Serenate alla rovescia. Intervista a Marco Fincardi

Marco Fincardi insegna Storia dell’Europa contemporanea e Storia delle culture popolari all’Università di Venezia. In questa intervista discute il tema delle serenate alla rovescia, o scampanate, un fenomeno studiato dalla storiografia francese, inglese e canadese, ma relegato ai margini del dibattito italiano.

Marco Fincardi insegna Storia dell’Europa contemporanea e Storia delle culture popolari all’Università di Venezia. Negli ultimi anni ha pubblicato due libri piuttosto importanti: La terra disincantata. Trasformazioni dell’ambiente rurale e secolarizzazione nella bassa padana (Milano, Unicopli, 2001) e Derisioni notturne. Racconti di serenate alla rovescia (Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2005), che testimoniano dei due versanti della sua ricerca. Da un lato, infatti, la duplice dimensione della storia regionale e della storia delle tradizioni popolari, perseguita sin dal lontano Gli gnocchi e la polenta: la festa popolare nella vita, nelle mentalità e nei miti di una cittadina emiliana del secondo Ottocento (Reggio Emilia, Club Turati, 1984). Dall’altro, l’attenzione alla dimensione politica, già affrontata in Primo maggio reggiano: il formarsi della tradizione rossa emiliana (Reggio Emilia, Camere del Lavoro territoriali di Reggio e Guastalla, 1990), in Le trasformazioni della festa: secolarizzazione, politicizzazione e sociabilità nel 19° secolo, numero monografico di “Memoria e ricerche” (1995) curato assieme a Maurizio Ridolfi, e nel più recente Spazi laici: strutture e reti associative tra Ottocento e Novecento, curato assieme a Renato Camurri (Caselle di Sommacampagna, Cierre, 2004). La sua produzione non si riassume tutta qui e presenta anche un’accentuata curiosità per i fenomeni migratori (Emigranti a passo romano. Operai dell’Alto Veneto e Friuli nella Germania hitleriana, Verona, Cierre Edizioni, 2002; Il lavoro mobile in Emilia e in Romagna, “Archivio storico dell’emigrazione italiana”, 2006). Tuttavia ai temi prima accennati ha sempre dato una forte preminenza, talvolta accompagnata da un’altrettanto forte apertura non soltanto alle fonti popolari, ma anche a quelle letterarie (Le inquietudini storiche nella letteratura francese del XIX secolo, “Passato e presente”, 2005).
Il volume sulle serenate alla rovescia, anche chiamate scampanate, fa il punto su un fenomeno molto studiato dalla storiografia francese, inglese e canadese, ma relegata ai margini del dibattito italiano. Proprio per recuperarne le tracce Fincardi lavora su una serie di fonti letterarie, che ne testimoniano la persistenza nell’età contemporanea, addirittura sino al secondo dopoguerra. Senza ripercorrere le pagine del volume, iniziamo quindi a interrogare l’autore stesso.

Come si può riassumere l’essenza e al contempo l’importanza del fenomeno delle serenate alla rovescia? e perché hanno attratto la tua attenzione?

Le scampanate sono state a lungo la denuncia di uno scandalo: un’arma simbolica per mostrare dei comportamenti incoerenti da parte di qualcuno. Per dirla con gli antropologi, l’ordine consueto è stato violato, e un disordine ritualizzato ne ripristina gli equilibri. La gioventù di una comunità fa un gran fracasso con stoviglie e strumenti musicali usati in modo disarmonico, in particolare nella notte, e canta versi di derisione all’indirizzo di chi ha violato determinate regole sociali, per attirare l’attenzione pubblica e rendere corale la condanna di un atto ritenuto sbagliato. Lo si fa soprattutto nelle trasgressioni di carattere sessuale o matrimoniale; ma non sono rare scampanate che assumano aspetti politici. L’interesse storico di un simile fenomeno è evidente: c’è una codificazione popolare di cosa sia moralmente corretto o no, con vari interventi che affidano alla locale compagnia dei giovani celibi il ruolo di una specie di gogna popolare. Poi, dal XIX secolo, il rituale ha iniziato a esprimere con crescente evidenza la politicizzazione di molte comunità locali. Tutti questi aspetti del fenomeno sono stati discussi a fondo da storici sociali, antropologi, semiologi e linguisti, in un grande convegno dell’École des hautes études en sciences sociales, tenutosi a Parigi nel 1977 (Le charivari, a cura di Jacques Le Goff e Jean-Claude Schmitt, Paris, Mouton, 1982). Tra gli studiosi italiani, spiccò allora l’intervento di Carlo Ginzburg, con interpretazioni vicine a quelle dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, che ha dato proprie interpretazioni sullo charivari (il nome più ricorrente in Francia per le scampanate), nel suo studio Il crudo e il cotto, e che personalmente non condivido. Nel 2000 il Laboratorio Etno-antropologico di Rocca Grimalda ha organizzato un convegno interdisciplinare sull’argomento (si vedano gli atti, Charivari: mascherate di vivi e di morti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004), a cui sono intervenuto in veste di storico, raccontando una ricerca di gruppo sull’argomento, che avevo coordinato nel 1986, raccogliendo testimonianze in tutta la provincia di Reggio Emilia.

Nel tuo lavoro risalta quanto fenomeni analoghi abbiano attirato gli studiosi di altri Paesi. Potresti riassumerci questo dibattito e indicare cosa ne possiamo trarre?

Fuori d’Italia il dibattito su questi rituali è stato forte già dal XVII secolo: in Italia invece la polemica di chi intendeva – ottenendo risultati limitati – reprimere il fenomeno ha prevalso. In Italia basta il pronunciamento di condanna del cardinale Carlo Borromeo per fare delle scampanate un argomento tabù. In Inghilterra, dove la Controriforma non c’è stata, ne scrivono i maggiori romanzieri e poeti, senza bisogno di esternare una ripulsa verso questi rituali, che invece mostrano spesso di condividere.
Quanto al dibattito storiografico, importanti storici come Maurice Agulhon, Edward P. Thompson e Eugen Weber – e sulla loro scia le importantissime riviste “Annales ESC” e “Past & Present” hanno fatto di rituali aggressivi come lo charivari e lo skimmington (le scampanate sono diffuse in tutta Europa e quasi dovunque siano arrivati migranti europei) lo specchio del mutare di conflitti e tensioni interni a diverse società; così si è mutata la prospettiva dello strutturalismo, che guardava ai rituali come a forme rigide, dalla capacità simbolica invariante. Il mutare degli assetti di una società, si è visto che porta a notevoli cambiamenti nel modo dei gruppi giovanili di gestire la satira delle scampanate, che in diversi casi portano le loro derisioni a essere parte di moderne forme di conflitto sociale, a cominciare da scioperi, tumulti e cortei, ma passando anche per proteste organizzate, che riprendono il rumore e i vocii tipici di questi rituali. Inoltre, i primi grandi giornali di satira – tra il 1832 e il 1849 – a Parigi, poi a Londra, Vienna e Firenze, usano proprio la parola charivari come nome o come sottotitolo: la satira, dalle strade rumorose passa allora alla carta stampata.

Nel tuo libro, come in lavori precedenti, ricorri soprattutto a fonti letterarie. Perché questa scelta?

Proprio perché il pubblico italiano è ancora poco familiarizzato a questo argomento, in quanto tale ormai rimosso dalla memoria collettiva. Diversi degli autori letterari che cito, invece, sono ben noti (il Verga de I Malavoglia, per esempio; o il Pirandello delle Novelle per un anno), ma i lettori di questi testi non sono quasi più in grado di distinguere che il rituale irriverente descritto è una scampanata. I brani di letteratura realistica selezionati sono comunque quasi sempre molto godibili e citati ampiamente, per cui il lettore può lavorare a sua volta direttamente su questa antologia. Ho preferito avviare in questo modo una riflessione sull’argomento, prima di proporre un’analisi più a vasto raggio su fonti ecclesiastiche, giuridiche, di polizia, di folkloristi, iconografiche o dalle testimonianze orali.

Pensi che potrebbe essere utile una maggiore frequentazione della letteratura da parte degli studiosi di storia?

Le fonti letterarie sono abbastanza pericolose per lo storico, in particolare proprio quando si tratta della letteratura realistica. Non bisogna mai dimenticare che i testi che si leggono non sono la realtà, ma una sua rappresentazione, che ci dà essenzialmente indicazioni sulla visione del mondo dell’autore, piuttosto che notizie pratiche della società in cui la vicenda narrata dovrebbe muoversi. Mettendo a confronto la serie di brani sulle scampanate che ho antologizzato, comunque, la cosa salta subito all’occhio del lettore, anche senza i miei commenti: è fin troppo evidente la prevenzione culturale degli uomini di lettere italiani verso un rituale che ritengono barbaro e socialmente rischioso, come un residuo di crudeltà medievale che potrebbe assumere nei tempi moderni una minacciosa invadenza sovversiva. Lo descrivono sommariamente per inserire qualcosa di pittoresco nei propri romanzi o novelle, ma a prevalere è sempre nettamente il loro stroncante giudizio morale.

Merita infine di essere sottolineata la tua curiosità per quella che spesso viene considerata soltanto una dimensione folklorica. Anche in questo caso ritieni che sarebbe necessario un maggiore approfondimento da parte degli storici?

Sicuramente! Il folklore è a sua volta una rappresentazione degli usi popolari fatta solitamente da eruditi che pretendono di giudicare la vita della gente basandosi su stereotipi che alle classi dirigenti fanno ritenere antico o “pittoresco” qualsiasi comportamento di un popolo sentito “diverso” da sé. Ma lo studio storico dei comportamenti popolari – anche quelli più ritualizzati, come è il caso delle scampanate o delle feste – ci dice moltissime cose sul funzionamento della società e sulle sue regole interne, palesi o sotterranee. Lo studio della politica o i dibattiti intellettuali di una certa epoca non ci danno altrettante informazioni sulla quotidianità di una società, sui suoi modi di autoregolamentarsi e sulla mentalità collettiva.

26 Marzo 2007