCarthy, Thomas McGuane e Annie Proulx. Esistono poi dei ribaltamenti ancor più evidenti, come sottolinea Giorgio Mariani in “Femminismo pistolero: Bad Girls di Jonathan Kaplan,” uno dei pochi saggi che si occupa di cinema all’interno del volume. Secondo Mariani Bad Girls è un vero e proprio rovesciamento al femminile di quelle dinamiche di rigenerazione attraverso l’uso della violenza che Slotkin ha individuato come elemento portante del genere: il film, nonostante i suoi intenti femministi, non decostruisce i meccanismi che avevano fatto la fortuna del genere, e le sue quattro protagoniste vengono “battezzate nel sangue e nella violenza,” facendosi veicoli “di una retorica dell’onore maschile che ripristina quella gerarchia di valori che altrove il film pare voler mettere in discussione” (p. 145).

A conclusione della raccolta, il saggio bibliografico di Stefano Rosso è uno strumento molto utile per chi volesse avvicinarsi al genere. In maniera concisa ma precisa e completa Rosso fa il punto sugli studi più rilevanti sul western, i quali hanno varie volte saputo mettere in mostra le diverse caratteristiche di un genere che “nella maggior parte dei casi non ha saputo dare una risposta univoca ai problemi urgenti della cultura americana, ma si è limitato a descriverli, a metterli in scena” (p. 172).

10 Aprile 2012