Un saluto attraverso le stelle. Un incontro con Marisa Bulgheroni

In occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, Un saluto attraverso le stelle (Milano, Mondadori, 2007), Marisa Bulgheroni ha concesso in anteprima un’intervista a questa rivista.

L’intervista è stata condotta a Milano il 13 gennaio 2007.

Come si apprende dalla Nota, questo romanzo nasce da un impulso autobiografico. Tuttavia, la scelta di nomi fittizi sembra essere stata fatta secondo la logica del mascheramento, a partire dalla protagonista, la quale afferma e conferma per tutto il corso della narrazione la propria identità di alter ego, ripetendo puntualmente “Io, Isabella”. Questa scelta risponde a un’esigenza di protezione e, se sì, è avvenuta in un secondo momento?

La motivazione autobiografica a trasmettere un’esperienza che a suo modo mi sembrava unica, è stata determinante. Ma il libro è nato in forma di romanzo: i personaggi, inventati o reinventati, obbediscono ai codici della finzione. Ognuno di loro sì è trovato, o ha rivendicato, sulla pagina, un nome o un destino propri. La logica del mascheramento ha ceduto alle esigenze dell’immaginazione. E, fin dall’inizio, la protagonista ha affermato la sua duplice identità – di personaggio e di alter ego – sdoppiandosi tra terza e prima persona. La puntuale ripetizione di “Io, Isabella”, insistente come un motivo musicale, non risponde a un meccanismo di protezione ma all’imperativo di assegnare alla protagonista un’identità forte, anche se mutevole, in un’epoca, come l’attuale, di scelta e costruzione di identità rispondenti più a un desiderio che non a un destino.

La tua scrittura conquista il lettore per la capacità di nominare le cose, per il potere evocativo della parola esatta, che si trova nei grandi romanzi del Novecento come La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. Si coglie in particolare il gusto per gli aggettivi, in un’epoca in cui si rimprovera alla lingua italiana di averli dimenticati. Mi chiedo se le tue influenze stilistiche provengano esclusivamente dalla letteratura italiana o se la tua esperienza di americanista abbia avuto un peso rilevante.

La tensione verso una scrittura capace di nominare le cose deriva dal mio amore precoce per la lingua italiana. Quasi ricordo il tempo dell’apprendimento in cui il suono di una parola sigillava l’esistenza di una cosa: quel frutto, quel fiore, quell’oggetto d’uso. L’incantamento per una lingua così ricca di risonanze non è mai venuto meno, ha alimentato il mio desiderio di farla vivere intera sulla pagina nei suoi contrasti fra arcaismi e neologismi. Le suggestioni stilistiche che agiscono sulla mia scrittura sono italiane: e non solo narrative, ma poetiche. La grande poesia del novecento – da Ungaretti a Montale ad Amelia Rosselli – mi ha educata alla ricerca dell’aggettivo esatto, evocativo o straniante, mai approssimativo. L’influenza della letteratura inglese e americana è stata, al contrario, decisiva per l’impianto formale del romanzo. Del modernismo europeo ho amato la complessità dei piani temporali e del postmoderno americano la frantumazione delle sequenze narrative. Nel mio romanzo l’alternanza grafica di tondi e di corsivi corrisponde a due diverse funzioni narrative: al tondo è affidata la trasmissione di una vicenda a più voci che si svolge tra il 1943 e il 1945; al corsivo la voce, in campo o fuori campo, della protagonista che, in prima persona, in momenti diversi e successivi, medita e anticipa, tessendo un filo di continuità o discontinuità tra passato e presente. L’esperienza di americanista mi ha spinta a rinunciare al romanzo storico tradizionale: non avrei potuto dipingere il quadro di un’epoca conclusa senza insinuarvi il brivido elettrico dell’attualità.

La voce di Isabella “dal presente” aggiunge allo scenario del Lago di Como, in cui viveva negli anni della guerra, gli scenari dei viaggi che avrebbe fatto negli anni futuri. Dall’Ucraina, dall’Egitto, dall’Oceano Atlantico a bordo della Queen Elizabeth. L’intento è stato quello di descrivere l’Italia vista da lontano?

L’inserimento di questi scenari è anzitutto funzionale alla narrazione. Dal momento che l’azione si svolge in una città, Como, chiusa in sé come una malefica prigione, dominata dall’attesa e dall’impotenza, i viaggi offrono via di scampo all’effetto claustrofobico che ne deriva. L’evocazione di altri paesaggi, intende spezzare la scena fissa di montagne e lago, spostare il lettore nel dopoguerra, suggerirgli che la vita di un personaggio non si esaurisce nello scorcio di esistenza che l’autore ha deciso di narrare. Quanto ai motivi storici “di quei viaggi”, la mia generazione ha scelto la fuga, spinta dal desiderio di evadere e quasi di liberarsi dalle propri radici per ritrovarle più tardi. Forse – me ne rendo conto ora – ho voluto sollecitare il lettore di oggi a “vedere l’Italia da lontano” con gli occhi di chi, sopravvissuto a una guerra, cercava di mettere radici in altri mondi.

In una delle prime “incursioni” in prima persona, Isabella descrive l’impatto visivo ed emotivo del crollo delle Torri Gemelle. Un grattacielo di New York aveva già fatto da scenario a un tuo racconto, intitolato Il segugio. Quale tipo di legame hai con questa città?

New York è per me la città d’elezione: mi trasmette un’energia che non ho mai trovato altrove. Forse perché la sua geometria è fondata sulla roccia, strappata ai fiumi e all’oceano. Vivendoci, sembra di possedere insieme cultura e natura. Camminando tra i grattacieli, come in fantastici canyon, mi è parso a volte di volare, e poi lo spettacolo di una vita dalle infinite sfaccettature mi ha trattenuta a terra, nel traffico intenso, sorvegliato dalle nuvole in corsa, o nel verde improvviso di Central Park, in cui le geometrie si dissolvono.

Nel romanzo, che narra gli anni difficili ed estremi della guerra civile dopo l’8 settembre 1943, viene raccontata la storia di una famiglia che poteva contare su un livello culturale piuttosto elevato. Ad esempio, si dice che il Capitano aveva già partecipato alla Prima guerra mondiale per inseguire l’ideale futurista di Marinetti e di Balla. Mi riesce difficile ricondurre questa esperienza a quella della maggior parte delle famiglie italiane, legate ancora alla terra e prive di mezzi critici per interpretare l’attualità, che vedevano i propri uomini partire per una guerra di cui non conoscevano motivazioni e contesto internazionale. L’esperienza della guerra trascende la cultura?

No. Al contrario, la coscienza storica del singolo – la cultura in cui è vissuto, i libri che ha letto o i racconti orali che ha ascoltato – lo predispongono a viverla secondo un codice già iscritto nella mente prima della prova del fuoco. Nel novecento, tutti si ritrovavano ugualmente passivi e impotenti sotto un bombardamento, mentre anche chi partiva per una guerra di cui non conosceva le motivazioni e il contesto, poteva acquisire sul campo quell’alfabeto politico che permise a molti “sbandati” del 8 settembre 1943 di farsi partigiani.

La famiglia di cui scrivo rappresenta quasi un microcosmo di idee e ideali d’epoca. Il leggendario bisnonno garibaldino ha lasciato in eredità gli echi del Risorgimento; il nonno, che non ha combattuto guerre, persegue una sua utopia pacifista e egualitaria; il Capitano accetta volontariamente la sfida della Prima Guerra Mondiale, convinto della propria scelta eroica. Altri giovani, affinati da studi letterari, fecero la stessa scelta con una consapevolezza più ricca e tormentata. Lo testimonia l’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, che, pur avendo compreso che la guerra “è una perdita cieca, una distruzione enorme e inutile”, morirà al fronte, disincantato ma appagato dal senso di fratellanza con gli altri combattenti. Tra il Nikolaj Rostov di Tolstoj, che, in Guerra e Pace, pensa alla battaglia imminente con una “gioia” per noi incomprensibile, e il “sergente nella neve” di Rigoni Stern, che affronta la campagna di Russia del 1942 per dovere patriottico, e nel disincanto, troverà la forza di aderire alla lotta partigiana, corre tutta una gamma di atteggiamenti culturali verso la guerra, oggi materia di studi e dibattiti.

Ci sono almeno due punti del romanzo in cui la voce narrante preannuncia il desiderio di Isabella di scrivere la storia di quegli anni.

[…] Isabella credeva di udire, nel parlottio sommesso delle voci vicine, altre voci lontane, più imperiose nell’emergenza: erano le figlie future e i figli delle figlie che sorgevano dal nulla a chiedere storie. Esigevano che lei, cronista e spia, memorizzasse per loro le parole delle madri prima che la guerra le soffocasse (p. 20).

Non ci sarebbero stati, nel futuro, figli e figlie. Era la sua passione di testimone – eredità di ave insofferenti – a spingerla fuori casa (p. 206).

Queste due visioni antitetiche sembrano alludere a una progressiva disillusione nei confronti di chi raccoglie l’eredità di una memoria. È difficile avere fiducia nel lettore contemporaneo?

Chi viveva negli anni della Seconda Guerra Mondiale intuiva già allora che quell’esperienza era eccezionale. L’idea di raccontare quell’epoca è nata in me quasi in tempo reale e, più precisamente, subito dopo la liberazione, quando credevo fortemente nel significato unico della testimonianza. Mi dicevo che dovevo scrivere a caldo, che era necessario non dimenticare nessuno degli episodi vissuti. Poi, l’urgenza della narrazione è stata sopraffatta dall’impazienza di crescere, di capire, e, negli anni, dal dubbio che quelle vicende fossero impervie alla narrazione. La spinta a riprendere quel progetto e a farne un romanzo arrivò con l’11 settembre: come se un evento storico tanto traumatico imponesse finalmente un riesame più libero e aperto del passato. Nelle prime pagine del libro le due torri gemelle in fiamme compaiono come un emblema.

19 Gennaio 2007