I leghisti nella provincia di Bergamo

Una ricerca condotta tra il 2007 e il 2012 per mezzo delle fonti orali ha consentito una ricostruzione di alcuni fondamentali tratti ideologici dell’elettorato leghista della provincia di Bergamo. Il testo mette in evidenza le numerose contraddizioni che attraversano quell’elettorato, nello sforzo di descriverlo in tutta la sua complessità.

Introduzione

A partire dai primi anni Novanta, la Lega Nord ha avuto una notevole rilevanza nella vita politica italiana e, in particolare, nelle sue regioni di riferimento, la Lombardia e il Veneto. Su questo partito, considerato un “movimento” dai suoi militanti, si è scritto molto1.

L’impianto ideologico espresso dai suoi documenti ufficiali e dalla sua dirigenza fa della Lega una variante alto-lombarda dei movimenti xenofobi europei2. Collocata da numerosi analisti tra le forze politiche di matrice reazionaria, è stata descritta come un partito neo-populista ed etnonazionalista3. Il razzismo, la xenofobia, il maschilismo e l’idiozia sono i tratti ideologici più spesso usati quando si parla di questa formazione e dei suoi sostenitori4.

Le scelte propagandistiche e le tematiche sollevate dalla dirigenza del partito nel corso della sua storia non lasciano dubbi al riguardo. Dal “i leghisti sono armati di questo manico qui!” di bossiana memoria, ai vari “fora di bàl!” di Mario Borghezio, fino ai manifesti in cui la Lega rappresentava il suo popolo come minacciato dalle invasioni straniere al pari delle popolazioni native americane, il partito ha chiarito come la sua collocazione nell’arena politica italiana ed europea sia tra le forze ultra-conservatrici e reazionarie.

Il contatto pluriennale con elettori e simpatizzanti leghisti bergamaschi ha tuttavia mostrato una realtà più complessa qualora non si prendano in considerazione solo le scelte propagandistiche, le affermazioni e i documenti prodotti dai dirigenti del partito. Per questo, nel corso degli ultimi quattro anni, ho deciso di svolgere un lavoro di ricerca consistente nella frequentazione di luoghi di incontro di leghisti e, insieme, nella raccolta di una ventina di interviste a elettori e ad amministratori di piccole realtà comunali.

Sono stati intervistati semplici simpatizzanti e militanti, individuati attraverso le mie reti familiari e amicali. Seguendo questi canali sono entrato in contatto anche con alcuni amministratori di piccoli comuni della Valle Seriana e della Bergamasca Orientale: in tre casi ho scelto di registrare le loro storie di vita, rivolgendo particolare attenzione alla vita pubblica e politica.

Dal 2007, inoltre, ho visitato sistematicamente le feste estive del partito sparse per tutta la provincia. Da Pontida ad Alzano Lombardo, da Torre Boldone a Sorisole, da Zanica a Treviglio, ho assistito a comizi e dibattiti, ho partecipato a momenti informali, raccogliendo i pochi materiali cartacei distribuiti nelle diverse sedi. Tra il 2009 e il 2011 queste feste raggiunsero il massimo della loro diffusione e riuscirono a ottenere una discreta partecipazione, complice la contemporanea riduzione delle Feste dell’Unità, provocata dalla fine dei Democratici di Sinistra. Le Feste della Lega venivano organizzate anche in precedenza, ma solo grazie alla consistente disponibilità di finanziamenti raccolti dai dirigenti e al lavoro di pochi militanti. Lo scenario cambiò dopo il 2008, quando le sedi più strutturate disponevano di giovani militanti che partecipavano all’organizzazione e all’animazione degli incontri. Questa espansione della presenza giovanile non sembrava però addebitabile a una forte e convinta adesione ideologica al movimento, quanto piuttosto alla capacità di seduzione dell’evento sul territorio, dal punto di vista della socializzazione.

Solo la crisi del partito nella primavera del 2012 ha assestato un colpo d’arresto a queste realtà che nella successiva stagione estiva si sono ridotte numericamente e hanno visto un notevole calo della partecipazione popolare. Nell’estate del 2012 le Feste della Lega sembravano tornare alla loro forma originaria, con molte risorse investite per poterne allestire solo un numero limitato.

Le interviste e gli incontri con i militanti hanno mostrato una realtà molto complessa e contraddittoria, oltre che una composizione sociale dell’elettorato leghista particolarmente eterogenea. I profili individuali sono molteplici e le opinioni politiche sono assai variabili su temi importanti. Accanto agli individui rozzi, scurrili e grotteschi, di cui parla Dematteo5, si trovano persone equilibrate capaci di intendere e produrre discorsi non necessariamente reazionari come il loro partito. Insomma, i leghisti davano l’idea di avere visioni del mondo anche radicalmente divergenti gli uni rispetto agli altri.

Nelle pagine che seguono si analizzeranno le interviste e i materiali raccolti con l’obiettivo di rispondere ad alcune domande: quali sono i tratti ideologici comuni a persone così diverse? Perché scelgono di sostenere una forza politica reazionaria anche quando non lo sono, almeno non nella stessa misura, come individui? Quali meccanismi ha attivato la Lega Nord per riuscire a catalizzare un consenso così ampio tra persone così diverse?

Leghisti

Si procederà analizzando alcuni dei temi centrali nei discorsi leghisti, cercando di comprendere come i singoli elettori, militanti e amministratori li hanno fatti propri6. Che cosa realmente condividono della politica del partito? Come intendono le sue parole d’ordine? Che significato attribuiscono, sulla base delle loro esperienze di vita e della loro estrazione sociale e culturale, ai significanti veicolati dalla dirigenza del partito?7.

La Lega ha ottenuto ampio consenso ponendo particolare enfasi sulla questione della sicurezza, mettendo in campo processi di identificazione e proponendo un’elaborazione del “nemico”, dalla quale si sviluppano vere e proprie istanze xenofobe. Tuttavia, la Lega Nord ha attribuito al fantasma del “nemico” diversi volti, quelli che gli assegna il suo elettorato: dal fannullone meridionale che vampirizza le risorse pubbliche contribuendo allo sfaldamento della comunità, al sindacalista che vive sul lavoro degli operai; dall’intellettuale e dall’insegnante che “traviano i figli con le loro teorie”, ai giovani nullafacenti che imbrattano i muri delle case, insultano, sporcano o rubano, agli immigrati che entrano in casa la notte, picchiano, stuprano, accoltellano o uccidono per denaro. Ciascun elettore leghista definisce il “nemico” secondo la propria soggettività ma in base alla logica per cui lo stesso sarebbe una figura esterna che viola il proprio spazio, la propria casa, la propria comunità: la Lega ha quindi riconosciuto le immagini stereotipe del “nemico” presenti tra i suoi potenziali elettori e le ha strumentalizzate assimilandole nel proprio bagaglio retorico, fino a contribuire a consolidarle e a diffonderle ulteriormente.

Ciò spiega perché i singoli elettori e amministratori leghisti non siano necessariamente razzisti e xenofobi in senso stretto: cioè, non tutti i leghisti individuano in fattori biologici o culturali i criteri fondamentali di differenziazione, di gerarchizzazione e di giustificazione di una loro posizione di privilegio o di superiorità rispetto ad altri gruppi sociali. Come emerge dalle analisi condotte, esistono certamente numerosi leghisti razzisti o xenofobi in senso proprio ed esplicito, che adoperano a trecentosessanta gradi la questione immigrazione come strumento di interpretazione della realtà. Sono persone che, come Luigi8, concludono con strambe invettive xenofobe qualsiasi discorso verta sui problemi della contemporaneità. Quelle argomentazioni si basano su assunti ideologici, sicché non ci sono documenti, prove o verifiche che tengano. Anche qualora l’avversario avesse la meglio sul piano dialettico, sarebbe secondo loro dovuto solo alla superiorità retorica dell’avversario incontrato. Il leghista razzista, ipoteticamente messo nell’angolo da un’argomentazione stringente, la riterrebbe priva di valore: si manterrebbe sulle sue posizioni, pensando che i più dotati leader del suo movimento sarebbero in grado di contrastare l’interlocutore anti-razzista.

Per esempio, in una conversazione di alcuni anni fa, partendo da un discorso sulla proposta di tassare i SUV, Luigi, che la avversava, terminò con un attacco agli immigrati certamente fuori luogo e peregrino. Così slegato dalla realtà e spiazzante in quel contesto discorsivo da non essere affrontabile razionalmente. In estrema sintesi, Luigi riteneva che la tassazione dei SUV limiti il diritto alla sicurezza rappresentato, a suo dire, dal possesso di tale mezzo. Chi proponeva tale norma sarebbe invece colpevole di preoccuparsi di gente perbene che difende i propri figli con i SUV invece di occuparsi dei “marocchini ubriachi che sono in giro ad investire la gente con le Fiat Uno scassate”.
Da lì in poi la conversazione si concentrò unicamente sul rapporto tra immigrazione e criminalità, inanellando un gran numero di corbellerie. Come Luigi anche Iole, nel corso di una conversazione, ha mostrato lo stesso atteggiamento xenofobo e irrazionale. In generale, ogni interlocutore capace di metterla in difficoltà finisce con l’essere affrontato spostando il discorso sugli immigrati, presentati come eterni carnefici di qualche classica categoria di vittima indifesa: i bambini, gli anziani e le donne9. Per queste persone gli immigrati rappresentano il problema principale. L’immigrato è in se stesso e in quanto tale il loro nemico. È lo straniero che viola la patria, la comunità e la casa. La linea noi/loro separa nel loro immaginario i cittadini del loro paese da quanti provengono da comunità esterne e insieme il bene dal male, i buoni dai cattivi.

Le interviste e le conversazioni mostrano però come altri leghisti non leggano la realtà attraverso queste categorie in senso stretto. Costoro, spesso, vivono il timore nei confronti dell’estraneo potenziale invasore della loro sfera privata, immaginandolo come una sorta di presenza fantasmatica portatrice di danno, fastidio e disordine, che non coincide unicamente con l’immigrato. In un’intervista, per esempio, Piero sosteneva:

Io vorrei vedere un partito che porti avanti i problemi di sicurezza… io sono andato a Trescore una sera alle nove, avevo paura. Ma non solo degli extracomunitari… c’è là di tutto… un casino… motorini che andavano a ottanta all’ora in mezzo alle strade, oltretutto con poca illuminazione… sono andato a prender la macchina c’era due o tre ragazzi seduti sul mio cofano non gli ho detto niente perché [avevo paura della reazione]… cioè, oggi anche a livello di sicurezza è diventato un disastro. Noi, in casa nostra, se ti entrano non possiamo difenderci, possiamo prendere solo delle botte. Se ti va bene prendi solo le botte e vai all’ospedale, sennò prendi una coltellata nella pancia… dovresti aspettare di prender la coltellata nella pancia e allora a quel punto lì ti puoi difendere. Ma oltretutto se te per sgabola [sfortuna] vai a ammazzare l’altra persona, cioè il ladro, vai a finire in galera nonostante hai preso la coltellata nella pancia. Cioè sono queste le cose che non vanno bene. Servono delle leggi diverse. Cioè io dico, io che sono in casa mia ho diritto di difendermi, devo avere dalla mia parte le leggi che mi tutelino, invece oggi non ci sono quelle leggi lì. Anche i carabinieri, vedi, se un carabiniere per sgabola spara a qualcuno va a finire in galera… che leggi sono poi le nostre? Cioè tutto il mondo ci ride dietro. Questo è uno dei grossi problemi. Io da ragazzino mi ricordo che andavo in giro tranquillo, sereno, a mezzanotte, all’una, alle due… oggi, dopo le nove, se tenti di andare in giro specialmente nei grossi centri devi avere il mal di pancia. Ma scherziamo? Questo è uno dei grossi problemi. Un altro problema che tutti i giorni apri il giornale, rubano di qua, rubano di là. Certo, la polizia non è tantissima, i carabinieri fanno quello che possono… però è chiaro che se noi non abbiamo delle leggi serie… uno che ruba dopo due settimane è fuori o dopo un giorno è fuori… loro sanno che non gli fanno niente e vanno avanti ancora a rubare. Certo capisco che non è facile risolverli questi problemi… però questi secondo me sono dei grossi problemi. Anche perché io adesso comincio ad avere sessantun anni… cioè a vent’anni puoi anche fare una scazzottata che non ci pensi… prendi una coltellata nella pancia, però a vent’anni ti riprendi. Però a sessant’anni, sessant’un anni ti arrivan lì degli sbarbati di diciott’anni ti chiamano “vecchiaccio di merda”, ti vengono addosso magari col motorino. Sai, non c’è più il rispetto… io mi ricordo da ragazzino quando vedevi un anziano, intendo uno di cinquant’anni lo rispettavi, gli davi il buon giorno. Non gli dicevi vecchiaccio di merda vai via… cioè è cambiata tutta la società10.

Dal frammento riportato si evince come per Piero il problema sicurezza non sia riconducibile solo agli immigrati, ma anche ai giovani italiani irrispettosi della legge e alle loro inconsistenti figure di riferimento. Le invettive ricadono anche sullo Stato perché sarebbe incapace sia di produrre norme valide che di farle rispettare quando esistono. Il mondo di Piero non è attraversato da una linea chiara che divida buoni e cattivi secondo la logica xenofoba noi-autoctoni-buoni/loro-immigrati-cattivi. C’è piuttosto un atteggiamento paranoico di fondo, dove esiste un centro buono, un campo del bene di cui Piero si sente parte, che è minacciato da una serie di figure esterne le quali, in modo abbastanza terroristico e immotivato, minacciano la sua serenità, il suo ordine. Il male, però, non viene solo dagli immigrati, dal contatto con la loro “diversità” culturale e, di conseguenza, anche loro potrebbero entrare a far parte del campo del bene a seconda delle scelte che fanno, che non sono solo e strettamente di ordine culturale.

Per certi leghisti la provenienza delle persone non è quindi la questione centrale, non è la categoria primaria di lettura del mondo, per quanto possa diventare uno degli strumenti della sua interpretazione. Al centro della loro analisi c’è il rapporto tra ordine e disordine, reali o percepiti, degli ambienti in cui vivono. L’immigrato viene visto come un problema nella misura in cui è interpretato come elemento portatore di disordine ai vari livelli della vita sociale. Battista11, per esempio, descrive spesso la propria insofferenza nei confronti degli immigrati raccontando episodi di vita condominiale: gli immigrati non sarebbero mai in regola con il pagamento delle rate condominiali e non rispetterebbero gli spazi comuni. In conversazioni con altre persone sono stati indicati gli immigrati come problema per la loro presenza sui mezzi pubblici oppure al pronto soccorso: tutti ambienti nei quali, peraltro, gli immigrati sono talvolta realmente sovra-rappresentati per ragioni di classe e per le scelte urbanistiche delle amministrazioni che ne costringono la concentrazione in determinate aree. Alcune anziane signore con cui sono entrato in contatto si sono mostrate particolarmente infastidite dalla presenza sugli autobus di madri straniere con i passeggini: queste donne non rispetterebbero la regola per cui ogni autobus può portare solo un passeggino per volta, impedendo così il passaggio e creando ingombro e confusione nel veicolo. Molti altri hanno sottolineato come nelle sale d’attesa dei Pronto Soccorso gli immigrati siano più degli autoctoni e, spesso, si presentino lì senza reale necessità, magari solo con bambini influenzati. Quello che le persone intervistate o ascoltate non notano è come la causa di queste situazioni, quando sono reali e non una loro rappresentazione ipertrofizzata della realtà, risieda nella collocazione sociale degli immigrati, cioè nell’intolleranza verso un proletariato migrante che non ha alcuna intenzione di vivere accampato nella scarsità di risorse che li caratterizza più degli autoctoni. Le scuole pubbliche e i luoghi all’aperto, dalle stazioni ai parchi pubblici, sono altri luoghi che i leghisti rappresentano come disordinati e degradati. In questo senso la Lega Nord ha avuto gioco facile ad accreditare la tesi per cui la causa di quel disordine fossero gli stranieri, offrendo come chiave interpretativa della conflittualità sociale uno strumento che occultava la dimensione di classe del problema, spingendo buona parte della popolazione lavoratrice delle loro regioni a individuare forze antagoniste negli immigrati piuttosto che nelle classi superiori e in chi creava le condizioni di diseguaglianza sociale che sono alla base dei problemi di cui parlano, dilatandone strategicamente la portata.

Sulla base della ricerca condotta si ritiene quindi inesatto definire tutti i simpatizzanti e i militanti leghisti come di xenofobi o razzisti tout-court. Un conto è odiare gli stranieri in sé, o considerare la propria persona o comunità superiore ad altre. Un conto è concentrarsi sul disordine percepito dentro un certo spazio comune e individuare come responsabile di quel disordine una certa categoria di persone, magari perché indotti a farlo dalla propaganda di un partito. Per chi pensa secondo una logica razzista e xenofoba è impossibile e non auspicabile integrare l’immigrato nella propria comunità e nel suo ordine, per chi ne fa una questione di ordine può diventare possibile. In un’intervista, l’amministratore leghista Mario ha sostenuto:

Io che ritengo gestito male in Italia è un po’ tutto quello che è la sfera della legalità. Non voglio fare una fetta parlando di immigrazione o no. Preferisco dividere la popolazione in due grandi gruppi: onesti e disonesti. Quindi mi dico, l’onesto, indipendentemente dalla razza, colore, sapore politico se vuoi, merita tutto il rispetto da parte delle istituzioni e deve esigere rispetto da parte delle istituzioni. Cosa che a volte non succede. Perché fra lentezze burocratiche, carte e pacchi e porcheria varia che c’è anche nelle amministrazioni, anche nel nostro piccolo… sono delle montagne insormontabili per i cittadini a volte. Se lo sono per noi figurati per loro che non sanno neanche cosa stanno andando a fare tante volte. E sulla disonestà, sulla parte che delinque in Italia dovrei fare tanti piccoli sottogruppi… partendo dalle mafie, partendo dall’immigrazione clandestina… ma anche lì io non mi vedo il poveretto che va in giro a chiedere l’elemosina per poter pranzare… a me quello non mi dà fastidio. Nel senso che mi dispiace per lui vederlo in questa situazione. E mi auspico possa risolverla… a me stanno sulle palle tutti quelli che delinquono in modo pesante. Quindi quelli che favoriscono la prostituzione, quelli che favoriscono l’immigrazione clandestina vivendo sulle spalle dei propri concittadini… quella è la parte che mi fa più ribrezzo, perché penso non ci sia niente di più brutto, di più cattivo dello sfruttare la tua gente per un fine meramente economico tuo. Quindi lavorare sulle miserie degli altri, sfruttare le miserie degli altri. Che poi per loro non sono gli altri, ma sono loro stessi, quindi la loro stessa gente. E mi viene questa riflessione, un po’ a caldo… mi dico, se il delinquente italiano devo tenerlo, perché purtroppo è italiano, e io non vorrei che ci fossero delinquenti italiani, ma neanche stranieri [...] però questa è utopia e non è possibile… se gli italiani devo tenerli e gestirli… mi dico se un immigrato è in Italia per delinquere tanto vale dargli un bel foglio di via ma che sia esecutivo e lo si accompagni al suo paese “questa è roba vostra tenetevela”. Mentre se uno straniero viene in Italia per lavorare, per produrre, per avere un tenore di vita migliore garantendo a se stesso e alla propria famiglia un buon tenore di vita, la legalità che implica pagare le tasse e diventare parte integrante del tessuto produttivo della nostra nazione, dico ben venga e anzi mi dico aiutiamolo a integrarsi al meglio delle nostre possibilità… [formandolo] se lui vuole essere formato in modo professionale, piuttosto che dandogli la possibilità di far dei corsi per approfondire la lingua o mettere in atto tutto quello che è possibile per aiutarlo. Dal sociale all’economico senza creare disparità tra italiani e nuovi italiani12.

Non è un caso che nelle comunità delle alte valli, quando gli immigrati non raggiungevano un numero tale da poter essere percepiti come condizionanti per l’economia e gli equilibri sociali del posto, la loro estraneità non veniva spesso tematizzata come problema dagli abitanti del luogo. Gli stessi immigrati vissuti in quelle situazioni sostengono che un minor numero di autoctoni puntasse il dito sulla loro diversità, perché non era vissuta come problema.

Infine, se il discorso dello xenofobo ha spesso la fisionomia delirante dei discorsi di Luigi o di Iole, dove diventa impossibile entrare in un rapporto dialettico, negli altri casi i problemi sono ancorati ad alcuni frammenti di realtà, poi distorta, ma che consentono di avviare una discussione e di immaginare delle situazioni praticabili, che non sono certamente non quelle proposte dalla Lega Nord.

Il localismo, la difesa delle comunità locali, è un altro grande tema leghista e rientra almeno in parte nella costruzione di una risposta al problema del disordine e al suo rapporto con l’immigrazione. Per alcuni leghisti difendere la comunità locale significa, in fondo, tornare a un passato mitico in cui si tessevano relazioni tra persone più genuine e rispettose delle regole. Comunità, cioè, che sono principalmente, come in ogni atteggiamento nostalgico, luoghi della mente di chi li descrive. Nel caso dei militanti leghisti questi luoghi di un passato mitico sarebbero fatti di gioia nella semplicità, di frugalità (che sarebbe la reale abbondanza), di un campanile a regolare la vita morale di tutti, e di persone “semplici e giuste” a regolare quella sociale, apportando sicurezza nella vita quotidiana. Niente di più antistorico, soprattutto in una provincia come quella di Bergamo caratterizzata fino agli anni Cinquanta dalla presenza della morte nell’orizzonte quotidiano delle persone e da un elevato tasso di povertà, evidenti se si pensa ai tassi di emigrazione che caratterizzarono la provincia e alla mortalità infantile che negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale raggiunse punte del 30%-40% al quarto anno di vita. Tuttavia nelle comunità di cinquant’anni fa non erano certamente presenti gli immigrati, anzi erano gli stessi autoctoni che cercavano di andarsene. Molti leghisti tendono quindi a ricondurre i nessi di causalità tra i problemi di oggi e la comparsa degli stranieri.

Le ragioni del richiamo al localismo non si esauriscono qui. Tuttavia è importante evidenziare come anche a questo livello esistano posizioni molto diverse tra i leghisti, perché con la difesa di quello che è locale si può fare riferimento a cose molto diverse. Gli elettori e i simpatizzanti leghisti parlano di locale in relazione alla propria comunità specifica e quindi, dal punto di vista dei contenuti, si esprimono a proposito di cose differenti, da comunità a comunità, a seconda che siano comunità della Bassa Bergamasca oppure delle alte valli e a seconda della loro collocazione nel tessuto produttivo regionale. Quello che è comune nei loro discorsi non è il contenuto che assegnano al termine localismo, ma la logica che lo produce. Il richiamo al localismo si presenta cioè come uno sforzo per la difesa di un luogo geografico, sociale e culturale, a metà tra l’immaginario e la realtà, dove si lavorerebbe per il recupero di tradizioni che, com’ è noto, sono insieme creazione e rielaborazione di storie prodotte a partire dai materiali reali e simbolici a disposizione nelle singole comunità. La religione e il ruolo del clero assumono spesso una funzione importante da questo punto di vista. I leghisti con trascorsi democristiani vedono talvolta nella chiesa, già come luogo fisico, un luogo di riferimento identitario forte, e nella religione dei padri un agente di regolazione morale e sociale. Talvolta la polemica xenofoba intreccia anche questo aspetto delle culture leghiste, poiché gli stranieri soprattutto musulmani vengono pensati come agenti di disgregazione del tessuto religioso, quindi sociale ed economico del paese13.

L’enfasi sul territorio e la sua difesa è un altro cavallo di battaglia leghista. Gli elettori e i militanti attribuiscono molta rilevanza al territorio, sostenendo di essere loro l’unica forza politica ad avere a cuore la sua difesa e la sua valorizzazione. Tuttavia sotto quel termine possono trovarsi le cose più varie, in base all’estrazione sociale di chi parla, ai suoi interessi concreti nella comunità e alla comunità specifica da cui proviene. Valorizzare il territorio, o lavorare sul territorio, può significare farsi portatori di istanze pseudo-ambientaliste, come è sempre nei discorsi di Iole, oppure difensori dell’ambiente boschivo e delle tradizioni ad esso legate, come la caccia, molto presente in alcune comunità. Altri leghisti possono intendere con valorizzazione del territorio la creazione di lavoro nella comunità-paese attraverso la costruzione di strade, infrastrutture, attraverso cioè la cementificazione e l’erosione dell’ambiente. Il lavoro sul territorio può coincidere con il desiderio di gestione dall’interno delle risorse della comunità, sviluppando atteggiamenti che stanno tra il familismo e forme di pseudo-federalismo. Per Mimmo, amministratore comunale di un paese della Valle Seriana, una buona amministrazione del territorio significa poter gestire autonomamente l’assegnazione degli appalti, favorendo le imprese locali ritenute più affidabili e controllabili. Per questo Mimmo se la prende con “le leggi europee” che impediscono agli amministratori di avere mano libera, obbligando all’assegnazione di appalti attraverso concorsi pubblici. È interessante notare come nella sua descrizione delle disfunzioni prodotte dalla gestione “europea” degli appalti sia ancora una volta centrale la dicotomia ordine/disordine intrecciata in questo caso a un discorso antimeridionalista, particolarmente significativo dato che l’amministratore in questione è un ex-impiegato statale originario del Sud Italia, immigrato a Bergamo negli anni Sessanta, ma leghista della prima ora:

Noi qui abbiamo un problema, abbiamo un problema con l’illuminazione pubblica, con il cimitero, con la raccolta differenziata, perché le leggi europee ci dicono “senti, se tu hai un appalto di ventimila euro devi fare un appalto pubblico e andare ad avvisare tutte le imprese che ci sono in giro per l’Europa”. Noi abbiamo affrontato la questione con il cimitero… che sono arrivati qui da Salerno… non le dico che cosa è successo al cimitero… avevamo un’impresa che era di pompe funebri nostra, qui del paese, però che custodiva anche il cimitero, andava tutto bene, tutto bello, all’improvviso sono arrivati questi, non tagliavano più l’erba, non pulivano più i prati, sparivano cose dalle tombe, oggetti di rame e tutto, e alla fine a un certo momento la gente ha avuto a reclamare. Abbiamo fatto l’appalto per l’illuminazione pubblica… la stessa cosa… una società che era ancora già del meridione che non pagava i suoi dipendenti, che poi è venuto fuori che li pagava in nero… e allora come fa questa società se paga il suo personale in nero ad essere in regola? Ma quando si richiede una documentazione non si sa se questa società è in regola con le regole europee oppure no? allora se io ho delle imprese mie qui del posto a cui posso affidare dei lavori, che me li fanno e me li fanno nel miglior modo ottimale, perché non posso darglielo anche se l’appalto è di trenta/quaranta mila euro? Perché devo andare a prendere un Pinco Pallino qualsiasi? Ecco, oggi siamo ridotti così14.

Nel brano appena citato emerge un’altra dicotomia centrale per la definizione del bene e del male nei discorsi dei leghisti, ossia quella di produttivo/improduttivo. In generale i bergamaschi si rappresentano come persone caratterizzate da una marcata etica del lavoro che ha spinto la Lega Nord a cavalcare la questione, cercando di ergersi e rappresentarsi come partito del lavoro del Nord Italia.

Al di là delle origini storiche dell’etica del lavoro bergamasca e delle sue rappresentazioni, che non è questa la sede per indagare, è interessante notare come queste possano funzionare da richiamo ideologico per persone collocabili su posizioni politiche diverse. L’abilità della Lega è stata anche in questo caso quella di mettere al centro un significante cui possono essere attribuiti significati diversi.
Se spesso il leghismo ha arruolato persone già caratterizzate da una mentalità interclassista di impronta cattolica o democristiana, tra i leghisti si trovano anche ex-elettori del partito comunista, o lavoratori sindacalizzati che hanno abbandonato la vecchia militanza per diverse ragioni e che non pensano più al mondo secondo la distinzione capitale/lavoro, ma secondo quella produttivi/improduttivi. Per queste persone il datore di lavoro e il proprietario di mezzi di produzione che partecipino alla vita di fabbrica si collocano nel campo del bene. Il campo del male, invece, è abitato dalle diverse categorie di presunti parassiti e lazzaroni: i lavoratori del pubblico impiego, soprattutto se meridionali, i meridionali in generale, gli intellettuali, i professori e i giornalisti, i politici e i funzionari sindacali. Tutte persone che non conoscerebbero fatica. Secondo militanti e simpatizzanti leghisti, in generale, il lavoro nobilita l’uomo e la quantità di ore lavorate può diventare unità di misura per il valore di una persona. Franco ha bene evidenziato come al lavoro intellettuale non si riconosce una particolare rilevanza. Mentre mi spiegava la sua idea di federalismo si rivolse a me con parole ambigue, a proposito del mio essere uno studioso. In apparenza, egli voleva riconoscermi la capacità di maggiore comprensione, grazie ai miei studi, ma nei termini scelti per farlo serpeggiavano dell’ironia e un disprezzo di fondo dello studio. Il senso di quelle parole poteva essere rovesciato, assegnando a lui una superiorità nelle possibilità di comprensione, proprio perché, lavorando, la prospettiva con cui si guarda ai processi economici e sociali sarebbe quella più adeguata, poiché ci si confronta con la realtà concreta:

Noi leghisti queste cose [relative al federalismo] le abbiamo capite molto bene, adesso potrei entrare anche più nel merito, forse sarebbe anche un po’ troppo tecnico… sicuramente capiresti Barcella, anzi tu sei molto più avanti di me, quantomeno tu hai studiato per quarant’anni e stai ancora studiando… io invece è quarant’anni che sto lavorando, ed è un modo diverso di esprimersi nella vita15.

La gran parte dei leghisti considera qualificanti le attitudini al lavoro delle popolazioni straniere, accentuando o smorzando gli atteggiamenti xenofobi nei confronti degli immigrati, in base alla considerazione che se ne ha in quanto lavoratori: in sostanza, si individuano il criterio di differenziazione sociale e di legittimazione delle gerarchie nelle ore lavorate quotidianamente, invece che in fattori biologici o culturali. Da una conversazione tra due artigiani leghisti di Gorle emergeva la simpatia che uno dei due provava nei confronti dei rumeni proprio nel periodo di massima intensità della curva xenofoba antirumena e antirom, strategicamente confuse dai mass-media, nell’estate 2010. Egli aveva trascorso un periodo di lavoro in Romania ed era rimasto impressionato dalla quantità di ore lavorate dagli operai rumeni, certificata peraltro dal centro di ricerche COE-REXECODE sulla base di dati Eurostat 201016. I rumeni, per quel leghista, erano diventati un popolo buono. Non considerava più i criminali rumeni tali in quanto rumeni, ma in quanto individui scappati dalla Romania perché lazzaroni, persone non dedite al lavoro e quindi furfanti alla ricerca di un paese ricco in cui vivere sulle spalle altrui. Da questo punto di vista le popolazioni rom e sinti, volgarmente ricondotte alla categoria di “zingari”, costituiscono l’altro radicale dei leghisti, in quanto incarnerebbero l’improduttività, oltre che il disordine. “A me van bene tutti, a parte gli zingari” è un’espressione facile da ascoltare durante una conversazione con un leghista.

Come diversi analisti hanno evidenziato, tra gli elettori della Lega si possono incontrare anche operai attivi nella vita politica e nei conflitti di fabbrica. Si tratta in genere di persone deluse per varie ragioni dai partiti di sinistra in cui si sono riconosciute per anni. Così come nel loro mondo diventa centrale la dicotomia produttivo/improduttivo, il loro approccio alla politica e alla politica sindacale viene in genere guidato da richiami al pragmatismo e sostengono spesso che la Lega li convinca proprio per il suo presunto pragmatismo. Queste persone tendono a non considerare la Lega un partito, ma un movimento al cui interno si possono muovere persone con idee diverse ma con obiettivi comuni.

Secondo Piero la Lega sarebbe il solo partito capace di occuparsi degli operai tartassati, che contrappone per interessi a commercianti e imprenditori. Nel corso degli anni in cui è stata al governo, la Lega non avrebbe fatto quel che Piero desidera solo per le resistenze del partito di Berlusconi, che secondo lui è espressione del padronato.

Cioè serve una politica concreta, una politica che dia fiducia alle persone, che faccia vedere qualcosa. [...]. Io penso che… [...] oggi io vedo che l’operaio poverino è quello che paga sempre, paga tutto, non sgarra mai mentre invece, te prendi un commerciante, prendi un ristoratore, che è una cosa fuori di testa, cioè un ristoratore che fa magari cinquanta coperti al giorno che è il minimo ti viene a denunciare diecimila euro all’anno che è il minimo, quando ne denuncia quindici un operaio. L’operaio deve pagare tutto, quelli là con quindicimila euro non pagano niente, non pagano le tasse… cioè dico… ste cose qua vanno risolte. Cioè io adesso ho preso il commerciante. Ma poi prendiamo anche gli imprenditori, i ricchi, i ricchi son sempre più ricchi, i poverini sempre più poverini… [...]. La Lega però poverina, anche se ha desso ha preso un po’ di voti, è vincolata al PDL e non è che possa fare un granché17.

Nella Bergamasca l’orientamento di lavoratori ex-comunisti verso la Lega si registrava già all’inizio degli anni Novanta, quando il partito si era già collocato chiaramente a destra nello scenario politico nazionale. Le sezioni dei partiti e dei movimenti della sinistra ne discutevano già nel 1990, dopo le amministrative con cui la Lega Lombarda otteneva percentuali a due cifre in diverse comunità. Il fenomeno veniva interpretato in modi diversi, probabilmente anche in base alla reale configurazione e composizione dei nascenti circoli leghisti nei diversi paesi. Secondo l’Unità di base del PDS di Albino, la Lega non pareva avere basi importanti nella comunità e sembrava poter essere facilmente contenuta. In un rapporto prodotto da quella sezione si sottolineava come “il successo del partito a livello locale è strettamente legato ad una migliore immagine del partito a livello nazionale”18. Le cose stavano esattamente all’opposto secondo il Collettivo di Democrazia Proletaria di Alzano Lombardo, secondo il quale la Lega nasceva da un reale contatto con i lavoratori in un momento in cui

“la sinistra troppo spesso non è stata in grado di rispondere adeguatamente alle domande della gente comune perdendo quello che dovrebbe essere il collegamento con la base. Negli ultimi anni [la sinistra] non ha saputo cogliere le vere esigenze delle masse popolari, perdendosi in elaborazioni politiche troppo complesse e non facendo quindi una reale opposizione al sistema politico vigente. Noi popolo di sinistra, quali risposte possiamo dare? Innanzitutto riprendere i contatti con la base, con il mondo del lavoro, dove troppo spesso il sindacato non attua più una giusta lotta di classe”.

E concludeva la relazione:

“La Lega non si combatte attraverso facili alleanze con essa o contro di essa, bensì cercando di conoscerla a fondo innanzitutto nel suo statuto e cercando di capire cosa produce sulle comunità un voto dato alla Lega”19.

Tra gli improduttivi, come si è detto, ci sarebbero anche gli intellettuali: insegnanti, docenti universitari, giornalisti. Ma l’anti-intellettualismo leghista trae linfa anche altrove. Anzitutto, insieme al recupero del dialetto e agli altri fattori indicati opportunamente dalla Dematteo20, questo sentimento diventa uno degli strumenti utili al ribaltamento dello stigma sociale di cui è portatrice la classe lavoratrice di queste aree. Il fastidio provato dai leghisti nei confronti degli intellettuali viene giustificato con gli atteggiamenti snob, reali o presunti, che caratterizzerebbero sempre gli intellettuali. Le loro “lezioncine” producono tanta più avversione quanto più sono vissute da chi le ascolta come formule lasciate cadere dall’alto e uscite dalla bocca di persone che i leghisti ritengono abbiano potuto studiare solo grazie al loro lavoro. Si tratta, almeno per un certo numero di leghisti, di una sorta di sindrome da lavoratori sfruttati, alimentata dalla percezione più generale della propria subalternità sociale e dalle umiliazioni inflitte da coloro che li guardano dall’alto, con disprezzo, in nome della loro maggiore cultura, senza aver nemmeno cercato di capire chi siano realmente i loro interlocutori21.
Per i leghisti lo stereotipo dell’intellettuale ha i caratteri dello snob cosmopolita ed esterofilo che limita la cultura a quella proveniente dall’accademia, che si lascia affascinare dalla musica e dalle tradizioni etniche, balcaniche o africane, ma ignora o deride quelle lombarde, che si appassiona per cose lontane dal mondo dei lavoratori, tenuti a distanza con disprezzo o compassione in quanto considerati rozzi e ignoranti. La popolarità che i leghisti considerano come la principale caratteristica del loro partito è derivata proprio dalla capacità dei suoi dirigenti di intercettare questo diffuso anti-intellettualismo, in tutte le sue forme. E la stessa dirigenza ha avuto gioco facile a proporsi come partito alternativo, composto di persone che parlano il dialetto, amano la cultura locale e parlano semplice e chiaro. Franco diceva di Bossi, offrendone una sorta di rappresentazione mitica:

Io però mi esprimo come una qualsiasi persona… io ma anche Bossi… parlo con Bossi come sto parlando con te adesso caro Barcella… e bevo con lui un bicchiere di Coca Cola, lui col suo toscano… che puzza un po’… però lui col suo toscano, e io in parte a lui a bere la Coca Cola e gli faccio quattro domande come le faccio a te adesso… o tu le fai a me… e gli metto la mano sulla spalla… persone a terra… gli metto una mano sulla spalla… lui mi sorride… lui è un leader, non è uno speaker, è un leader…22

La Lega ha sostenuto politiche tra le più reazionarie, anti-operaie e regressive per i diritti dei lavoratori viste in Europa dal secondo dopoguerra, proponendosi come l’opposto di quello che è. Ha cavalcato la distanza culturale tra le masse che organizzava e le élite culturali sviluppate in buona parte delle forze politiche di sinistra e soprattutto ne ha distorto il senso e la rilevanza, come se l’opposizione tra le varianti dell’italiano parlato fosse più rilevante di quella tra capitale e lavoro.

La centralità che per l’elettorato leghista ha il lavoro inteso nel modo descritto, cioè in una costruzione ideologica di carattere corporativo, trova conferma anche nelle scelte fatte dal partito nei mesi successivi alla crisi, con l’obiettivo di ricomporre i ranghi e di riconquistare consenso. Infatti, nel corso della prima riunione dei cosiddetti “Stati Generali del Nord”23, Roberto Maroni ha indicato nel partito il “sindacato del territorio” del Nord, dove gli interessi delle imprese e dei sindacati troverebbero un punto di convergenza nell’interesse delle regioni settentrionali.

Infine, l’antimeridionalismo è un altro grande tema che si considera centrale alla luce della ricerca svolta24. Insieme al sentimento anti-zingaro, l’antimeridionalismo pare essere uno dei più comuni e diffusi, il più omogeneamente distribuito tra la popolazione leghista bergamasca, grazie alla varietà di ambiti cui viene legato. Si è antimeridionali per tante ragioni diverse che si integrano con le questioni già sollevate. Il Sud e i meridionali, tenendo conto delle due dicotomie emerse nelle pagine precedenti, sono collocati dai leghisti verso il polo negativo. Il Sud è immaginato come luogo del disordine e della sporcizia, della mafia che condiziona la vita delle persone, dell’assenza delle regole. I meridionali non sono immaginati come lavoratori, ma come fannulloni, scansafatiche, oppure come impiegati nei settori improduttivi, negli apparati statali, dalle poste alle scuole. Meridionali sarebbero gli insegnanti di scuola, gli intellettuali e i docenti che spiegano “cose sbagliate” ai bambini, che li puniscono perché conoscono il dialetto e non gli consentono di parlarlo in classe. Gli elettori e i simpatizzanti leghisti con dei trascorsi nella sinistra degli anni Sessanta e Settanta associano i meridionali alla polizia e ai carabinieri con cui si scontravano in piazza durante le manifestazioni e che erano considerati all’epoca braccio dell’apparato repressivo dello Stato capitalista e oggi espressione del centralismo romano. Il Sud è pensato come la zavorra del Nord, con la Cassa del Mezzogiorno a succhiare risorse. Ha sostenuto Beppe:

Non so se è una cosa italiana o se è così anche negli altri stati, non lo so, ma qua non si può più, cioè… certe cose, diciamo anche sulle tasse, non tasse, quello che si vede, quello che fanno… porca miseria… noi avremmo costruito cinque Italie nuove coi soldi che abbiamo buttato in giro. Ma con le autostrade d’oro però. Se applicassero il federalismo giusto, qui in Lombardia non giriamo con la Ferrari, ma con l’elicottero. A far le cose giuste però. Adesso siamo stanchi davvero. Foraggiare ancora adesso… si sente ancora giù… adesso stanno parlando ancora lì, sulle regioni. Cos’è che devono fare? L’ho seguito un po’ così… poi m’han detto che davano un premio ai bravi. Ma i bravi son più calpestati ancora, son più bastonati ancora. Vediamo la Regione Lombardia, col Formigoni cosa ha tirato in piedi di casini ma per quale ragione? È qua che dovrebbe intervenire la Lega e dire «Adesso basta! Adesso facciamo il federalismo davvero». Gesù Cristo ha fatto una cosa di bello, il Po. Il Po delimita proprio, sinceramente, il Nord. Parte dalla Liguria e arriva in Veneto. Quella lì è la demarcazione giusta. Perché adesso è ora di finirla. All’Emilia-Romagna ne abbiamo sempre dati e basta. Son bravi per carità a fare i loro lavori, ma vorrei vedere fin ora quante tasse ha pagato l’Emilia Romagna con le loro cooperative rosse25.

In questo senso, per i leghisti bergamaschi il federalismo è la copertura ideologica del sentimento antimeridionale. Come accennato, quando la base leghista si dilunga sul federalismo, esprime principalmente il desiderio di smarcarsi dal Meridione d’Italia e di mantenere risorse economiche nei comuni del Nord. Raramente i leghisti hanno una reale conoscenza di cosa sia un impianto federalista, di quali siano gli elementi che lo caratterizzano oppure quali siano le differenze tra i diversi impianti costituzionali di tipo federalista. Possono citare la Svizzera, la Germania o gli Stati Uniti, ma non è quello il punto. Il federalismo, quando viene descritto dalla maggioranza degli elettori e amministratori leghisti di piccoli centri rientra in un discorso antimeridionale accompagnato, come si è visto con riferimento a Mimmo, dal desiderio di matrice familistica di poter gestire e impiegare le risorse autonomamente e favorendo le persone del paese perché conosciute.

Conclusioni

L’elettorato leghista, come si è cercato di dimostrare con queste pagine, è un universo molto complesso che non può essere universalmente descritto con le categorie usate dalla Dematteo. Nel corso delle ricerche condotte in questi anni si è incontrato un gran numero di persone che non rientrano nella categoria di “idioti”, nell’accezione del termine usata dall’antropologa francese26. Si sono intervistati elettori e amministratori comunali con conoscenze, titoli di studio e competenze nelle loro materie. Numerosi di questi individui non erano figure carnevalesche e non dimostravano di “fare della volgarità un valore vero e proprio”27. Quindi, non è principalmente con questi strumenti che si può comprendere e spiegare il fenomeno leghista nella provincia di Bergamo. Uno studio del fenomeno, invece, deve essere impostato a partire dalla distinzione tra la Lega come partito con i suoi dirigenti e i leghisti come elettori e militanti di base o amministratori eletti nei comuni in cui vivono da sempre, essendo bene inseriti nel suo tessuto di relazioni sociali ed economiche. In questo senso, la Lega Nord come partito è indubbiamente una forza politica ultra-conservatrice e reazionaria che ha adoperato slogan triviali e provocatori, simboli e parole d’ordine xenofobe e razziste, favorendo lo sdoganamento di comportamenti e di linguaggi aggressivi e violenti all’indirizzo dei cittadini stranieri in sedi politiche e pubbliche. Ha fomentato odio e favorito la conflittualità tra i cittadini autoctoni e varie categorie di presunti “stranieri”, soprattutto nelle sedi in cui occorre distribuire risorse pubbliche, nei servizi, in particolare nelle scuole e negli ospedali. Lavorando su un piano simbolico ha avuto effetti concreti sulla vita di molte persone, e ne ha acuito le difficoltà, in particolare negli ambienti scolastici. Ha diffuso l’immagine di una società su due livelli. La Lega è una forza populista e il populismo non è una nebulosa indistinta che si produce per caso sull’onda dell’irrazionale, ma un atteggiamento politico che si forma con precise e profonde radici socio-economiche. Non si costituisce in un unico e compatto gruppo sociale, quanto piuttosto in una coalizione di gruppi sociali eterogenei che condividono alcune percezioni di fondo riguardo alle loro condizioni di vita e di lavoro e a chi sia responsabile di tali condizioni.

I leghisti bergamaschi sono individui appartenenti a gruppi sociali diversi, legati da vincoli di natura economica, politica, sociale, culturale o religiosa ai territori che abitano. Nelle diverse comunità gli amministratori hanno caratteri e orientamenti variabili, a seconda dell’insieme delle relazioni di cui sono rappresentanza ed espressione politica. Possono essere aggressivi razzisti oppure pensare all’immigrazione in termini conservatori, ma secondo una logica paternalista e magari cattolica, che ritenga sia possibile integrare gli stranieri. Queste persone possono essere più o meno legate alla parrocchia e ai suoi ministri, più o meno orientate alla cementificazioni e alla devastazione del territorio, più o meno attente alla conservazione di ambienti boschivi da cui recuperano risorse. Infine, si possono incontrare leghisti espressamente portatori di istanze anti-operaie in salsa interclassista, oppure leghisti che si percepiscono come avanguardie della classe lavoratrice locale e che volgono in direzione interclassista nella misura in cui distinguono i buoni produttori, indipendentemente dal loro ruolo nel processo produttivo, perché capaci di produrre e lavorare, dalle diverse categorie di fannulloni.

Il partito ha saputo costituirsi come una rete capace di coalizzare figure così diverse lavorando su processi di identificazione a partire dalle dicotomie primarie con cui i leghisti bergamaschi distinguono tra le cose del mondo, ossia ordine/disordine e produttivo/improduttivo. Queste dicotomie sono alla radice delle parole d’ordine usate dalle Lega in modo ambiguo, perché gli elettori di ciascuna comunità potessero assegnare loro il significato che ritenessero più opportuno. In questo senso poco conta il contenuto dei termini proposti dalla Lega: il loro valore è quello di contenitori validi per contenuti diversi, dove la logica dei discorsi a cui fanno riferimento è l’elemento rilevante. Per esempio, come si è visto, con il richiamo al localismo la Lega non offre un modello di società definito con caratteristiche precise, ma cerca di motivare individui con attitudini nostalgiche, oppure propensi alla conservazione dei caratteri della loro comunità di riferimento, indipendentemente da quali questi siano. L’uso consapevole di tale atteggiamento è attestato nella mancanza di documenti ufficiali relativi ad alcune questioni centrali, come quella religiosa. Scriveva Guolo: “La Lega non ha prodotto documenti ufficiali sulla religione. Anche perché le sue posizioni in materia mutano, ecletticamente, a seconda delle circostanze e degli obbiettivi politici che si prefigge”28. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il richiamo alla sicurezza, che ogni leghista configura e descrive nel modo che crede, sulla base di una logica, quella della sua necessità di mettere ordine e di regolamentare ciò che percepisce come disordinato e precario: e allora la parola sicurezza potrà essere definita con un discordo ricco di istanze razziste e xenofobe, oppure di tipo diverso, offrendo soluzioni politiche ugualmente pericolose e fallaci, ma che sono espressione di mentalità diverse e magari comunque indicative anche del contatto con problemi reali. E, ovviamente, affrontare su un piano politico questo insieme di realtà riducendole alla generale categoria di razzismo risulterà perdente, a causa di una falla analitica consistente.

Il livello locale per la Lega è centrale. Gli amministratori godono di un certo margine di autonomia nell’organizzazione della propria struttura e dei propri interventi sul territorio. Si possono orientare in modo da intercettare l’elettorato che vogliono, riempiendo i significanti generali del partito, con i significati più utili data la comunità in cui operano e la sua composizione sociale. A livello nazionale gli elettori votano per fiducia nella corrispondenza tra il senso che loro attribuiscono ai termini adoperati dal loro partito e quello che gli attribuisce la dirigenza stessa. Inoltre, ritengono che il loro interesse sarebbe rafforzato dalla conquista del potere politico nazionale e dall’eventuale realizzazione delle “autonomie locali”, con le quali, tuttavia, si può realizzare tutto e il suo contrario.

La fenomenologia della Lega, insomma, può essere pensata come la storia dell’abito Arlecchino nel modo in cui viene raccontata ai bambini, cioè come la storia di un abito che ha una forma precisa ma che si costruisce a partire da frammenti di stoffe diverse, di ritagli preesistenti cuciti insieme per dare corpo e coerenza a un tessuto capace di coprire un intero corpo. Fuor di metafora di un partito con una forma precisa, di indirizzo ultra-conservatore reazionario, che si propone come abito politico omogeneizzante di un corpo sociale composto da frammenti, gruppi sociali molto diversi per collocazione economica, sociale, culturale e per origine ideologica. Se è vero che ogni organizzazione svolge tale funzione, la Lega, almeno nella Bergamasca, è stata in grado di farlo sistematicamente, su individui con ideologie, soggettività e collocazioni sociali molto distanti, persino agli antipodi.

La forza della Lega, nella Bergamasca, è stata proprio questa. Non a caso, dopo la crisi della primavera del 2012 i dirigenti della Lega hanno scelto di ripartire da Bergamo. Il celebre comizio delle scope si è svolto nella città capoluogo lombardo al grido “Netà fò ol polér!” che significa, in dialetto bergamasco, “Pulire il pollaio!”, eliminare dal partito gli elementi considerati dannosi per la sua sopravvivenza. Certo, le feste estive si sono ridotte drasticamente e la stampa locale ha parlato di variazioni nella distribuzione del voto in provincia, con cali rilevanti di popolarità nelle Valli, antiche roccaforti del partito29. Tuttavia la Lega nella provincia registra ancora una percentuale di simpatizzanti significativa, se si tiene conto della dimensione e della portata della crisi vissuta dal partito. In questa sede non si vogliono fare previsioni sul futuro del partito. Tuttavia, le ragioni che ne hanno fatto una forza politica dominante nella provincia sono così numerose e toccano tratti ideologici così profondi che, alla fine del 2012, sembrerebbe prematuro dichiarare conclusa, in Bergamasca, l’esperienza politica leghista.

  1. V. MOIOLI, I nuovi razzismi. Miserie e fortune della Lega Lombarda, Roma, Edizioni Associate, 1990; V. MOIOLI, Il tarlo delle Leghe, Milano, Comedit 2000, 1991; A. BONOMI, P.P. POGGIO, Ethnos e demos. Dal leghismo al neopopulismo, Milano, Mimesis, 1995; I. DIAMANTI, La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Roma, Donzelli, 1995; R. BIORCIO, La Padania promessa. La storia, le idee e la logica della Lega Nord, Milano, Il Saggiatore, 1997; I. DIAMANTI, Bianco, rosso, verde… azzurro. Mappe e colori dell’Italia politica, Bologna, Il Mulino, 2003; G. PASSALACQUA, Il vento della Padania. Storia della Lega Nord (1984-2009), Milano, Mondadori, 2009; P. STEFANINI, Avanti Pò: la Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse, Milano, Il Saggiatore, 2010; R. GUOLO, Chi impugna la croce. Lega e Chiesa, Roma-Bari, Laterza, 2011; M. AIME, Verdi tribù del Nord, Roma-Bari, Laterza, 2012; A. CASELLATO e G. ZAZZARA, Veneto agro. Operai e sindacato alla prova del leghismo (1980-2010), Treviso, ITRESCO, 2010; L. DEMATTEO, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, Milano, Feltrinelli, 2011; G. PASSARELLI, D. TUORTO, Lega & Padania. Storie e luoghi delle camicie verdi, Bologna, Il Mulino, 2012. Accanto a queste ricerche di storia, sociologia, geografia e antropologia politiche sono stati pubblicati numerosi lavori di carattere giornalistico e polemico, oltre che le più diverse interpretazioni del fenomeno. Si vedano per esempio: M. OTTOMANI, Brigate rozze. A Sud e a Nord del senatore Bossi, Napoli, Pironti, 1992; G. PAJETTA, Il grande camaleonte. Episodi, passioni, avventure del leghismo, Milano, Feltrinelli, 1994; M. DE LUCIA, Dossier Bossi-Lega Nord, Milano, Kaos, 2011; M. BELPOLITI, La canottiera di Bossi, Parma, Guanda, 2012.[]
  2. Un’altra variante alto-lombarda dei movimenti xenofobi europei è la Lega dei Ticinesi, un partito che si fa portatore di istanze locali in un paese che già dispone di un impianto federale. La Lega Nord e la Lega dei Ticinesi si differenziano per vari aspetti, tuttavia hanno molti tratti comuni: per questo sarebbe interessante uno studio che metta a confronto le due realtà ricercando le loro radici ideologiche nella storia economica, sociale e culturale di queste regioni. A proposito della Lega dei Ticinesi si vedano: O. MAZZOLENI, Nationalisme et populisme en Suisse. La radicalisation de la «nouvelle» UDC, Le Savoir Suisse, Lausanne, 2003, pp. 24-28 ; A. GHIRINGHELLI, Alla ricerca del consenso perduto: i partiti ticinesi e le regole del gioco politico, Edizioni San Giorgio, Muzzano, 1996; L. BERTA, La Lega dei ticinesi : un nouveau mouvement politique (caractéristiques, contexte d’apparition, orientation politique, impact populaire) qui a bouleversé la vie politique tessinoise, Mémoire de licence en Science politique, Neuchâtel, 1993; M. DE LAURETIS, B. GIUSSANI, La Lega dei Ticinesi: indagine sul fenomeno che ha sconvolto il Ticino politico, Dadò, Locarno, 1992.[]
  3. R. BIORCIO, La Padania promessa, cit.[]
  4. L. DEMATTEO, L’idiota in politica, cit.[]
  5. L. DEMATTEO, L’idiota in politica, cit.[]
  6. Con il termine “leghisti” ci si riferirà sempre a elettori, simpatizzanti e amministratori di comuni con meno di diecimila abitanti, cioè alla tipologia di persone intervistate. Non ci si riferisce invece alla dirigenza leghista, nemmeno a quella provinciale.[]
  7. Nel corso delle interviste, andando alla ricerca dei temi dominanti nei discorsi leghisti e della loro gerarchia di importanza si è evitato di porre domande che parlassero degli stessi. Non si è mai chiesto “cosa pensa degli immigrati?” o “la mafia è un problema?”, in quanto in questo modo l’intervistatore avrebbe determinato gli argomenti e le gerarchie nei discorsi dell’intervistato. Si sono sempre poste domande come “Perché vota la Lega?”, “Quali sono le questioni più importanti di cui pensa che il partito si debba occupare?”.[]
  8. Luigi, artigiano della Bassa Valle Seriana, conversazione intrattenuta nel 2007.[]
  9. Il meccanismo della vittimizzazione come strumento di difesa di privilegi sociali e di legittimazione di discriminazione e violenze è tipico delle mentalità e dei movimenti reazionari e di marca fascista e si individua in tutti i discorsi di movimenti affini alla Lega. Enrica Capussotti l’ha individuato, per esempio, con riferimento al Movimento per l’Autonomia Regionale del Piemonte, una forza politica che negli anni Cinquanta faceva dell’antimeridionalismo uno dei suoi cavalli di battaglia. E. CAPUSSOTTI, “Arretrati per civiltà”. L’identità italiana alla prova delle migrazioni interne, in AA.VV., Made Italy. Identità in migrazione, “Zapruder”, 28, maggio-agosto 2012, pp. 41-56.[]
  10. Piero, leghista residente nella Media Valle Seriana, intervistato nel 2011.[]
  11. Battista, leghista residente nella Bassa Bergamasca, intervistato nel 2011.[]
  12. Mario, amministratore della Lega Nord, intervistato nel 2010.[]
  13. R. GUOLO, Chi impugna la croce, cit.[]
  14. Mimmo, amministratore della Lega Nord, intervistato nel 2010.[]
  15. Franco, leghista residente in Valle Seriana, intervistato nel 2010.[]
  16. I rumeni sono il popolo che lavora più ore all’anno d’Europa, con 2089 ore lavorate, contro le 1691 degli italiani, al quinto posto dopo ungheresi, bulgari e greci. Dati citati dall’inserto “Sette”, “Corriere della Sera”, 26 gennaio 2012, p. 21.[]
  17. Piero, cit.[]
  18. Unità di base – PDS di Albino, in V. MOIOLI, Il tarlo delle Leghe, cit., p. 362.[]
  19. Collettivo di Democrazia Proletaria di Alzano Lombardo, in V. MOIOLI, Il tarlo delle Leghe, cit., p. 361.[]
  20. L. DEMATTEO, L’idiota in politica, cit.[]
  21. T. FRANK, What’s the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America, New York, Metropolitan Books, 2004; S. ŽIŽEK, Il cuore nero degli Stati Uniti, “il manifesto”, 7 Ottobre 2004.[]
  22. Franco, cit.[]
  23. D. NIKPALJ in “L’Eco di Bergamo”, 30 settembre 2012, pp. 1-3.[]
  24. L’antimeridionalismo, al di là della sua particolare configurazione nella Bergamasca contemporanea, è un sentimento diffuso in tutto il Nord Italia e con antiche radici storiche. Le migrazioni interne del dopoguerra contribuirono ad accentuarlo in diverse regioni. Si vedano: V. TETI, a cura di, La razza maledetta, Roma, Manifesto libri, 1993; C. PETRACCONE, Le due civiltà. Settentrionali e meridionali nella storia d’Italia dal 1861 al 1914, Roma-Bari, Laterza, 2000; M. NANI, Ai confini della Nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci, 2009; T. AGLIANI, G. BIGATTI, U. LUCAS, È un meridionale però ha voglia di lavorare, Milano, Franco Angeli, 2011; E. CAPUSSOTTI, “Arretrati per civiltà”. L’identità italiana alla prova delle migrazioni interne, in AA.VV., Made Italy, cit., pp. 41-56.[]
  25. Beppe, leghista residente nella Valle Brembana, intervistato nel 2010.[]
  26. Nell’introduzione al volume, Dematteo spiega la scelta di definire i leghisti con il termine “idiota”: “idiota, in senso etimologico, vuol dire «uomo del luogo» ed è un termine la cui radice greca vuol dire «particolare». Per gli antichi greci idiota era colui che non aveva accesso alla dimensione universale, quello che viveva ancora nella caverna, o meglio, nella sua caverna. [...]. Idiota è dunque il soggetto votato alla più riducibile autoctonia e al ripiego identitario. Quando un simile soggetto valica i confini del proprio universo culturale, si comporta in modo improprio e grottesco. Preso singolarmente o all’interno della cerchia più o meno ampia dei propri familiari, nessuno è idiota; i problemi iniziano fuori, quando si passa da un universo simbolico noto a un universo poco, o per nulla conosciuto”, L. DEMATTEO, L’idiota in politica, cit., pp. 16-17.[]
  27. L. DEMATTEO, L’idiota in politica, cit., pp. 144.[]
  28. R. GUOLO, Chi impugna la croce, cit., 151.[]
  29. D. NIKPALJ, Le valli non spingono più il Carroccio. “C’è stanchezza”, “L’Eco di Bergamo”, 20 agosto 2012, p. 20.[]

12 Novembre 2012